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DANIELE 7

IL CORSO DEL DOMINIO

 

La seconda metà di Daniele è dedicata alla profezia predittiva estesa e specifica, e perciò, l’offensività del libro viene focalizzata ancor più acutamente. L’uomo, desiderando mantenere il controllo sulla storia in maniera assoluta, è radicalmente intollerante di un Dio che sia più che idea o l’ideale. Poiché i fatti della storia devono essere puramente il dominio dell’attività dell’uomo, la Trinità ontologica è un’offesa in virtù della sua creazione e governo della storia. Inoltre, l’attuale nella storia deve essere soggetto solo alla previa interpretazione dell’uomo autonomo, mentre il Dio della Scritture riserva a Se stesso non solo la creazione ma anche l’ultima e vera interpretazione della storia. L’uomo naturale perciò, non tollererà un Dio che governa la storia, ma avrà solo un dio governato dalla storia e dal processo e Lui stesso un loro prodotto. Ogni descrizione biblica di Dio è perciò un’offesa permanente, una presentazione di un Dio crudo alla quale bisogna ridare forma affinché sia conformata alla ristrettezza della mente dell’uomo e assoggettata alla sua radicale richiesta per la propria ultimità [1] ed autonomia. Di conseguenza, la profezia predittiva viene esclusa su un fondamento a priori; è giudicata essere religiosamente e storicamente offensiva, come sicuramente è per l’uomo che pretende d’essere autonomo, e viene soppiantata da un’immagine della storia che è nudi fatti, bruta fattualità, un caos dal quale l’uomo e il processo cosmico che trova il punto focale nell’uomo portano ordine, luce, significato. Ne risulta la conversione della storia in mito, mentre Daniele ci da un salvataggio della storia dalle interpretazioni dell’uomo il costruttore di miti.

En passant, bisogna notare quanto assurda sia la nozione di una data Maccabea per Daniele. Non solo il libro presuppone e richiede la conoscenza degli eventi di un contemporaneo e non solo rivela la sua datazione precedente a livello testuale, ma è inoltre un libro che è impossibile sia stato scritto da un Giudeo Maccabeo, anzi da qualsiasi Giudeo eccetto uno agli ordini di Dio. E perfino in questo caso Daniele fu profondamente addolorato dalla visione (7:15-28), che chiaramente dichiarò il sorpasso, l’accantonamento permanente di Israele come nazione. L’intenso nazionalismo dei Giudei era manifesto in Zorobabele, Esdra e Nehemia, e al tempo dei Maccabei questo nazionalismo era troppo inclusivo, intenso ed esclusivo per poter tollerare un libro che dichiarò che il Consiglio di Dio decise di by-passare Israele [2]. Fu brevemente usato nell’epoca Maccabea per un punto d’interesse e poi relegato allo sfondo.

La data di questa visione è “Nel primo anno di Belshatsar re di Babilonia” (7:1). Ritrae la storia come un grande mare squassato dai “quattro venti del cielo” (7:2), un’immagine ripetuta in Apocalisse 17:15 Poi mi disse: “Le acque che hai visto, dove siede la meretrice, sono popoli, moltitudini, nazioni e lingue.” La storia è dunque un mare scuro e turbolento, scuro a se stesso, e mosso dal di fuori mentre ha la vita e il suo movimento al suo interno, un’entità, ma in nessun modo un’entità autosufficiente ed auto determinativa. Mentre all’uomo il mare della storia appare scuro e nascosto nelle sue profondità, dal trono di Dio appare come un mare di vetro simile a cristallo (Ap. 4:6), non ci sono nella storia angoli bui per Dio che dal suo trono determina tutte le cose che accadono e vede la fine dal principio.

Dal profondo del mare salirono quattro grandi bestie, che tipizzavano i quattro imperi. Bestie da preda sono tradizionalmente state simboli dello stato, intendendo tipizzare il potere nazionale e la sua capacità di divorare e distruggere. Benjamin Franklin, dissentendo da questo desiderio di scegliere un animale da preda come simbolo per l’America, suggerì il tacchino selvatico, un uccello utile nonché rappresentativo dell’abbondante ricchezza naturale del continente, fa la sua mozione fu cassata.

