INDICE:

51: Il bisogno di un vero Mediatore

II Re 20
II Cronache 32:24-33

“In quei giorni” deve essere inteso significare: al tempo dell’invasione assira. Alla luce della promessa registrata in II Re 20:6, la malattia di Ezechia dovrebbe essere collocata all’inizio di questa invasione. Allora possiamo meglio comprendere la sua accorata preghiera per la guarigione. Ezechia voleva salvare i suo popolo. Questo desiderio dimostrò che lo Spirito del Mediatore era in lui. Come risultato delle sue malattia e guarigione, la sua dipendenza dal Signore fu rafforzata in modo che potesse realmente servire come liberatore del suo popolo.

L’affermazione che l’ombra retrocesse di dieci gradini non significa necessariamente che il sole tornò indietro nel suo corso. Questo fenomeno potrebbe essere stato causato da una particolare rifrazione dei raggi del sole. Questo strano fenomeno causato da Dio sarebbe stato in ogni caso un segno per Ezechia.

Più difficile da comprendere è ciò che si legge in II Cronache 32:31; quando gli ambasciatori del governo di Babilonia erano in visita da Ezechia: “DIO lo abbandonò per metterlo alla prova e conoscere tutto ciò che era nel suo cuore”. La prima difficoltà risiede nel fatto che Dio lo abbandonò. Non lo abbandonò completamente, nel senso che il cuore di Ezechia non sarebbe più stato legato al Signore in fede. Il Signore ritirò il suo favore da Ezechia per quanto concerne la sia vita nella carne, nella misura in cui trattenne da Ezechia la presenza con cui lo proteggeva, respingeva gli attacchi fatti contro di lui, e gli forniva sostegno.

Questo episodio deve essere collocato in una prospettiva più ampia. Dobbiamo ricordare che Adamo fu chiamato a vivere per il favore di Dio. Egli ebbe ogni vantaggio e quel favore gli fu dimostrato in tutte le maniere. Per riconciliare e coprire ciò che Adamo sbagliò, il Cristo dovette aggrapparsi a questo favore mentre tutto gli si rivolgeva contro e Dio lo aveva abbandonato.

Qui, nel caso di Ezechia, la prova era già in atto. Per fede Ezechia agì da capo e mediatore. Ma Ezechia vacillò, malgrado il fatto che la sua fede fosse stata rafforzata in precedenza dalla sua guarigione e dalla sua liberazione dalle mani degli Assiri. Ogni carne cede alla tentazione. Da questo impariamo che solo il Cristo è capace di resistere in un tempo di severa prova. Il fallimento di Ezechia grida per la venuta del Cristo.

Le altre difficoltà devono essere risolte nello stesso modo. Dio mette alla prova Ezechia, ciò vale a dire che lo “tenta” di avere fede. Egli cerca in Ezechia fede e fermezza talché quando il popolo intero vacilli Egli lo liberi per amore di Ezechia e lo risollevi dall’abisso.

Lo stesso concetto sta dietro alle parole: “per conoscere tutto ciò che era nel suo cuore”. Per conoscere, in questo caso, è per vederlo. Se Ezechia avesse esibito prove di fedeltà Dio avrebbe ripreso Giuda in comunione.

Le azioni di Ezechia sembrarono così dense di speranza. Dio ora rende manifesto ciò che era nel cuore di Ezechia in modo da tenerne conto nella continuazione della storia. Quando Ezechia fallisce diventa chiaro che il vecchio patto, con la sua forma fatta di ombre e con i suoi mediatori anch’essi ombre, non è sufficiente alla salvezza. La fine del vecchio patto comincia a farsi vedere qui, al tempo del credente Ezechia proprio come l’impotente riforma sotto un Giosia che teme il Signore testifica enfaticamente che la fine è vicina. Cedendo, Ezechia grida per un altro Mediatore, quel Mediatore che diventa il nostro garante di un patto migliore.

Il peccato di Ezechia è l’auto-elevazione, ovvero un fondarsi nell’onore che aveva ricevuto nel mondo a motivo della sua liberazione dalle mani degli assiri. Dalla sua vita durante questo periodo (specialmente dalla sua politica) vediamo che non vive più solo per fede. Considera il proprio potere un fattore politico insieme ad altri simili fattori. Questa è la ragione per cui può contemplare l’idea di allearsi alla pari con Babilonia contro l’Assiria e riporre la sua fiducia in quell’alleanza.

