INDICE:

DANIELE 9

CONFUSIONE DELLE FACCE

 

Daniele 9 registra una preghiera e la risposta a quella preghiera. Daniele, “Nell’anno primo di Dario, figlio di Assuero, della stirpe dei Medi, che fu costituito re sul regno dei Caldei” (9:1), era in fervente preghiera a risultato dei suoi studi di Geremia, in particolare di Geremia 25:11 e del capitolo 29 (Cfr . vs.10 con Da. 9:2)), ed anche di Deuteronomio come i versetti 11-15 indicano chiaramente. I settant’anni di cattività predetti erano virtualmente terminati e pertanto la liberazione era vicina cosicché, nei termini della restaurazione promessa, Daniele avrebbe potuto gioire. Invece, egli confessa la sua paura ed il suo dolore per il suo popolo, riconoscendo (vv. 1-19) che “tutto Israele” entrambi i regni di Nord e Sud, meritavano la loro prigionia, ma, nonostante la cattività, non avevano imparato nulla. Mancando di vera fede, per la maggior parte di loro l’avversità non aveva prodotto guarigione o esperienza redentiva, non aveva operato alcun pentimento talché Daniele temette che il loro solo meritato destino sarebbe stato di punizione e di ulteriore cattività. Le indicazioni sono infatti, che il Fariseismo fu un prodotto della cattività stessa. Il peccato di Giuda fu in modo predominante il sincretismo, un persistente tentativo di unire fedi nella convinzione dell’esistenza di un cuore o nocciolo religioso comune in tutte le religioni. La forma più comune di sincretismo era ed è il moralismo e, prima della caduta di Gerusalemme una delle primitive e flagranti pratiche di sincretismo con i culti della fertilità avevano lasciato il posto al culto del tempio e al moralismo. Durante la cattività, il contrasto tra la moralità Ebraica e i costumi pagani era sprofondato in un isolazionismo ed un orgoglioso moralismo, quest’ultimo ovviamente un moralismo sincretista, ed il fariseismo ne fu il risultato. Il giudizio e la caduta di Gerusalemme era già unico nella storia (9:2) in quanto esempio della retribuzione di Dio ad un popolo privilegiato. Vedendo il loro ulteriore disprezzo per Dio, Daniele era timoroso del loro immediato futuro e, come uno del residuo fedele, pregò ferventemente per grazia (9:18). Quale vero credente e nemico del moralismo, Daniele sapeva che la sua giustizia non era in lui o da lui stesso ma interamente per grazia: “O Signore, a te appartiene la giustizia, ma a noi la confusione della faccia” (o delle facce) (9:7).

L’espressione “confusione delle facce” è significativa, è la confessione di un uomo di Dio, e il principio della sua potenza. Il moralismo non è caratterizzato da alcun simile riconoscimento, ma piuttosto da una sicurezza di facce, un sentirsi giusti in se stessi che suppone che la storia sia controllata dalla moralità e da opere di moralità. In questo modo, si presume che l’amore sia capace di rigenerare e di controllare uomini, nazioni e la storia. Libertà, fraternità ed uguaglianza, il moralismo della Rivoluzione Francese e dell’umanesimo, e delle politiche e rivolte che ne susseguirono, sono ancora una volta esempi della confidenza farisaica che la storia sia soggetta al dominio dell’uomo per mezzo delle opere di moralità Il Comunismo e la Democrazia sono ulteriori istanze di questo stesso moralismo nell’area politica, proprio come il Tomismo e l’Arminianesimo ne forniscono l’esempio nelle chiese. Virtualmente tutte le chiese oggi sono monumenti al moralismo, ma il monumento più grande è lo stato moderno. Fichte, dando lezione a Berlino nel 1804-1805, espresse la tesi del moralismo statale: “Uno Stato che cerchi costantemente di aumentare la sua forza interiore, è perciò forzato a desiderare la graduale abolizione di tutti i Privilegi, e lo stabilimento di Equi (Uguali) Diritti per tutti gli uomini, in ordine che lo Stato stesso possa entrare in possesso del suo vero Diritto: di applicare l’intera eccedenza di potere di tutti i suoi Cittadini senza eccezioni, per l’avanzamento dei propri scopi” [1].  Fichte credeva che solo così, l’obbiettivo grande e giusto (giustificato) dell’umanità potesse essere compiuto e il vero ordinamento dell’uomo potesse essere introdotto. Perciò, ogni potere sia dato allo Stato moralista.

Ma la giustizia appartiene a Dio, e a noi, confusione delle facce, poiché l’uomo è per natura peccatore, un trasgressore dell’alleanza e, come uomo redento, cammina solo per fede e per grazia di Dio. La storia non è nelle sue mani, né può vedere un solo passo avanti. A lui appartiene la confusione delle facce. La responsabilità è sua, ma la responsabilità non è il potere di eseguire i decreti eterni, ma piuttosto la responsabilità, il dovere di rendere conto a Colui il cui decreto sovrano sta a fondamento di tutta la creazione. Solo quando l’uomo sa di essere uomo, una creatura sotto Dio, può entrare in questo dominio come vice-re sotto Dio. Solo quando fonda le sue parole sulla parola di Dio, può parlare con verità e sicurezza.

