INDICE:

APOCALISSE 1

L’ESODO MAGGIORE

 

Il concetto biblico della storia, com’è dichiarato da Apocalisse, fu dato come risposta specifica al grido agonizzante di una chiesa sofferente, fu dato, inoltre, mediante un uomo in sofferenza, l’Apostolo Giovanni, un prigioniero a Patos a conseguenza della persecuzione Romana dei Cristiani. Essendo vicini agli eventi della vita terrena di Cristo, i cristiani conoscevano la potenza stupefacente e miracolosa della sua prima venuta, il suo trionfo sulla morte, e le opere miracolose fatte nel suo nome per mezzo degli apostoli, e conoscevano altrettanto la certezza del suo ritorno in pieno trionfo e vittoria. Questa conoscenza accentuava la loro presente impotenza: perseguitati, oppressi, i miracoli terminati, “Per amor tuo siamo tutto il giorno messi a morte; siamo stati reputati come pecore da macello” (Sl. 44:22; Ro. 8:36). Le due grandi domande nella mente e nel cuore della chiesa erano: Perché queste cose? E, per quanto tempo Signore, per quanto ancora? Il grido da “sotto l’altare” (6:9) da parte di quelli che erano stati redenti dall’espiazione di Cristo era preciso: “Fino a quando aspetti, o Signore, che sei il Santo e il Verace, a fare giustizia del nostro sangue sopra coloro che abitano sulla terra?” (6:10).Apocalisse, il cui vero autore è identificato essere Cristo (1:1), è la risposta a questa domanda della chiesa di ogni epoca [1].

Apocalisse descrive il mondo come un mare turbolento, senza riposo, sempre in movimento, non il proprio padrone ma mosso dai venti dal cielo, un area senza fondamenta, sicurezza o stabilità. I santi sentono l’impatto del mondo e della sua febbre, sono sbattuti dalle sue tempeste, sentono la febbre della sua irrequietezza, della sua impotenza, della sua concupiscenza per il potere e la sicurezza, e la sua mutabilità di contorni indefiniti. Si sentono sospinti, abbandonati all’uragano di un mare selvaggio e senza riposo, e si interrogano riguardo al ruolo di Dio in tutto questo.

Il saluto (1:1-6) identifica Cristo e l’Apostolo Giovanni, dichiara alla chiesa angosciata l’eterno potere di Dio, l’energia potente e penetrante dello Spirito santo e della sua presenza dimorante, e la signoria redentrice di Gesù Cristo, il quale distruggerà i suoi nemici. Mentre si rivolge a sette chiese specifiche (1:4), sette, quale simbolo di completezza, indica che queste sette chiese rappresentano la chiesa di ogni epoca, proprio come i “sette Spiriti” significano lo Spirito santo nella totalità del suo essere e della sua attività. Gesù Cristo è “il testimone fedele, il primogenito dai morti e il Principe (o governatore) dei re della terra”(1:5), il profeta, il sommo sacerdote datore di vita, e il vero re della creazione. Egli ha fatto il suo popolo “un regno e sacerdoti a Dio suo padre” (1:6), un’ importante dichiarazione. Riguardo al Cristo, Salmo 89:29 dichiarò: “Renderò pure la sua progenie [del figlio di Davide, il Messia] eterna e il suo trono come i giorni dei cieli”. Questo era un trionfo che si sarebbe rivelato nella storia, e allo stesso modo il sacerdozio e la regalità dei credenti si riferiscono tanto alla storia quanto all’eternità. Negare il trionfo di Cristo nel tempo è un erodere la validità della resurrezione e delle sue implicazioni per la storia; è un ridurre il cristianesimo ad una setta trascendentale e di fare di una ritirata dalla vita l’essenza della fede.

Questo Cristo viene continuamente nelle nubi del giudizio sulla la storia (1:7). Identifica se stesso come Dio: “Io sono l’Alfa e l’Omega, il principio e la fine” dice il Signore “che era, che è e che ha da venire, l’Onnipotente”(1:8, cfr. 1:4; 4:8; 11:17). Secondo Plutarco, (Isis e Osiris, 9) l’iscrizione nel tempio di Isis o Minerva a Sais dice: “Io sono tutto ciò che sia mai venuto in esistenza, e ciò che è, e che sarà, e nessun uomo ha sollevato il mio velo”.

