34. Colui che preserva la vita

Genesi 46-47

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Per l’Egitto, e specialmente per la casa d’Israele, Dio fece di Giuseppe il preservatore della vita. Il suo ruolo fu una rivelazione della benedizione del Cristo, il quale è il preservatore della vita del mondo intero — specialmente della vita del suo popolo. Il popolo di Dio è il punto focale mentre il consiglio di Dio è adempiuto nella storia del mondo.

Giuseppe fu anche il preservatore della vita della casa d’Israele, nell’ottenere che Giacobbe e la sua famiglia lasciassero Canaan dove correvano il pericolo di sprofondare nelle vie dei Canaaniti. Fece anche in modo che quando vennero in Egitto vivessero isolati. Sottolineò ai propri fratelli l’importanza di dire a Faraone che erano pastori perché per questo gli egiziani non avrebbero voluto frequentarli.

Lasciare Canaan fu un sacrificio per Giacobbe e la sua casa. Per un periodo avrebbero dovuto mollare la terra loro promessa in eredità. Continuarono ad aggrapparsi a quella terra in fede, infatti Giacobbe fece giurare a Giuseppe che lo avrebbe seppellito in Canaan come segno che i sui discendenti avrebbero un giorno posseduto quella terra.

Similmente, la signoria di Cristo è la nostra garanzia che noi possederemo i nuovi cieli e la nuova terra. Pertanto, per il credente non è scontato che la vita sia buona ovunque Dio sia presente col suo favore. Il credente anela alla sua patria, la sua casa spirituale, dove tutte le cose sono segni della misericordia di Dio.

La casa di Giacobbe visse dunque in Egitto per un periodo. Dovremo però fare attenzione a non tracciare paralleli tra quel soggiorno in Egitto e la presenza della chiesa nel mondo. Ai tempi di Giuseppe c’era una differenza tra due tipi di luoghi. Quelli che vivevano della grazia di Dio fecero di Goscen la loro dimora mentre i pagani vivevano nel resto dell’Egitto. Dio permise che i pagani seguissero le loro vie benché li abbia benedetti in molti modi nella sua bontà verso di loro.

Questa distinzione tra due tipi di luoghi non può essere trasferita al nostro tempo. E  neanche la relazione tra la chiesa e i non-credenti al nostro tempo può essere identificata con la relazione tra Israele e gli Egiziani, infatti oggi il Signore non si accontenta più di lasciare che i non-credenti seguano le loro vie. Ha invece aperto il suo patto a tutte le nazioni. Dovremo essere particolarmente cauti nel comparare i due tipi di luoghi dei tempi di Giuseppe a luoghi sacri e luoghi secolari, distinguendo tra la vita della fede e della chiesa da un lato e la vita dello stato e della società dall’altro.

Ciò che è rimasto è il contrasto tra una vita vissuta per fede e una vita di incredulità. Per un credente, tutto è grazia. Vede perfino il suo pane quotidiano come il frutto dell’eterna grazia di Dio in Cristo. Mangiando il suo pane pratica la sua comunione pattizia col suo Dio. Riceve anche quel pane dalla mano di Cristo, proprio come la casa d’Israele ricevette le proprie provviste in Goscen dalla mano di Giuseppe il quale apparteneva a quella casa. Nonostante il suo potere, Giuseppe fu uno straniero per l’Egitto.

Un non-credente non conosce il patto o il Capo del patto. Non conosce la grazia di Dio in Cristo. Riceve solamente i doni che provengono dalla bontà di Dio verso i non-credenti e che permette loro di godere fintanto che vivono  nel patto di questo mondo.

Nella sua grazia in Cristo, Dio santificherà anche tutte le sofferenze e ci mostrerà il suo favore anche in esse. Perciò, Genesi 46:4 è particolarmente degno di nota perché a a Giacobbe fu detto che quando sarebbe morto la mano di Giuseppe avrebbe chiuso i suoi occhi. Quando noi moriremo, il Cristo sarà presente — e con lui la grazia di Dio.

Tuttavia, sapere tutto questo non fa di questa terra attuale la nostra patria. In fede accettiamo il favore di Dio in tutte le cose, anche nell’avversità, ma non vediamo ancora tutte le cose con chiarezza. C’è ancora avversità e sofferenza. Siamo ancora coinvolti in conflitti e abbiamo ancora questo corpo di morte con cui fare i conti. Pertanto non abbiamo ancora trovato la nostra patria.

Secondo Ebrei 11 quella patria è “celeste” ma non dobbiamo commettere l’errore di identificarla col cielo. La nostra patria è la nuova terra sotto la luce del nuovo cielo. Quando verrà quel giorno tutte le cose saranno chiare e vedremo direttamente. Allora il favore di Dio sarà evidente in tutte le cose. Ci sarà armonia tra la comunione pattizia nel nostro cuore e ciò che i nostri occhi vedranno.

Pertanto non fu sufficiente per i figli di Giacobbe acclarare a Faraone che volevano rimanere estranei e ospiti in Egitto. Giacobbe stesso confessò a Faraone di essere uno straniero sulla terra perfino quando era in Canaan. Solo il pieno possesso della terra di Canaan da parte del popolo d’Israele sarebbe stata una profetica proclamazione del possesso della nuova terra da parte del popolo di Dio.

