L’uomo caduto ha un solo progetto religioso, ripetuto con pazienza attraverso i secoli sotto mille travestimenti: salvarsi da sé, con mezzi propri, secondo criteri propri. Cambiano il vocabolario e l’ambientazione, mai la struttura. Nel secondo secolo si chiamava gnosi, la conoscenza segreta che liberava lo pneumatico dalla prigione della carne. Nel Novecento parigino si è chiamata Quarta Via, il sistema elaborato da George Ivanovič Gurdjieff, mistico armeno-greco del Caucaso, morto nel 1949, e sistematizzato dal suo allievo Pëtr Uspenskij in Frammenti di un insegnamento sconosciuto. L’uomo comune, insegnava Gurdjieff, non possiede un io unico ma una folla di io in perenne conflitto, ciascuno convinto a turno di comandare in casa; vive imprigionato in una “falsa personalità” costruita per compiacere gli altri, mentre la sua “essenza” resta sepolta e addormentata; e può risvegliarsi soltanto attraverso un lavoro di attenzione condotto su tre centri, quello intellettuale, quello emotivo e quello istintivo-motore, fino a rifuggire la frammentazione e a raggiungere una coscienza finalmente unificata. Ne nacque anche il celebre simbolo dell’enneagramma, oggi degradato a test di personalità da rivista, ma nato come mappa cosmologica di quel processo.
Vale una parola simpatica, prima di procedere, su quanto tutto questo possa, forse, risuonare familiare all’orecchio italiano senza che la maggior parte degli ascoltatori lo sappia. Chi ha canticchiato Centro di gravità permanente ha già cantato, senza saperlo, la ricerca gurdjieffiana di un centro stabile attorno a cui l’io frammentato dovrebbe finalmente riunirsi; chi conosce La voce del Padrone o si è imbattuto nel gusto quasi liturgico con cui Franco Battiato pronunciava parole come “esoterico” o “iniziatico” ha ricevuto la stessa dottrina in dose omeopatica tra una strofa e un ritornello posti su trame musicali di superba fattura, mediata dagli anni che il cantautore siciliano trascorse alla scuola di un discepolo diretto del maestro caucasico. Non serviva sapere chi fosse Gurdjieff per riceverne comunque il catechismo.
Uspenskij scrive, a nome del maestro:
Innanzitutto bisogna comprendere che un cristiano non è un uomo che si definisce Cristiano o che altri chiamano Cristiano. Un Cristiano è un uomo che vive a secondo i precetti del Cristo. Così come siamo noi non possiamo essere Cristiani. Per essere Cristiani dobbiamo essere in grado di “fare”. Non siamo capaci di fare: presso di noi tutto “accade”. Il Cristo dice: “Ama i tuoi nemici”, ma come possiamo amare i nostri nemici quando non siamo neppure capaci di amare i nostri amici? A volte “accade di amare” e a volte “accade di non amare”. Così come siamo, non possiamo neppure realmente desiderare di essere Cristiani perché, ancora, a volte “accade di desiderare” e a volte “accade di non desiderare”. E la medesima cosa non si può desiderarla a lungo, perché all’improvviso, invece di desiderare di essere un Cristiano, un uomo ricorda di un tappeto molto bello ma molto costoso che ha visto in un negozio. E invece di voler essere un Cristiano, comincia a pensare come può riuscire a comprare quel tappeto, dimenticandosi completamente del cristianesimo. Per essere un buon Cristiano bisogna essere. Essere significa essere padrone di sé. Se un uomo non è padrone di sé, non possiede nulla e non può possedere nulla. E non può essere un Cristiano. È semplicemente una macchina, un automa. Una macchina non può essere un Cristiano. Essere Cristiano vuol dire essere responsabile. La responsabilità viene in seguito, quando un uomo smette anche solo in parte di essere una macchina, e comincia di fatto, non solo a parole, a desiderare di essere un Cristiano (Frammenti di un insegnamento sconosciuto).
La diagnosi non è priva di acume. L’osservazione dell’incoerenza umana, della volontà frantumata e conflittuale, del desiderio che si dissolve davanti alla prima vetrina, ha una sua verità empirica che nessun cristiano onesto negherà. Ma la storia della gnosi insegna che l’acume della diagnosi non garantisce affatto la bontà della cura: qui infatti la soluzione tradisce subito la propria origine. Diventare cristiani, per Gurdjieff, è acquisire una capacità, la padronanza di sé, ottenuta per tecnica e per gradi attraverso la scuola, il maestro, l’iniziazione. Cristo non redime: indica soltanto lo standard, un maestro etico tra i tanti che la Quarta Via cita volentieri accanto a Buddha e ai sufi.
È lo schema che Ireneo di Lione già combatteva nel secondo secolo contro Valentino e Basilide, i quali insegnavano che la materia è prigione dello spirito e la salvezza un sapere riservato ai pochi pneumatici capaci di riceverlo, non un dono elargito a tutto il popolo del patto. È lo schema di Marcione, che separò il Dio creatore, giudice e legislatore, dal Dio dell’amore rivelato in Cristo, arrivando ad espungere dal canone tutto ciò che sapesse di legge. È lo schema del manicheismo, che raccontava l’intera storia cosmica come guerra tra luce e tenebra, spirito e materia. È lo schema del docetismo, che negando la vera carne di Cristo minò insieme il mandato culturale e di dominio. È lo schema dei montanisti, convinti di possedere una rivelazione più alta di quella affidata alla Chiesa intera. È lo schema dei catari medievali, che distinguevano tra “perfetti” iniziati e semplici credenti proprio come la scuola di Gurdjieff distingue chi ha ricevuto il lavoro da chi resta addormentato. Ed è, in una forma più recente e meno onesta nelle proprie fonti, lo schema della Teosofia di Helena Blavatsky, da cui Gurdjieff pescò a piene mani pur rivendicando per sé fonti asiatiche più antiche e più autentiche. Chi desiderasse una buona sintesi dottrinale di tutto questo filone può leggere questo position paper di Rushdoony: Gnosticismo. Il filo non si è mai spezzato: cambia il costume di scena, l’attore recita sempre la stessa parte.