L’iscrizione pagana identifica Dio con l’universo, facendo di Lui non un sempre-esistente ma un sempre-in-divenire dal quale la personalità è esclusa: la descrizione cristiana è del Dio personale, eterno, auto-rivelante, che era, che è e che viene. Ci saremmo aspettati che dopo “è” e “era” ci sarebbe stato “sarà” ma non c’è “sarà” con un Dio eterno. Con lui tutto è, talché viene usata la parola “viene”, suggerendo la sua costante manifestazione nella storia, e la venuta finale in giudizio [2].

Martin Rist ha richiamato l’attenzione ad altri paralleli. Pausania, in Descrizione della Grecia (X. 12.5) menziona “un canto di colombe a Dodona: Zeus era, Zeus è, e Zeus sarà”. Il Bundahish Persiano (1:3) dichiarò: “Ormazd e la regione, la religione e il tempo di Ormazd furono, sono e saranno sempre” [3]. La dichiarazione che concerne Ormazd è in contrasto con quella che concerne Aharman, il quale: “È colui che non sarà” talché si riferisce alla continuità d’esistenza piuttosto che ad una autosufficienza assoluta e senza cambiamenti. “Entrambi gli spiriti sono limitati a se stessi” [4]. L’iscrizione di Isis e i suoi paralleli danno per assunto una continua (crescente) potenzialità in Dio, ecco perché l’altare al dio sconosciuto (Atti 17:23), vale a dire al dio non conoscibile, è l’altare più adeguato a tutte le fedi in un dio di continuità che è per sempre continuo con l’universo e perciò nascosto per sempre perché mai capace di una piena auto-consapevolezza. Il dio dell’iscrizione di Isis, come il dio di Karl Barth, è un dio con un futuro, a causa delle sue potenzialità inesplorate. Il Dio delle Scritture non ha futuro, ma solo un eterno presente perché, quale creatore totalmente onnipotente e totalmente auto-consapevole, ogni cosa è sotto il suo controllo sovrano e interamente inclusa nel suo decreto eterno. Perciò Egli vive in un eterno presente mentre la vita futura è il ruolo della creatura, e dei falsi dei. L’eterno “Ora” di Dio è basilare anche al suo decreto eterno: la totale auto-conoscenza e la totale sovranità portano inevitabilmente al decreto sovrano: “A Dio sono note da sempre tutte le opere sue” (Atti 15:18).

Degli dèi pagani, come dèi espressione del concetto di continuità, non ci si può fidare. Infatti, a parte la vera fede biblica, di nessun potere divino ci si potrà mai fidare, ma si possono solamente placare, o tacitatare, o ci si deve sottomettere ciecamente. Essendo pieni di potenzialità, tali dei non sono mai affidabili, e mancano spesso perfino di un carattere accertabile. Alcuni assumono il duplice ruolo del diavolo e di dio. L’amore o la fiducia in Dio non sono possibili se non nella predestinazione nel suo senso biblico. Nel paganesimo, la natura imprevedibile degli dèi si rifletteva anche nell’imprevedibile carattere degli uomini, nell’incapacità di vedere un che di assoluto come fondamentale alla divinità o alla sottostruttura della fede e della vita umana. I poemi epici e le storie dell’antichità sono perciò racconti che enfatizzano la situazione al di sopra del carattere, e se il carattere viene presentato lo è contro lo sfondo di un fato truce ed ironico, che è dimentico della natura dell’uomo, cosicché il carattere è visto come futile contro la situazione. Questo concetto di continuità, in Cina ha condotto al relativismo radicale e completamente umanistico del Confucianesimo, dietro il quale sta una dottrina metafisica, la continuità, la quale capovolge tutti i criteri nei termini del valore ultimo del cambiamento. Il Taoismo è la continuità logicamente sviluppata e formulata. Cristo, comunque, quale Dio Vero da Dio Vero, è l’Alfa e l’Omega, il dalla A alla Zeta di ogni verità e potere, onni- inclusivo nel suo totale controllo della storia. Se la storia è dunque nelle mani di Cristo, il suo scopo è la vittoria, non la resa del tempo a satana riservando l’eternità a Dio. L’affermazione perciò, di un prominente fondamentalista Americano nel 1953, il quale attaccava ogni tentativo di riforma sociale nel nome del pre-millennarismo: “Non si lucidano gli ottoni in una nave che sta affondando” è paganesimo matricolato e radicalmente in contrasto con le Scritture. Apocalisse comincia con una promessa di benedizione a tutti quelli che “ascoltano…leggono…serbano le cose che sono scritte nel libro” (1:3), e “questa profezia” non è una promessa di sconfitta ma una dichiarazione di sovranità, di signoria e di vittoria di Cristo nella storia.

