29. Il Dio di Israele

Genesi 32-33

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Fin qui Dio fu disposto a benedire Giacobbe passando sopra ai suoi peccati. Ma quando Giacobbe ritornò in Canaan, Dio lo confrontò con quei peccati per purificarlo. A questo fine usò la paura che Giacobbe aveva di suo fratello Esaù.

Fin dal principio, la lotta di Giacobbe fu una ricerca della benedizione del Signore, della promessa del patto. Ciò fu chiaro perfino alla sua nascita quando afferrò il tallone di suo fratello. (La bibbia fa questo punto in Osea 12:4.) Tuttavia i modi e i mezzi usati da Giacobbe erano stati spesso quelli della carne, ragione per cui aveva bisogno di essere purificato.

Il grande momento di svolta nella sua vita avvenne a Peniel, dove Dio gli diede nome Israele. A quel punto divenne il lottatore che non combatteva più con gli uomini per la benedizione, ma con Dio — il lottatore armato di armi spirituali, con fede.

Certamente quella vittoria sulla carne non fu completa. La carne continuò ad intrudersi nella sua casa, che è la ragione per cui la Scrittura fa ancora spesso riferimento a lui come “Giacobbe” dopo che il suo nome era stato cambiato. Quando ritornò a Bethel il cambio di nome fu confermato.

L’incontro di lotta presso il torrente Jabbok fu idea di Dio. La Scrittura ci dice che un “uomo” combatté con Giacobbe, ma quell’ “uomo” altri non era che Dio.

Quando raccontiamo questa storia, dovremmo porre l’enfasi non su ciò che Giacobbe fece o sul suo regale portamento nei confronti di Dio ma su ciò che Dio fece. In quel combattimento Dio purificò Giacobbe e lo portò in Canaan una persona rinnovata. Che Giacobbe lo avesse riconosciuto si capisce dal nome che diede all’altare in Sichem: lo chiamò: “Il Dio di Israele è Dio”. Colui col quale aveva lottato, Colui che gli aveva permesso di prevalere, era il potente Dio che lo aveva portato in Canaan.

L’incontro di lotta presso lo Jabbok fu un evento reale e non un sogno. L’uomo che Giacobbe incontrò, il suo avversario, era Dio. Questo gli divenne rapidamente chiaro. La sua paura di Esaù era la sua paura del peccato con cui aveva imbrogliato Esaù. E la sua paura di quel peccato era in ultima analisi una paura di Dio che lo confrontò in quel peccato. Riconobbe Dio nell’Uomo che lottava con lui.

Da parte di Giacobbe, la lotta fu una questione di restare saldo pregando e supplicando (vedi Osea 12:4). Giacobbe si sottomise al Signore che era ostile e adirato, ma allo stesso tempo si aggrappò al Signore per il suo patto e la sua promessa. Nella potenza della promessa, potè prevalere contro il Signore nella sua ira, e lottare per ottenere la benedizione.

Il combattimento di Giacobbe fu solo una tenue ombra del combattimento di Cristo nel Getsemani e sulla croce. Quando Cristo si aggrappò a Dio nel suo completo abbandono — mentre Dio era completamente contro di lui — stava gettando le fondamenta per il patto. Però il combattimento del Cristo e tutti i combattimenti dei credenti che si sentono abbandonati ci ricordano dell’incontro di lotta di Giacobbe. A motivo di Cristo, ai credenti è assicurata la vittoria.

          Concetto principale: Il Signore si rivela come un lottatore.

          La paura di Giacobbe. Dopo la partenza di Labano, Giacobbe viaggiò verso Canaan. Lungo la strada incontrò Dio, il quale si era legato in modo particolare alla terra di Canaan. Col suo imbroglio Giacobbe aveva peccato contro Dio. Pensò a Esaù, ma questo lo portò immediatamente a pensare anche al Signore. Che cos’era per lui Esaù? Ma ancor più importante: che cos’era per lui il Signore?

Mentre rifletteva su queste cose durante il suo viaggio vide una moltitudine di angeli. I suoi occhi dovettero essere aperti perché li potesse vedere. Era come se venissero da Canaan per incontrarlo. Gli angeli erano messaggeri di Dio, ma lui non sapeva se fossero per lui o contro di lui. Il confronto non c’era ancora stato. L’armata di angeli e la sua armata erano ancora separate. Perciò chiamò quel luogo Mahanaim.

