INDICE:

DANIELE 3

LA CONTINUAZIONE DI DIO

 

L’uomo può accettare conclusioni logiche senza trarre da esse logiche deduzioni, e Nebukadnetsar poteva accettare il salvataggio della storia per mezzo del decreto eterno di Dio senza trarne conclusioni bibliche. Per lui, il contesto del sogno ed il salvataggio della storia era il redivivo concetto babilonese di continuità. A questa trionfante anche se erronea conclusione, egli diede testimonianza erigendo nella pianura di Dura “Un’immagine d’oro, alta sessanta cubiti, e larga sei cubiti,” (Da. 3:1). Quest’immagine era indiscutibilmente un eco e un dare corpo al suo sogno, presentando non solo la gloria di Babilonia, ma anche la propria personale maestà, gloria e dominio  come grande testa d’oro. Secondo il sogno, come Nebukadnetsar lo intese, la Quinta Monarchia sarebbe stata preceduta da quattro grandi imperi dei quali egli ere la testa, ed al quale “Il Dio del cielo  ha dato il regno, la potenza, la forza e la gloria” (2:37). Che Dio desse ad un uomo la gloria, agli uomini dell’antichità che erano fuori dalla fede Ebraica, significava una cosa sola: la condivisione della sua divinità e del suo regno con l’uomo. Significava per loro la partecipazione nella vita e nel regno di Dio, e faceva di loro e del loro ordinamento una continuazione di Dio ed una sua manifesta incarnazione. Così, Nebukadnetsar poteva agire nella confidenza, basata nella sua interpretazione delle parole di Daniele nei termini delle semantiche della continuità, che Dio gli aveva dato certe cose:

    1. Benché il grande regno appartenesse al futuro, il presente regno di Nebukadnetsar ne era il precursore.
    2. Nei termini di ogni precursore, Nebukadnetsar aveva la preminenza ed era “la testa d’oro”.
    3. Dio aveva dato il mondo a Nebukadnetsar, il suo vice-reggente, e aveva fatto di lui la potenza e la presenza di Dio alla sua epoca.
    4. La storia era perciò nella mani di Nebukadnetsar e derivava il suo significato da lui.
    5. Come potere e volontà di Dio per la sua epoca, Nebukadnetsar non poteva essere resistito senza resistere a Dio.

Un duro, aspro elemento di verità sta sotto a queste presupposizioni, per quanto fallaci possano essere. Mentre la gloria che Dio dà all’uomo come uomo è gloria di creatura, Egli stesso mai condividendo la propria gloria con l’uomo, pure rimaneva il fatto che Dio aveva dato il mondo nelle mani di Nebukadnetsar. È egualmente certo che nel ventesimo secolo Dio abbia in svariati tempi dato potere e dominio a uomini quali Hitler, Mussolini, Chamberlain, Stalin, Daladier, de Gaulle, Roosevelt, Mao, Kennedy, Nasser, Nehru ed altri mentre lasciava i suoi santi senza aiuto ed apparentemente impotenti davanti a queste potenze da Lui ordinate. Non senza ragione, mentre contemplavano queste cose, i santi in Babilonia diedero voce alla loro sofferenza:

Là, presso i fiumi di Babilonia, sedevamo e piangevamo, ricordandoci di Sion; sui salici di quella terra avevamo appese le nostre cetre.

Là, quelli che ci avevano condotti in cattività ci chiedevano le parole di un canto, sì, quelli che ci opprimevano chiedevano canti di gioia, dicendo: «Cantateci un canto di Sion».

Come avremmo potuto cantare i canti dell’Eterno in un paese straniero?    (Sl. 137:1-4)

Questa è infelicemente la nostra vocazione costante ora, cantare canti del Signore in un paese straniero, in un mondo dato nelle mani ai figli di Babilonia.

Nel mezzo di tutto ciò arriva il comando: “È ordinato che, vi prostriate per adorare l’immagine d’oro che il re Nebukadnetsar ha fatto erigere” (3:5)

La pena per chi non adora era “una fornace di fuoco ardente” un modo di eseguire la pena capitale comune agli Assiri e ai Caldei e prevalente in Persia fino al 1662. In quell’anno ad Isfahan, durante una grande carestia, le fornaci furono tenute accese per un mese per intimorire qualsiasi mercante di cereali trovato colpevole di frodare i poveri o di violare il controllo governativo dei prezzi.

Probabilmente Daniele era assente in questa occasione, o troppo forte per poter attaccare il suo rifiuto di adeguarsi. Il potere di Daniele fu attaccato nelle persone dei suoi tre amici arrestati per l’accusa di “certi Caldei” (3:8) che erano risentiti di questa preminenza Giudaica negli affari di Babilonia.

