In un post su Facebook Andrea scrive:
COSA ACCADREBBE AD UN TACCHEGGIATORE SE VENISSE COLTO IN FLAGRANZA DI REATO IN UNA NAZIONE TEOCRATICA BIBLICA E CRISTIANA?
Catturato in flagranza: e adesso?
(Cosa prevede il protocollo teocratico in caso di furto)
Sei stato appena fermato dal personale di sicurezza con la refurtiva integra. In un sistema giurisprudenziale biblico, non verrai arrestato per finire in una cella a carico dei contribuenti. La priorità assoluta non è la punizione astratta dello Stato, ma la giustizia riparativa per chi ha subito il danno.
1. Il minimo legale: la restituzione raddoppiata (Esodo 22:4)
Se la merce è ancora intatta e recuperata subito nelle tue mani, la norma fondamentale impone di restituire il DOPPIO del valore rubato.
La refurtiva torna immediatamente al legittimo proprietario.
Una somma pari al valore del bene deve essere pagata di tasca tua direttamente alla vittima, a titolo di risarcimento per il danno, il disturbo e la violazione subita.
2. Incapace di pagare? Il lavoro riparativo (Esodo 22:2-3)
Se non disponi della liquidità o dei beni per saldare la penale del doppio:
Non c’è il carcere.
Vieni affidato a un programma di lavoro coatto/riparativo finché la somma dovuta alla vittima non sia completamente estinta. Il frutto del tuo lavoro va a risarcire direttamente la parte lesa, insegnandoti al contempo il valore dell’onestà e dell’impegno.
3. La via dell’eccellenza: la conversione del cuore (Luca 19:8)
Il requisito legale si ferma al doppio, ma la prospettiva evangelica guarda al cuore. Quando Zaccheo incontra la Grazia, decide di sua iniziativa di restituire quattro volte tanto.
Se il tuo ravvedimento è sincero e profondo, non ti limiterai all’obbligo minimo.
Sceglierai volontariamente di riparare abbondantemente verso chi hai danneggiato e di destinare parte dei tuoi beni ai bisognosi, trasformando un atto di egoismo in un’occasione di redenzione pubblica e personale.
In sintesi:
Il sistema biblico non cerca la vendetta né la reclusione sterile, ma la restituzione al 100% per la vittima, la responsabilità diretta per il colpevole e una porta aperta per la vera riabilitazione sociale e spirituale.
Aldo risponde così:
Trovo questa ricostruzione profondamente problematica da una prospettiva evangelica e biblica, perché confonde categorie che la Scrittura distingue chiaramente.
Innanzitutto, Israele dell’Antico Patto non è il modello costituzionale di una moderna “nazione cristiana”. Esodo 22 appartiene alla legislazione civile data a Israele all’interno di una specifica alleanza. Il Nuovo Testamento non ordina mai
alla Chiesa di trasformare quella legislazione nel codice penale degli Stati. La Chiesa non è uno Stato teocratico e il Vangelo non è un progetto di governo teonomico.
In secondo luogo, il testo viene anche reinterpretato arbitrariamente. Esodo 22:3 non parla di un moderno «programma di lavoro coatto/riparativo»: dice che, qualora il ladro non avesse avuto di che restituire, sarebbe stato venduto per il suo furto, all’interno dell’ordinamento sociale e giuridico dell’antico Israele. Trasformare questo versetto in un moderno programma statale significa aggiungere al testo qualcosa che il testo non dice.
Ma l’errore più evidente è utilizzare Zaccheo come se Luca 19 descrivesse un livello superiore della giustizia penale biblica. Zaccheo non sta applicando un «protocollo teocratico»: è un uomo raggiunto dalla grazia che manifesta spontaneamente i frutti del ravvedimento. Gesù non istituisce una pena quadruplicata e non consegna Zaccheo a un tribunale cristiano. Dice: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa». È il cuore trasformato che produce restituzione, non lo Stato che produce conversione.
Il Nuovo Testamento, inoltre, riconosce all’autorità civile il compito di punire il male (Romani 13:1-4; 1 Pietro 2:13-14), ma non prescrive mai ai magistrati delle nazioni di adottare il codice civile mosaico.
Paolo viveva sotto un ordinamento pagano e, pur riconoscendo al magistrato la funzione di punire il malfattore, non gli dice di trasformarsi nel magistrato dell’antico Israele.