Si legga il suo apprezzamento della vita come prende espressione nel suo cantico di lode che è registrato in Isaia 38:9-20. Ciò che troviamo qui non è solo l’apprezzamento della vita da parte di qualcuno con una prospettiva veterotestamentaria, qualcuno che ancora non ha una chiara visione della vita dopo la morte. Quelli che hanno la luce del Nuovo Testamento devono unirsi ad Ezechia nella sua affermazione della vita. Anche noi dobbiamo dire: “Il vivente, il vivente è quello che ti loda, come faccio io quest’oggi, il padre farà conoscere ai figli la tua fedeltà”.

          Concetto principale: Il fallimento di Ezechia come mediatore reclama
                                                  a viva voce il vero Mediatore.

          Una rivelazione di favore speciale. All’inizio dell’invasione assira, Ezechia si ammalò a morte a causa di un severo gonfiore (ulcera, neoplasia?). Il Signore mandò il profeta Isaia a dirgli che sarebbe morto. Perciò doveva mettere in ordine la sua casa.

Ezechia pensò del pericolo in cui si trovava il suo popolo. Lui aveva ristabilito il servizio del Signore in Giuda e sperava che il Signore avrebbe usato lui per portare liberazione al suo popolo e riportarlo di nuovo a camminare nelle sue vie. Essere il liberatore del suo popolo era il sincero desiderio di Ezechia. Ma ora tutto veniva troncato. Che ne sarebbe stato del suo popolo? Il Signore non avrebbe tenuto conto del suo desiderio di servire?

Ezechia girò la faccia verso il muro per concentrarsi solo sul Signore. Nella sua preghiera rammentò al Signore di ciò che aveva fatto e di ciò che ancora sperava di fare. Non si trattava di vanto da parte di Ezechia: lo Spirito del Mediatore era in lui.

Il Signore ascoltò la preghiera di Ezechia. Isaia non era andato molto lontano dal palazzo che il Signore lo rimandò indietro a dire ad Ezechia che sarebbe guarito e che sarebbe salito al tempio in capo a due giorni. Il Signore avrebbe aggiunto quindici anni alla sua vita e avrebbe liberato Giuda dalle mani degli assiri. Il desiderio di Ezechia era stato concesso. Gli sarebbe stato permesso di essere lo strumento di Dio nel liberare il suo popolo.

Il Signore non si stava rimangiando la sua Parola arbitrariamente. Il Signore riconobbe la speciale vocazione di Ezechia e gli diede altri quindici anni per compierla. Da tutto ciò che sarebbe accaduto, Ezechia avrebbe visto che il Signore aveva riconosciuto la sua speciale vocazione, che non era solo qualcosa che era scaturito nel cuore di Ezechia ma che era venuta veramente dal Signore. In tutto questo, il suo incentivo deve essere stato l’opportunità di servire da liberatore del suo popolo, in dipendenza da Dio.

Ezechia aveva chiesto un segno per confermare la sua fede che sarebbe guarito. Il segno gli avrebbe anche assicurato che poteva considerare la sua guarigione una prova dello speciale favore di Dio e un riconoscimento della sua vocazione. Il Signore gli diede quel segno. Su sua richiesta, l’ombra si spostò indietro di dieci gradini. Questo fenomeno naturale convinse Ezechia ancor di più della cura speciale di Dio.

Ma la fede di Ezechia, che fu ulteriormente rafforzata da questo segno, non escludeva l’utilizzo di mezzi appropriati. Su ordine di Isaia, sull’ulcera nel corpo del re fu posto un impiastro di fichi. Allora Ezechia guarì.

Non ha senso argomentare che la sua guarigione sia stata dovuta ai mezzi impiegati. Questa guarigione era dal Signore — ma il Signore in questo caso scelse di operare attraverso un mezzo. Tuttavia, è degno di nota che in un momento in cui la fiducia nel Signore era così necessaria, il Signore abbia scelto di operare attraverso tale mezzo.