Nebukadnetsar fu “adirato e furibondo” di questa insolenza, di questo rifiuto di accettare l’inevitabile testimonianza dall’ordine soprannaturale delle cose del loro stesso canale di rivelazione. Nondimeno, secondo il suo punto di vista, questo monarca fu equanime con questi tre ribelli, dando loro un’altra opportunità d’essere obbedienti e di ritornare alle loro case e alla loro posizione. Come potevano osare rifiutare, domandò, poiché “Qual è quel Dio che potrà liberarvi dalle mie mani?” (3:15). Qui c’è l’essenza della fede dell’Imperatore. Nei termini di questo concetto di continuità, Nebukadnetsar era in continuità con Dio e l’incarnazione della sua potenza e della sua gloria. Resistere lui significava resistere Dio, non nel senso Paolino, ma come la continuità nei cui soli termini l’uomo poteva prosperare, e separato dalla quale nessuna mediazione poteva propriamente esistere. Il ruolo sacerdotale del re Caldeo, come grande mediatore, era stato rinforzato dal sogno, e fino a che Nebukadnetsar avesse tenuto il potere egli sarebbe stato la mano, la testa, il potere e la mente di Dio per i suoi giorni. By-passarlo nell’adorazione significava disprezzare entrambi Dio e la gloria incarnata di Dio; altre e periferiche adorazioni di potenze minori erano permissibili solo quando l’immagine e la gloria di Nebukadnetsar fossero state per prima riconosciute. Il politeismo era perciò permesso come parte della politica di tolleranza religiosa, purché alla religione di stato fosse prima stato dato il dovuto, a tutti gli altri dèi appartenevano solo gli avanzi. L’umanesimo dell’uomo moderno, la sua professione di autonomia, e le religioni dello statalismo sono tutti egualmente tolleranti delle altre fedi e sono politeisti, a condizione che siano prima riconosciute le loro richieste, e al Dio Trino vengano elemosinati solo gli avanzi della devozione dell’uomo. Questi ordinamenti, centrati sull’uomo, avanzano verso di lui e stingendogli il collo, dichiarano in effetti: “Qual è il Dio che ti libererà dalle mie mani?” Già! Quale Dio infatti soccorrerà il suo popolo da questo mondo politeista, dal potere dello statalismo, dello scientismo, e dai credi antropocentrici? Il dio di Nebukadnetsar era una potenza ben presente, manifesta attraverso il processo naturale della storia e nell’ordinamento sociale, e per mezzo di esso. Mentre era un dio inevitabilmente in crescita e cambiamento, come è il dio dei teologi esistenzialisti, era comunque la potenza e gloria sempre presente e impossibile da resistere. Poteva essere trasceso ma non resistito. E perciò la sua adorazione era obbligatoria.

La risposta di questi tre ribelli contro il politeismo della continuità fu nitido “Il nostro Dio, che serviamo, è in grado di liberarci” Non importava che lo facesse, né avevano questa sicurezza riguardo al responso divino alla loro presa di posizione. Indipendentemente delle conseguenze  “Sappi o re, che non serviremo i tuoi dèi e non adoreremo l’immagine d’oro che tu hai fatto erigere” (3:17-18). Notate la sfida alla fede di Nebukadnetsar. Senza dubbio questi tre uomini avevano pregato per una liberazione, ma sentirono che era imperativo fare chiarezza sulla natura trascendentale e libera di Dio e sulla sua radicale discontinuità con la Sua creazione e con i suoi santi. Essi negarono la continuità di Dio sia con Nebukadnetsar sia con loro stessi: Dio non era obbligato a salvarli, ed era precisamente questo Dio libero che essi adoravano e nessun altro. Una fede così “futile” senz’altro sembrò una radicale perversità e un tradimento a Nebukadnetsar e fece di questi uomini, come fu anche per i Cristiani di Roma, anarchici della peggior specie, nemici di ogni legge e ordine. I Cristiani dell’Impero Romano pregavano per l’imperatore ed obbedientemente gli davano il dovuto; i filosofi e gli scrittori adoravano al santuario imperiale e poi cinicamente deridevano ciò che avevano adorato. Ciò nonostante erano i Cristiani ad essere perseguitati, poiché la loro religione della discontinuità era radicalmente sovversiva dell’intera filosofia dell’Impero. Così fu con gli amici di Daniele.