Quindi sì: restituzione, responsabilità personale, risarcimento della vittima e ravvedimento sono principi profondamente biblici. Ma da questo a inventare un «protocollo teocratico cristiano» ce ne passa.
Il cristianesimo non consiste nel ricostruire lo Stato d’Israele dell’Antico Patto e applicarne selettivamente le leggi civili. E soprattutto il Vangelo non è un codice penale.
Zaccheo è forse l’esempio peggiore che si potesse scegliere per sostenere questa tesi: lì non vediamo uno Stato che costringe un peccatore a diventare migliore; vediamo Cristo che salva un peccatore e un peccatore salvato che, proprio perché trasformato dalla grazia, vuole spontaneamente riparare il male commesso.
Confondere queste due cose significa confondere Legge e Vangelo.
La posizione teonomista
Li ho chiamati sofismi. Mi è stato chiesto se sono capace di “articolare”. Ebbene, forse bisognerebbe prima chiedersi se non sia già stato fatto. Ambedue gli scritti, quello di Andrea e quello di Aldo presentano criticità. Quello di Andrea, ha certamente bisogno di una migliore contestualizzazione della pena alla realtà presente come suggerisce Aldo. Io infatti ho lodato la direzione generale non i particolari. La risposta di Aldo invece di criticità ne presenta molte e a mio parere le dirime il dottor Bahnsen qui sotto. Queste risposte alle sue affermazioni sono tratte dal capitolo 30 di Con questo standard. Ho tradotto e pubblicato gratuitamente questo libro dodici anni fa. Un tempo sufficiente perché chi intende discettare su questo argomento si renda edotto che le argomentazioni contro la teonomia hanno ricevuto autorevole ed esaustiva risposta. Solo che i Battisti Riformati hanno scelto la via di Westminster California e di Gordon Cornwell, la sbandierano come biblica ma nascondono che è stata biblicamente stracciata dal dottor Bahnsen. La loro tattica dopo la pubblicazione di “No Other Standard” e “Westminster’s Confession” di Gary North è sempre stata quella di ignorare gli scritti dei teonomisti come se non esistessero.
Aggiungo solo tre considerazioni. Nella sua risposta Aldo dà per scontate alcune cose che non dovrebbero esserlo. Un po’ come nella scuola pubblica ormai si assume che il Big-Bang o l’abiogenesi siano scienza e non le spiegano neppure più. Le danno per assodate e sono diventate fondamenti o verità pre-teoretiche dalle quali si procede. Così Aldo dice che la teonomia “confonde categorie che la Scrittura distingue chiaramente.” (Proprio loro che per giustificare la teologia del deserto o dell’esilio confondono le due categorie bibliche di esiliato diseredato e di erede del mondo.) Dicci come, Aldo! Bahnsen dimostra come questa dicotomia tra Antico e Nuovo Testamento, “tra legge e vangelo” non esista e sia stata fittiziamente introdotta dai detrattori.
L’altra entità che Aldo dà per scontata è lo Stato. (Qui chi scrive va oltre Bahnsen) Lo Stato non è menzionato nello scritto di Andrea che usa l’espressione “nazione teocratica” ma sta molto a cuore ad Aldo perché il suddetto Stato, quello con la S maiuscola appunto, mi estorce cinque decime per pagare il suo stipendio (certamente Aldo non è direttamente responsabile di questo furto e ci saprà indicare dove la Bibbia dia allo Stato il mandato di obbligarmi a pagare il suo lavoro).
La Repubblica teocratica non esiste da quando Israele ha chiesto un re rigettando Dio come re (1 Sa. 8:7). Il rigetto di Dio coincide proprio con la richiesta di uno Stato. La repubblica teocratica ritorna ovunque il vangelo converte e convince i cittadini di una nazione che la redenzione è al fine dell’obbedienza. In tale repubblica il magistrato non ha diritti positivi da far osservare ed è silente finché non venga chiamato in causa da un danneggiato. Nella Bibbia non ci sono altre mansioni per il magistrato civile.
