RISORSE:

L’analista cieco e il Dio che contabilizza

Introduzione

Negli ultimi anni il quadro internazionale è scosso da turbolenze sempre più violente: vecchie alleanze pluridecennali che si incrinano, blocchi di potere che si ridefiniscono burrascosamente, conflitti aperti e latenti che si moltiplicano in tutto il mondo. In questo contesto instabile, la narrazione mediatica non si limita a informare, ma sollecita emozioni, orienta percezioni e, com’è nel suo stile propagandistico, costruisce schemi semplificati – buoni contro cattivi, ordine contro caos – entro cui siamo spinti a leggere la realtà. Nei media occidentali, prende così forma una vulgata rassicurante che oppone “nemici” (russi, cinesi, BRICS) ai presunti garanti dell’ordine, del diritto e dell’economia globale.

Districarsi in questo groviglio diventa sempre più difficile. Più la storia si complica davanti ai nostri occhi, più cresce l’esigenza di guardare oltre la cortina di fumo delle narrazioni preconfezionate, spesso funzionali a interessi egemonici. Tutti, in modo più o meno consapevole, cerchiamo di approfondire, discernere, comprendere, navigare la storia. Ma con quale metro di giudizio? Adoperando quale bussola?

Questo articolo prova a mettere in evidenza alcune criticità di tale processo tenendo ferma una distinzione spesso dimenticata: quella tra l’analisi pragmatica degli incentivi umani – che pure ha il suo spazio – e il giudizio etico-giuridico ultimo, ancorato alla Legge sovrana del Dio che contabilizza la storia.

Il limite di chi fa i conti senza l’Oste

Francesco Simoncelli è un osservatore che merita di essere letto con attenzione. Non perché abbia ragione su tutto – non ce l’ha – ma perché il suo metodo obbliga a guardare sotto la superficie della narrativa corrente. E la narrativa corrente, su Iran, Medio Oriente e geopolitica americana, è confezionata in termini ideologici: cattivi contro buoni, terroristi contro popoli civili, caos contro ordine; merita di essere smontata.[1]

La realtà potrebbe essere più fredda: gli USA sono una potenza imperiale che combatte guerre per preservare l’egemonia del dollaro contro chiunque minacci il sistema del petrodollaro – quell’architettura finanziaria costruita dopo Bretton Woods dove il petrolio del Golfo viene scambiato in dollari, creando una domanda artificiale e permanente della valuta americana nel mondo intero. Iran, Iraq, Libia, Venezuela: il denominatore comune non è certo il terrorismo o la tirannide – checché ne dicano i giornali più venduti in Occidente –, bensì la minaccia alla supremazia del dollaro e del grade racket ad esso collegato. L’Iran sta oggi contestando questo sistema apertamente, comunicando che i paesi che vogliono transitare per lo Stretto di Hormuz devono cessare di supportare le operazioni americano-israeliane e accettare di commerciare in yuan.[2]

Simoncelli va controcorrente anche rispetto a questa lettura. La sua tesi – sviluppata in numerosi articoli sul suo blog Freedonia[3] – è che Trump non sia il difensore dell’egemonia finanziaria tradizionale, ma al contrario il suo demolitore: che il caos diplomatico apparente, il taglio ai finanziamenti globali, la guerra alle ONG siano mosse di una strategia più profonda, volta a smontare la ragnatela di controllo costruita dalla City di Londra e dalle sue innumerevoli emanazioni.[4] Legge il mondo in termini di ristrutturazione geopolitica, di ridefinizione delle sfere di influenza, di tentativi di transizione dall’unipolarismo occidentale a un ordine multipolare, dove Cina, Russia e un Medio Oriente sempre meno allineato sfidano l’egemonismo americano non sul campo di battaglia, ma sui mercati energetici, sulle rotte commerciali, sulle valute di scambio. È una lettura spesso più onesta di quella mainstream; ma si ferma al piano degli incentivi e delle strutture. E in quel piano Dio non è contemplato come variabile. La storia è un meccanismo: chi lo capisce meglio, vince.

Il limite di chi vorrebbe onorare l’Oste ma ignora le sue regole

Esiste un punto cieco che accomuna l’analista geopolitico più brillante e il credente più zelante. Non è un errore di fatto, ma un errore di struttura – e riguarda il fondamento stesso da cui si giudica la storia.