Daniele, pregando nei termini di questa confidenza nelle certe misericordie di Dio (9:9), ricevette risposta da Dio per mezzo di Gabriele (9:21-27), che egli aveva visto precedentemente in una visione (8:16). La dichiarazione di Gabriele si riferisce alla preghiera di Daniele per Israele, la cui fine era già stata indicata, e il cui corso prima di quella fine viene incidentalmente trattato ora. Il riferimento primario è Messianico. Di conseguenza, come ha sottolineato Hengstenberg: “L’annuncio è essenzialmente di carattere incoraggiante. Questo è vero in un certo senso anche di quella porzione di esso che tratta della distruzione della città e del tempio…. I giudizi setaccianti di Dio sono una benedizione per la chiesa. … Daniele non aveva pregato per i duri di collo e per gli empi, ma per coloro i quali di tutto cuore si univano a lui nella confessione penitenziale dei loro peccati” [2].

Gabriele parlò di “settanta settimane” (9:24) o più accuratamente di “settanta sette” per Israele e Gerusalemme, un’espressione ancora una volta indicativa della pienezza di un tempo specifico. Lo scopo della rivelazione non è un calendario di eventi, ma di avvertimenti, come pure di speranza in termini del Messia. Prima della fine di quel periodo, sei cose saranno compiute, come ha evidenziato Young:

Negative

1. Metter fine alla trasgressione
2. Mettere fine al peccato
3. Coprire l’iniquità

Positive

1. Introdurre giustizia eterna
2. Sigillare visione e profeta
3. ungere un santissimo [3]

“Mettere fine alla trasgressione” o apostasia e ribellione, fu l’opera di Cristo, il quale: “Mise fine alla trasgressione con un’azione che Egli fece, esattamente la Sua morte espiatoria. Questo è il solo possibile significato delle parole” [4]. “Mettere fine al peccato” si riferisce nuovamente all’espiazione, togliere il peccato dalla vista. “Fare riconciliazione per l’iniquità” significa propiziazione per il sangue espiatorio del Messia, che è il soggetto della profezia. In questo modo, i “settanta sette” saranno quel periodo in cui Dio prepara la via e poi compie l’opera di espiazione. “Giustizia eterna” sarà introdotta dal Messia, la giustizia di Dio per la salvezza ed un regno senza fine. “Visione e profeta” saranno sigillati o terminati, la rivelazione Neo Testamentaria di Cristo riassumerà e concluderà le Scritture. L’unzione del Santissimo cioè del Messia Gesù, si riferisce alla piena assunzione del suo potere e posizione con la sua ascensione e la caduta di Gerusalemme a conferma della sua parola e profezia.

I “settanta sette” sono divisi in tre periodi (9:25-27). I primi due periodi sono chiaramente datati dal permesso di ricostruire Gerusalemme fino al “Messia il Principe”, e i primi ‘sette sette’ coprono il tempo dall’emissione del permesso al completamento dell’opera di Esdra e Nehemia, e il secondo, ‘sessantadue sette’ ha riferimento al lungo periodo intertestamentario dalla ricostruzione di Gerusalemme al Messia.

Il terzo ed ultimo periodo, un singolo sette, coprirà la vita e l’opera del Messia:

  1. Il Messia sarà messo a morte.
  2. il popolo di un principe (della quarta monarchia) entrerà in Israele a distruggere città e santuario, in una guerra che sarà come un “diluvio” e la sua fine sarà “desolazione”. Questo si riferisce alla guerra del 66-70 D.C. e a Tito Vespasiano.
  3. Il Messia confermerà o causerà il prevalere di “un patto con molti”, e quest’azione sarà la fine del tempio col suo “sacrificio ed oblazione” sia religiosamente sia giuridicamente, cosicché il tempio sarà anche consegnato alla profanazione e alla distruzione. “È il tempio stesso, che è qui menzionato come un’abominazione. Una volta che il vero sacrificio del Calvario fosse stato offerto, il tempio non sarebbe più stato il Tempio di Dio ma un luogo abominevole” [5].

Con questa distruzione, il giudizio è pronunciato non solo sul moralismo della storia istituzionalizzato nel culto del tempio, ma anche nella funzione legittima del tempio che cercò di perpetuarsi come unico veicolo di rivelazione. L’esclusività della rivelazione non può essere arrogata dagli strumenti storici con un’arroganza ed un orgoglio nei quali il vaso ascrive a se stesso il potere del vasaio. Dio, sempre geloso del suo onore, non permetterà alla storia di eternizzare [6] se stessa. La storia della chiesa, dello stato, delle università, dell’arte e della società è stata una concupiscenza per l’eternità che conduce alla radicale confusione delle facce della desolazione e del giudizio, mentre solo la confusione delle facce della creaturalità ed il pentimento conduce alla vita della “misericordia e perdono” (9:9) nei cui termini solamente, l’uomo può rimanere in piedi ed il tempo avere significato e diventare esso stesso terreno di gioia e di vittoria.

Note:

1 William Smith, traduttore, The Popular Works of Johann Gottlieb Fiche, vol II, Lezione XIV: “Sviluppo dello Stato nell’Europa Moderna”; London: Trubner, 1889, p.236.
2 E.W. Hengstenberg, Christology of the Old Testament, vol III, p.86; Grand Rapids, Kregel, 1956.
3 Young: Commentario, p. 197
4 Young: Commentario, ad loc.
5 Young: The Messianic Prophecy of Daniel, p.74
6 (la storia proviene dall’eternità e vi termina, non la produce ne la diventa, N.d.T.)


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