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9: Collisione

I Samuele 8-12

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In sé non c’era nulla di peccaminoso nel desiderio degli israeliti per un re; il Signore stesso aveva promesso che avrebbe dato loro un re. Non peccarono neppure dichiarando che volevano un re “come le altre nazioni”, perché è esattamente quello che Mosè aveva promesso loro (Deuteronomio 17:14-20). Non c’era neppure nulla di intrinsecamente sbagliato nella tempistica della richiesta: in quel tempo nell’aria c’era l’aspettativa di un re. A quanto pare il Signore stesso aveva fatto sorgere in Israele il desiderio di un re. Samuele stava diventando molto vecchio e i suoi figli non stavano giudicando il popolo rettamente. In breve, gli israeliti avevano effettivamente una ragione legittima per esprimere il loro desiderio quando lo fecero.

Il peccato del popolo risiedeva nel loro concetto di re che volevano e nel loro motivo per volerlo. Un re che li avrebbe guidati in battaglia li avrebbe resi più indipendenti — e meno dipendenti dalla Parola del Signore di quanto fossero ora sotto la conduzione di un giudice-profeta. Un re sarebbe stato in grado di prendere le sue decisioni con maggiore autonomia.

Che questo fosse effettivamente il loro peccato è chiaro dalla loro comprensione dei “diritti del re che regnerà su di loro”. Samuele spiegò l’inevitabile deterioramento che sarebbe risultato dal tipo di governo monarchico che volevano vedere stabilito. La comprensione che il popolo aveva di questo tipo di governo era interamente diverso dai diritti e doveri del re che Samuele scrisse in un libro che “depose davanti all’Eterno” (I Samuele 10:25).

Sposando l’errata comprensione del potere monarchico, il popolo rigettò non solo il giudice-profeta ma anche il Signore. Ciononostante, il Signore diede loro un re, infatti nel suo consiglio il tempo che avessero un re era venuto. Un tale desiderio può essere da Dio in principio, malgrado sia corrotto dalle nostre idee. Perciò c’era conflitto tra le intenzioni di grazia di Dio e le idee del popolo. L’intenzione del Signore spesso collide coi nostri desideri, proprio come il dono del Cristo si scontra con le nostre aspettative.

Poiché questa faccenda del potere monarchico era stata sollevata nel modo sbagliato da parte del popolo, tanto il re che il popolo sarebbero stati messi alla prova. Immediatamente dopo che Saul fu unto, Samuele lo avvertì che sarebbe stato messo alla prova e testato (I Samuele 10:8). Sarebbe venuto un momento in cui l’esercito sarebbe stato radunato contro i filistei e si sarebbe raccolto a Ghilgal. Era cosa ovvia che la battaglia con questo nemico tradizionale sarebbe stata combattuta lì. Quando ciò fosse avvenuto, Saul avrebbe dovuto attendere Samuele: finanche sette giorni, se necessario. In questo modo il popolo sarebbe stato messo alla prova nella sua relazione col re. E il re avrebbe dovuto ascoltare Samuele, ovvero la Parola del Signore.

In quella prova, il Signore diede al popolo e al loro re ogni vantaggio. Saul era una figura imponente con un nobile carattere. Ed era un uomo pio, come vediamo dal fatto che non cominciò il combattimento prima che fosse offerto il sacrificio. Inoltre, lo Spirito santo era venuto su di lui e lo aveva trasformato in un uomo nuovo. Non si trattava di nuova nascita o rigenerazione, né era pentimento: il cambiamento in Saul fu che cominciò a identificarsi con la causa del popolo di Dio e con l’onore di quella causa. Ma Saul non vide mai la grandezza di Dio e la gloria della sua fedeltà nel suo patto.

Saul prese su di sé la difesa della causa del suo popolo. Ciò poteva significare solo che la causa del popolo sarebbe diventata la causa di Saul e l’onore del popolo l’onore di Saul. Più tardi questo portò alla sua caduta. Eppure, Saul, e in lui il popolo, ebbero tutto a loro favore quando venne il tempo della prova. Ma la carne non ce la fa quando viene la prova. La caduta di Saul dovrebbe essere per noi una lezione che ci dimostra che nessuna carne può vantarsi davanti a Dio.