L’analista, per quanto onesto e controcorrente, opera all’interno di un universo in cui tutte le variabili sono umane e misurabili: flussi di capitale, rapporti di forza, interessi istituzionali. Anche quando allarga lo sguardo fino a includere complotti, dissimulazioni, false bandiere e alleanze tradite, rimane prigioniero della stessa grammatica: quella del potere dell’uomo sull’uomo. È la grammatica che Machiavelli ha descritto con lucidità impareggiabile e che ogni analista, consapevolmente o no, continua a usare come chiave di lettura universale.

In quella grammatica tutto è lecito se funziona. Il fine giustifica i mezzi. La menzogna strategica è solo uno strumento. Il civile che muore è una variabile di costo. L’alleato di oggi è il nemico di domani. È il mondo così com’è, e chi lo nega è ingenuo, non virtuoso.

Ma il Dio del Patto governa la storia secondo tutt’altra logica. Non mente, non ricatta, non sacrifica gli innocenti per calcolo strategico, non benedice i fini senza santificare i mezzi. Il Suo trono non è fatto di convenienza o di equilibrio tra potenze, ma di rettitudine (aspetto etico) e giustizia (aspetto giudiziario).

Proprio per questo i criteri con cui Dio agisce risultano incomprensibili all’interno del modello dell’analista. Quest’ultimo non li trova perché il suo modello è costruito proprio per escluderli. Come scrive l’apostolo Paolo: «Dio ha scelto le cose stolte del mondo per confondere i savi» (1 Corinzi 1:27). Non si tratta di un’affermazione poetica o edificante, ma della descrizione di un metodo radicalmente alternativo alla logica del potere – un metodo che sfugge per definizione a qualsiasi schema previsionale, perché obbedisce a criteri che quello schema non contiene.

La storia dell’economia e della geopolitica è piena di previsioni impeccabili nei presupposti e catastroficamente sbagliate negli esiti. Non perché i modelli fossero rozzi, ma perché la realtà storica è un sistema aperto, governato da una Volontà sovrana che risponde alla propria Legge, e non alle leggi del mercato, dell’equilibrio di potere o della dissimulazione necessaria.

Il credente che studia la geopolitica con gli strumenti dell’analisi umana non sbaglia a usarli: sbaglia quando li assolutizza. Sbaglia quando dimentica che la mappa non è il territorio, e che il territorio reale è nelle mani di un Dio la cui giustizia non è negoziabile e la cui fedeltà alla propria Parola è l’unica costante affidabile nella storia.

La bussola del credente non è il modello previsionale, né il senso di appartenenza a un blocco geopolitico. La sua bussola è la Legge rivelata di Dio, impressa sui cuori rigenerati dallo Spirito. Quando quella bussola viene smarrita – o peggio, sostituita da riflessi culturali, mediatici e affettivi assorbiti inconsciamente – il credente non perde solo il discernimento. Perde la propria identità profetica.

Due errori speculari, una radice comune

Eppure, questa umiltà epistemica – che dovrebbe essere la prima virtù del credente che legge la storia – è precisamente ciò che manca nei due maggiori schieramenti in cui i cristiani, in questo secolo, tendono a dividersi davanti alle grandi vicende politiche e geopolitche. Entrambi sbagliati. Entrambi figli della stessa radice.

Il primo è quello dei quietisti: una volta affermato che “Dio ha tutto sotto controllo”, il discorso è chiuso. Ogni evento viene relegato al piano metafisico, e così la Chiesa abdica silenziosamente al proprio ruolo di comunità giudicante – quella comunità alla quale Paolo afferma esplicitamente che le cose di questa vita sono affidate in giudizio (1 Corinzi 6:1-3). La sovranità di Dio diventa un anestetico, non una premessa per il discernimento.

Il secondo schieramento è quello dei tifosi: cristiani che si compiacciono dell’esito di determinate vicende storiche non perché le abbiano valutate secondo Legge, ma perché in esse vedono soccombere i propri avversari ideologici. L’euforia del tifo annebbia il giudizio. E qui emerge il meccanismo più insidioso: spesso non si tratta di una scelta razionale e deliberata, ma di un habitus, una postura affettiva e percettiva interiorizzata che orienta spontaneamente la lettura della realtà prima ancora della riflessione teologica. Il credente, molto spesso, non sceglie consapevolmente di schierarsi con un blocco: i suoi riflessi sono stati formati altrove, attraverso la scuola, i media nazionali, narrazioni, immagini e paure condivise che, nel tempo, hanno modellato ciò che ama, difende e teme.

