INDICE:

12.

La Legge nel Vecchio Testamento

1. Dio il Re

 

La parola in ebraico per “legge” è torah, che significa “un evidenziare, una direzione, o direzione autoritativa” dal Signore [1].  Proprio fin dal principio della relazione di Israele con Dio, ci fu dunque bisogno di una legge, o direzione autoritativa. In precedenza, direzioni autoritative erano state date ad Adamo, alla discendenza di Seth, a Noè e ai suoi discendenti, ad Abrahamo e ai suoi eredi, come pure ad altre persone (come testimoniano Melchisedek e Giobbe). È impossibile che una relazione con Dio esista senza legge.

Siccome il modernista è privo di una fede nel Dio sovrano, non può accettare l’esistenza di una data legge fin dal principio. Deve postulare invece un’evoluzione nell’auto-consapevolezza dell’uomo e uno sviluppo della legge nei termini della sua esperienza con la realtà. Come risultato, il modernista vede la legge come una tarda codificazione dell’esperienza nazionale d’Israele. S. R. Driver, nel suo lavoro molto influente: An Introduction to the Literature of the Old Testament (1897), assunse una posizione evoluzionista e non fece alcun tentativo di provare la sua tesi; la fede dell’epoca era dalla sua parte. Alla stessa posizione fu data un’importante riaffermazione da parte di Robert H. Pfeiffer, nella sua Introduction to the Old Testament (1941). Il presupposto basilare di tali critici è un umanesimo evoluzionista e filosofico. Non sorprende che con Darwin questa religione sia giunta a maturazione. Il commento di Allis su questo punto è significativo:

Anche un esame superficiale della letteratura della critica testuale rende chiaro che sta diventando sempre più dominata da tre grandi principi della teoria dell’evoluzione: (1) che lo sviluppo è la spiegazione di tutti i fenomeni, (2) che questo sviluppo risulta da forze latenti nell’uomo senza alcuna assistenza soprannaturale, e (3) che il metodo “comparativo” che utilizza un metro naturalistico, deve determinare la natura e il tasso di questo sviluppo [2].

Nella storia biblica, poiché la legge è sempre la prospettiva assunta da ogni libro del Vecchio Testamento, i giudizi dei profeti e degli scrittori partono sempre dai presupposti della legge.

Il libro di Giosuè, per esempio, comincia ricordando al popolo che il loro privilegio e forza è d’essere il popolo della legge, che possiede le direzioni autoritative di Dio (Gs. 1:7-9). Viene loro ripetutamente rammentato che, come nazione, la legge è la loro fonte di forza e il segno del loro legame pattizio con Dio (Gs. 22:5; 23:1-16; 24:1-27). Il segno individuale del patto, la circoncisione, è citato in Giosuè 5 insieme alla pasqua. Le leggi dell’interdetto e di conquista compaiono nei capitoli 6:17; 9:23; e 11:20. La divisione della terra nei termini della legge è descritta nei capitoli 13:14-33; 14:1-15; e 17-19; e le città rifugio al capitolo 20.

Passando a Ruth, troviamo le pratiche della spigolatura, della redenzione della terra, e del levirato.

Il libro di Giudici è particolarmente ben delineato nella sua presupposizione della legge. Descrive l’apostasia d’Israele da Dio e dalla sua legge (Gc. 2:1-2, 10, 15, 17; 3:7-8; 6:1, 10, 25 s; 10:13, 14, ecc.).

Il punto centrale e il tema di Giudici è dichiarato ripetutamente (17:6; 18:1; 21:25): “In quel tempo non c’era alcun re in Israele; ognuno faceva ciò che sembrava giusto ai suoi occhi” (21:25). Lo stesso tema introduce un orribile racconto di depravazione nei capitoli 19 e 20 (19:1).

L’interpretazione di Myers di quest’affermazione è che “Poiché non c’era re in Israele non c’era restrizione sulle famiglie eccetto quella esercitata dall’autorità tribale e dalle usanze”[3].  Egli assume che il significato sia la mancanza di un monarca umano e dell’istituzione della monarchia. Il triste commento di Farrar è simile:

Questo dimostra che queste narrative furono scritte, o più probabilmente compilate, ai giorni della monarchia. …
Faceva ciò che sembrava giusto ai suoi occhi. — Questa nota è aggiunta per mostrare perché non ci fossero interferenze autoritative di principe o governante a prevenire procedimenti idolatrici o illegali. (De. 12:8: “Non farete come facciamo oggi qui, dove ognuno fa tutto ciò che è giusto ai propri occhi”.) [4]