A motivo della peculiare relazione che esisteva allora tra Israele e gli altri popoli, sarebbe errato trarre conclusioni riguardo alla relazione tra la chiesa e lo stato partendo da quella tra la casa di Giacobbe e Faraone. Faraone è anzi da considerarsi come il governatore del mondo e l’Egitto come la casa di schiavitù. Di conseguenza, nella conversazione tra Giacobbe e faraone, il popolo di Dio incontrò il governatore del mondo.

Con invidia Faraone chiese a Giacobbe la sua età. (I patriarchi vivevano ancora molto a lungo sotto la speciale benedizione di Dio.) Giacobbe rispose in fede confessando di essere uno straniero sulla terra. Era uno straniero specialmente a Faraone il quale cercava la sua patria nel qui ed ora.

Non c’è parallelo neppure tra la relazione di Giuseppe con la casa di Giacobbe. Invece, questa dovrebbe essere vista nei termini della relazione di Cristo alla Chiesa.

Si può dubitare che tutte le misure che Giuseppe prese come governante in Egitto siano state giuste nel lungo periodo. Se partiamo dalla nozione che Faraone era un figlio degli dèi, tutto ciò che Giuseppe fece ha senso perché a quel punto Faraone sarebbe di diritto il proprietario di tutto, perfino della terra e della gente. Le politiche di Giuseppe portarono ad una perdita di libertà.

In Israele, la santa teocrazia, la terra e la gente appartenevano a Dio, il Re d’Israele. Egli poi suddivise la terra e i beni al popolo secondo il proprio beneplacito. Tutto il popolo di Dio ora gli appartiene perché Cristo li ha acquistati a Lui col proprio sangue.

          Concetto principale: Giuseppe è dato da Dio come preservatore
                                                  della vita.

          Via da Canaan. All’invito di Giuseppe e di Faraone, Giacobbe decise di andare in Egitto con la sua casa. Per un periodo, dunque, sarebbe vissuto fuori da Canaan. Ciò non gli fu facile. Non disse: Dovunque Dio è con me sono felice. Non m’importa dove vivo”. Stava aggrappato a Canaan che era stata promessa alla sua discendenza.

A Beer-Sheba, che era sul confine di Canaan, Dio apparve a Giacobbe. Questa fu la prima rivelazione di Dio a lui dal tempo dei sogni di Giuseppe. Ora che Giuseppe era stato ritrovato, ora che l’unità della casa di Giacobbe era stata restaurata, ora che lo spirito di Giacobbe era stato rinnovato, Dio parlò di nuovo. Disse a Giacobbe che era bene che stesse andando in Egitto. Dio sarebbe sceso in Egitto con lui e avrebbe un giorno permesso che la sua discendenza ritornasse. Dio avrebbe mostrato a Giacobbe il suo favore nella sua vita in Goscen. Perfino nella morte, lo speciale favore di Dio sarebbe stato con lui perché Giuseppe gli avrebbe chiuso gli occhi.

Giacobbe scese in Egitto con tutto ciò che gli apparteneva utilizzando i carri di Faraone. Le Scritture ci dicono che scese con 66 anime. Contando Giacobbe e Giuseppe e i suoi due figli, il numero delle persone nella casa di Giacobbe era esattamente  70 (non includendo le mogli dei suoi figli). Sono tutti menzionati in Genesi 46, ma ciò non significa che tutti 70 facessero già parte della casa di Giacobbe. Alcuni di quelli menzionati sarebbero nati in Egitto. Le Scritture menzionano tutti i capi di tribù e di case paterne, tutti quelli mediante i quali Giacobbe sarebbe diventato una grande nazione.

Giacobbe entrò in Egitto credendo che lì il favore di Dio sarebbe stato con lui e che un giorno sarebbe ritornato in Canaan. Nello stesso modo noi possiamo credere che il favore di Do sarà con noi in questa vita per amore di Cristo anche se non abbiamo trovato qui la nostra patria. Noi bramiamo la nuova terra che riceverà la piena benedizione dal cielo.

          Capo della casa di Giacobbe. Giacobbe mandò avanti Giuda per avere indicazioni circa il paese e la strada. Allora Giuseppe fece preparare il proprio carro e andò a Goshen a incontrare Israele suo padre. Quando si incontrarono si gettarono le braccia al collo e piansero per lungo tempo. Giacobbe aveva di nuovo il suo amato figlio, il figlio di Rachele.

Ma la casa di Giacobbe aveva ricevuto qualcosa di più in Giuseppe: i sogni di Giuseppe si erano avverati perché lui era diventato il capo della casa di Giacobbe. Giuseppe avrebbe sostentato la casa di suo padre in Egitto; fu per lui che Giacobbe e la sua casa erano stati condotti fuori da Canaan dove correvano il pericolo di mescolarsi coi Canaaniti. Fece anche in modo che Giacobbe e la sua casa non si mescolassero con gli Egiziani. Sottolineò ai suoi fratelli che che avrebbero dovuto dire a Faraone che erano pastori, infatti tutti i pastori erano disprezzati dagli Egiziani. Pertanto Faraone avrebbe dato loro un posto separato in cui vivere. Goscen sarebbe stato loro assegnato come il miglior pascolo del paese.