Rushdoony ne Le istituzioni della legge biblica risulta lapidario: «La legge di Dio proibisce un giudizio fondato sulla simpatia, sul pregiudizio o sull’interesse personale. Il giudizio deve essere governato esclusivamente dallo standard rivelato di Dio.» E ancora: «L’uomo rigenerato non giudica come un partigiano, ma come un servitore della legge di Dio. Il favoritismo è ribellione contro la giustizia di Dio.»

Ribellione. Non debolezza comprensibile, non parzialità umana tollerabile. Ribellione. La parola è forte e va tenuta ferma, perché descrive esattamente ciò che accade quando il favoritismo verso un impero – fosse pure l’impero “buono” occidentale – viene rivestito di vocabolario teologico, dando il là al cosiddetto americanismo/occidentalismo.

L’americanismo come zavorra spirituale

Il fenomeno ha due facce: una volgare e una sofisticata. La prima è il sionismo cristiano – oggi probabilmente la forma di fede evangelica politicamente più influente nel mondo intero, a partire proprio dagli USA.[5] La sua teologia è dispensazionalista: Israele moderno è il compimento profetico dell’Antico Testamento, il sostegno americano a Israele è un atto di obbedienza escatologica, ogni guerra israelo-americana in Medio Oriente è un adempimento profetico, un gradino verso il ritorno di Cristo. Il credente sionista non chiede “secondo quale Legge si giudica questo?”; chiede: “a che punto siamo nel calendario profetico?”. Il risultato pratico è una teologia che fornisce copertura morale di massa a operazioni militari che producono pulizie etniche e bombardamenti documentati e misurabili – presentandoli come necessità escatologica. Non è servizio alla Scrittura. È la Scrittura piegata al servizio dell’impero. Ed è, in senso tecnico, idolatria: si attribuisce a un’entità politica umana – lo Stato di Israele e gli Stati Uniti come suo braccio armato – una funzione che appartiene esclusivamente a Cristo e alla Sua Chiesa.

La seconda faccia è più sottile, e per questo più insidiosa: è l’americanismo latente che si incontra in molti ambienti evangerlici, riformati e persino ricostruzionisti.[6] Non parla di rapimento, non ondeggia bandiere israeliane in chiesa. Parla di sovranità, di eredità riformata, di valori occidentali, di democrazia, di resistenza al socialismo e al terzomondismo. Eppure, nell’analizzare le dinamiche geopolitiche, scivola nella stessa trappola: identifica l’Occidente – e in particolare gli USA – con un baluardo prominente della civiltà cristiana, e ogni minaccia a quell’Occidente con una minaccia al cristianesimo stesso. Non esclude Dio dall’analisi: lo arruola. Lo mette dalla parte della sua fazione. Lo usa per santificare ciò che altrimenti sarebbe semplicemente politica di spada e di impero. Il risultato è una teologia del tifo: si giudica non secondo la Legge, ma secondo l’appartenenza valoriale, l’eredità comunitaria e il senso di minaccia identitaria.

Questa posizione affonda le sue radici in una percezione storica comprensibile, ma risulta, a ben vedere, infondata o quantomeno gravemente imprecisa. Per comprenderne i limiti, è necessario distinguere tra due livelli spesso confusi: da un lato, il sostrato culturale profondo dell’esperienza americana; dall’altro, la sua codificazione politico-istituzionale successiva.

Nel suo sottosuolo culturale, l’America conserva indubbiamente un’antica anima puritana: quella dei covenant coloniali, della predicazione di Jonathan Edwards, di una teologia federale tradotta in prassi comunitaria e civile. È proprio questa eredità a spiegare molti tratti dell’etica nazionale che ancora oggi suscitano ammirazione – anche in osservatori contemporanei non credenti – pur restando spesso non riconosciuti nella loro origine. La serietà morale, la diffidenza verso il potere concentrato e centralizzato, il senso di responsabilità individuale: tutti elementi che hanno contribuito al successo storico dell’esperimento americano e che derivano non dall’Illuminismo, ma da un Vangelo predicato, interiorizzato e vissuto.

Tuttavia, l’errore dell’americanismo evangelico consiste nel sovrapporre questa eredità culturale alla natura ideologica dei padri fondatori. Questi ultimi, infatti, erano in larga misura figli di Locke più che di Calvino: deisti, razionalisti, pluralisti – e in molti casi massoni. La loro opera politica non rappresenta una semplice continuazione dell’anima puritana, bensì una sua trasformazione in senso decisamente diverso.

