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Dare a Cesare?

La questione della vera sovranità

Dr. Joel McDurmon

 

Vera Sovranità  (Luca 20:19-26)

La maggior parte delle persone che usano la frase “date a Cesare” non considerano il resoconto biblico nel suo contesto, né biblico, né storico. Questo causa tra i cristiani un considerevole malinteso e confusione riguardo alla questione della legittima Autorità.

Questa è la stessa confusione in cui i capi del tempio sperarono di cogliere Gesù in modo da poterlo mandare in prigione. Ma Egli, ancora una volta, rovesciò il loro intrigo contro di loro. Sarebbero stati loro a soffrire per mano dell’autorità — l’autorità di Dio.

Il Contesto

Lo scontro (Mt. 22:15-22) avviene sullo sfondo di una più ampia narrativa riguardo all’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme (Mt. 21:1-23:39). “Poi Gesú entrò nel tempio di Dio, ne scacciò tutti coloro che nel tempio vendevano e compravano, e rovesciò le tavole dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombi. E disse loro: «Sta scritto: “La mia casa sarà chiamata casa di orazione ma voi ne avete fatto un covo di ladroni»” (Mt. 21:12-13). L’interazione immediatamente successiva che Gesù ha in ciascuno dei Sinottici è con i Sommi Sacerdoti e gli anziani (più che probabilmente farisei) che lo incrociarono mentre camminava nel tempio e gli chiesero il tesserino di accreditamento: “Con quale autorità fai tu queste cose? E chi ti ha dato questa autorità?.” Gesù li mette in confusione rispondendo con una domanda ed esce da quella situazione.

Così qui c’è un Tizio che ha permesso che lo adorassero quando è entrato a Gerusalemme, è entrato cavalcando un asino indicando il compimento di una profezia messianica, che ha ricevuto l’appellativo di “Figlio di Davide,” che ha scacciato con la forza i cambiamonete e tutti gli altri, e che sta guarendo malati dentro al tempio. I capi dei giudei lo stanno tenendo d’occhio da tempo e sanno che sta facendo questo da un po’, hanno mandato delegazioni a indagare sulle sue attività messianiche periferiche fin dai tempi di Giovanni Battista (Gv. 1:19-24) — talché i sacerdoti e gli anziani conoscevano moto bene Gesù e quanto potente fosse.

E pure, come richiese la cecità del loro orgoglio, si piazzarono davanti a lui pretendendo che lui rendesse conto a loro della sua autorità.

Naturalmente. Questo implica che essi avevano l’autorità di chiedere quel rendiconto. E c’è qualche legittimità nella loro richiesta visto che essi detenevano la carica di sacerdoti e la cattedra di Mosè, che Gesù stesso più tardi riconoscerà proprio poco prima di rimproverare la loro ipocrisia in Matteo 23. Ma essi non avevano capito, non potevano capire che Gesù era il vero sommo Sacerdote e il vero pastore d’Israele. E così, essi vennero ai ferri corti con lui, (quantomeno temporaneamente) sulle questioni della Sovranità e dell’Autorità.

L’intera narrativa in cui è collocata questa storia tratta con questo tema della superiore autorità celeste nei confronti dell’autorità terrena, e l’incapacità dei giudei di vederne la differenza. Questa è esattamente la questione che Gesù usa per confondere i capi del tempio quando gli chiedono di rendere conto della sua autorità. La domanda con cui Gesù risponde li rimanda indietro al suo battesimo, la sua costituzione come la Nuova Casa, e di conseguenza la ragione per cui aveva appena ripulito la vecchia casa.

“Ed egli, rispondendo, disse loro: «Anch’io vi domanderò una cosa, e voi rispondetemi. Il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini?». Ed essi ragionavano fra loro, dicendo: «Se diciamo dal cielo, egli ci dirà: “Perché dunque non gli avete creduto?”. Se invece diciamo dagli uomini, tutto il popolo ci lapiderà perché è convinto che Giovanni era un profeta»” (Lu. 20:3-6).