L’identificazione dei quattro imperi è stata più o meno uniforme, e i dissensi sono stati basati sul tentativo di forzare un’interpretazione dentro al testo. “La prima era simile a un leone ed aveva ali di aquila. Io guardavo, finché le furono strappate le ali; poi fu sollevata da terra, fu fatta stare ritta sui due piedi come un uomo e le fu dato un cuore d’uomo” (7:4). Così l’impero babilonese viene dipinto come controllato, tenuto a freno nel corso del suo dominio imperiale, da una forza umanizzante esercitata dall’esterno, dalla stessa sorgente di tutti i governi della storia, Dio Stesso. Ciò fa riferimento all’umiliazione di Nebukadnetsar, dopo cui la forza espansiva Babilonese non si riprese più, nonostante gli sforzi di Nabonide in quella direzione.

“Ed ecco un’altra bestia, la seconda, simile ad un orso; si alzava su di un lato [o alzava un dominio] e aveva tre costole in bocca, fra i denti, e le fu detto: ‘Levati, mangia molta carne’” (7:5). Questo comando di distruggere proviene da Dio, che solleva l’impero come vendicatore e nei termini dei suoi scopi finali. Qui è descritto l’Impero Medo-Persiano, col maggior dominio dei Persiani, e una vasta conquista di Babilonia, Lidia ed Egitto (le “tre costole” secondo interpreti molto antichi e anche di contemporanei), furono date a questa enorme e dormiente potenza.

“Dopo questo, io guardavo, ed eccone un’altra simile a un leopardo, che aveva quattro ali di uccello sul suo dorso; la bestia aveva quattro teste e le fu dato il dominio” (7:6). Il rapido ergersi a potenza dell’impero Macedone di Alessandro Magno è appropriatamente dipinto nel leopardo o pantera alati. “Il simbolismo indica sia la rapidità con cui furono fatte le sue conquiste sia l’estensione del territorio che prese. Aveva quattro teste, e così viene evidenziata la natura mondiale o ecumenica del regno. Il dominio viene dato a questa bestia da Dio e così impariamo di questa bestia, come delle prime due, che anch’essa è nelle mani della provvidenza di Dio che tutto controlla” [3]. Le quattro teste non si riferiscono ai quattro successori di Alessandro, i suoi generali ma, “rappresentando i quattro angoli della terra simbolizzano l’ecumenicità del regno” [4]. Il sogno imperiale del regno dell’uomo, un paradiso mondiale senza Dio, è quindi il punto focale dell’espansione e della conquista, e rappresenta il desiderio dell’uomo di impadronirsi della gloria di Dio e di realizzarla nella storia. Per comprendere più chiaramente l’impulso di questi imperi, prendiamo nota del commento riassuntivo che ne fa F.W. Buckler:

Il monarca Orientale, il Grande Re, rappresenta personalmente Dio in terra. Il suo volto è il volto di Dio. Egli è l’ombra di Dio sulla terra, e quando è seduto sul suo trono, è riconosciuto come la soglia della munificenza di Dio. Tutto questo in virtù del suo possesso della divina Gloria del re, che non può “essere presa con la forza” ma è il dono di Dio, al quale deve essere ascritta altrimenti se ne dipartirà. In modo da rendere manifesta agli occhi dei non iniziati la Gloria, o la Grazia, la traduzione alternativa, il re porta una lunga barba, fa uso abbondante di cosmetici, indossa abiti magnifici e siede sotto una corona risplendente, sospesa per apparire come indossata, su un trono tempestato di pietre preziose. Egli è in questo modo la rivelazione della Gloria se possiede la Gloria o la Grazia…

Ma per quanto divino nella sua persona, in virtù della divina epifania inerente la sua regalità, egli è umano nelle sue limitazione in virtù del suo essere un figlio dell’uomo…. Infatti il re orientale rappresenta molto di più di un tiranno arbitrario. Egli sta per un sistema di governo di cui è l’incarnazione, incorporando nel suo corpo, per mezzo di certi atti simbolici, le persone di quelli che prendono parte al suo regno. Essi sono considerati come facenti parte del suo corpo, membra corporis regis, e nel loro distretto o sfera d’attività essi sono il re stesso, non i servi del re, ma “amici” o membra del re, proprio come l’occhio è l’uomo nella funzione della vista, e l’orecchio in quello dell’udito [5].