Se vogliamo tracciare una linea da Saul a Cristo, dobbiamo indicare Saul come un anti-tipo del Cristo, come uno completamente diverso da lui. Nel regno della grazia, il Cristo è il vero re teocratico che governa secondo la Parola del Signore. Le speranze che Israele aveva posto su Saul non si realizzarono. Il fallimento di Saul era inteso preparare la via per prospettive appropriate di un re futuro, aspettative che trovarono il loro compimento in Davide, il re teocratico.

          Concetto principale: Il consiglio di grazia del Signore collide con le
                                                  aspettative del suo popolo.

          Dacci un re! Samuele fu giudice d’Israele per molti anni. Quando divenne vecchio, designò i suoi due figli come aiutanti nella parte meridionale del paese. I suoi figli, però, non camminavano nella via del padre: pervertivano la giustizia in cambio di doni. Gli anziani d’Israele sottoposero il problema a Samuele. Evidenziarono che lui stava diventando vecchio e i suoi due figli non seguivano le sue orme. Perciò gli chiesero di designare un re che gli succedesse al governo.

Gli israeliti non erano in errore nel desiderare un re. Era stato il Signore stesso a mettere quel desiderio nei loro cuori. Mosè aveva già promesso loro che un giorno avrebbero avuto un re (Deuteronomio 17:13-20). Quel re sarebbe stato una rivelazione del governo di grazia di Dio sul suo popolo — e pertanto un tipo del Cristo che è il Re del suo popolo. Infatti, il re promesso sarebbe stato un tipo del Cristo ancor più glorioso di Mosè e dei giudici. Per mezzo del re il popolo sarebbe stato allora legato più strettamente al Signore e alla sua Parola.

Ma il popolo non fece la propria richiesta con in mente queste considerazioni. Per mezzo di Samuele, il giudice-profeta, erano già fortemente legati alla Parola del Signore. Samuele non prendeva decisioni senza aver cercato la direzione della Parola del Signore. La gente pensava che questa fosse la ragione per cui le cose progredivano così lentamente per loro, che fosse la ragione per cui non riuscivano a scrollarsi di dosso il giogo dei filistei. Un re avrebbe preso decisioni in modo più autonomo. Pertanto il popolo non vide che la causa della loro debolezza risiedeva nel loro peccato. Per mezzo del re che avevano richiesto speravano di liberarsi maggiormente del Signore.

La loro richiesta a Samuele, dunque, fu malvagia agli occhi suoi. Ma poiché egli era il mediatore tra Dio e il popolo, trasmise la richiesta al Signore. Il Signore gli rispose che il popolo non aveva rigettato solo lui come giudice-profeta; aveva rigettato il Signore stesso. Ciò nonostante, Samuele avrebbe dato loro un re. Il consiglio di grazia del Signore non sarebbe stato bloccato. Ma prima Samuele doveva avvertire il popolo e dargli un’idea della tirannia che il re che avevano in mente poteva imporre loro.

Samuele fece come il Signore aveva comandato. Ammonì il popolo riguardo ai loro peccati e li avvertì del potere che un tale re poteva accentrare nelle proprie mani. “Allora in quel giorno griderete a motivo del re che avete scelto per voi”, annunciò loro,  “ma l’Eterno non vi risponderà”.

La gente non volle ascoltare Samuele. Pertanto il consiglio del Signore si scontrò col desiderio del popolo. Ciò che il Signore aveva inteso per il loro bene fu immediatamente trasformato in qualcosa di peccaminoso dal popolo. A questo riguardo noi siamo come gli israeliti: ciò che vogliamo dal Signore non sempre coincide con ciò che lui ha scelto di darci. Vogliamo perfino un re in qualche modo diverso da quello che il Signore ci ha dato, vale a dire il Signore Gesù Cristo.

          Unto da Samuele. Samuele aveva mandato di nuovo a casa gli uomini d’Israele. Ma il Signore non aveva dimenticato la sua promessa. In uno strano modo fece sapere a Samuele qual era l’uomo che avrebbe dovuto ungere come re su Israele.