Rimasero sconcertati. Erano presi in una trappola nella quale avrebbero dovuto o negare l’autorità celeste di un uomo così ovviamente santo e popolare, o affermare l’autorità di qualcuno che avevano pubblicamente contrastato. In entrambi i casi rischiavano di perdere popolarità e influenza. Risposero dunque che non sapevano da dove venisse. “Allora Gesú disse loro: «Neppure io vi dirò con quale autorità faccio queste cose»” (Lu. 20:7-8). Visto che non potevano determinare la provenienza divina del ministero di Giovanni sarebbe stato inutile comunque anche per Gesù proporre la stessa cosa per la propria autorità. I due casi erano analoghi e rifiutando Giovanni avevano già rifiutato Cristo (proprio come non credevano realmente a Mosè e perciò rifiutarono Cristo, Giovanni 5:45-47).

La questione qui è che il cielo ha autorità che l’uomo non ha; l’autorità dell’uomo impallidisce se paragonata a quella di Dio perché è al massimo solo derivata da Lui.

Questa scaramuccia, insieme alla parabola dei malvagi vignaioli umiliò questi capi che cominciarono a complottare su come “sorprenderlo in fallo in un suo discorso” (Lu. 20:20).

Il complotto della tassa (Luca 20:19-26)

È ironico che quando tirano il loro primo fendente, che è la questione della tassa a Cesare, siano essi stessi a proporre una dicotomia tra l’autorità celeste e quella terrena. Dove avevano imparato quella tattica, mi chiedo? È come se si fossero consigliati assieme per cercare di trovare un trucco che intrappolasse Gesù intellettualmente e avessero infine deciso: ‘Dai, usiamo contro di lui lo stesso trucco che lui ha usato contro di noi.’

Lo scopo, comunque, era come minimo di portargli discredito. Ci è detto in Matteo (11:15-16) e Marco (12:13) che i farisei erano quelli che avevano istigato questa provocazione. I farisei erano un movimento popolare rivolto alle persone comuni. Erano un movimento  rivolto alle masse che combinava religione e politica. Quando il popolo cominciò a seguire in massa Gesù, ed egli poi aveva pubblicamente confuso i farisei, questi correvano il pericolo di perdere i loro ascoltatori. Infatti, la narrativa più estesa spesso enfatizza il fatto che erano gelosi della popolarità di Gesù ma non potevano rispondergli o arrestarlo perché temevano il popolo (Lu. 20:19; 22:2; Mt. 21:26, 46). Così fecero questo complotto, in parte per rivincita perché Gesù l’aveva spuntata su di loro pubblicamente, ma anche perché risentivano che avesse invaso il loro territorio, rubando il loro uditorio e gli applausi.

L’obbiettivo principale, però, è ancor più insidioso, ed è dichiarato chiaramente nel testo: essi volevano “consegnarlo al potere e all’autorità del governatore (Lu. 20:20). Qui si vede chiaramente l’ipocrisia e l’idolatria d’Israele: questi uomini, molti dei quali in privato avrebbero biasimato l’occupazione romana e il tributo, trovarono tuttavia conveniente far leva su quel sistema per sbarazzarsi di Gesù. Qui c’è un bel quadro della Grande Meretrice (Gerusalemme) che cavalca la bestia (Roma) che sono denunciate in Rivelazione 17-18. I farisei denigravano l’occupazione pagana, ma ciò nonostante trovavano proficui gli strani compagni di letto. Che abbiano coinvolto gli Erodiani è ai margini del comico se non diventasse tragico alla fine. Chiunque fossero esattamente, erano certamente favorevoli ad Erode, una dinastia che doveva la propria autorità a Roma. Le due parti saranno amiche fino alla fine e, infatti, Erode e Pilato metteranno da parte i vecchi rancori e diventeranno amici nell’occasione del processo a Gesù (Lu. 23:12).

Una questione legale

Così questo gruppo di farisei, sacerdoti, scribi ed erodiani mettono finalmente in atto il loro stratagemma: “Maestro, noi sappiamo che tu parli e insegni rettamente e che non usi alcuna parzialità ma insegni la via di Dio in verità. Ci è lecito pagare il tributo a Cesare o no?” (Lu. 20:21-22).

