Il re che abbiamo scelto: giudizio e ricostruzione sotto la Legge di Dio
Da giorni, in Campania, Puglia, Molise, Calabria, Basilicata e Sicilia, camionisti, agricoltori e pescatori protestano contro il caro carburante. Il gasolio arriva a 2,26 euro al litro, la benzina a 2,02. Gli scaffali cominciano paurosamente a svuotarsi, le code ai distributori si allungano, i pescherecci restano in porto. Per chi lavora sulla strada, nei campi o in mare, non si tratta di qualche euro in più da mettere in conto: è la differenza tra portare a casa il pane e lavorare in perdita.
Nei telegiornali se ne parla molto meno di quanto ci si aspetterebbe. Quando una protesta disturba la narrazione ufficiale filo-governativa, a quanto pare, la soluzione migliore è abbassare il volume.
E il governo? Non li ascolta: li deride oppure manda la Digos a sgomberarli. E quando poi si finisce puntualmente a parlare di “infiltrazioni criminali”, ecco che torna il solito spettro della mafia, troppo spesso agitato per dare addosso ad un Sud “brutto e sporco”, come se a protestare non fossero lavoratori e famiglie in forte affanno, ma una massa di cafoni da guardare sempre con sospetto.
Davanti a questa scena, noi cristiani dovremmo avere la stessa postura di Cristo. Vedendo le folle, «ne ebbe compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore» (Matteo 9:36). Chi in questo mondo si sente smarrito ed afflitto ha la nostra compassione. E, comunque, molte delle istanze di questi lavoratori, almeno nella loro immediatezza, ci sembrano semplicemente giuste: comprendiamo chi fatica a sostenere il costo del proprio lavoro. Non siamo qui a sminuire nessuno.
Ma la compassione non ci impedisce di riconoscere il problema più profondo. Queste masse sono smarrite e disorientate, incapaci di distinguere fino in fondo il bene dal male e di riconoscere le radici della propria condizione. Protestano contro lo Stato per chiedere allo stesso Stato di risolvere i problemi che esso stesso contribuisce a produrre. In altre parole, bussano alla porta del padrone per chiedergli di allentare la catena, senza domandarsi perché debbano portarla al collo.
Il governo e le tasse sulla fatica
Diciamolo senza giri di parole. Sul carburante gravano accise ed IVA, con l’IVA applicata anche sulle accise: una tassa sulla tassa. Chi lavora deve fare i conti, tagliare le spese e chiedersi se valga ancora la pena mandare avanti l’attività. Lo Stato, invece, continua ad incassare e a perpetrare la sua proverbiale inefficienza… volta al mero controllo. La sua parte viene prima, sempre.
E come risponde il governo? Con qualche credito d’imposta, con richiami all’ordine pubblico, con la minaccia di conseguenze legali per chi blocca le strade ed, infine, anche con sgomberi coatti e multe. E quando la protesta diventa scomoda, si torna a parlare di malavita organizzata e antistato. La legalità, però, non è una parola magica che trasforma ogni decisione del potere in giustizia.
Per noi cristiani, lo Stato moderno non è semplicemente un’autorità che ogni tanto esagera. È un potere usurpatore, che pretende di occupare il posto di Dio e di governare ambiti della vita che non gli appartengono.¹
«Per uno Stato pretendere la giurisdizione totale, come fa lo Stato moderno, è pretendere di essere come dio, d’essere il governatore totale dell’uomo e del mondo.»²
E chi pretende di essere dio non resta impunito. Anche il governo è sotto giudizio; eccome se lo è: nessuna autorità umana è sovrana sopra la Legge di Dio.
Perciò non ci basta chiedere allo Stato di essere un po’ più generoso, un po’ meno esoso, un po’ più umano. Non vogliamo un usurpatore dal volto gentile. Vogliamo che, a lungo termine, cessi di occupare il posto che non gli appartiene e che le responsabilità sottratte alle famiglie, alle chiese e alle comunità tornino progressivamente nelle mani di chi deve esercitarle sotto la Legge di Dio.
Le masse: il re che hanno chiesto
C’è un paradosso tragico. Queste masse protestano contro lo Stato per… chiedere più Stato. Tornano dal proprio aguzzino implorandolo di essere meno duro. Per generazioni si è delegato allo Stato ciò che spettava alle famiglie, alle chiese e alle comunità. Si è affidata l’educazione e l’istruzione dei figli alla scuola pubblica, l’assistenza sanitaria e sociale allo Stato e la soluzione di ogni problema alla politica. Ora si raccolgono i frutti di ciò che si è seminato.