La Costituzione americana stessa non può essere interpretata come un documento riformato. Al contrario, segna una cesura significativa: una dichiarazione di autonomia rispetto al Dio della rivelazione biblica. Gary North ha sostenuto, nel suo Conspiracy in Philadelphia, che la Convenzione del 1787 operò di fatto come una ridefinizione radicale del patto politico originario, sostituendo un ordine ancora esplicitamente teista con uno volutamente neutro sul piano religioso. In questo senso, il nuovo ordinamento federale rinunciò a qualsiasi riferimento esplicito a una fede condivisa come fondamento dell’autorità politica, segnando una rottura netta con l’impostazione precedente. Già allora, dunque, l’eredità riformata appariva in fase di arretramento rispetto alla nuova architettura istituzionale.[7]

Da quel momento, la traiettoria storica degli Stati Uniti può essere letta come un progressivo dispiegarsi di quella frattura originaria. Rushdoony ha interpretato l’evoluzione dello Stato moderno, e in particolare della potenza americana, come l’esito inevitabile di un ordine che, recidendo il proprio fondamento teologico, finisce per assolutizzare se stesso: il potere politico si emancipa da ogni limite trascendente e si trasforma in strumento di dominio.

L’America contemporanea, allora, non è una degenerazione accidentale, ma il frutto coerente di questa logica: un impero che impone la propria influenza attraverso il ricatto economico, diffonde paura come strumento di controllo, esporta instabilità come forma di governo indiretto e semina morte dietro la retorica della sicurezza e dei diritti. Debito, guerra, ingerenza: non anomalie, ma meccanismi strutturali.

E a questo punto, la domanda non può più essere elusa o addolcita: di che cosa, esattamente, si dovrebbe essere orgogliosi nel far sventolare le stelle e strisce accanto alla croce?

Confondere quella sorgente originaria cristiana con l’apparato statale americano attuale è un errore storico prima ancora che teologico. I credenti americanisti difendono non l’eredità autentica, ma il suo simulacro illuminista — rivestito nel frattempo di portaerei, sanzioni e debito sovrano. Lo fanno quasi sempre con l’argomento del male minore: “L’alternativa è peggio”, “È un vaso imperfetto, ma è il vaso che Dio sta usando.” Questo ragionamento ha un nome: consequenzialismo.[8] Ed è da rigettare: non perché le conseguenze non contino, ma perché il criterio etico non può essere separato dalla conformità alla Legge di Dio. Come scriveva Rushdoony ne Le istituzioni: «La legge biblica richiede una giustizia assoluta, senza riguardo alle persone. La giustizia non è determinata dallo status dell’offensore o della vittima, ma dalla legge di Dio.» Lo status politico e geopolitico dell’offensore – fosse anche il più potente apparato militare della storia umana – non modifica il metro. Il metro è la Legge. Sempre.

L’impero come categoria demoniaca

C’è un punto che né l’analisi geopolitica né il credente americanista vogliono affrontare direttamente: l’imperialismo non è semplicemente una politica sbagliata. È una categoria demoniaca.

Ogni impero nella storia ha operato secondo la stessa grammatica: concentrazione del potere coercitivo al di sopra di ogni legge trascendente, proiezione di quella forza su popoli che non l’hanno scelta, costruzione di un ordine che serve gli interessi del centro a spese della periferia, e, crucialmente, narrazione di se stesso come agente del bene universale. Nessun impero ha mai ammesso di essere un impero. Gli alleati si chiamano sempre alleati, mai clientes – eppure i romani, più onesti, usavano esattamente quel termine per descrivere la rete di dipendenza che teneva insieme il loro sistema. Washington fa lo stesso: chiama “ordine basato sulle regole” ciò che è semplicemente l’ordine che serve i suoi interessi, e chiama “minaccia alla stabilità” chiunque osi contestarlo.

Ma la natura demoniaca dell’imperialismo non è solo politica; è teologica. L’impero è la forma istituzionale della grande tentazione – quella stessa con cui Satana si presentò a Cristo mostrando “tutti i regni del mondo e la loro gloria” (Matteo 4:8): Tutto questo ti darò, se ti prostrerai e mi adorerai. L’impero promette ordine, sicurezza, prosperità, a condizione di una sottomissione alla logica del potere che esclude per definizione la sottomissione alla Legge di Dio, la Legge di Libertà. E i credenti che l’accettano, rivestendola di teologia, stanno compiendo esattamente quell’atto di prostrazione.

Rushdoony lo sapeva. La sua teonomia era radicalmente anti-imperialista; applicava la sovranità di Dio in modo tanto rigoroso da non lasciare spazio a nessuna pretesa statalista e tantomeno imperialista.