Si notino alcune cose qui: primo, impostano la domanda caratterizzando Gesù come uno fedele solo a Dio, che non è intimorito da nessuno. “Che non usi alcuna parzialità” (ND) in greco è ou lambaneis prosopon, letteralmente “non ricevi la faccia di uomini.Matteo usa la frase “tu non guardi dentro [blepeis eis] la faccia degli uomini” (Mt. 22:16). L’espressione in italiana “non guardi in faccia nessuno” calza perfettamente. In ogni caso credo che questo sia un riferimento diretto a Levitico 19:15: “Non farete ingiustizia nel giudicare; non userai parzialità col povero né presterai onore alla persona del potente; ma giudicherai il tuo prossimo con giustizia.” Il testo per “userai parzialità al” è letteralmente “alzerai la faccia di” e “onorare la faccia di” rispettivamente, sia in ebraico sia nel greco della Septuaginta. Il testo dovrebbe dire, proprio come dovrebbe dire in Luca: “Tu non solleverai la faccia del povero e non onorerai la faccia del grande…” In ogni modo, naturalmente, c’è una diretta corrispondenza tra la sfida dei farisei e la legge levitica. Stavano imponendo a Gesù uno standard giuridico.

La maggior parte dei commentatori sembra pensare che l’approccio dei capi con Gesù sia mera adulazione, come se questo campagnolo zotico dalla Galilea che permette che la gente lo lodi come Dio sarebbe caduto preda della loro falsa lode. Ma questa interpretazione è sbagliata — Egli li ha già una volta superati in furbizia — non è uno che va in cerca di riconoscimenti superficiali, e già lo sanno. Non stavano cercando di adularlo, stavano cercando di intrappolarlo con la parola di Dio, come avessero detto: “Tu servi veramente Dio solo, e rifiuti di inchinarti ad alcun uomo secondo la legge. Perciò: È giusto dare il tributo a Cesare? Se la via di Dio comanda di non rispettare la condizione sociale delle persone, piccole o potenti che siano, è quindi giusto rispettare nella forma di dare o pagare la tassa al potente Cesare che è un uomo? Questa è la natura della sfida.

Secondo, si noti che fecero una domanda giuridica: “ci è lecito (legittimo)…” (Lu.20:22). La parola in sé lascia poco chiaro se intesero legge Romana o legge di Dio, ma poiché era già legge romana pagare la tassa, la domanda puntava certamente alla legge della “via di Dio.” La domanda, ancora una volta, e la parola greca stessa (qui: exestin, “è legale?”; si veda anche exousia “autorità” in Luca 20: 2-8) rende chiaro che la questione ruota intorno all’autorità fondamentale. Cesare possiede legittima autorità per richiedere il tributo? Abbiamo autorità da Dio per pagare a Cesare?

Terzo, il riferimento non è a “tasse” o tributo in generale come fanno molte traduzioni, ma ad una tassa particolare chiamata il kānsos, una versione greca di una parola latina che traduciamo con censo. Questo non ha niente a che vedere con imposte sul reddito, la vendita di merci, contributi, tasse sul commercio, dazi, ecc. Questo kānsos in particolare aveva a che vedere con la “capitazione” o “testatico” che era basato sul censimento della popolazione e doveva essere pagato con un ammontare fisso per ciascuna persona donne e schiavi inclusi. E che per legge doveva essere pagato in moneta romana.

Gesù rispose immediatamente chiamandoli ipocriti (Mt. 22:18), ovviamente perché la domanda non era sincera. Luca (20:23) fa riferimento alla loro panourgia, indicando qualcosa come una disponibilità “a fare qualsiasi cosa.” Gli erodiani in particolare, agivano da ipocriti perché erano il partito che sosteneva uno dei più spietati collettori di tasse nella storia della Giudea: Erode. Erode il grande aveva tassato il popolo giudaico così pesantemente che Cesare stesso comandò che fosse fatto un censimento nel reame. È questo censimento della popolazione che verosimilmente compare nella storia della nascita di Gesù (Lu. 2:1-7).

La trappola della domanda è di facile comprensione: Se Gesù avesse detto “No” si sarebbe messo nei guai con le autorità romane per aver incoraggiato l’evasione fiscale e il tradimento nei confronti di Cesare (e questi suoi nemici avrebbero sicuramente fatto in modo che le autorità romane lo venissero a sapere). Se Gesù avesse detto “Sì” avrebbe per certo perso il sostegno del popolo che vedeva in lui il Messia che li avrebbe liberati dall’occupazione romana, o quantomeno come profeta. In entrambi i casi i farisei e gli erodiani avrebbero vinto; così fecero la domanda, e nella domanda era implicito: “Parla dentro a questo microfono quando rispondi.” Volevano che tutti udissero.