Le manifestazioni istituzionali di questa concezione di regalità erano, come ha evidenziato Buckler, quattro: 1) le vesti d’onore, 2) il giuramento simbolico d’alleanza, 3) comuni assemblee e pranzi comuni quali legami di lealtà e fonti di termini e simboli di lealtà e, 4) la terminologia della burocrazia e la natura della carica per mezzo delle quali gli ufficiali del re sono le sue membra organiche piuttosto che servi [6].

Questa evidenza rivela la somiglianza molto marcata del sogno imperiale col regno di Dio, così che Babele corre parallela a Gerusalemme punto dopo punto. Questo significato viene comunemente mancato: Babilonia viene assunta come immorale, e la vera Gerusalemme morale, la prima malvagia, la seconda giusta in termini moralistici. Ma il contrasto è radicalmente diverso: è tra auto-giustizia e giustizia, tra moralismo e rigenerazione come metodi conflittuali di salvezza, ovvero salute e restaurazione per l’uomo e la società. Il regno di Dio è l’obbiettivo, ma Babilonia s’impadronirebbe della Gloria di Dio e farebbe del regno un dominio e possedimento dell’uomo, mentre la vera Gerusalemme nell’apice della visione di Giovanni è vista “che scendeva dal cielo da presso Dio” (Ap.21:2), ed è tutta dalla grazia. Il pericolo di condannare gli imperi della visione di Daniele, e i presenti pretendenti del regno, sul terreno del moralismo, è la necessità di ripetere i loro errori, poiché il moralismo è proprio il terreno e lo spirito delle pretese dell’uomo al regno, alla potenza e alla gloria.

Questi regni imperiali appaiono e scompaiono, e un quarto sorge con un più duraturo impatto sulla storia:

Dopo questo, io guardavo nelle visioni notturne, ed ecco una quarta bestia spaventevole, terribile e straordinariamente forte, essa aveva grandi denti di ferro; divorava, stritolava e calpestava il resto con i piedi, era diversa da tutte le bestie precedenti e aveva dieci corna.
Stavo osservando le corna, quand’ecco in mezzo ad esse spuntò un altro piccolo corno, davanti al quale tre delle prime corna furono divelte; ed ecco in quel corno c’erano degli occhi simili a occhi di uomo e una bocca che proferiva grandi cose” (Da. 7:7-8).

Questa quarta bestia non ha controparte nel mondo della natura, cioè non ha carattere suo proprio. In Daniele 2:40-43 questo quarto impero è similmente ritratto, come una mistura tenuta insieme con la forza ma non avere innato il potere di legare. Il carattere messianico di questo quarto o Romano Impero non era meno prominente di quello dei suoi predecessori, come Christ and the Caesars di Stauffer rende chiaro. Il suo potere imperiale era più sincretista di quello dei suoi predecessori per il fatto che serviva meno potere innato come punto di amalgama. Il suo concetto di unità era meno organico e più giuridico, e da ciò, benché più debole, era un concetto più duraturo e più facilmente trasmissibile ad altre culture. La pax Romana o pace Romana era basata sulla legge Romana. Questa legge Romana fu ben riassunta nel suo spirito da Cicerone in De Legibus, nel quale egli echeggia il temperamento fondamentale della sua eredità, nell’affermazione: “La sicurezza del popolo sarà la legge più elevata”. È da questo principio che vennero in seguito le “dieci corna”, cioè la pienezza dell’impulso e del potere nazionale (essendo il corno un antico simbolo di potenza e dominio). L’obbiettivo del potere divenne la fondazione dell’unità sotto la legge, legge non in un senso astratto e remoto, ma legge in senso umanistico, nei termini di welfare umano e di diritti dell’uomo. Le rivoluzioni dell’uomo Occidentale, ed ora sempre di più, le rivoluzioni e le aspirazioni di Asia, Africa e del mondo intero, sono nei termini di questo concetto antropocentrico: “la sicurezza del popolo sarà la legge più elevata”. I diritti dell’uomo, il benessere umano, libertà, fraternità ed uguaglianza, tutte queste cose e di più sono il prodotto di questo principio ultimo del moralismo: salvezza ed il regno dell’uomo per mezzo della legge. Su Roma e su i suoi eredi in tutto il mondo, “le dieci corna”, è caduto il mantello degli Scribi e dei Farisei! “Dieci” come numero della pienezza indica la totalità della devozione statista dell’uomo a questo sogno. (I numeri sette e dieci, come numeri terminali nei loro rispettivi sistemi numerici, e il numero quattro, rappresentativo delle quattro direzioni, sono usati ripetutamente per tipizzare totalità e pienezza). Un altro corno o potenza si leva, sradicando tutte le altre in ogni direzione (le tre corna, o punti della bussola), esercitando il dominio con dichiarazioni e pretese molto audaci “una bocca che proferiva grandi cose”. Proprio come gli altri rappresentano imperi e domini, anche quest’ultimo rappresenta un potere simile, affermando un unico dominio mondiale sotto la sovrana unità della legge. Non è una persona più di quanto non lo siano i suoi predecessori e, come essi, è l’epitome della pretesa moralistica di salvezza per mezzo della legge. Poiché questa è profezia politica, il riferimento perciò non è all’area ecclesiastica alla quale appartiene l’Anticristo, e perciò non è l’Anticristo.