«L’uomo caduto non può che creare una società peccaminosa e tirannica. L’obiettivo dell’uomo non rigenerato è una nuova Torre di Babele, Babilonia la Grande»: e Babilonia, nella Scrittura, non è una metafora generica del male. È la forma archetipica dell’impero – il potere dell’uomo sull’uomo, organizzato su scala globale, sacralizzato dalla propria narrazione, e destinato al giudizio.

Due piani, una sola legge

Per evitare gli errori menzionati – quietismo metafisico, tifoseria ideologica, sionismo cristiano, consequenzialismo riformato – è necessario mantenere una distinzione che la teologia riformata conosce bene, ma che applica con fatica alla realtà geopolitica.

Da un lato c’è il piano della teologia decretale: il Signore della storia si serve di chi vuole per compiere i suoi fini. Su questo piano è legittimo riconoscere che eventi provvidenziali irrompono nella storia, ponendo fine a sistemi di oppressione e aprendo nuovi scenari. La caduta dell’URSS, con la conseguente riapertura di spazi per il Vangelo nel mondo russo; l’emergere di un ordine più multipolare che, pur tra ambiguità, favorisce nuove possibilità di diffusione del messaggio cristiano; oppure l’indebolimento di sistemi economico-finanziari dominanti, come il paradigma del petrodollaro, che per alcuni Paesi significa maggiore autonomia: sono tutti esempi diversi di dinamiche in cui si può intravedere una dimensione provvidenziale.

Dall’altro lato c’è il piano della teologia pattizia: quello in cui il nostro pensare, parlare e giudicare deve essere regolato dalla rivelazione divina. È qui – non sul piano decretale – che si esercita il discernimento cristiano. Come afferma Ecclesiaste: «Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo è tutto il dovere dell’uomo. Infatti Dio farà venire in giudizio ogni opera, sia essa nascosta, buona o cattiva» (12:13-14). I decreti nascosti non ci appartengono; la legge rivelata sì. I due piani non si oppongono: si coordinano.

La provvidenza, infatti, non richiede il nostro consenso: opera attraverso strumenti imperfetti, talvolta corrotti, persino malvagi, senza identificarsi con essi né giustificarli. Per questo, riconoscere un disegno nella storia non significa mai santificare i suoi attori.

Il caso di Ciro è emblematico. Dio lo chiama «il mio unto» (Isaia 45:1) e lo usa per abbattere Babilonia e liberare il suo popolo. Tuttavia, la Scrittura chiarisce che Ciro non conosce il Signore e non agisce per motivi retti: resta un sovrano pagano, mosso da ambizioni politiche. Essere strumento della provvidenza non lo rende giusto né innocente.

Lo stesso schema illumina il presente: Babilonia, simbolo del potere idolatra, è giudicata da Dio; ma anche le potenze che intervengono restano moralmente responsabili. Un’autorità può contribuire a rimuovere un’oppressione senza per questo essere giustificata nelle sue azioni.

La lezione è chiara: gli strumenti della provvidenza non sfuggono al giudizio divino. Babilonia cade, l’Assiria è punita, i Caldei sono giudicati, Ciro resta responsabile: ogni potere umano risponde alla Legge di Dio. Possiamo dunque rallegrarci per chi viene liberato, condividere la sua gioia e pregare per una liberazione autentica; ma senza sospendere il giudizio morale sugli attori coinvolti. La gioia per un bene contingente non elimina il dovere di valutare ogni cosa alla luce della Legge divina. Solo mantenendo insieme gioia e giudizio, compassione e norma, restiamo fedeli allo standard del Signore della storia.

Questo è precisamente ciò che manca tanto all’analisi di Simoncelli – confinata al piano degli interessi economici – quanto a certi credenti occidentalisti e sionisti, che invocano il piano morale solo per ridurlo al “male minore” o a schemi escatologici. In entrambi i casi vale la sentenza di Rushdoony: «Ogni legge è religiosa. Quando l’uomo giudica a partire da se stesso, innalza se stesso a dio».

Non esiste giudizio neutro: o si giudica secondo Dio, o secondo l’uomo. E rifiutare la Legge divina non elimina la dimensione religiosa del giudizio, ma la sostituisce con una religione dell’io.