A Ghibea, nel paese di Beniamino, viveva un uomo di nome Saul che era ancora abbastanza giovane, circa 40 anni. Un giorno Saul dovette andare in cerca delle asine di suo padre Kish. In quella spedizione, lui e il suo servo capitarono nelle vicinanze di Tsuf dove al momento si trovava anche Samuele. Samuele era lì per benedire il sacrificio offerto dalla città e tenere un pasto sacrificale con gli anziani.

Quando Saul e il suo servo seppero che Samuele si trovava lì, decisero di andare da lui per domandargli delle asine. Il giorno precedente, Dio aveva rivelato a Samuele che avrebbe presto incontrato l’uomo che Dio intendeva fare re su Israele. Samuele aveva perciò dato ordine che la parte migliore del pasto sacrificale fosse messa da parte. Quando Saul incontrò Samuele alla porta della città mentre Samuele stava uscendo per recarsi all’alto luogo della città per il pasto sacrificale, il Signore gli rivelò che questo era l’uomo che sarebbe diventato re. Samuele invitò Saul e il suo servo a partecipare al banchetto con lui. Gli promise anche di parlargli il mattino dopo delle cose che Saul aveva in mente. Avrebbe quindi dimostrato a Saul che lui, Samuele, era realmente un profeta del Signore. Informò Saul anche che le asine era state ritrovate. Fece infine un’enigmatica dichiarazione: “E a chi va tutto il desiderio d’Israele, se non a te e a tutta la casa di tuo padre?” (I Samuele 9:20).

Saul ne rimase attonito e chiese a Samuele cosa volesse dire. Dopo tutto, non veniva lui, Saul, dalla più piccola tribù in Israele? Ma non ricevette risposta. Qualche preparazione era necessaria per ciò che stava per accadere. A pranzo Samuele diede a Saul la parte migliore di carne che era stata messa da parte.

Quella sera Samuele parlò a lungo con Saul sul terrazzo. Voleva conoscere che tipo fosse Saul, e senza dubbio lo rese edotto della condizione spirituale e politica di Israele. A quanto pare, da questa conversazione Samuele si sentì già vicino a Saul. Saul era un uomo nobile e aveva percezione dei bisogni d’Israele. Inoltre, era disposto ad imparare.

Il mattino presto, Samuele chiamò Saul dal terrazzo ove aveva trascorso la notte. Quando furono fuori dalla città, Samuele disse a Saul di mandare avanti il suo servo. Quando furono soli, Samuele versò sul capo di Saul dell’olio che aveva in un vasetto ungendolo così re d’Israele. Quell’olio era un simbolo dello Spirito santo che avrebbe qualificato Saul per l’ufficio. In più, Samuele promise a Saul tre segni per provare che aveva realmente agito nel nome del Signore.

Da questi tre segni Saul avrebbe visto che il popolo lo onorava già come re senza sapere ciò che stavano facendo. Per esempio, gli avrebbero dato del pane che in origine era inteso come parte di un sacrificio. Il terzo segno era specialmente importante. Saul avrebbe ricevuto una porzione dello Spirito di un gruppo di profeti. Allora avrebbe profetizzato in mezzo a loro e sarebbe diventato un uomo diverso. Avrebbe visto chiaramente i bisogni del popolo del Signore e si sarebbe dedicato alla loro causa.

Poiché c’era qualcosa di basilarmente sbagliato col desiderio per un re degli israeliti, il loro re sarebbe stato messo alla prova. Avrebbe governato il popolo secondo la Parola del Signore solamente? O avrebbe governato secondo il proprio discernimento? Samuele avvertì Saul della prova: “Tu sei chiamato specialmente a liberare Israele dal giogo dei filistei. Quando gli eserciti si incontreranno, tu sarai a Ghilgal col tuo. Ma non potrai intraprendere nulla finché non sia arrivato io e ti abbia fatto conoscere la Parola del Signore. Devi aspettarmi per sette giorni, indipendentemente da quanto tesa possa essere la situazione”.