Il Signore restituì Giuseppe alla casa di Giacobbe come preservatore della vita. Nel suo ruolo Giuseppe fu simbolo o tipo di ciò che il Signore Gesù Cristo è per noi oggi. Dio ci ha dato Cristo come preservatore della vita. Egli farà in modo che non siamo soffocati nella vita dei non credenti, nei peccati del mondo.

          Israele e l’Egitto. Dopo che la casa di suo padre fu arrivata in Egitto e faraone fu informato, Giuseppe presentò cinque dei suoi fratelli a Faraone. Quand’essi gli dissero che erano pastori Faraone promise loro Goscen. Pertanto la casa di Giacobbe rimase separata dalla vita degli Egiziani.

Successivamente ci fu un incontro tra Giacobbe e Faraone. Giacobbe fu presentato a corte. In quanto portatore della promessa egli benedisse Faraone quando s’incontrarono. Durante il loro colloquio, Faraone chiese a Giacobbe la sua età, infatti Faraone deve aver notato quanto vecchio era divenuto il patriarca sotto la speciale benedizione di Dio e lo invidiò per questo. Giacobbe confessò di sentire che non sarebbe vissuto ancora a lungo. Inoltre, i suoi 130 anni erano meno di quelli della vita dei suoi padri. Proseguì dicendo che i suoi anni erano stati malvagi.

Confessò di essere stato uno straniero in Canaan. Sentiva un forte desiderio per il tempo in cui i suoi discendenti avrebbero ereditato Canaan. Ma anche quel possesso di Canaan sarebbe stato solo temporaneo; sarebbe stato una profezia dell’eterno possesso della nuova terra da parte del popolo di Dio.

Giacobbe anelava la nuova terra su tutto il resto ed espresse questo anelito a Faraone, il quale sperava di trovare la sua patria in questa vita e perciò invidiava Giacobbe per i molti anni che era già vissuto. È sicuramente un privilegio vivere per lungo tempo ma solo se consideriamo la nostra vita sulla terra come una profezia del nostro vivere per sempre sulla nuova terra di Dio.

          Preservare Israele ed Egitto. A motivo degli ordini dati da Faraone e da Giuseppe, la casa di Giacobbe visse nella terra di Goscen. Lì Giuseppe provvide ai bisogni dei suoi parenti, anche quando crebbero di numero. La casa di Giacobbe era l’interesse principale di Dio mentre governava il mondo. Pertanto fu anche l’interesse principale di Giuseppe.

Ad ogni modo, Giuseppe si prese anche cura del resto dell’Egitto. Gli anni successivi a quelli in cui gli Egiziani affamati avevano venduto il loro bestiame per comperare grano essi furono costretti a vendere tutte le loro terre. Di conseguenza, l’intera terra d’Egitto divenne proprietà di Faraone durante gli anni di carestia. Giuseppe radunò molte persone nelle città in modo da poter meglio provvedere loro. Tuttavia, diede al popolo anche delle sementi e decretò che un quinto del raccolto del paese sarebbe andato a Faraone. In questo modo tutto l’Egitto divenne asservito a Faraone in un senso speciale.

È discutibile se tanto potere possa essere affidato senza pericolo a un uomo peccatore come Faraone. Più tardi, il Re d’Israele (cioè Dio) fu in effetti il solo proprietario del popolo e del paese, ma diede il paese a tutto il popolo secondo il suo beneplacito. In quel senso, Dio è anche il nostro Re.

Come dev’essere stato grato Giuseppe che gli fosse stato concesso di preparare un posto in Egitto per la casa di suo padre dove avrebbe potuto provvedere per le famiglie di suo padre e dei suoi fratelli. La casa di Giacobbe, dopo tutto, era il suo interesse principale.

          Aggrappato a Canaan. Benché Giacobbe e la sua casa vivessero in Egitto, il cuore di Giacobbe era ancora in Canaan, la terra promessa. Quando sentì di essere vicino alla morte, chiamò Giuseppe e gli fece giurare che lo avrebbe seppellito in Canaan anziché in Egitto. La sua tomba in Canaan sarebbe stata un ulteriore legame tra i suoi discendenti e quella terra. Sarebbe servita come segno che un giorno i suoi discendenti avrebbero ereditato il paese.

Giuseppe giurò che avrebbe fatto come il padre aveva chiesto. Poiché Dio aveva fatto di lui il preservatore della casa di Giacobbe, Giuseppe avrebbe fatto in modo che la tomba di Giacobbe fosse in mezzo al suo popolo. Giacobbe credeva in quella futura benedizione per i suoi discendenti. Perciò adorò ai pedi del letto in fedele devozione. La sua porzione della terra promessa — attraverso i suoi discendenti— era al sicuro nella promessa di Dio. Il giuramento di Giuseppe gli aveva confermato questa convinzione. Quando crediamo, la nostra porzione tra i santi è similmente al sicuro.


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