Poi mandò messaggeri a suo fratello  Esaù, il quale viveva nella regione montuosa di Seir nella terra di Edom a Sud di Canaan. Esaù il cacciatore e il combattente aveva trovato in quelle brulle montagne l’ambiente che gli si confaceva. Non aveva dimenticato Canaan ma era disposto a lasciarla a suo fratello Giacobbe. Molti uomini di valore stavano con Esaù il quale, a quanto pare, aveva acquisito potere e ricchezza.

Esaù non diede ai messaggeri di Giacobbe una risposta chiara ma si apprestò ad incontrare egli stesso Giacobbe, accompagnato da 400 uomini. A quanto pare Esaù non aveva ancora deciso in cuor suo come approcciare Giacobbe. La sua ira di una volta si era spenta ma sentiva di avere ora Giacobbe in suo potere e di poter fare di lui ciò che voleva. L’atteggiamento di Esaù sarebbe dipeso da ciò che Giacobbe avrebbe detto e fatto.

I messaggeri avevano detto a Giacobbe che Esaù stava arrivando con 400 uomini. Questo angosciò grandemente Giacobbe. Nella sua paura divise la sua famiglia, servi e animali in due schiere: se Esaù ne avesse attaccata una l’altra avrebbe avuto qualche possibilità di scampo.

Poi si rivolse al Signore e lo invocò come il Dio di suo padre Abrahamo e di suo padre Isacco: il Dio del patto, il Dio dal quale aveva ricevuto la promessa. Si appellò alla rassicurazione stessa di Dio che lo avrebbe fatto ritornare. Confessò il suo peccato davanti al Signore e dichiarò di non essere degno di tutta la benedizione che aveva ricevuto. Implorò Dio che lo liberasse ora dalla mano di Esaù perché Esaù avrebbe potuto ucciderlo assieme alla sua famiglia e ai suoi servi. Il Signore aveva promesso che la progenie di Giacobbe sarebbe stata troppo numerosa per poterla contare. Come si sarebbe dunque compiuta quella promessa?

Giacobbe pregò con fervore ma non trovò riposo. Sentiva ancora che il Signore era contro di lui e che il peccato che stava tra lui e Dio non era ancora stato rimosso. Rimase dov’era anziché andare incontro a suo fratello.

Tuttavia era ansioso di fare tutto quello che avrebbe potuto per ingraziarsi suo fratello. Perciò mandò avanti dei servi con del bestiame da presentare a suo fratello. Sperava che una serie di doni avrebbero messo Esaù di buon umore. I doni erano intesi a placare l’ira di suo fratello per l’imbroglio ricevuto. Mentre prendeva queste misure, comunque, il suo sguardo era rivolto al Signore.

          L’incontro di lotta. Quando venne notte Giacobbe era agitato. Alla fine si alzò e fece attraversare il guado di Jabbok a tutti quelli che erano rimasti con lui. Lui rimase indietro per restare solo con Dio.

Lì incontrò un Uomo che lottò con lui. In quell’Uomo riconobbe il Signore che lui temeva. Giacobbe aveva paura non solo di Esaù ma anche del Signore che si era volto contro di lui a causa del suo peccato. Nel lottare con l’Uomo, Giacobbe si stava aggrappando a Dio nella speranza di placarlo. Era possibile che Dio si volgesse di nuovo a lui con favore!

Durante l’incontro di lotta Giacobbe fu terribilmente impaurito. Tutti i suoi peccati e la sua natura di peccatore gli si pararono davanti. Tuttavia aveva un fondamento su cui basare la sua supplica, ovvero, che Dio fosse fedele alla promessa che aveva fatta.

Molto più terrificante fu la lotta del Signore Gesù Cristo contro il quale il Signore si era volto a causa dei nostri peccati. Cristo non aveva promessa cui appellarsi. Egli avrebbe prima dovuto provvedere il fondamento per il patto e la promessa mediante la sua opera di riconciliazione. Pur tuttavia l’incontro di lotta di Giacobbe additava avanti al combattimento di Cristo. Tutti i credenti hanno qualcosa da imparare da quel combattimento.

Quando stava giungendo l’alba, l’Uomo con cui Giacobbe stava lottando toccò la cavità dell’anca di Giacobbe la slogò. Giacobbe avrebbe mantenuto questo infortunio come ricordo del suo combattimento: per il resto della sua vita camminò zoppicando come promemoria permanente che non avrebbe dovuto mai più cercare il compimento della promessa nella sua propria forza e con i propri mezzi.