Ora il testatico in particolare poteva essere pagato solo con moneta romana; pertanto Gesù chiese che gli fosse mostrata quella particolare moneta — la “moneta del tributo” (Mt. 22:19). Ed essi gli portarono tale moneta romana: un “denarius” (Lu. 20:24).

“Di chi è questa immagine e questa iscrizione?”

Si resero conto immediatamente di essere nei guai. Gesù non tirò in ballo le parole “immagine” o “somiglianza” solo casualmente. Infatti, questa parola greca “somiglianza,” eikon (da cui deriva la nostra parola “icona”) compare nei vangeli solo nel resoconto di questa storia. Perché così rada? Perché è un termine tecnico, un termine che ha un posto ben specifico nella teologia del Vecchio Testamento: “Non ti farai scultura alcuna né immagine alcuna delle cose che sono lassú nei cieli o quaggiú sulla terra o nelle acque sotto la terra” (Es.20:4). Sicuramente capirono di essere nei guai.

Gesù inoltre fece loro notare specificamente l’iscrizione sulla moneta. Questa probabilmente li condannava più ancora dell’immagine. Il denarius stesso, con ogni probabilità una moneta fatta coniare dall’imperatore in carica in quel tempo, portava non solo la sua immagine ma un’iscrizione che diceva in modo abbreviato: TIBERIUS CAESAR DIVI AGUSTI FILIUS AGUSTUS (“Tiberio Cesare Augusto Figlio di Augusto Dio”), e il retro continuava PONTIFEX MAXIMUS (“Sommo Pontefice”). Se questa non era una scultura o un’immagine di un falso dio, niente poteva esserlo; e Gesù puntualizzo che questo fatto fosse messo agli atti.

La valuta dell’Idolatria

Si tenga presente che questo confronto comincia tempo indietro in Luca 20:1 e avviene dentro al tempio. C’era un tabù particolare riguardo all’introdurre idoli nel tempio stesso. Israele non era forse stato mandato in esilio per tale infrazione? Come mai questi santi uomini d’Israele, farisei ed erodiani adesso hanno idoli nel tempio? Com’è che furono così prontamente capaci di produrre un denarius quando Gesù chiese di vederlo? Ipocriti di fatto!

Questo fu un colpo durissimo per i farisei che si gloriavano della loro purezza e separazione da pratiche non bibliche. Una reale stoccata al tentativo di guadagnare popolarità! — guardate tutti, i “puri” “santi” farisei stanno portando falsi dèi dentro al loro stesso Tempio! A proposito, avete detto che volete che parli dentro al microfono?

Gesù avrebbe potuto veramente divertirsi qui a spese in particolare dei Sadducei (sicuramente nei paraggi se non in prima fila) che erano i Sommi Pontefici del tempio, incluso il Sommo Sacerdote. Cosa state facendo che portate in giro per il tempio una moneta che porta un’iscrizione che chiama Cesare il “Sommo Sacerdote”? Tu dovresti essere il Sommo Sacerdote di Dio! Da quando hai abdicato la tua carica in favore del governatore pagano?  Una risposta ci sarebbe stata a questa domanda retorica: fintantoché la Grande Meretrice cavalcherà la Bestia.

Certamente non fu un incidente isolato, perché un po’ tutti portavano con sé monete romane ogni giorno. Per esempio, il tempio stesso aveva un testatico annuale che tutti i giudei dovevano pagare, ed era un mezzo siclo d’argento. Ma era loro proibito pagare quella tassa con monete romane. Questo spiega i cambiamonete nel tempio tanto per cominciare. Essi avevano un virtuale monopolio su monete speciali d’argento che erano accettabili per il pagamento della tassa per il tempio; e, come con qualsiasi monopolio, si può star sicuri che il tasso di cambio fosse alto: questi tizi estorcevano la gente per della moneta particolare che erano costretti ad acquistare. Questa è una delle ragioni per cui Gesù li chiamò ladroni: letteralmente estorcevano la gente. Indaffarati con questo cambio forzato divennero ricchi di monete romane.