Il fatto sorprendente della cecità di Farrar è che ha citato Deuteronomio 12:8, che è parte di una dichiarazione della regalità di Dio e la rivendicazione della sua legge sovrana. Il punto di Giudici è che Israele ha ripetutamente abbandonato Dio il Re, e abbandonato la sua legge, per andare a “prostituirsi ad altri dèi” “mancando di obbedire ai comandamenti del Signore” (Gc. 2:17). Dio era il legislatore d’Israele sia come Dio sovrano e re universale sia come re pattizio d’Israele. La monarchia umana non è la soluzione. Di fatto, gli oppressori pagani d’Israele avevano re umani, e Israele stesso ebbe, su parte del suo reame, un re umano: Abimelek (capitoli 9 e 10). La monarchia di Abimelek è presentata come un aspetto del diniego della regalità di Dio.

Un altro vivido contrasto viene tracciato tra il regno di Jabin, re di Canaan, che regnava ad Hazor, il cui capitano era Sisera (Gc. 4:2), e il regno di Dio. Il cantico di Debora ci offre una povera immagine d’Israele, sconfitto, codardo, e male armato. La battaglia fu vinta da Dio, il re d’Israele: “Dal cielo le stelle combatterono, dai loro percorsi combatterono contro Sisera.” (Gc. 5:20). Dio quale re universale usò gli elementi per sconfiggere e distruggere gli eserciti canaaniti. In quanto Re, egli poi comminò maledizione e benedizione nei termini della lealtà alla sua causa.

Maledite Meroz”, disse l’Angelo dell’Eterno, “maledite, maledite i suoi abitanti, perché non vennero in aiuto dell’Eterno, in aiuto dell’Eterno in mezzo ai suoi prodi!”. Benedetta sia fra le donne Jael moglie di Heber, il Keneo! Sia benedetta fra le donne che abitano nelle tende! (Gc. 5:23-24).

Qui abbiamo la maledizione e la benedizione della legge pronunciata dal datore della legge, il Re.

Dopo aver descritto l’esecuzione della pena capitale su Sisera da parte di Jael, Debora dichiarò: La madre di Sisera guardò dalla finestra e gridò attraverso l’inferriata:

“Perché il suo carro tarda tanto ad arrivare? Perché procedono così al rilento i suoi carri?”. Le più savie delle sue dame le risposero, ed ella ripetè tra sé le sue parole: “Essi hanno trovato bottino e stanno facendo le parti. Per ogni uomo una o due fanciulle; per Sisera un bottino di vesti variopinte, un bottino di vesti variopinte e ricamate, di vesti variopinte e ricamate d’ambo i lati per le spalle di quelli che portano via il bottino”. Così periscano tutti i tuoi nemici, o Eterno! Ma quelli che ti amano siano come il sole, quando si leva in tutta la sua forza!». Poi il paese ebbe riposo per quarant’anni (Gc. 5:28-31).

Il linguaggio di Debora è intenso e grafico. Le “fanciulle” che gli uomini di Sisera sognavano di possedere è letteralmente “utero”, “per ogni uomo un utero o due” [5].  Keil e Delitzsch, traducono la seconda parte del verso 21 come Diodati: “Ma quelli che ti amano siano come il sole, quando si leva in tutta la sua forza” e affermano che questa “è una sorprendente immagine d’esaltazione d’Israele verso un dispiegamento del suo destino sempre più glorioso” [6].  Anche di più: è un’immagine della benedizione di Dio il Re su quelli che lo amano, servono, e obbediscono.

In un salmo che celebra la legge di Dio (Sa. 19:7-14), è citato anche il governo di Dio sull’universo, e di nuovo abbiamo l’immagine del “sole; ed esso è come uno sposo che esce dalla sua camera di nozze, esulta come un prode che percorre la sua via” (Sa. 19:4, 5). È dopo aver descritto la legge e l’ordine visibili nei cieli, il firmamento, la terra, ed il sole, che Davide gioiosamente dichiara: “La legge dell’Eterno è perfetta, essa ristora
l’anima” (Sa. 19:7). La gloria di Dio è rivelata in tutto l’universo mediante il suo ordine di legge; quella stessa gloria è manifestata nell’uomo e nel suo mondo quando la legge è obbedita. Questa stessa immagine è in mente nel cantico di Debora. Fu perché la legge e il governo regale di Dio furono negati da Israele, e “ogni uomo faceva ciò che sembrava giusto ai suoi occhi”, che, anziché essere paragonabile al sole nella sua gloria tra le nazioni, Israele era invece fin troppo spesso in cattività a potenze straniere.