In 1:9-20, Giovanni descrive la sua visione di Cristo in gloria, una visione profetica, che dipinge Cristo come Signore, che possiede “le chiavi della morte e dell’inferno” (1:18), con le chiavi che stanno a significare il controllo totale, e descrive Cristo nella sua gloria più splendente del sole e della luna e fonte di ogni luce e potenza (1:16). Egli compare in abiti di potere giudiziario e regale. La cintura non è sui lombi come fosse pronto all’azione e al lavoro (Luca 12:35), ma è portata come uno che riposa dal lavoro nel “riposo della sovranità” (Carpenter Commentario 1:13). Cristo viene visto come presente nel mondo nella chiesa, nel mezzo dei sette candelabri d’oro (1:12, 20), vivo e presente nella storia quanto nell’eternità. Cristo è nascosto ora dal mondo, ma ciò nonostante è presente non solo come Re della creazione sul suo trono, ma anche come vera chiesa ed il suo capo. Lo scopo di questa visione è quello di dare alla chiesa conforto e assicurazione di vittoria, non di confermare le loro paure o le minacce del nemico. Leggere Apocalisse in modo altro che quello del trionfo del regno di Dio nel tempo e nell’eternità è un negare la vera essenza del suo significato.

Un parallelo familiare tra Genesi e Apocalisse è istruttivo a questo punto per sottolineare il tono radicalmente storico del libro. È Apocalisse nel senso vero del termine: “rivelazione”, e il suo interesse è, come afferma il primo versetto, un interesse immediato e storico. Ai santi assediati non viene detto di un alt alla storia, né di un rapimento fuori da essa, ma della venuta del Cristo Sovrano e della sua Nuova Gerusalemme dentro la storia. Il parallelo dunque è istruttivo:

Genesi
Paradiso perduto
Creazione del cielo e della terra L’entrata della maledizione: il peccato, la tristezza, la sofferenza e la morte. L’albero della vita protetto.
Quattro fiumi bagnano il giardino
La comunione distrutta
Il lavoro maledetto
L’uomo in disarmonia con la natura

Apocalisse
Paradiso riguadagnato
Nuovi cieli e nuova terra
Non ci sono più la maledizione, il peccato La tristezza, il dolore, la morte.
L’albero della vita restituito
Un puro fiume d’acqua della vita
La comunione restituita
Il lavoro benedetto
L’uomo in pace con la natura

Questo parallelismo è, naturalmente, deliberato e profetico. Proprio come il Figlio di Dio venne e, con la sua incarnazione fece della storia luogo di vittoria, così, per la sua continua opera, la storia vedrà le ulteriori implicazioni della sua regalità. Cristo, in quanto il perfetto uomo, non pose fine alla storia adempiendo ogni giustizia, ma piuttosto la aprì agli “ultimi giorni”, la grande era del regno di Dio. La sua resurrezione non fu una resa al diavolo della storia e del mondo materiale, ma una dichiarazione della sua signoria sulla creazione e la promessa che, on quanto primo frutto tra quelli che dormono, c’è la sua vittoria all’interno della storia. Con la sua nascita verginale, la sua perfetta obbedienza alla legge, e la sua resurrezione, Egli divenne l’ultimo Adamo, l’origine della nuova umanità, e perciò l’adempimento del tempo e della storia, non il mezzo di fuga da essi Il pensiero Pre-millennarista e quello A-millennarista abbracciano implicitamente un latente dualismo.