Nella questione di Zaccheo Aldo dimentica la parte giudiziale della legge. Ha ragione che il vangelo cambia il cuore e Gesù gli ha perdonato il peccato e questo ha generato nel suo cuore nuovo il desiderio di … obbedire la legge anche nella parte penale? Gesù non poteva infatti perdonare il reato senza sconvolgere l’ordine di Dio. Come in altri casi: l’adultera, l’uomo che gli chiese di obbligare il fratello a dividere l’eredità, Gesù rifiutò di assumere il ruolo di magistrato che non per questo è da considerarsi religiosamente scomparso. Nel Nuovo Testamento il magistrato è un ministro (cioè diakonos un titolo religioso) un vendicatore con ira contro colui che fa il male. Poiché nessuno può fare le proprie vendette, se è un vendicatore non può che esserlo dell’ordine di Dio e l’ira è quella di Dio contro le trasgressioni della sua legge (e non di leggi inventate dall’uomo). Inoltre, secondo 1 Timoteo 1:8-11 l’uso politico della legge è ancora valido e questo “secondo l’evangelo” vs. 11.
Qui sotto un collage esaustivo, spero, altrimenti si può leggere l’intero capitolo, anzi, meglio ancora l’intero libro, in particolar modo il capitolo precedente per chi pensi che in Matteo 5:17-19 Gesù abbia “adempiuto la legge significando superata”. Tra l’altro i vari capitoli sono disponibili anche in modalità audio della lunghezza di 16-30 minuti eccetto quest’ultimo che è di quasi un ora. La maggior parte può essere ascoltata nel tempo del tragitto al lavoro.
Bahnsen:
[Anche quando concedano che la legge di Dio abbia una validità generale nell’era del Nuovo Testamento, alcuni cristiani credono tuttavia che sia sbagliato mantenere che questa validità ed uso si estendano all’ambito politico. Asseriscono: “La legge di Dio potrà essere generalmente vincolante in affari personali, ecclesiali e interpersonali, ma non dovrebbe essere lo standard per la giustizia e la prassi politica nel mondo moderno”.
Alcuni vorrebbero credessimo che la rivelazione di Dio del Nuovo Patto non contenga indirizzo per la moralità politica, perché (così si pensa) le riforme sociali in una società non-credente non sono il compito appropriato per il cristiano. È proprio questo concetto troncato della cristianità, però, che si contrappone alla rivelazione del Nuovo Patto. Cristo è ora “Re dei re” e nel futuro giudicherà tutti i magistrati per il loro governo. I cristiani devono essere “santi in tutto il modo di vivere” anche nei loro rapporti con le autorità che esistono. La chiesa è stata commissionata d’insegnare alle nazioni tutto ciò che Cristo ha comandato e questo include le sue parole pertinenti alla moralità socio-politica e alla validità della legge dell’Antico Testamento. Il cristianesimo deve essere il sale che influenza la terra e luce da non porre sotto un secchio. Infatti, il cristianesimo è una completa visione del mondo e della vita, non semplicemente un messaggio strettamente “religioso” circa la vita dopo la morte. Dio non è meramente Dio delle chiese. Egli è il Dio vivente su tutta la creazione. Dunque quale standard per la moralità politica dovrebbe adottare oggi il popolo di Dio?
Alcuni hanno argomentato che sia sbagliato vedere gli aspetti civili del Vecchio Testamento come vincolanti per gli stati moderni perché tale prospettiva trascura il contesto della legge del Vecchio Testamento in quanto data solo ad Israele come nazione redenta posta sotto patto nazionale con Dio.
In risposta, dobbiamo rammentare a quelli che danno voce a questa critica che noi non stiamo sostenendo la forzata “imposizione” della legge di Dio ad una società che non la vuole. I teonomisti predicano e promuovono l’autorità e la saggezza della legge biblica, mentre pregano che i cittadini saranno volontariamente persuasi ad adottare gli standard di Dio come legge del paese.
Non ogni cosa dell’antico Israele deve essere fatto parte della nostra esperienza politica moderna, come abbiamo indicato sopra. Noi siamo interessati semplicemente delle leggi permanenti di giustizia civile.
Alcuni criticheranno questa proposta lo stesso, reclamando che anche le leggi permanenti pertinenti al governo civile furono unicamente per Israele in quanto nazione redenta da Dio e in patto nazionale con Lui. Ciò che tale argomento intende implicitamente è che le moderne prassi politiche delle nazioni “laiche” non debbano essere informate dai principi della legge mosaica per l’Israele “pattizio”
Allora, la parola di Dio insegna forse che la legge civile del Vecchio Testamento quanto a validità era ristretta ad Israele come nazione sotto patto di redenzione con Dio? Capitoli precedenti hanno dimostrato che non è così. Dio giudicò nazioni al di fuori d’Israele per aver trasgredito gli standard della sua legge, e nella sua rivelazione ad Israele egli incoraggiò l’allargamento della legge alle nazioni dei gentili. Nel Nuovo Testamento Cristo sottoscrisse ogni apice e iota della legge (a meno che non sia qualificato diversamente altrove dalla Scrittura), e gli scrittori apostolici riconobbero la legge di Dio come lo standard per l’etica politica — perfino al tempo degli imperatori romani pagani.