È la storia di 1 Samuele 8. Il popolo chiede un re, «come tutte le nazioni», e insiste nella propria richiesta nonostante l’avvertimento di Samuele. Il profeta annuncia ciò che il re farà: prenderà i figli, le terre, i raccolti e le decime. E quando il popolo griderà a causa del re che ha scelto, il Signore non lo ascolterà (1 Samuele 8:10-18).
Il popolo vuole un re. Vuole essere come gli altri popoli. Vuole il potere che vede negli altri, senza ascoltare l’avvertimento di Dio.
Ci hanno preso risorse e responsabilità attraverso la tassazione e l’espansione delle competenze statali. Abbiamo accettato che lo Stato intervenisse in ambiti sempre più ampi della vita, spesso convinti che fosse il prezzo inevitabile del progresso e della civiltà. Poi, quando la macchina si rivela vorace, quando il prelievo diventa insostenibile, la burocrazia soffoca il lavoro e pressanti richieste di tributi di sangu si moltiplicano, allora reagiamo con sgomento. E torniamo a bussare alla porta del re.
«Dio non ascolterà un popolo che si sta lamentando perché sta pagando il prezzo del proprio peccato.»³
Parole dure. Ma non possiamo pretendere che la Scrittura ci consoli sempre senza prima giudicarci. Se abbiamo scelto un ordine sociale contrario alla Legge di Dio, non possiamo aspettarci di raccogliere libertà, prosperità e giustizia come se nulla fosse accaduto.
Questo vale per tutti: per le masse che protestano, per chi governa, per chi vota a destra e per chi vota a sinistra. Destra e sinistra si contendono il governo della stessa macchina e discutono su chi debba tenere il volante, ma raramente si domandano perché quella macchina abbia il diritto di attraversare ogni ambito della vita.
Uno promette di tassare un po’ meno, l’altro di distribuire un po’ di più. Uno invoca la sicurezza, l’altro la protezione sociale. Cambiano gli slogan, i manifesti e i volti in televisione. Il Leviatano, intanto, continua a mangiare e ad ingigantirsi.
Non ci si deve meravigliare se una società che rifiuta l’ordine di Dio raccoglie disordine e morte. Non ci si deve meravigliare se, dopo aver delegato allo Stato ciò che spettava ad altri, ci si ritrova fatalmente dipendenti da esso. Il re che abbiamo scelto presenta il conto. E noi continuiamo a chiedergli uno sconto, senza domandarci perché gli abbiamo consegnato il portafogli.
I credenti: l’indignazione vera punta a loro
Ma la tristezza più grande è un’altra: le reazioni dei credenti. Sui social e nelle piazze, troppo spesso non si distinguono da quelle dei non credenti. Quando il giudizio dei cristiani e la loro capacità di distinguere il bene dal male coincidono con quelli del mondo, la Chiesa ha smesso di essere sale e luce; altro che città posta sul monte o lucernaio nelle tenebre: si è nascosta.
La nostra compassione per le folle senza pastore deve essere quella di Cristo. Ma non possiamo avere la stessa indulgenza verso coloro che un Pastore lo hanno trovato, che hanno ricevuto la sua Parola e che tuttavia si rifiutano di seguirne concretamente le orme. Non basta piangere sulle rovine, invocare genericamente un vangelo con la v minuscola (cioè, una scialuppa salva-anime dinnanzi ad una nave che cola a picco) o rifugiarsi in una spiritualità privata. Chi conosce la Legge del Signore è chiamato a predicarla e, lì dove può, a metterla in pratica, anche quando questo comporta un confronto scomodo con le proprie convinzioni e con le istituzioni che ha imparato a considerare indispensabili.
Noi vediamo tre degenerazioni.
La prima è il credente tifoso. Ragiona con il gioco novecentesco di destra e sinistra. Si bisticcia, si schiera, si indigna a comando. Tifa per il proprio schieramento e condanna quello avversario. Della Scrittura non resta granché, se non qualche versetto da esibire quando serve a colpire gli avversari.
La seconda è il credente statalista-poliziotto, fan del padre-padrone. «Dov’è la polizia? Perché non interviene più duramente? Perché il governo non le dà pieni poteri?», se di destra; oppure: «Si muova papà Stato a risollevare gli indigenti e i poveracci», se di sinistra. Costoro fanno dello Stato il magistrato di Romani 13 e di quel testo un assegno in bianco per qualsiasi repressione e ristabilimento della “legalità” e dell’“ordine”. Dimenticano che il magistrato è ministro di Dio per il bene, non proprietario della società né legislatore assoluto, tantomeno suo messia. Anche lui è sotto giudizio e la sua autorità non è indipendente dalla giustizia divina.