Ancora, Apocalisse, col suo estensivo echeggiare l’Esodo, non solo nelle piaghe sull’Egitto, il Nome di Dio, la liberazione dall’Egitto ed il rovesciamento di nemici, nella cura miracolosa e possente nel deserto, ma anche in molti dettagli di passaggio, invita ad un paragone con l’Esodo. Secondo Luca 9:31, Mosè ed Elia sul monte della trasfigurazione parlarono a Gesù “del suo decesso che doveva compiere a Gerusalemme”, la parola decesso o dipartita traduce exodous dal testo greco. La morte di Gesù era così il vero esodo del popolo di Dio dalla schiavitù alla libertà, dal peccato e la morte alla giustizia e alla vita in Lui. Ebrei 9:15-23 rende chiaro che “la morte del testatore”, Gesù Cristo rese legge il testamento ed aprì l’eredità promessa e mostrata in ombre nell’Antico Patto per il popolo del Nuovo. Perciò le benedizioni materiali e spirituali promesse nell’Antico Patto cominciarono ad entrare in piena applicazione per mezzo della morte di Gesù Cristo.

Esodo 3:14 è echeggiato in Apocalisse 1:4 e 8. Il nome di Dio, IO SONO COLUI CHE SONO, è basilare alla dichiarazione: “Io sono l’Alfa e L’Omega dice il Signore che è, che era e che viene, l’Onnipotente”. Di nuovo, Apocalisse 1:6 echeggia Esodo 19:6, la promessa di Dio che il suo popolo sarebbe stato “un regno di sacerdoti, e una nazione santa”, viene ora adempiuto nella vera chiesa e ancor più largamente nel regno di Dio. Questo ricordare l’adempimento è una promessa di cose ancor maggiori a venire in breve. Il Sabato, comandato in Esodo quale giorno di commemorazione della redenzione dall’Egitto e dunque quale giorno di adorazione, è ora adempiuto in Cristo, il vero Redentore, cosicché l’adorazione ora è nel giorno della resurrezione “il giorno del Signore” (Ap. 1:10-13,20). La sua apparizione è di fuoco consumante, ed Egli è, come in Egitto, foriero di piaghe sui nemici di Dio e del suo popolo. I candelabri d’oro si vedono per la prima volta in Esodo 25:37, e si fa allusione alle piaghe in Apocalisse1:7.

C’è un ulteriore echeggiare sia di Esodo che di Matteo nelle beatitudini di Apocalisse. La legge fu data per la prima volta in Esodo, Gesù Cristo, in qualità del vero datore della legge, deliberatamente pronunciò l’adempimento di quella legge in se stesso nel Sermone sul Monte, essendo la legge ora, per coloro che sono in Lui, non una maledizione, ma la promessa e fondamento di vita, una trasformazione che comincia con le beatitudini (Mt. 5:1-12). Per dichiarare enfaticamente questa promessa di vita e le condizioni del suo adempimento, sette (il numero della pienezza) beatitudini vengono pronunciate sui fedeli, mentre la maledizione della legge (De. 28:15-68) viene scatenata contro gli empi quando le sette coppe d’ira vengono riversate sulla terra (Ap. 16:1). Le sette beatitudini di Apocalisse sono:

1: 3 Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e serbano le cose che vi sono scritte, perché il tempo è vicino.

14:13 Poi udii dal cielo una voce che mi diceva: “Scrivi: Beati i morti che d’ora in avanti muoiono nel Signore; sì, dice lo Spirito, affinché si riposino dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono”.

16:15 “Ecco, io vengo come un ladro; beato chi veglia e custodisce le sue vesti per non andare nudo e non lasciar così vedere la sua vergogna”.

19:9 Quindi mi disse: “Scrivi: Beati coloro che sono invitati alla cena delle nozze dell’Agnello”. Mi disse ancora: “Queste sono le veraci parole di Dio”.

20:6 Beato e santo è colui che ha parte alla prima risurrezione. Su di loro non ha potestà la seconda morte, ma essi saranno sacerdoti di Dio e di Cristo e regneranno con lui mille anni.

22:7 Ecco, io vengo presto; beato chi custodisce le parole della profezia di questo libro.

22:14 Beati coloro che adempiono i suoi comandamenti per avere diritto all’albero della vita, e per entrare per le porte nella città.

Queste beatitudini dichiarano che tutte le promesse della legge e le beatitudini e le maledizioni della legge, sono comprese nel loro senso più pieno nei termini degli scopi di Cristo nella storia e attraverso la storia. A questo scopo Apocalisse dà certezza ai santi che:

  1. Dio vede le loro lacrime, 7:17; 21:4.
  2. Le loro preghiere sono ascoltate e usate per governare il mondo,

    8:3-4.