Il punto teologico decisivo, quello che separa in modo definitivo il Vangelo da ogni sua contraffazione gnostica, è che il peccato non è una condizione metafisica ma etica. Se il peccato fosse un difetto d’essere, una disarmonia strutturale della psiche, allora un lavoro tecnico su di sé avrebbe senso e la scuola di Gurdjieff meriterebbe la propria pretesa. Ma la Scrittura non descrive l’uomo come malato di personalità: lo descrive come colpevole davanti ad un Dio giusto e come ribelle alla sua legge. Se il problema è ontologico, la soluzione è tecnica, iniziatica, riservata a chi possiede il metodo giusto e forza di volontà. Se il problema è etico, la soluzione è la sottomissione alla legge di Dio e la grazia che rende capaci di osservarla: non un cammino interiore verso un nucleo autentico, ma un ritorno pattizio all’autorità che l’uomo ha rigettato nel giardino. Ed è la stessa ragione per cui la Scrittura insiste tanto sulla bontà della creazione e sulla realtà della carne assunta dal Verbo: un Dio fatto carne non può avere per nemico il corpo; e un Vangelo che promette la resurrezione della carne e il riordino di tutte le cose sotto l’egida di Cristo Re (shalom) non può coerentemente insegnare che la salvezza consista nell’evasione, fenomeno, questo, che, come già osservato in Chiesa gnostica, ammorba purtroppo tante chiese conservatrici.
Gurdjieff la chiamava la Quarta Via, distinta con orgoglio dalle vie del fachiro, del monaco e dello yogi che l’avevano preceduta. Ma di vie, in teologia, non ce ne sono mai state che due: quella di chi si sottomette alla legge di Dio e quella di chi si fa legge a se stesso. Detta diversamente: chi osserva il Patto e chi lo infrange. Lo scopo dell’uomo nel suo peccato, come ha scritto Rushdoony, “era ed è l’autonomia, essere il proprio valore ultimo, il proprio dio”, determinando da sé, secondo criteri personali, cosa sia bene e male. Si possono avere, scriveva altrove con la consueta nettezza, “due tipi di legge: la teonomia, la legge di Dio, oppure l’autonomia, la legge di se stessi”; e l’autonomia conduce al caos e alla frammentazione. La prima via, la terza, la quarta, sono soltanto la seconda vestita con un numero diverso sull’insegna. E quando l’autonomia si organizza in scuola, con un maestro e un metodo, non fa che riprodurre in miniatura ciò che Rushdoony denunciava su scala politica nell’umanismo statalista: «La legge umanistica mira a salvare l’uomo e a rifare la società. Per l’umanismo, la salvezza è un atto dello stato» (Law and Liberty). Sostituite “stato” con “scuola esoterica” e la struttura resta identica: un agente umano che si arroga la funzione che spetta soltanto alla grazia. Su questo continuiamo ad insistere anche discutendo la visione del mondo gnostica che circola persino tra cristiani sinceri.
Va detto, per onestà verso i nostri stessi ambienti, che questa impostazione non è affatto estranea a certo cristianesimo evangelico contemporaneo, sebbene vi si presenti senza il nome di Gurdjieff e senza le sue tecniche esplicite. Non è lo sforzo gurdjieffiano in sé a insinuarsi nelle nostre chiese, quanto la logica sottostante: la convinzione, spesso implicita, che la santificazione avvenga attraverso una pratica altra rispetto all’osservanza della legge di Dio, questione di esperienza interiore o di intensità emotiva piuttosto che di ubbidienza concreta ai comandamenti. Ne trovate la confutazione in Santità contro perfezionismo: è lo stesso gnosticismo, semplicemente “battezzato”.
Il Vangelo non è un lavoro su di sé, ma l’atto sovrano con cui Dio strappa l’uomo alla sua pretesa di autonomia e lo ricolloca sotto la Sua legge. Non esistono gradi di accesso, né percorsi riservati: esiste un patto, e in quel patto l’uomo vive o muore. Per questo ogni spiritualità che sostituisce l’ubbidienza con il “lavoro”, la legge con il metodo, non corregge l’errore dell’uomo caduto ma lo raffina. Che si presenti come disciplina esoterica o come esperienza religiosa disancorata dal comando divino, il risultato non cambia: l’uomo resta misura di se stesso, anche quando usa il linguaggio di Dio. La frammentazione che tali vie pretendono di curare non nasce da un difetto di struttura, ma dalla ribellione dell’uomo contro l’ordine di Dio. Non si ricompone raccogliendo i propri frammenti attorno a un centro di gravità permanente, ma sottomettendosi a un centro reale, esterno, vivente: la legge di Dio sotto il governo di Cristo.
Dove l’uomo si fa legge, la salvezza diventa un progetto umano, e ogni progetto umano finisce in rovina.