La terza è il credente pellegrino. Piange sulle città distrutte, sul disfacimento etico, ripete che l’uomo è cattivo e ha bisogno del vangelo (ridotto però a consolazione privata). Si sente esule a Babilonia e prega che i governanti mantengano la pace, affinché gli sia consentito vivere tranquillamente la propria fede. Ma il cristiano non è chiamato ad essere uno spettatore devoto della disgregazione della società. Anche i salmi imprecatori ci ricordano che possiamo invocare il giudizio di Dio sui malvagi e chiedere che l’arroganza del potere sia abbattuta.
Tre errori, una radice: nessuno dei tre prende sul serio l’intero consiglio di Dio.
Eppure, davanti al deterioramento morale della società, non basta sospirare: «Quanto è cattivo il mondo!», come se avessimo detto qualcosa di particolarmente profondo. Certo, l’uomo è peccatore, come insegna Paolo in Romani 1, e ha bisogno disprato della meravigliosa grazia di Dio e di una provvidenziale correzione etica, Legge di Dio alla mano, che raggiunga anche la sua condotta, favorendo in tal modo la venuta del Regno e il perseguimento della giustizia. Ma riconoscere la malvagità del mondo è soltanto l’inizio del discernimento cristiano, non la sua conclusione.
Abituati da decenni ad escatologie pessimistiche, abbiamo imparato troppo spesso a guardare il deterioramento della società come una conferma della catastrofe che ci aspettiamo, anziché come un richiamo alla nostra responsabilità. Ma il giudizio comincia dalla casa di Dio (1 Pietro 4:17). Se denunciamo la corruzione del mondo, dobbiamo avere il coraggio di sottoporre allo stesso giudizio la nostra infedeltà, la nostra predicazione e la nostra vita individuale, familiare e comunitaria. La società non è indipendente dalla testimonianza della Chiesa: se noi siamo chiamati ad essere sale e luce, dobbiamo domandarci che cosa accade quando il sale perde il suo sapore e la luce viene nascosta.
Nella prospettiva pattizia della storia, non sono i governi, le élite o i mercati finanziari ad avere l’ultima parola sul futuro delle nazioni. La storia si svolge sotto il governo di Dio, che giudica anche i popoli in relazione alla sua Parola e all’obbedienza del suo popolo, per quanto piccolo possa essere in una determinata nazione. Perciò, quando osserviamo lo sfacelo morale e culturale che ci circonda, non possiamo limitarci all’indignazione, alla rabbia o alla descrizione del marcio. Dobbiamo chiederci se siamo stati fedeli alla nostra vocazione, se abbiamo predicato il Vangelo del Regno ai crocicchi, davanti le siepi e ai canti delle strade (o anche ai caselli e agli svincoli autostradali?), se abbiamo insegnato tutto il consiglio di Dio ai “chiamati fuori” e se abbiamo profezizzato e richiamato al pentimento e alla giustizia il nostro prossimo, comprese le autorità civili.
La costatazione decisiva, dunque, non è soltanto: “Quanto è corrotto il mondo!”, ma anche: “Dove abbiamo mancato noi, come Chiesa, e da dove dobbiamo cominciare a raddrizzare i nostri sentieri?” Questo non significa attribuire ai cristiani ogni colpa della società, né sottrarre i malvagi alle loro responsabilità. Significa riconoscere che la denuncia e la riforma biblica devono cominciare da noi, per poi rivolgersi anche alla società e alle sue istituzioni. Il nostro compito non è soltanto descrivere il giudizio, ma chiamare al pentimento: «Venite, ritorniamo all’Eterno» (Osea 6:1). Di fronte al disordine, la risposta cristiana non è la rassegnazione, la constatazione laconica di un mondo cattivo, ma il pentimento e la ricostruzione.
La soluzione: la decima, non il decreto
La questione è complessa e meriterebbe una trattazione ben più profonda di quella che possiamo offrire in questa sede. Una trattazione che, per anni, i pulpiti delle nostre chiese hanno lasciato in ombra, producendo cristiani a-nomisti, cioè senza legge, sregolati e sfrenati: privi di una visione biblica organica della vita personale, familiare, ecclesiale e civile.
Ci è stato insegnato a parlare di salvezza, ma troppo spesso ci è stato insegnato a tacere sulla Legge di Dio. Abbiamo ascoltato prediche sulla fede senza ricevere gli strumenti per comprendere come la Parola del Signore debba governare anche l’educazione, l’economia, l’assistenza, la giustizia e l’ordine sociale. Il risultato è una fede confinata nella sfera privata, incapace di offrire risposte bibliche alle questioni che travolgono la società.