Paolo insegna in Romani 1 e 2 che gli stessi standard morali rivelati a Israele mediante gli “oracoli di Dio” furono più generalmente rivelati a tutti gli uomini mediante la rivelazione naturale generale. Israele non ebbe un codice morale unico come se Dio operasse con un doppio standard, uno per Israele e uno per i Gentili.
La legge del Signore diede ad Israele direzione riguardo ai requisiti di giustizia divina in tali situazioni, e quella legge deve essere lo standard di giustizia per il crimine e la pena anche in ogni altro luogo (anche in nazioni che non ebbero o non hanno un patto corporativo di redenzione con Dio) — perché la giustizia sociale davanti a Dio non è variabile secondo la razza o diversa da nazione a nazione. La giustizia è assoluta.
Quelli che restringono la validità della legge del Vecchio Testamento a Israele potrebbero non rendersene conto, ma la loro prospettiva filosofica è quella del “relativismo culturale”, ove ciò che conta come giustizia viene adattato di cultura in cultura.
Quelli che spingono l’argomento che gli stati moderni non sono vincolati agli aspetti civili della legge di Dio perché fu data all’interno di un patto nazionale e redentivo con Israele, scopriranno di non poter mantenere a lungo con coerenza alcuno dei comandamenti del Vecchio Testamento oggi. Nello stesso contesto di un patto nazionale non furono rivelati solo gli aspetti civili della legge, ma lo furono anche gli aspetti personali e interpersonali della legge. Se la fine del patto nazionale significa l’invalidazione degli standard morali in esso rivelati, noi perderemmo anche i Dieci Comandamenti! Se le leggi giudiziali del Vecchio Testamento sono date per scadute quando i propositi di Dio per la nazione d’Israele furono completi — cioè, se solo l’aspetto “nazionale” del patto nazionale è scomparso — allora noi staremmo trascurando la giustizia di quelle leggi e il loro pieno proposito, che includeva d’essere un modello da seguire per le altre nazioni (De. 4:6-8). Tra l’altro, la parola di Dio non traccia mai una tale distinzione tra gli aspetti “personali” della legge e gli aspetti “politici”, come se gli uni fossero di più o di meno un riflesso dell’immutabile santità di Dio degli altri. Chi siamo noi per tracciare una tale distinzione da noi stessi, con la mira di evadere o di accantonare una porzione di quei doveri rivelati da Dio? Leggere questo dentro al testo (anziché prenderlo dal testo) è signoreggiare sulla parola di Dio!
Alcuni dei critici della prospettiva assunta in questo libro dicono che i magistrati (passati o presenti) che sono al di fuori della “teocrazia” d’Israele dovrebbero governare secondo gli standard morali della rivelazione generale, non secondo quelli della legge di Dio. La fallacia dell’assunto qui, naturalmente, è che Dio abbia due standard morali, uno rivelato mediante la natura e la coscienza e uno diverso rivelato nella bibbia. La prospettiva biblica è che la legge rivelata ai Giudei in forma verbale è stata rivelata ai gentili in forma non verbale e i due codici morali sono co-estensivi. Paolo non limitò in qualche modo la rivelazione naturale al Decalogo (vedi ad es. Romani 1:32), come se potessimo comprendere come i dieci comandamenti possano essere capiti separatamente dalla loro spiegazione e applicazione nella casuistica.