Dopo la sua guarigione Ezechia intonò un cantico al Signore nel quale parlò della sua tristezza alla prospettiva della morte e della sua felicità al permesso di continuare a vivere. Come si aggrappava stretto alla vita, Ezechia! Lo fece perché considerava la vita un dono di Dio e perché desiderava servire il Signore. Noi dobbiamo aggrapparci a questa vita nello stesso modo.

          Cedere in tempo di prova. Dopo la guarigione di Ezechia il Signore concesse la liberazione dagli assiri. Anche in questo frangente fu permesso ad Ezechia di compiere la sua chiamata come liberatore del popolo. Come aveva dimostrato di dipendere dal Signore tutto quel tempo! Sarebbe ora stato capace di conseguire per  Giuda una liberazione duratura?

Poiché Sennacherib era stato costretto a fermarsi davanti a Gerusalemme, Ezechia divenne altamente stimato tra le nazioni. Esse speravano che la buona fortuna di Giuda avrebbe segnato l’inizio della loro liberazione dal potere degli assiri. Ezechia ricevette da ogni dove onori e doni. In questo modo, la sua tesoreria, che era stata svuotata dall’accordo che aveva fatto con Sennacherib, fu riempita di nuovo. Ma gli onori ammucchiati su di lui ponevano pericoli ben definiti. Avrebbe Ezechia continuato appoggiandosi solo sul Signore?

Un giorno da Babilonia giunsero degli ambasciatori. Come molte altre nazioni, Babilonia gemeva sotto il giogo assiro. Questi emissari vennero a congratularsi con Ezechia per la sua guarigione e per sentir parlare del miracoloso segno dell’ombra sui gradini. Tuttavia questo proposito dichiarato era inteso coprire il vero obbiettivo della visita: volevano parlare con Ezechia di una alleanza contro l’Assiria.

Ezechia mostrò agli emissari tutti i tesori della sua casa e tutti i mezzi a sua disposizione. Sembrò così prendere in seria considerazione l’idea di una alleanza. Non stava più mettendo la sua fiducia in Dio solamente; si fidava del proprio potere, e ora voleva rafforzare quel potere con un accordo con Babilonia. Aveva dimenticato che il Signore aveva liberato Giuda con un miracolo? La fede nel Signore non avrebbe dovuto essere come un segno miracoloso in un tempo in cui una potenza mondiale stava emergendo e minacciava le nazioni sempre più?

La disponibilità di Ezechia a prendere in considerazione un’alleanza rese chiaro che per quanto fosse stato benedetto dal Signore e rafforzato nella fede, non avrebbe potuto essere il perfetto liberatore di Giuda. Inoltre, l’esistenza di Giuda stava giungendo alla fine. Il vecchio patto, nel quale il Signore aveva adottato come suo solo il popolo d’Israele e li aveva istruiti per mezzo di ombre e aveva loro dato mediatori che erano essi stessi ombre, stava giungendo alla fine. Il fallimento di Ezechia reclamava un miglior Mediatore, un mediatore che avrebbe ottenuto una salvezza eterna e portato il patto in una forma nuova.

Su ordine del Signore Isaia annunciò ad Ezechia che un giorno tutti quei tesori e il suo popolo insieme sarebbero stati portati via prigionieri a Babilonia, la nazione con cui aveva appena fatto alleanza. Quando Ezechia chiese addolorato se lui stesso sarebbe vissuto per veder accadere quella sventura, il Signore gli promise che il giudizio non sarebbe giunto durante l’arco della sua vita.

Ezechia si umiliò sotto quel giudizio. Credette che ci sarebbe stata ancora liberazione per il suo popolo, nei tempi e nei modo decisi dal Signore. Un giorno, per mezzo del Mediatore che sarebbe venuto, il Signore avrebbe trionfato sui peccati commessi dal suo popolo, Ezechia incluso. In quella fede Ezechia riuscì a piegarsi sotto il giudizio. E siccome si umiliò il Signore promise che il giudizio non avrebbe colpito durante la sua vita. Sarebbe stato posposto. Questo rese felice Ezechia. Non era vissuto invano, dopo tutto.


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