Come preparò bene Saul il Signore per questa prova! Egli era uomo nobile, aveva ricevuto i doni dello Spirito santo, aveva goduto del favore del profeta del Signore. Aveva tutto a sua favore. Rimaneva una sola questione: Saul si era arreso al Signore in fede con tutto il suo cuore? Avrebbe così potuto essere un conduttore del popolo sulla via della fede e un mezzo per rettificare le loro malintese aspettative nei confronti dell’ufficio di re?

Quando Saul tornò a casa, tutti i segni che Samuele aveva predetto si avverarono. Il terzo segno fece una grande impressione alla gente di Ghibea. Saul fu assorbito in un gruppo di profeti. Lo Spirito del Signore venne su di lui ed egli profetizzò. La gente rimase attonita per questo fatto. Alcuni di loro dissero che il dono di profezie non era ereditario e poteva essere dato a chiunque Dio avesse scelto. Rimase tuttavia un fatto notevole, e il detto: “È anche Saul tra i profeti?” Divenne un proverbio. Per mezzo di quel terzo segno fu dato alla gente di comprendere che il Signore era loro vicino nella  sua grazia. Dio avrebbe eseguito la propria intenzione, ma questa intenzione di grazia avrebbe dovuto vincere la peccaminosità nel desiderio del popolo per un re.

          Designato tirando a sorte. Ora Samuele radunò insieme a Mitspah i rappresentanti del popolo. Li ammonì di nuovo a motivo del loro peccato. Poi procedettero a gettare i dadi. Fu scelto Saul della casa di Kish. Ma Saul non si trovava. Per mezzo del sommo sacerdote, fu chiesto al Signore se Saul si sarebbe fatto vivo. La risposta fu che Saul era nascosto tra i bagagli. Fu subito condotto davanti al popolo. Lì stette in piedi, una figura imponente, in statura sopravanza chiunque di tutta la testa. Saul era una figura regale, ma anche un uomo timido. Poi tutta la gente gridò: “Viva il re!”

Samuele parlò al popolo riguardo ai diritti e i doveri del re e del popolo, l’uno verso l’altro e verso il Signore. Enunciò quei diritti e doveri secondo il patto di Dio, li scrisse in un libro, e tenne il libro nel santuario. Il re avrebbe dovuto essere un servo del Signore, un tipo del Cristo, un uomo che non pensava a se stesso ma alla causa del Signore, un governante che temeva il Signore e pertanto avrebbe guidato il popolo nella via del patto.

Re Saul aveva tutto a suo favore. Ma se voleva superare la prova e se il popolo doveva essere veramente benedetto per mezzo suo, avrebbe dovuto vivere per fede e appoggiarsi al Signore in tutte le cose. La sua fede non era ancora stata dimostrata. Una disposizione nobile non era sufficiente. Apparteneva a Cristo? Lo Spirito di Cristo dimorava in Saul e attraverso di lui anche nel popolo?

          Esaltazione. Dio avrebbe presto rivelato a Israele che buon dono fosse il nuovo re per il suo popolo. Al tempo in cui chiesero un re gli israeliti erano oppressi dai filistei a ponente e dagli ammoniti a levante. Sotto Jefte Israele aveva sconfitto definitivamente gli ammoniti ma ora questi nemici cercavano la rivincita. Continuarono a spingersi in avanti in Transgiordania al punto di minacciare Jebesh in Galaad. Nahash il capo degli ammoniti, era disposto a risparmiare la vita degli abitanti di Jabesh a condizione che permettessero agli ammoniti di cavare loro l’occhio destro e in questo modo portare il disonore su Israele.

La gente di Jabesh chiese sette giorni per mandare messaggeri in tutto Israele in modo che il popolo avesse un’opportunità di rispondere alla sfida. Se Israele fosse stato impotente o non avesse voluto fare alcunché, la gente di Jabesh si sarebbe arresa a Nahash.  È evidente che Nahash non aveva ancora saputo che che gli israeliti avevano scelto un re. In ogni caso non temeva Israele, perciò acconsentì.