Il Dio che scuote

Ed è qui, nel punto in cui l’analisi umana esaurisce le sue categorie, che Rushdoony smette di essere un accademico e diventa un profeta. Scriveva in Faith and Action:

Il Signore Dio si preoccupa di qualcosa di più della redenzione delle nostre anime. La Sua opera salvifica include enfaticamente la nostra salvezza, ma anche il Suo trionfante recupero dell’intera creazione. Con la venuta, morte, risurrezione ed ascensione di Cristo, Dio ha cominciato a scuotere tutte le cose che sono, affinché rimangano solo quelle che non possono essere scosse (Ebrei 12:26–29). La storia, quindi, è un grande scuotimento, un terremoto continuo. Dio Re ordina tutte le cose in modo tale che gli uomini non possano rimanere nei loro peccati. I suoi giudizi scuotono e frantumano le nazioni nel loro autocompiacimento pieno d’orgoglio verso i propri peccati. “Non v’è pace per gli empi, dice il mio Dio” (Isaia 57:21). Colui che rifiutò di risparmiare Israele o Giuda, non meno che l’Assiria, non risparmierà oggi la Russia, l’Europa o l’America nella loro impenitenza.

Nessuna esenzione. Nessun popolo eletto in senso geopolitico permanente. Nessuna immunità pattizia per nessun impero. Il Dio che non ha risparmiato il Suo stesso popolo non risparmierà Washington perché una volta aveva buone intenzioni costituzionali, né Tel Aviv perché è avamposto della civiltà occidentale tra arabi assatanati, né Mosca perché si erge a difensore del cristianesimo ortodosso. Il tumulto che vediamo – guerre, caos monetario, pressione sui mercatiu, frammentazione degli equilibri tra paesi – non è soltanto geopolitica. È il Dio del patto che scuote ciò che può essere scosso, affinché rimanga solo ciò che non può esserlo.

L’analista economico legge questo scuotimento come un’opportunità economica. Il cristiano sionista lo legge come preludio escatologico. L’evangelico americanista lo legge come vittoria provvidenziale dell’Occidente sul caos socialista o islamista. Tutti e tre mancano la domanda decisiva: verso cosa si scuote? Verso quale ordine? Fondato su quale legge? Rispondente a quale Dio? La gioia cristiana non è tifo. Non è acquiescenza. Non è delega in bianco all’agente che ha ottenuto il risultato. È la gioia di chi riconosce il Dio che opera – e proprio per questo si sente ancora più obbligato a giudicarne gli strumenti secondo Legge, senza sconti, senza favoritismi, senza la pigrizia del cuore che cerca nel vincitore del giorno un sostituto della giustizia di Dio.

Quella contabilità non ammette creatività finanziaria, né escatologie su misura, né mali minori che col tempo diventano il male tout court, normalizzato dall’abitudine e santificato dalla necessità.

Conclude Rushdoony con una nota che sorprende chi lo legge solo come teologo della legge: «I suoi giudizi ci avvicinano al nostro trionfo in Lui e attraverso di Lui. Pertanto, rallegratevi.» Rallegrarsi – ma non perché l’America vinca, non perché la City crolli, non perché Trump abbia ragione o torto, non perché Israele si espande dal mare al fiume. Rallegrarsi perché il Dio che scuote le nazioni non ha perso il controllo della storia. E perché quella consapevolezza – lungi dall’esonerare dal giudizio – lo rende più urgente, più rigoroso, più necessario. Anche questo, in fondo, significa negare sé stessi, prendere la propria croce e seguire Cristo.


Note:

[1] Ciò che viene presentato come risposta a minacce terroristiche o crisi umanitarie è, nella lettura di analisti come Brian Berletic, l’esecuzione paziente di una strategia pianificata da decenni. Il documento-chiave è Which Path to Persia?, prodotto dalla Brookings Institution nel 2009: un testo che elencava con fredda sistematicità le opzioni disponibili per neutralizzare l’Iran – dalla destabilizzazione interna al cambio di regime, fino all’opzione militare diretta. Ogni amministrazione successiva – Bush, Obama, Trump, Biden – ha eseguito uno o più di quei passi indipendentemente dalla retorica elettorale. La continuità bipartisan non è un’anomalia: è la prova che la politica estera americana risponde a interessi strutturali – industria degli armamenti, finanza globale, Big Oil – che sopravvivono ai cambi di governo. L’Iran non è l’obiettivo finale ma quello intermedio. Il vero bersaglio è la Cina: privandola dei suoi fornitori energetici strategici si mira a impedire l’integrazione eurasiatica che Pechino sta costruendo. Il multipolarismo – l’emergere di un mondo con più centri di potere autonomi – è la minaccia esistenziale a questo sistema, non perché sia una minaccia militare, ma perché è una minaccia monetaria: un mondo che commercia in yuan e rubli è un mondo in cui il dollaro perde il ruolo di riserva globale, e con esso il privilegio che ha permesso agli USA di stampare moneta e finanziare deficit a spese del resto del pianeta. Cfr. Brian Berletic, The New Atlas (YouTube), analisi sul conflitto Iran-USA 2025-2026; Brookings Institution, Which Path to Persia? Options for a New American Strategy toward Iran (2009).