Possiamo qui soltanto accennare a questi temi ed invitare a ulteriori approfondimenti. Chi desidera cominciare un percorso serio può partire da Le istituzioni della legge biblica di R. J. Rushdoony, disponibile nella sezione Libri del nostro sito.
La Legge di Dio non è soltanto una bussola per un orientamento personale, devozionale. Ha implicazioni concrete anche per il modo in cui una comunità sostiene i poveri, educa i figli e si assume le proprie responsabilità. Nella prospettiva ricostruzionista, la decima e le altre forme bibliche di sostegno alla comunità rappresentano un’alternativa alla progressiva concentrazione delle responsabilità sociali nelle mani dello Stato.
«Anziché liberare gli uomini da una tassa “oppressiva”, l’abolizione della tassa ha aperto la strada a una tassazione veramente oppressiva da parte dello Stato per poter assumere le responsabilità sociali un tempo sostenute dal denaro della decima. Se non sono pagate da un popolo cristiano responsabile nel dare la decima, saranno pagate a uno Stato tirannico che userà welfare ed educazione come trampolini di lancio verso il potere totalitario.»⁴
E ancora:
«Quelli che non danno la decima sono anarchici spirituali: distruggono sia la libertà che l’ordinamento della società e scatenano i demoni dello statalismo.»⁵
Lo Stato non ha preso scuola, assistenza e carità soltanto con la forza. Le ha prese anche perché la Chiesa e le famiglie hanno lasciato che le proprie responsabilità venissero trasferite altrove. La decima, scrive Rushdoony, «colloca il controllo basilare della società nelle mani dei datori della stessa».⁶ In questa prospettiva, le risorse destinate alla comunità non devono diventare strumenti di dipendenza dal potere politico, né creare nuove dipendenze da ricchi e fondazioni.
Dobbiamo però comprendere che non si esce da questa condizione con uno schiocco di dita. Il popolo ha chiesto un re e ora ne subisce le conseguenze. Le risorse che avrebbero potuto sostenere le famiglie, le chiese e le comunità sono già sottratte attraverso una tassazione abnorme. Non possiamo fingere che da domani basti farsi carico di ogni funzione sociale che la Scrittura indica come propria della Chiesa e delle famiglie: la ricostruzione richiede tempo, pentimento e un rinnovamento profondo delle nostri menti. Richiederà sacrifici, rinunce e la disponibilità a correggere vie che per generazioni abbiamo considerato normali, sic!
Ma è proprio questo il punto di partenza: non pretendere di raccogliere libertà senza prima pentirsi della propria infedeltà. Il giudizio dell’Eterno è giusto, e noi, come casa di Dio, dobbiamo riconoscerlo per primi. Non possiamo limitarci a denunciare i peccati dello Stato mentre ignoriamo quelli della Chiesa, né invocare la liberazione dalla tirannia senza ricostruire le istituzioni e le responsabilità che abbiamo abbandonato.
La strada non è chiedere un altro decreto, un altro bonus o un altro intervento del potere. È tornare alla Legge di Dio come fondamento dell’ordine sociale: famiglie che educano i propri figli, chiese che si prendono cura dei poveri e sostengono con la decima ciò che prima affidavano a Cesare, comunità che si assumono le proprie responsabilità invece di delegarle a un potere che pretende di farsi dio.
Non si tratta semplicemente di spostare le competenze da un ufficio a un altro. Si tratta di riconoscere che Dio è il Re e che ogni autorità umana è limitata dalla sua Legge. La libertà si ricostruisce quando ciascuna istituzione torna ad assumersi le responsabilità che il Signore le ha affidate.
Comunità che non vanno più a implorare un re che prende, perché hanno di nuovo un Re che dà; che concede vita, e vita in abbondanza.
Finché ci affideremo a Cesare, Cesare resterà il nostro dio. Il giorno in cui torneremo a Dio, la tirannia perderà ciò di cui si nutre.
Questa è la ricostruzione.
Ricostruzione Cristiana indica la strada. Chi ha orecchi, ascolti.
Note
- R. J. Rushdoony, Le istituzioni della legge biblica, ed. it., Cristoregna, p. 57.
- R. J. Rushdoony, Le istituzioni della legge biblica, ed. it., Cristoregna, p. 57.
- R. J. Rushdoony, Le istituzioni della legge biblica, ed. it., Cristoregna, p. 58.
- R. J. Rushdoony, Le istituzioni della legge biblica, ed. it., Cristoregna, p. 82.
- R. J. Rushdoony, Le istituzioni della legge biblica, ed. it., Cristoregna, p. 83.
- R. J. Rushdoony, Le istituzioni della legge biblica, ed. it., Cristoregna, p. 80.