Si può immaginare, dunque, che avevano tavoli e sacchetti pieni di denarii romani lungo tutto il cortile del tempio. Di fatto, i cambiamonete spesso portavano una di queste monete all’orecchio come segno del loro mestiere. (Hanno orecchi ma non odono — a causa dei loro idoli!) Si può immaginare che i passanti e i pellegrini videro un’abbondante esposizione di queste immagini proprio lì nel tempio stesso. Si può immaginare anche che quando Gesù rovesciò sedie e tavoli e sparpagliò il denaro le strade risuonarono  col tintinnio delle monete che rotolavano giù sul pavimento di pietra. 

L’intera civilizzazione giudaica si era sottomessa all’uso delle idolatriche monete romane. La valuta romana era la base del loro commercio. Avevano in questo modo, malgrado quale che fosse il grado d’idolatria che avevano giudicato fosse implicita, accettato il beneficio sociale del governo di Cesare, e pertanto l’avevano legittimato.

Così, la sola risposta che gli oppositori di Gesù poterono dare fu: “Di Cesare.” Non solo il puro fatto della moneta stessa richiese con ovvietà questa risposta, ma si collegava anche al totale dominio che l’Imperatore mantenne sulla vita politica ed economica per tutta la cultura giudaica. Coniare moneta è simbolo di potere. L’accettazione di quella moneta come valuta comune è sottomissione a quel potere da parte del popolo.

“È legittimo?” “Perché chiedete? Lo fate già tutti i giorni.”

Tempo di ripagare

Ma ora che Gesù li aveva sotto i riflettori, sferrò loro il colpo fatale: “Rendete dunque a Cesare ciò che è di Cesare, e a Dio ciò che è di Dio.”

Importante qui, nella risposta di Gesù è il verbo: “Rendete.” Gli oppositori avevano formulato la domanda in modo errato: È legittimo “dare” o “pagare”? La parola è diversa. La parola dei farisei è didomi “dare”; Gesù non dice “dare” ma apodidomi “dare indietro” o “saldare.” È un termine usato per pagare ciò ch’è dovuto a qualcuno, o ciò che gli appartiene fin dal principio. Questo era un riconoscimento di diverse cose, ognuna delle quali avrebbe fatto adirare i giudei che le avessero dovute ammettere: 1) Cesare è il proprietario della moneta, essa è sua; 2) l’utilizzo della proprietà di Cesare a vostro proprio profitto implica il vostro debito verso di lui che è la misura in cui gli siete asserviti, e 3) l’imposizione da parte di Cesare del rientro dei suoi soldi (la tassa stessa)  significava che il popolo giudeo non era così libero come fingevano essere, ma ancora sotto schiavitù  (una chiara implicazione che il giudizio di Dio era ancora su di loro).

Essi traevano profitto dal mezzo, perciò non avevano diritto di rifiutare la tassa sul mezzo su basi economiche. Godevano l’ordine dell’Impero Romano perciò non avevano diritto di rifiutare su basi politiche. Portavano il suo denaro fin dentro al tempio malgrado le implicazioni, perciò non avevano diritto di rifiutare su basi teologiche (quantomeno non senza pentimento). 1 Così i farisei stettero davanti a Gesù e davanti alle folle, intrappolati dalle sue parole: “Rendete a Cesare ciò ch’è di Cesare.”

Il Debito Maggiore

Ma, anche, rendete “a Dio ciò che è di Dio.”

Ciò che la maggior parte dei commentatori manca o ignora qui è che Gesù implica un chiaro argomento a fortiori dal minore al maggiore — se è vero per il caso minore dell’uomo Cesare, quanto più vero sarà per il maggiore. Se Cesare ha autorità per richiedere il pagamento, quanta più autorità ha Dio? Invece di questo, la maggior parte dei commentatori vede più una dicotomia tra le due anziché una gerarchia. Lo stato possiede autorità da questa parte, e Dio possiede autorità dall’altra (i vostri pensieri, emozioni ed energie).

Ma questo non è il punto, per almeno due  ragioni piuttosto considerevoli: l’immagine e l’iscrizione. Queste sono le due cose sulla quali Gesù ha richiamato l’attenzione in relazione alla moneta. Sono ambedue manifesti concetti teologici.