[2] Il petrodollaro non è una teoria del complotto: è la struttura portante dell’ordine monetario internazionale dal 1974, quando l’accordo Nixon-Faisal stabilì che il petrolio saudita sarebbe stato venduto esclusivamente in dollari USA. Questo creò una domanda globale artificiale e permanente della valuta americana, consentendo agli USA di stampare moneta ben oltre i propri fondamentali economici. Ogni paese che commercia petrolio deve detenere riserve in dollari — e deve quindi acquistare titoli del Tesoro americano, finanziando il deficit di Washington. È un sistema di signoraggio globale che ha garantito all’impero americano un privilegio esorbitante per mezzo secolo. L’Iran, con la sua proposta di commerciare in yuan attraverso lo Stretto di Hormuz, sta attaccando questo pilastro in modo diretto e consapevole.

[3] Studioso e divulgatore della Scuola Austriaca di economia, Simoncelli gestisce dal 2010 il blog Francesco Simoncelli’s Freedonia (www.francescosimoncelli.com), tra i più longevi e consistenti spazi italiani di analisi economica eterodossa. Tra gli articoli più rilevanti per i temi trattati in questo saggio: «Lo Stretto di Hormuz: l’errore di valutazione dell’Iran, l’opportunità per Washington» (11 maggio 2026); «Il blocco di Trump sta facendo a pezzi l’Iran e le élite europee sono furiose» (5 maggio 2026); «Questa è la terza guerra civile inglese» (serie, maggio 2026). È autore di Il Grande Default, La fine delle fallacie economiche e L’economia è un gioco da ragazzi, e traduttore italiano di diversi classici della tradizione austro-libertaria. Ha inoltre pubblicato in italiano L’economia cristiana in una lezione di Gary North.

[4] La City di Londra non è Londra. È un’entità giuridicamente distinta – poco più di un miglio quadrato nel cuore della capitale britannica – con una propria giurisdizione, proprie guardie, propri rappresentanti parlamentari eletti non dai residenti ma dalle corporazioni che vi operano. È sopravvissuta per secoli a ogni riforma democratica precisamente perché le istituzioni che avrebbero dovuto riformarla dipendevano da essa. Da essa si irradiano le reti di paradisi fiscali che drenano ricchezza dal mondo produttivo verso la rendita finanziaria: Isole Cayman, Jersey, Isole Vergini Britanniche, Gibilterra – tutte emanazioni dirette o indirette della Corona britannica. Se esiste una struttura di potere finanziario che ha interesse a mantenere lo status quo globalista contro ogni ridefinizione multipolare delle sfere di influenza, è esattamente questa.

[5] Il sionismo cristiano – nella sua forma dispensazionalista di derivazione darbyana, con la sua teologia del rapimento, della grande tribolazione e del ritorno di Cristo subordinato al destino dello Stato di Israele – è fenomeno sufficientemente noto da non richiedere ampia illustrazione. Ciò che invece merita attenzione è la sua penetrazione concreta nell’apparato militare e di governo americano attuale. Pete Hegseth, Segretario alla Difesa, promuove apertamente il cristianesimo evangelico ai massimi livelli dell’esercito: tiene incontri di preghiera mensili in tutto il Pentagono e partecipa a studi biblici settimanali alla Casa Bianca, guidati da un predicatore che sostiene che Dio ordini all’America di sostenere Israele – il tutto con la piena approvazione di Trump. Le conseguenze operative non hanno tardato a manifestarsi. Nei mesi scorsi, all’avvio del conflitto con l’Iran, la Military Religious Freedom Foundation (MRFF) ha registrato in pochi giorni oltre 110 denunce provenienti da più di 40 unità dislocate in almeno 30 basi militari. Comandanti di ogni arma avevano tenuto briefing operativi in cui la guerra veniva presentata come parte del “piano di Dio”, con riferimenti espliciti all’Armageddon e al ritorno di Cristo. Secondo una delle denunce, un comandante aveva dichiarato che Trump “è stato consacrato da Gesù per accendere una luce guida in Iran, provocare l’Armageddon e inaugurare il suo ritorno sulla Terra”. Cfr. The Guardian, 3 marzo 2026; Jonathan Larsen, MRFF, febbraio-marzo 2026.