Come conseguenza di questa resistenza, i tre uomini furono gettati nella fornace, una fornace alimentata a tal calore che uccise gli uomini che gettarono i tre nel fuoco (3:22). I tre “caddero legati in mezzo alla fornace di fuoco ardente” (3:23). Immediatamente dopo furono visti camminare nel fuoco, incolumi e slegati, con presente un quarto uomo che, secondo Nebukadnetsar era “simile a un Figlio di Dio” (3:25). Quel monarca allora chiamò fuori i tre testimoni della fede, “servi del Dio Altissimo” (3:26), perché solamente quella superiorità di associazione, egli era certo, avrebbe potuto salvarli. Uscirono illesi, senza un capello bruciato, perfino senza l’odore di fumo su di essi (3:27).

Nebukadnetsar, reso più conscio della trascendenza di Dio, ma senza ancora perdere il suo orientamento Caldeo, immediatamente lodò Dio e riconobbe la sua esclusività riguardo all’adorazione (3:28). Più importante ancora, egli riconobbe un elemento di discontinuità: Dio, con un atto sovrano di revoca, aveva “cambiato l’ordine del re” (3:28) La storia non era dunque un singolo processo: Dio aveva un popolo la cui integrità ed il cui esclusivismo di culto non poteva essere sfidato senza pericolo. Perciò, un decreto reale proibì qualsiasi mala rappresentazione di Dio pena la morte e la totale dissoluzione della famiglia del colpevole, “perché non c’è nessun altro Dio che possa salvare a questo modo” (3:29). I tre uomini furono promossi e fatti prosperare “nella provincia di Babilonia” (3:30). La potenza di Dio, manifestata nei suoi santi fu in questo modo strettamente associata con la potenza di Dio come era creduta manifesta nel trono e nell’impero.

La decisione, dalla prospettiva del mondo, fu fatale per Nebukadnetsar, e il mondo preferisce  dubitare la storicità dell’intero incidente e perciò sfuggire alla sua sfida. Se vero, l’incidente rivela una larga crepa nel muro dell’uomo e delle sue difese. La storia non è nelle mani dell’uomo, e il governo, il peso del comando non è sulle spalle dell’uomo. Il decreto eterno divenne per Nebukadnetsar non una polizza d’assicurazione, ma un decreto di abdicazione, se solo lo avesse saputo. Con questo Dio non è possibile il compromesso, e i sogni dell’uomo sono messi da parte come ribellione e futilità: “Perché tumultuano le nazioni e i popoli immaginano cose vane?” tutti i loro consigliarsi contro il Signore e contro il suo Unto, tutte le loro speranze di sfuggire dalle corde e dai legami del suo decreto, sono derisi da Dio:  “Colui che siede nei cieli riderà, il Signore si farà beffe di loro.” Dio dichiara a suo figlio riguardo alle potenze mondiali:

Tu le spezzerai con una verga di ferro, le frantumerai come un vaso d’argilla. Perciò, Servite l’Eterno con timore e gioite con tremore.
Sottomettetevi al Figlio, perché non si adiri e non periate per via.
(dal Salmo 2)

La vera prospettiva, così, non era un vasto quadro della continuità del mondo come processo con Dio, con una discontinuità ed una immediatezza apparente in alcuni grandi santi, ma una totale discontinuità e un radicale ed esclusivo governo di tutta la creazione da parte di Dio il Creatore. Lungi dall’essere parte del processo dell’essere, Dio, l’Essere non creato è il creatore e il governatore dell’intero corso degli esseri creati e Egli stesso al di là di qualsiasi cambiamento, processo, crescita o deterioramento. Tale Dio non concede ricorso ma solo resa e adorazione oppure morte.

Ma il compromesso, ora come allora, è la vana speranza e la via percorsa dall’uomo. La chiesa, lo stato e la scuola affermano di essere un’incarnazione di Dio e del suo Unto, una continuazione dell’incarnazione ed un vero sacerdozio. L’uso di paramenti sacri nelle chiese, l’uso di vesti clericali da parte di giuristi e da cattedratici testimonia di questo concetto di sacerdozio e di mediazione in quanto saggezza, potenza e gloria, visibili, di Dio. Ma, secondo le Scritture, Gesù Cristo solamente è l’incarnazione di Dio, e Lui solo il Messia, e solamente in Lui, quali membri del suo corpo, i credenti hanno un sacerdozio, un sacerdozio tenuto in comune da tutti i credenti in virtù del loro statuto di membri in Cristo e non tenuto nei termini di qual che sia priorità d’ufficio e di santificazione. Nei termini di tutto ciò, una similare insistenza del concetto e dichiarazione di continuità in questa e in tutte le altre aree di auto-esaltazione dell’uomo devono essere resistite nel nome e nella potenza di Dio.  


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