Il concetto di salvezza per mezzo della legge trovò una particolare espressione nel concetto e nella fondazione delle Nazioni Unite, e la sua speranza è abilmente riassunta da uno studio intitolato Pace Mondiale per Mezzo della Legge Mondiale, di Grenville Clark e Louis B. Sohn [7]. Può la pace mondiale essere creata per legge, più di quanto l’omicidio possa essere prevenuto per legge? Non è lo scopo della legge punire un assassinio piuttosto che prevenirlo? Può la legge cambiare il cuore o la mente di qualsiasi uomo? Al massimo, la legge, per timore, può costituire un deterrente, non può esercitare un ruolo creativo. Aspettarsi che le leggi delle Nazioni Unite convertano in qualche modo nazioni omicide in nazioni amiche è moralismo del tipo più maligno, ed è un moralismo calcolato per assicurare il trionfo del male, che il moralismo farà, come sempre.

Il concetto organico di società, da un lato cerca di effettuare la salvezza con l’esperienza mistica dell’assorbimento nel gruppo. L’incorporamento nel corpo politico, l’attuale grande dio in terra, è esso stesso salvezza. Così, durante i primi anni del Nazismo, che fu infatti una breve rivisitazione del concetto organico, un agitatore nazista disse ad una platea di paesani esagitati: “Noi non vogliamo il prezzo del pane diminuito, noi non vogliamo prezzo del pane aumentato, noi non vogliamo prezzo del pane inalterato, noi vogliamo il prezzo NazionalSocialista del pane” [8]. Qui c’è una ricerca di significato in una fuga dal significato.

Il concetto organico assolve l’individuo dalla libertà e dalla responsabilità, dove invece il concetto legalista dell’uomo e della società pone sull’uomo un peso di radicale individualismo che è più di quanto possa sopportare, e che infine lo distrugge e lo porta ad una fuga dalla libertà. Nessuno dei due è capace di effettuare alcun cambiamento nell’uomo o di aggiungere al suo essere. Il Cristianesimo Biblico, per il suo concetto federale dell’uomo, vede due umanità, una in Adamo, un’altra in Cristo. Il suo concetto dell’uomo è perciò federale e pattizio e il suo concetto della società è organico, ma con insieme un’insistenza sulla responsabilità individuale a Dio il Giudice. Ogni uomo è caricato della propria responsabilità per la propria vita e per il proprio destino ma, come membro di Cristo e del popolo dell’Alleanza, egli non è mai solo e un vivere realmente pio è un vivere responsabile e sociale, santo sia individualmente che organicamente, con la sua piena legge nella Parola rivelata di Dio, le Scritture, e la sua reale società organica, il Corpo di Cristo. Ma fondamentale a tutto questo è la rigenerazione, per la quale l’uomo è risparmiato dall’orrore organico di Adamo e dall’irresponsabile individualità del trasgressore dell’Alleanza, è fatto una nuova creatura in Cristo, e da qui in poi è capace di vivere sia sotto la legge sia nella società, perché Cristo, la viva Parola e giustizia di Dio, è ora l’uomo nuovo in lui e la legge è scritta sulle tavole del suo cuore, ed egli è membro di quella grande, organica, nuova creazione il cui architetto e costruttore è Dio. Perciò, all’uomo è richiesto di portare la propria responsabilità davanti a Dio, ma non ci si aspetta che esista in isolamento e senza legami naturali e sociali.