Quando l’Uomo gli chiese di lasciarlo andare Giacobbe sentì di avere vinto. La benedizione del Signore era sua; il Signore aveva permesso a Giacobbe di avere la meglio su di Lui. Perciò gli disse: “Non ti lascerò andare se prima non mi benedici”.

La benedizione prese la forma di un cambio di nome. Da quel momento in poi sarebbe stato chiamato Israele perché si era comportato come un re di fronte a Dio e agli uomini ed aveva vinto. Tutta la sua vita, anche in tempi precedenti quando il suo sguardo si era posato prevalentemente su persone, aveva lottato per quella promessa. Ora il suo combattimento era diventato un corpo a corpo con Dio perché Dio aveva scelto Giacobbe come suo avversario. In quella lotta Giacobbe aveva prevalso basando la sua supplica sulla promessa.

Quando Giacobbe chiese a quell’Uomo il suo nome, egli rifiutò di dirglielo. Dio non può mai pronunciare il suo nome tutto in una volta. La rivelazione di Dio ci giunge sempre come una sorpresa. Anche Giacobbe l’avrebbe scoperto.

Giacobbe chiamò quel luogo Peniel perché lì aveva visto la faccia di Dio ed era sopravvissuto. Da quella volta camminò zoppicando. A causa di questa conseguenza dell’incontro di Giacobbe con Dio i Giudei rifiutano di mangiare il tendine della coscia che passa per la cavità dell’anca. Con ciò onorano la lotta del loro padre Giacobbe.

          La riconciliazione con Esaù. Alla luce degli eventi della notte Giacobbe assunse un’attitudine interamente diversa riguardo all’incontro con suo fratello. Ora era certo del favore di Dio e poteva mettere a tacere i suoi timori.

Quando fu mattino presto vide arrivare Esaù. Mise le serve con i loro figli alla testa del corteo. Poi veniva Lea con i suoi figli, e per ultima Rachele con Giuseppe. Giacobbe stesso camminava davanti a tutti, e si inchinò profondamente quando incontrò suo fratello. In questo modo approcciò suo fratello, al quale in passato aveva teso così tante trappole, come il fratello minore. Allora Esaù, uomo di naturali sentimenti spontanei fu commosso. Andò verso Giacobbe e lo abbracciò. Anche questa fu opera del Signore, infatti il Signore guida il cuore degli uomini come rivi d’acqua. Era sua volontà che Giacobbe entrasse in Canaan in pace.

Dopo che Giacobbe ebbe introdotto la sua famiglia a Esaù e gli ebbe mostrato le sue benedizioni, Esaù accettò i doni che Giacobbe aveva mandato davanti a sé — ma non senza ripetute sollecitazioni. Preoccupato per i suoi piccoli bambini e per le mucche e le pecore che allattavano, declinò la scorta che Esaù gli offrì. Non volle con sé nemmeno un piccolo contingente degli uomini di Esaù. Giacobbe promise di andare a Seir successivamente ma prima avrebbe dovuto entrare in Canaan. Pertanto i fratelli si salutarono.

          Da Succoth a Sichem. Giacobbe avanzò verso una località in Transgiordania. A quanto pare il Giordano non poteva ancora essere attraversato. Perciò si costruì una casa temporanea e ripari per il bestiame. Chiamò quel luogo Succoth che significa capanne o baracche.

La Transgiordania, però, non era ancora Canaan. Il suo cuore sospirava per l’altro versante del fiume, dove viveva suo padre Isacco. Finalmente attraversò il Giordano con tutta la sua compagnia e si accampò vicino a Sichem. Era finalmente a Canaan di nuovo. La promessa che Dio gli aveva fatto a Bethel era stata compiuta.

Dai figli di Hamor che governavano Sichem, Giacobbe acquistò il pezzo di terra dove aveva eretto la sua tenda e lì eresse un altare per il Signore. Di sicuro questo non era ancora il completo compimento del giuramento che aveva fatto alla partenza di ritornare a Bethel e adorare lì il Signore. Tuttavia, nell’erigere questo altare stava riconoscendo il Signore, il quale lo aveva guidato, che aveva lottato con lui e che aveva avuto il privilegio di sconfiggere, e che adesso lo aveva fatto ritornare in Canaan. Perciò chiamò l’altare: “Il Dio di Israele è Dio”.

Anche noi dovremmo similmente riconoscere il Signore. Benché Egli debba essere contro di noi a causa dei nostri peccati, si lascia perfino vincere dalle nostre preghiere e ci da la sua completa benedizione.


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