Un altro argomento è stato che se noi accantoniamo temporaneamente la decisiva evidenza neotestamentaria che viene elencata a sostegno della prospettiva assunta in questi studi, e se leggiamo poi il Nuovo Testamento privo dell’evidenza presente, non riceveremmo l’impressione che la legge di Dio, nei suoi aspetti politici, sia valida oggi. È come se la manifestata evidenza in favore della nostra posizione sia stata erroneamente interpretata in un modo che non armonizza col resto del Nuovo Testamento. Questa linea critica dimostra quanto disperati alcuni possano diventare nel cercare di refutare la tesi che l’uso politico della legge di Dio sia valido oggi. In primo luogo, se togliamo le evidenze positive a favore della tesi, il resto del Nuovo Testamento non è contrario alla tesi; è semplicemente muto sul soggetto. In secondo luogo, non si può considerare legittimo un reclamo contro una posizione asserendo che non ha sostegno quando le sue linee principali di sostegno siano state accantonate volontariamente! Un avvocato che discutesse in favore del suo assistito meramente chiedendo alla giuria di ignorare le evidenze presentate dal pubblico ministero non manterrebbe a lungo il proprio lavoro. Fintantoché non si possa addurre dal Nuovo Testamento una definita evidenza negativa contro la tesi dovremmo riconoscere che la Scrittura insegna l’uso politico della legge. Tale evidenza negativa non è ancora stata prodotta da nessuno dei critici della prospettiva assunta in questi studi che hanno fatto pubblicazioni. Appelli all’ “Enfasi del Nuovo Testamento” o all’ “Impressione data dl Nuovo Testamento” sono semplicemente troppo vaghi per avere del peso critico in decisioni teologiche.
Quelli che non sono d’accordo con l’uso politico della legge di Dio talvolta dicono che, poiché la relazione della chiesa con lo stato è diversa oggi da ciò che era nel Vecchio Testamento, la leggi che governano la società devono similmente essere diverse. È difficile comunque comprendere quale fondamento logico si possa avere per questa linea di pensiero. Poiché l’equità, validità ed autorità delle leggi civili del Vecchio Testamento non furono in qualche modo fatte dipendere da qualche specifica relazione della chiesa allo stato (cioè, Mosè non condizionò mai gli obblighi del magistrato civile ad una speciale interazione chiesa-stato), quali che siano i cambiamenti a quella relazione introdotti dal Nuovo Testamento sarebbero eticamente irrilevanti per la giustizia del codice civile e penale che i magistrati avevano l’obbligo di far osservare. Non esiste un tipo di giustizia per uno stupratore quando la relazione della chiesa con lo stato è X, e un altro tipo di giustizia per uno stupratore quando la relazione della chiesa con lo stato è Y. Lo stupro è stupro e la giustizia è giustizia — indipendentemente da un rapporto tra la chiesa e lo stato o dalla sua mancanza. I magistrati del Vecchio Testamento — non i sacerdoti, ricordiamolo — giudicavano e punivano gli stupratori (e altri criminali), proprio come i magistrati del Nuovo Testamento devono pure loro trattare col problema criminale dello stupro. L’estraneità di questi magistrati rispetto ai sacerdoti (o alla chiesa) non è pertinente alla loro relazione col criminale, né ha effetti su ciò che la giustizia chiede nel caso del crimine; la questione chiesa-stato è in effetti secondaria. … Tuttavia, alcuni scrittori hanno creduto che ci siano differenze significative (moralmente significative?) tra la nostra situazione oggi e la situazione chiesa-stato nell’Israele del Vecchio Testamento. Israele era al tempo una nazione di sacerdoti, mentre la chiesa, e non l’America (o l’Italia) ha oggi quello statuto. Ciò è corretto: la missione religiosa del corpo nazionale (la funziona sacerdotale della comunità come un insieme) è ora stato assunto da un tipo diverso di corpo, la comunità internazionale della fede, anziché da una nazione particolare. In ogni caso, questo non dice niente della relazione tra chiesa e stato all’interno della nazione d’Israele, e certamente non confuta la legittima separazione tra i due di cui abbiamo letto altrove nel testo.
