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DANIELE 10

LA STORIA COME LITURGIA

 

La visione finale di Daniele è datata “nel terzo anno di Ciro re di Persia” e collocata presso il fiume Tigri (o Hiddekel) il ventiquattresimo giorno del primo mese, dopo tre settimane di digiuno con pane azzimo (10:1-4). Il digiuno di Daniele incluse la Pasqua e la Festa degli Azzimi, e il ricordo della grande liberazione dalla cattività dell’Egitto gli ricordò la cattività di Babilonia e la recente liberazione. Come il primo evento fu seguito da ingratitudine, sembrava così anche ora col secondo, come le notizie da Gerusalemme sembravano indicare. Daniele perciò, come Mosè prima di lui, fu in fervente preghiera per il suo popolo.

La visione ebbe lo scopo d’essere un avvertimento  simile a quello Mosaico del Deuteronomio 26-32, una dichiarazione della giustizia di Dio e del suo proposito.

Centrale in questa visione è la figura del grande sacerdote-re (10:4-8) una descrizione echeggiata in Ezechiele 1:26-28 e Apocalisse 1:13-15, le quali sono entrambe  d’aiuto ulteriore nell’identificazione di questa figura sacerdotale e regale con Dio il Figlio. In Apocalisse, dove la visione è stata registrata con maggiori dettagli, vediamo Dio il Figlio nel santuario, circondato dai candelabri, che dichiara il significato ed il corso della storia. Tutte e tre le visioni concordano su tre punti:

  1. Questa è una persona regale e divina.
  2. È un sacerdote.
  3. La sua liturgia, o opera pubblica, è la storia.

Il significato letterale di “liturgia” nell’originale Greco è lavoro pubblico ed il lavoro pubblico di Dio il Figlio è la storia. Essendo tutte le cose state create da Lui, ed avendo il decreto eterno predestinato tutte le cose al loro corso pre-ordinato e determinato, Dio il Figlio, con la sua personale apparizione ed incarnazione in quella storia che Egli controlla, afferma e dimostra la sua signoria con la sua opera pubblica, la sua liturgia. Il cuore di questa liturgia è sicuramente la morte espiatoria sulla croce e la  sua resurrezione, ma inseparabile da essa è la trama e l’ordito della storia, di cui ogni filo costituisce la sua opera pubblica e la manifestazione e proclamazione del suo ruolo sovrano quale sacerdote-re. Il sacerdote-re ora come profeta dichiara la natura della sua liturgia .

La degradazione della parola liturgia ad un rito ecclesiastico non deve oscurare il contesto teologico della parola. Per il credente, la propria liturgia è la propria vita quotidiana e il suo corpo è il suo strumento liturgico (Romani 12); per Cristo il Re, tutta la creazione, e la storia in particolare, è la sua liturgia e l’area della sua aperta dichiarazione di dominio. Perciò, la profezia, e specificamente la profezia predittiva, è un’ inimitabile concomitanza della dottrina biblica del sacerdozio di Gesù Cristo. Un sacerdote che sia creatore e Signore su tutte le cose, ed il cui ruolo liturgico implica il suo entrare nella storia, non solo reclamerà apertamente il controllo sopra ogni sfaccettatura ed ogni più piccolo dettaglio di quella storia, ma affermerà anche  il suo controllo progettando, mappando e dichiarando il percorso totale.

Una tale dichiarazione incontrerà l’opposizione di una creazione caduta e ribelle. Le cadute potenze spirituali della creazione sfideranno quel piano e quel controllo. La loro sfida, manifestata nel “principe” spirituale (non un re terreno) di Persia, è citata dal grande sacerdote-re (10:9-14). In questa lotta col principe di Persia, l’angelo Michele, “uno dei primi (principali) principi” e principe o spirito guardiano d’Israele, venne in suo aiuto. Mentre il sovrano ed assoluto controllo della storia ha origine nel Dio trino, la Trinità ontologica, pure, il ruolo liturgico o storico dell’uomo è reale tanto quanto il lavoro pubblico di Cristo. Così, mentre ogni passo dell’uomo è predestinato e gli stessi capelli del suo capo sono numerati, il suo ruolo è reale e non meno serio e storico della morte espiatoria  e resurrezione di Gesù Cristo. Quando la storia viene arresa al diavolo la liturgia viene ceduta alla chiesa. A motivo della totalità del piano di Dio (10:14; Atti 15:18; Ro. 9, ecc.) c’è una totalità di liturgia: ogni aspetto della storia è un lavoro pubblico del grande sacerdote-re e comprensibile solo nei termini di Lui, ed ogni granello di sabbia nella creazione, e la totalità di tutte le cose, può essere compreso solo in Lui e per mezzo di Lui dal quale tutte le cose furono create. Il vero principio di interpretazione si trova quindi solamente nel Dio sovrano.

Inoltre, Dio il Figlio parla profeticamente da sacerdote-re a Daniele secoli prima della sua incarnazione, come infatti fa nell’intero Vecchio Testamento e in tutta la  creazione. Il significato di questo fatto non deve essere eluso od oscurato, perché farlo significa togliere il fondamento a qualsiasi filosofia cristiana della storia che sia valida. Il ruolo profetico di Gesù Cristo e la sua opera pubblica, la sua liturgia, non dipendono dalla Sua incarnazione, come vorrebbe la neo-ortodossia, ma sono il fondamento e la condizione della Sua incarnazione. L’essere di Dio non può perciò esaurirsi nella sua relazione con la creazione, o, nei termini della neo-ortodossia, essere perpetuamente nascosto perché mai profeticamente manifestato ma sempre equivoco. L’antropocentricità della storiografia neo-ortodossa riduce Dio alla dimensione dell’uomo e di conseguenza arrende il tempo al caso e l’uomo ai demoni. Ma, molto tempo prima dell’incarnazione, Dio il Figlio, parlò profeticamente di quelle cose decretate dal consiglio della Trinità ontologica, ed il suo parlare fu antecedente la sua epifania e non condizionale ad essa. In questo modo il ruolo di Dio è creativo e determinativo, il ruolo dell’uomo è interpretativo e analogico. La realtà del ruolo dell’uomo è la realtà della creaturalità; quelli che vedono l’unico ruolo  possibile dell’uomo come autonomo e sovrano, si ribelleranno invariabilmente contro la predestinazione come “distruttiva” dell’uomo, e nei fatti lo è dell’uomo autonomo, di colui che vorrebbe essere come Dio. Ma per l’uomo, la creatura, ricreato da Cristo ad immagine di Dio, c’è un ruolo glorioso nella liturgia o lavoro pubblico nella storia come vice-re di Dio, chiamato ad esercitare il dominio nel suo nome su tutta la creazione. Secondo le “scritture [o scritti] della verità”, non c’è “nessuno” che prenda posizione col Signore nella sua guerra per mantenere e sviluppare i suoi propositi eccetto “Michele il vostro principe”, cioè Michele il guardiano (difensore 12:1) del popolo scelto da Dio, e con lui quelle persone scelte. Gli scelti di Dio oggi sono i veri credenti, il suo popolo è la vera chiesa, il cui totale combattimento è la sua gloriosa condivisione nella liturgia della storia di Cristo.

Secondo Apocalisse 12:7: “E vi fu guerra in cielo: Michele e i suoi angeli combatterono contro il dragone; anche il dragone e i suoi angeli combatterono”; solo la vera chiesa combatte effettivamente, solo la vera chiesa viene alle prese con le reali ed ultime questioni della storia, ed essa sola conosce il suo nemico, la sua forza ed il suo obbiettivo.


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