  3. La loro morte o sofferenza conduce alla gloria, 14:13; 20:4.
  4. La loro vittoria finale è sicura, 15:2.
  5. Il loro sangue sarà vendicato, 6:9.
  6. Il loro Cristo vive e regna per sempre ed è vittorioso nel tempo e

    nell’eternità, 5:7-8; 21; 22.

Come vedremo, viene inoltre dichiarato in molti versetti che:

  1. Il tempo è vicino.
  2. Gesù Cristo è il dominatore dei re della terra.
  3. Egli è l’Alfa e l’Omega.
  4. Egli tiene la chiesa e i credenti nelle sue mani.
  5. Dio, il Dio Trino è sovrano.
  6. Cristo è l’eterno Dio il Figlio.
  7. L’essenza della chiesa è la sua fede in Cristo; essa è il vero Israele di

    Dio, include i santi delle epoche del vecchio e del Nuovo

    Testamento.

  8. Il mondo non è una scampagnata ma un campo di battaglia, uno

    comunque di certa vittoria.

  9. Nel mezzo di tutto il combattimento, la chiesa canterà “nuovi cantici” al Signore, “un termine del Vecchio Testamento per inni di ringraziamento resi espressamente per misericordie inaspettate” (Thomas Scott).

Tutto ciò è inevitabile, perché Gesù Cristo è, come asserisce Apocalisse 1

1. Il fedele testimone (o martire).
2. Il primogenito dai morti.
3. Il re di tutta la terra.

La terra è del Signore ed è il terreno della sua vittoria. La questione del combattimento del regno non sarà una fuga dalla storia quanto non lo furono l’incarnazione e l’espiazione. Dio il Figlio non è entrato nella storia per arrenderla. È venuto a redimere i suoi eletti, affermare i suoi diritti di Re, rendere manifeste le implicazioni della sua vittoria, e poi per ricreare tutte le cose nei termini del suo volere sovrano.

Gesù venne, inoltre, come maggiore e vero Mosè, e in un senso duplice, adempì quel ruolo. Primo, presentò se stesso deliberatamente come il vero datore della legge nel Sermone sul Monte (Matteo 5-7), parlando da una montagna, dichiarando la vera natura e la portata della legge, e affermando se stesso quale origine della legge: “Avete udito che fu detto agli antichi…ma io vi dico”. Secondo, Egli fu il vero e maggiore Mosè nella sua capacità come redentore, liberando il popolo di Dio dalla schiavitù del peccato e conducendolo nella terra promessa, l’adempiuto regno di Dio. In quanto tale, dunque, la sua espiazione segnò l’inizio dell’Esodo maggiore.

La proclamazione di quell’esodo, e la chiamata ad esso, furono fatte formalmente alle due miracolose moltiplicazioni dei pani. Come Giovanni ci ha chiaramente riportato, Gesù proclamò se stesso il Mosè che diede pane dal cielo che era di potere maggiore della manna. “Io sono il pane della vita. I vostri padri mangiarono la manna nel deserto e morirono. Questo è il pane che discende dal cielo affinché uno ne mangi e non muoia, Io sono il pane vivente che è disceso dal cielo; se uno mangia di questo pane vivrà in eterno; or il pane che darò è la mia carne, che darò per la vita del mondo” (Giovanni 6: 48:51). Il vecchio Israele, comunque, come Stefano dichiarò, era sempre “di collo duro e incirconciso di cuore e di orecchi” (Atti 7:51), cercando costantemente di ritornare all’Egitto, o fisicamente, come all’inizio, o spiritualmente (Ez. 20:23). La ribellione del deserto fu pienamente compiuta ai tempi di Cristo. I ribelli che dissero contro Mosè: “Scegliamo un capo e torniamo in Egitto!” (Nm. 14:4), ovviamente preferivano la schiavitù alla libertà. Essi perciò non avevano alcun amore per il datore della legge o per la sua legge, il cui preambolo dichiarava: “Io sono l’Eterno, il tuo DIO, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla casa di schiavitù” (Dt. 5:6). La casa di schiavitù era sicurezza per loro. La dichiarazione di Israele, nella persona del proprio sommo sacerdote: “Noi non abbiamo altro re che Cesare” (Giovanni 19:15) fu un’aperta ammissione dell’altro capo, qualsiasi altro capo eccetto il Messia di Dio, e un ritorno alla casa di schiavitù [5]. Il vero esodo venne in Cristo, e la ribellione essenziale fu contro di Lui. Cristo, nel ruolo di uomo rappresentativo (capo federale), ruppe i legami della schiavitù e della legge, e compì il vero esodo (Osea 11:1: Matteo 2:14-15), talché la vera chiamata fuori dall’Egitto, di cui Israele fu solamente tipo e ombra, venne con Gesù.