Tornando a torah, o direzione, un indicare, Gesù Cristo fece riferimento a se stesso come la torah quando dichiarò: “Io sono la via, la verità e la vita: nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Gv. 14:6). La parola greca per “via” è odos, un procedere, una direzione di comportamento; in Atti 13:10, Romani 11:33, e Apocalisse 15:3, secondo il Greek-English Lexicon of the New Testament di Joseph Henry Thayer, significa “i propositi e gli ordinamenti di Dio, il suo modo di trattare con l’uomo”. L’uso di “Io sono” echeggiò il nome divino (Es. 3:14); il riferimento alla “via” parlò della legge. Gesù Cristo, come Dio incarnato, era anche la dichiarazione della giustizia e della legge di Dio. Con questa frase Gesù Cristo dichiarò di essere inseparabile tanto dalla Divinità che dalla legge. Egli è la torah o direzione di Dio; con la sua dichiarazione Cristo rese sia se stesso che la legge più prontamente identificabili.

L’alternativa a Cristo e alla legge è quindi anarchia e anomia; significa una vita senza significato o direzione. Cristo è la dichiarazione della direzione o legge di Dio; la legge ci indirizza sulla via giusta. Il peccato, hamartia, è mancare il bersaglio; implica un movimento verso la giusta direzione, ma è un arrivare corti, un mancare il bersaglio. Anomia, peccato, è essere senza legge di Dio; significa muoversi nella direzione sbagliata e rifiutare direzione: è anarchia. “Se diciamo di non avere peccato (hamartia), inganniamo noi stessi e la verità non è in noi” (1 Gv. 1:8). Sono i senza Dio ad essere peccatori nel senso di essere anti-legge, ostili alla direzione di Dio. La parola usata è anomos, senza legge (At. 2:23; 2 Te. 2:8; 2 pi. 2:8). Però, tutti gli uomini che commettono peccati (hamartia) abitualmente e con noncuranza in realtà non sono cristiani e sono colpevoli di non volere legge (anomia). “Chiunque commette peccato (hamartia, ovvero tutti coloro i quali praticano il peccato come modo di vivere) trasgrediscono anche la legge (anomia, tali persone sono in realtà contro la legge, fuorilegge); perché il peccato (hamartia, l’abituale pratica del peccato) è la trasgressione della legge (anomia, è la pratica di vivere senza legge)” (1 Gv. 3:4).

Se siamo diretti nella direzione sbagliata la legge è un’accusa, una sentenza di morte. Se ci muoviamo sul sentiero indicato da Dio, la legge è un precettore che ci guida tutti i nostri giorni nella via della giustizia e della verità di Dio. Galati 3:24, 25 dichiara che “venuta la fede, non siamo più sotto precettore” (Ga. 3:25). Questo significa forse la fine della legge? Al contrario, ora noi impariamo, non dalla legge come un’accusa, ma da Cristo come la via, e da Dio nostro Padre, come camminare nella direzione indicata ovvero nella legge: “perché voi tutti siete figli di Dio per mezzo della fede in Cristo Gesù” (Ga. 3:26). Il contrasto non è tra legge e niente legge, ma tra la vita immatura della schiavitù sotto un precettore (e) la vita di figliolanza, con tutti i suoi privilegi e diritti” [7].  Lutero vide come aboliti tanto la legge che il peccato e dichiarò che: “nella misura in cui mi afferro a Cristo per fede, conseguentemente in quella misura la Legge è stata abrogata per me” [8]. Questo è antinomismo, e alieno a san Paolo. San Paolo attaccò le leggi fatte dall’uomo, e interpretazioni della legge fatte dall’uomo come metodo di giustificazione; la legge non può mai giustificare; ma per certo santifica, e non c’è santificazione mediante l’anomia (vivere senza legge).

Note:

1 S. R. Driver, “Law (in the Old Testament)”, in Hasting’s A Dictionary of the Bible, III, 64.
2 Oswald T. Allis, The Five Books of Moses; Philadelphia: Presbyterian and Reformed Publishing Company, 1943, p. 228 s.

3 Jacob M. Myers, “Judges” in Interpreter’s Bible, II, 801.

4 F. W. Farrar, “Judges” in Ellicott, II, 254.

5 Keil and Delitzsch, Joshua, Judges and Ruth; Grand Rapids: Eerdmans, 1950, p 234. 6 Ibid., p. 325.

7 Herman N. Ridderbos, The Epistle of Paul to the Churches of Galatia; Grand Rapids: Eerdmans, 1953, p. 146.

8 Jeroslav Pelikan, Walter A. Hansen, editori, Luther’s Works, vol 20, Lectures on Galatians, 1535; Sant Louis: Concordia, 1963, p. 350 s.


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