[6] Nel mese di aprile 2026, il Dr. Boot ha pubblicato su X un intervento in cui esprime una posizione fortemente critica nei confronti del regime iraniano e dell’attuale quadro geopolitico. In tale contesto, egli tende anche a interpretare il ruolo degli Stati Uniti in termini positivi e necessari, avvicinandosi a considerarli un argine alla dissoluzione dell’ordine e un riferimento per la civiltà cristiana. Questa lettura implica una valutazione delle dinamiche internazionali in cui il criterio etico-giuridico risulta intrecciato a considerazioni strategiche, come il contenimento di mali maggiori, la stabilità o l’utilità storica degli attori coinvolti.

Nell’intervento afferma:

“La spada dell’islamismo impugnata dal regime degli Ayatollah è stata puntata alla gola dei cristiani iraniani e di gran parte della popolazione musulmana per quasi cinquant’anni. Ha, innegabilmente, sponsorizzato il terrorismo globale, specialmente in Occidente, per un’intera generazione. Ha massacrato decine di migliaia dei suoi stessi cittadini nelle ultime settimane. Si è rifiutata di fermare il proprio programma di armi nucleari e lo sviluppo di missili balistici per poter colpire l’Occidente, inclusi gli Stati Uniti, che considera il Grande Satana. La più potente tra le superstiti potenze cristiane, gli Stati Uniti, sta prendendo l’iniziativa per schiacciare questo regime criminale medievale. Non commettiamo errori: questa è una guerra di visioni religiose del mondo, non solo di armi. È interessante osservare come alcuni della nuova destra ‘woke’ negli Stati Uniti si oppongano al proprio presidente e alle proprie forze armate, tanto è grande il loro odio per Israele e per gli ebrei. Sono degli apologeti del terrore e preferiscono la vittoria dell’islamismo militante alla sopravvivenza di Israele e alla sicurezza del proprio popolo. Sono una totale vergogna. Ci aspetteremmo questo comportamento dai democratici e dalla sinistra marxista radicale, è vergognoso vederli unirsi a loro nell’opporsi alla propria nazione.”

[7] In Conspiracy in Philadelphia: Origins of the United States Constitution, Gary North documenta in quasi cinquecento pagine la tesi che la Convenzione Costituzionale del 1787 fu un colpo di stato pattizio illegale. I delegati erano stati mandati dagli stati per emendare gli Articoli della Confederazione, non per sostituirli. Lo fecero in segreto, con un giuramento di silenzio valido per tutta la vita: i verbali di Madison furono pubblicati solo dopo la sua morte nel 1836. Il nuovo documento eliminò l’invocazione di Dio presente negli Articoli (il Grande Governatore del Mondo) e abolì il giuramento trinitario per le cariche federali (Articolo VI), abbattendo l’unica fondazione pattizimente cristiana rimasta nel governo civile. Scrive North: «La ratifica della Costituzione degli Stati Uniti nel 1787-88 non fu un atto di rinnovamento del patto. Fu un atto di rottura del patto: la sostituzione di un nuovo patto in nome di un nuovo dio.» La Costituzione è dunque, nella lettura di North, non un documento neutro o imperfetto, ma attivamente anti-cristiano nella sua struttura giuridica fondamentale. Cfr. Gary North: www.garynorth.com/conspiracyinphiladelphia.pdf

[8] Il ragionamento del male minore accompagna ogni epoca in cui la Chiesa si trova a scegliere tra potenze umane imperfette: dai principi protestanti protetettori della Riforma, fino alle democrazie liberali del Novecento. Il problema non è che sia sempre sbagliato nelle conclusioni pratiche immediate. Il problema è che, ripetuto sistematicamente, produce una deriva: il male minore di oggi diventa il male normalizzato di domani, santificato dalla necessità. La Chiesa perde progressivamente la capacità di giudicare il potere che ha scelto di sostenere, perché ne è diventata dipendente – emotivamente, identitariamente, a volte materialmente. Rushdoony vedeva in questo meccanismo la radice del clericalismo politico di ogni epoca: la Chiesa che cerca nel braccio secolare una protezione che solo Dio può garantire, e che paga quella protezione con la rinuncia al profetismo. Il profeta non sceglie il male minore: annuncia la Legge, denuncia la trasgressione, e lascia a Dio le conseguenze.


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