Egli appare, perciò, al centro dell’accampamento, il nuovo Israele di Dio, in mezzo ai candelabri ovvero della chiesa. La sua somiglianza è come di fuoco bruciante e consumante per i nemici, ma come colonna di fuoco protettiva per il popolo di Dio. Egli è il loro vero santuario e la loro forza.

Quando Egli comincia il grande esodo nelle promesse di Dio, anch’egli all’inizio ha a che fare con una moltitudine mescolata, con alieni nel campo, con uomini il cui cuore brama la schiavitù, e di qui il suo Manifesto, le lettere alle sette chiese, la sua chiamata alla vittoria. Al popolo di Dio era stata assicurata la terra promessa sotto Mosè, ma non senza combattimento. La chiamata perciò, è alla guerra aperta, con l’assicurazione del trionfo, e a colui che vince, una “corona della vita” (2:10). Coloro che si trovano in mezzo al combattimento non devono mai perdere di vista due fatti centrali riguardanti il loro statuto:

1) Tutte le promesse della legge e dei Profeti, tutte le promesse di vita come è creata da Dio, sono rese disponibili dall’espiazione. “La morte del Testatore” (Eb 9:15-23) rese disponibile l’eredità al popolo di Dio. La legge del patto, violata da Israele alla sua inaugurazione, poteva essere riportata in vigore solo dalla morte del testatore, Gesù Cristo, in quanto uomo rappresentante federale, il quale non solo pagò la pena per l’offesa del popolo del Patto, ma rese anche perfetta obbedienza alla legge. Proprio come quella morte era stata presentata nella tipologia del sacrificio, quale ombra della realtà, così tutte le promesse materiali e spirituali adempiute del Vecchio Testamento erano ombre e tipi delle promesse rese disponibili per i membri del Nuovo Patto. Vengono quindi emessi degli avvertimenti al popolo di Dio (Ap. 2-3) di non deviare dal patto e dalle sue promesse come fece l’Israele di una volta.

2) Questo pellegrinaggio verso la promessa è il maggiore e vero esodo del popolo di Dio, il quale viene così chiamato ad entrare e possedere la terra. Essi non devono indugiare, come fece il vecchio Israele, in timori ai confini e con ciò morire condannati nel deserto. La “corona della vita” attende quelli che vincono.

Note:

1 Riguardo alla frase: “che devono accadere rapidamente”, 1:1 Alford osservò: “Questa espressione non deve essere forzata a significare che gli eventi della profezia dell’Apocalisse dovessero avvenire a breve poiché abbiamo una chiave del suo significato in Luca 18:8(vecchia Diodati), dove nostro Signore dice:”E Iddio non vendicherà egli i suoi eletti, i quali giorno e notte gridano a lui; benché sia lento ad adirarsi per loro? Certo, io vi dico, che tosto li vendicherà”, dove è evidentemente implicato un lungo ritardo…siamo indirizzati allo stesso senso del testo come in Luca 18, sopra, e cioè, al rapidamente di Dio, benché egli sembri tardare”. Henry Alford, The New Testament for English Readers (Chicago, Moody Press), 1781.

2 W. Boyd Carpenter, Comm. su 1:8, in Ellicott, Commentary on the Whole Bible
3 Martin Rist, in Interpreter’s Bible, XII (New York: Abingdon, 1957), p.368f.
4 Vedi Palhavi Texts, translated by E.W. West, Part I, Vol. 5 of Sacred Books of the East. Part I edited by Max Muller; (Oxford: Clarendon Press, 1880), 4s.
5 K. Schilder, Christ on Trial, (Grand Rapids, EErdmans, 1950). pp. 221-236 tradotto da Henry Zylstra.


Altri Libri che potrebbero interessarti