Quando la gente di Ghibea ricevette il messaggio, pianse. In quel momento Saul stava tornando dal campo dietro ai buoi. Quando udì il rapporto, lo Spirito del Signore venne su di lui in modo potente. Tagliò a pezzi i buoi e mandò i pezzi attraverso il paese col messaggio che un simile destino sarebbe capitato ai buoi di chiunque non avesse seguito Saul e Samuele in battaglia. Sapeva anche che questa battaglia era volontà del Signore il quale non abbandona mai il suo popolo.

Tutto Israele uscì a combattere: 300.000 uomini più 30.000 dalle tribù meridionali.  Nahash fu ingannato dagli abitanti di Jabesh in modo che Saul, che aveva diviso il suo esercito in tre schiere, potè compiere un attacco di sorpresa. Gli ammoniti furono completamente sconfitti e dispersi; non ne rimasero due assieme.

Dopo la vittoria, gli israeliti volevano vendicarsi della gente che aveva disprezzato Saul. Ma Saul rigettò quel corso d’azione con le parole: “Nessuno sarà messo a morte in questo giorno, perché oggi l’Eterno ha operato una grande liberazione in Israele”. Aveva il popolo veramente accettato il re come un dono dal Signore o lo esaltava ora a motivo del suo successo? Riconobbe che questa vittoria era un dono dalla mano del Signore? In questa battaglia, ad ogni modo, Saul aveva guidato Israele nella giusta via.

          Rinnovamento del regno. Samuele vide che questa vittoria aveva creato un clima favorevole alla riforma. Magari ora avrebbe potuto distogliere il popolo dalle errate aspettative che aveva nei confronti del re e insegnare loro d’accettarlo per fede come un dono dalla mano del Signore. Radunò il popolo a Ghilgal per rinnovare il regno. Lì, solennemente, Samuele fece Saul il governatore del popolo e depose il proprio ufficio di giudice, benché abbia ritenuto quello di profeta. Dio avrebbe continuato a rivelarsi per mezzo di Samuele.

A Ghilgal la gente offrì sacrifici di pace  e Saul gioì con tutti gli uomini d’Israele. Per Israele sembrava aprirsi un nuovo futuro, un futuro nel timore del Signore.

Quando Samuele depose il suo ufficio di giudice, radunò tutto il popolo. Alla presenza di Dio e del suo unto re, al quale ora consegnava la leadership del popolo, il popolo doveva ora essere suo testimone che era sempre stato corretto nei suoi giudizi e li aveva guidati nella giustizia.

Poi Samuele fece una panoramica della storia d’Israele. Sottolineò che il popolo si era molte volte allontanato dal Signore e che lo avevano ora abbandonato ancora una volta nel loro desiderio di un re di loro scelta. Eppure il Signore aveva loro dato comunque un re. Se ora avessero camminato nel timore del Signore sarebbero stati benedetti. Ma se avessero abbandonato il Signore, la sua mano sarebbe stata contro di essi.

Quando Samuele pregò, il Signore mandò tuoni e pioggia. Questo era un fenomeno inusuale perché era il periodo della mietitura del grano, (la stagione secca). I tuoni e la pioggia erano segni dell’ira del Signore per il nuovo peccato commesso dal suo popolo. Ciò fece impaurire i presenti che confessarono il loro peccato. Chiesero l’intercessione di Samuele. Egli li confortò dicendo che c’è perdono presso il Signore. Samuele promise che non avrebbe smesso di pregare per il popolo. Il Signore, per amore del suo nome, non avrebbe abbandonato il suo popolo. Quello era, e sarebbe stato sempre, il fondamento della preghiera di Samuele.

Però, solo il tempo avrebbe rivelato come si sarebbe comportato Israele. Il peccato era sicuramente stato perdonato, ma il tempo della prova era ancora a venire. Il re avrebbe retto la prova? Solo se lo Spirito del Cristo era in lui sarebbe stato capace di farlo.

Solo il Cristo è stato capace di reggere la prova, la grande prova. Solo lui può darci la forza per non inciampare e cadere. Noi non dobbiamo aspettare di vedere come si comporterà il nostro re perché sappiamo che fu fedele in tutte le cose. Sotto la sua guida noi siamo sempre al sicuro.


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