La scena del giudizio celeste ci rende consci della sovranità di Dio in tutto questo corso del dominio. Dio l’Onnipotente regna, e il giudizio “si tenne” (7:10), o letteralmente “il giudizio sedette” [9]. Dal trono procede il giudizio contro “il piccolo corno” (piccolo in vero potere, benché potente in pretese), ed è consumato. “ma con la distruzione del piccolo corno, la potenza della quarta bestia scompare interamente”[10]. La Caduta di Babilonia è completa, il sogno della salvezza per mezzo della legge è pienamente e definitivamente nella storia, poiché il trionfo di Cristo non è per l’eternità solamente ma in virtù della sua resurrezione è manifestato nella storia, attraverso la storia e culmina nella storia, ed è perciò sia storico che escatologico, Le altre bestie (7:12), cioè le altre forme di presunzione messianica di politica e stato, rimangono a malapena vive dopo la loro disgiunzione da Roma, ma anch’esse sono ora distrutte pienamente e completamente.

Ora il vero regno diviene manifesto, “Ed ecco sulle nubi del cielo venire uno simile a un Figlio dell’uomo” (7:13). Questo titolo, Figlio dell’uomo, nello stesso senso di Daniele, fu applicato a se stesso da Gesù. Usato in diversi contesti, l’idea dominante è quella della sovranità. Il Figlio dell’uomo governa con autorità divina… “Figlio dell’uomo” è un titolo che indica la divinità piuttosto che l’umanità….il Figlio dell’uomo è strettamente associato con un popolo. È una figura societaria…la connessione tra il Figlio dell’uomo e i santi dell’Altissimo è stretta” [11]. “Le nubi del cielo” si riferiscono alla gloria di Dio ogni qualvolta si manifesta (Es. 19:9, 33:9; 34:5; 40:34 ecc.), sia in rivelazione, come nel Monte della Trasfigurazione o durante l’ascensione, sia in giudizio, come in Isaia 19:1. Il giudizio finale è dunque una tale manifestazione tra molte. Il Messia è Egli stesso la manifestazione della gloria di Dio, ed era chiamato dai Giudei o il Nuvoloso o il Figlio delle Nubi. Non solo Gesù reclamò questo titolo, ma reclamò anche il dominio che ne conseguiva, parafrasando Daniele 7:14 in Matteo 28:18-20, dando il grande mandato in virtù del suo dominio come predetto da Daniele. Questo dominio, datogli al tempo del quarto impero (Da. 2:34s.) raggiunge potere mondiale quando le ultime manifestazioni del falso sogno sono pienamente distrutte e cadono in rovina, ridotte all’impotenza.

Il dolore di Daniele all’ovvio accantonamento di Israele rese necessaria ulteriore profezia (7:15:28), e “la verità di tutto questo” (7:16) gli viene comunicata. Il regno del Messia non è per un millennio ma è per l’eternità (7:18). Il “piccolo corno” prevale contro “i santi” (7:21) finché Dio interviene nella storia per dare dominio ai santi, i membri del vero regno di Dio. Il quarto impero era maggiore in potenza e influenza, ma non di tipo diverso: “l’intero punto del capitolo è di dimostrare che c’è un solo regno veramente universale, e che gli altri potevano essere chiamati tali solo di nome” [12].