È stato affermato che la chiesa-stato del Vecchio Testamento (il senso dato a “teocrazia” è ora stato rimpiazzato con una chiesa internazionale (meno lo stato) nel Nuovo. Quest’affermazione inciampa sull’errato assunto che il Vecchio Testamento fosse una chiesa-stato. Come spiegato in precedenza, sacerdoti e re avevano autorità separate, e l’appartenenza allo stato non era co-estensiva con l’appartenenza al corpo religioso (per esempio i soggiornanti in Israele soggetti alle identiche leggi)
Le rivendicazioni che lo stato del Vecchio Testamento fosse una comunità “redentiva” e che lo stato sia esistito per uno “scopo religioso” sono troppo ambigue — essendo ovviamente corrette in qualche interpretazione (per esempio che lo stato scaturì dalla redenzione del popolo dall’Egitto da parte di Dio e servì il fine religioso di punire il male sociale), tuttavia è irrilevante per l’annullamento dell’aspetto civile della legge di Dio. Un tale punto di vista dello “stato redentivo” è ovviamente in errore rispetto ad altre interpretazioni (per esempio che le leggi civili avessero un effetto redentivo, o che le autorità dello stato fossero contemporaneamente capi religiosi o di culto)
Contro l’uso politico della legge di Dio oggi alcuni sollecitano la considerazione che le sanzioni penali della legge furono date solo ad Israele. Poiché la bibbia insegna, però, che l’intera legge di Dio era l’obbligo morale delle nazioni esistenti al di fuori e precedentemente ad Israele (per esempio Sodoma e le tribù Canaanite), dove si trova la rivelata eccezione qualificante che dice che le sanzioni penali fossero escluse da questo obbligo? Non la si può trovare. L’argomento proposto è letto dentro la bibbia, non preso dalla bibbia. La bibbia lodò governanti pagani per aver messo in atto le sanzioni della legge di Dio (per esempio Esdra 7:25-27).
In Israele erano i magistrati che implementavano i requisiti di restituzione e retribuzione perché quei requisiti erano stati rivelati per loro, non per i sacerdoti. Perciò non era Israele in quanto chiesa ma piuttosto Israele in quanto stato civile a punire ladri, stupratori e bestemmiatori.
Nel capitolo 29 abbiamo trovato che non c’è confutazione che abbia successo contro la validità generale della legge di Dio del Vecchio Testamento, e in questo capitolo abbiamo visto che questa validità generale della legge è da applicarsi alle questioni politiche proprio quanto alle questioni private, di famiglia, ed ecclesiali. Dio è offeso da tutte le espressioni di ingiustizia e di mancanza di rettitudine, incluse (se non in modo speciale) quella da parte di coloro i quali sono collocati in posizioni di governo civile sopra i loro consimili. Se rifiutano di sottomettersi al Signore (Sa. 2), alla fine risponderanno al “Re dei re” (1 Ti. 6:15) per la loro ribellione. Ciò significa che ci sono degli standard di giustizia ai quali dovranno rendere conto.
Se questi standard non si trovano nel Vecchio Testamento, perché no? Allora da quale altra parte? Tali domande non ricevono alcuna risposta convincente e teologicamente coerente da quelli che rigettano l’uso politico della legge del Vecchio Testamento. Questi critici della teonomia credono dunque che i governanti politici siano liberi di fare qualsiasi cosa sembri giusta ai loro occhi?
Certo, per essere intellettualmente onesti, si è obbligati a fermarsi e chiedersi se sia la legge di Dio che dovrebbe cambiare il pluralismo o se sia il pluralismo che dovrebbe cambiare la legge di Dio. Questa domanda non dovrebbe essere data per scontata (benché di solito lo sia). Se i magistrati sono effettivamente “ordinati” nel ruolo di pubblici “ministri di Dio” (Ro. 13:1, 4), Jehovah permette loro moralmente di servire molti dèi, o richiede loro di sottomettersi al suo governo solamente? Questo può sembrare dispotico ad alcune menti, ma l’alternativa è solo un altro tipo di dispotismo, un dispotismo infinitamente peggiore — il dispotismo di quei governanti civili che ritengono d’essere liberi dagli standard oggettivi della santa legge di Dio. A quel punto avremo il peggior tipo di tirannia immaginabile, quella in cui il potere politico non è tenuto sotto controllo da ciò che è moralmente, oggettivamente giusto.]
Bavinck
Il criterio nel giudizio finale sarà in primo luogo il vangelo (Giovanni 12:48); ma quel Vangelo non è contrapposto e non può nemmeno essere concepito senza la Legge. Il comando di credere, dopo tutto, è esso stesso basato sulla legge, e il Vangelo è la restaurazione e il compimento della legge.
Herman Bavinck; Reformed Dogmatics, Vol. IV – pg. 700
Un’ultima cosa. Aldo, come va la restituzione lì a Scampia? Come va a Milano, Padova, Caltanissetta, Roma, Vicenza e tutte quelle città nelle quali siete impegnati a difendere il vangelo dalla legge? Come va la restituzione e quindi la giustizia dovunque il magistrato è indipendente dalla legge di Dio?