“Il piccolo corno” “proferirà parole contro l’Altissimo, perseguiterà i santi dell’Altissimo con l’intento di sterminarli e penserà di mutare i tempi e la legge; i santi saranno dati nelle sue mani per un tempo, dei tempi e la metà di un tempo.” (7:25) L’opposizione del regno umano al regno di Dio si farà sentire sempre di più. La “divisività” di Dio, e la Sua discriminazione in salvati e persi, è offensiva al desiderio dell’uomo che “la sicurezza del popolo sia la legge più elevata”. Perciò Dewey chiamò la Cristianità una fede aliena perché dedita ad una fondamentale discriminazione e separazione, ad una “aristocrazia spirituale”: “Io non posso comprendere come sarà possibile qualsiasi realizzazione dell’ideale democratico come moralmente vitale e spiritualmente ideale nelle vicende umane senza l’abbandono del concetto di basilare divisione a cui la cristianità è dedicata” [13]. La salvezza attraverso la legge culmina così in anti-legge quale principio di democrazia e di sicurezza del popolo! Ogni uomo il proprio dio, ed ogni uomo preservato dalla possibilità di essere messo in discussione, dalla insicurezza e dalle conseguenze: questo è il regno compiuto! Il tentativo di “mutare i tempi e la legge” è così il tentativo del principio di legge dell’uomo di liberare l’uomo dalla legge, di far diventare legge l’antinomismo e di liberare l’uomo dal processo e dalla storia. Dewey, nel cercare di obliterare le “divisioni basilari” dalla vita, sta cercando di evitare e di negare il processo e la storia e di sfuggire dal tempo e dal giudizio. Questo è l’ideale politico del regno dell’uomo, afferma l’uomo, solo per distruggerlo. Afferma la storia al di sopra dell’eternità, solo per sfuggire al tempo e cercare di eternizzarlo. Deifica il processo per poterlo immobilizzare. La sua legge in questo modo è anti- legge, e la sua vita è morte. Si rivolge al processo prima per sfuggire a Dio, e poi tenta, per mezzo degli stessi poteri dell’uomo, di trasformare il processo in una eternità senza Dio.

Il “tempo, dei tempi e la metà di un tempo” è un periodo della storia indeterminato ma limitato. Essendo “tempi” plurale, la portata e la lunghezza a cui si riferisce è definitivamente al di la della nostra conoscenza. C’è come una volontà di evitare una datazione definita, ma un’affermazione specifica del fissato limite del potere del “piccolo corno”. La metà di un tempo marcherà l’improvviso collasso all’avvicinarsi dell’apparente vittoria. “Il piccolo corno”, privo della pompa imperiale dei suoi predecessori, ma sopravanzatili in presunzione, sarà succeduto dal regno di Dio, il cui potere ininterrotto continuerà attraverso il tempo dentro all’eternità.

I settant’anni di cattività erano vicini alla fine quando Daniele vide la visione. Per suo dolore, invece della restaurazione della teocrazia in Israele, egli vide un lungo potere imperiale, succeduto dal regno messianico molto chiaramente dissociato da Israele. Non è meno dissociato dalla presunzione e dai sogni ecclesiastici. Questa è una profezia politica. Il regno di Dio non è descritto come un regno politico, ma la sua incontestabile sovranità nella sfera politica come in ogni altra sfera è affermata completamente. Separare perciò quel regno dagli aspetti economico, politico ed educazionale dell’ordinamento mondiale, e dal confronto con le presunzioni messianiche di queste e di altre attività dell’uomo, è un fare violenza al regno e non comprenderlo. Mentre il regno non è di questo mondo, nel fatto che è primariamente ed originalmente un ordinamento eterno, il suo trionfo in e su questo mondo è presentato nella resurrezione, un evento storico, e sarà sviluppato nei termini dell’interezza della storia.

Note:

1 (la pretesa di essere egli stesso il principio ultimo delle cose. N.d.T.)
2 Wilson, op. cit., p. 28
3 Edward Young, The Messianic Prophecies of Daniel; Delft, Olanda, 1954, p. 30. 4 Young: Commentario, ad. loc.
5 F.W. Buckler, The Ephiphany of the Cross; Cambridge, England: Heffer, 1938, p. 4s., 99.
6 F. W. Buckler, The Epiphany of the Cross; Cambridge, Englnd: Heffer, 1938, pp. 99-107.
7 Titolo originale: World Peace Through World Law; Pubblicato da Harvard università Press, seconda edizione, 1960. Sohn è un membro della facoltà della Harvard Law School.
8 Peter F. Drucker, The End of Economic Man, New York: John Day, 1939, p. 13s.
9 Young: Commentario, ad. loc.
10 Young: Commentario, ad. loc.
11 Leon Morris, The Lord from Heaven; Grand rapids; Eerdmans, 1958, p. 28
12 Young. Commentario, ad loc. 7: 23.
13 John Dewey, A Common Faith; New Haven: Yale University Press, 1934, p. 84.


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