Abbiamo già menzionato l’idea d’immagine rispetto al comandamento contro le immagini scolpite. Perché questo era un comandamento? L’uomo non deve farsi scultura o immagine alcuna di qualsiasi cosa vivente, e certamente nulla con riferimento alla divinità. Perché no? Perché la creazione di cose viventi è il territorio esclusivo di Dio; e il porre la sua immagine è territorio esclusivo di Dio. L’uomo che crea immagini in questa maniera sta sminuendo Dio stesso mediante una rappresentazione inadeguata e sé stesso cercando di fare la parte di Dio diventando Creatore e datore di Immagine.

In contrasto, Dio è colui che colloca la propria immagine: la colloca sull’uomo, o più correttamente, Egli crea l’uomo a propria immagine e somiglianza. Tutti gli uomini portano questa immagine.

Lo stesso vale per l’iscrizione di Dio. Noi portiamo la sua parola scritta sui nostri cuori, benché la caduta abbia avuto delle conseguenze su ciò. Paolo indica che questo vale perfino per l’uomo naturale (Ro. 2:14-15).  Questo valeva in modo speciale per i farisei: essi letteralmente indossavano la parola di Dio sulla loro fronte e sulle loro braccia. Questo compare in Matteo 23:5, quando Gesù li critica perché “allargano le loro filatterie.” Una filatteria  è una minuscola scatolina nella quale vengono tenute piccole porzioni di Scritture su pergamena (Es. 13:1-10; De. 6:4-9; 11:13-21). Alcuni dei giudei prese il comando alla lettera: “ E queste parole che oggi ti comando rimarranno nel tuo cuore. Le legherai come un segno alla mano, saranno come fasce tra gli occhi” (De. 6:6,8). Così essi indossavano letteralmente quella sezione delle Scritture tra gli occhi e sul braccio come un orologio da polso. I farisei a questo riguardo esageravano usando scatoline più grandi di chiunque altro per mostrare quanto più solerti essi fossero a ricordare la Parola di Dio.

Ciò era vero e pure ancor più rilevante per i sacerdoti: il Sommo sacerdote indossava una piastra d’oro sul suo copricapo che diceva SANTITÀ ALL’ETERNO (Es. 28:36). Anche lui portava letteralmente l’iscrizione di Dio in quanto rappresentante dell’intero popolo di Dio.

Perciò letteralmente, esternamente, di chi era l’iscrizione su questi individui? Penso che le implicazioni teologiche sia dell’immagine sia dell’iscrizione sarebbe stata ovvia a chiunque stesse ascoltando. L’impatto della lezione avrà fatto dei farisei lo zimbello della gente. Eppure voleva essere un crudo trillo di sveglia per chiunque stesse ascoltando.

Sì, il debito che il popolo aveva nei confronti di Cesare era un qualcosa di legittimo, ma la lezione di Gesù fu assai distante dal dire che l’autorità dello stato è separata o tolta in qualche modo dall’autorità di Dio, e che noi dobbiamo attendere sino alla fine dei tempi perché lo stato giunga sotto l’autorità e il giudizio di Dio. La lezione qui è molto più impegnativa, molto più completa.

La lezione è, più pienamente, che tutte le persone portano l’immagine di Dio e la sua iscrizione. Siamo tutti usciti dal conio di Dio. Tutti apparteniamo completamente a Dio. Tutte le persone devono “rendere a Dio ciò che è di Dio.” Tutte! I farisei, i sadducei, gli Erodi, le masse, e perfino Cesare stesso. Cesare ha lo stesso obbligo di “rendere a Dio” — chinarsi e sottomettersi a Dio — di chiunque altro. Ha lo stesso obbligo di amare il proprio prossimo e di obbedire la legge di Dio di chiunque altro. Cesare non è un dio o un sommo sacerdote, non è la fonte della legge e la scaturigine della provvidenza; egli, come tutte le persone, è una persona sottoposta alla provvidenza di Dio onnipotente, e alla legge di Dio, e al Sommo Sacerdote di Dio, Gesù Cristo. Egli ha altrettanto obbligo d’obbedire, di fatto, ha maggior obbligo d’obbedire perché nella sua carica pubblica rappresenta una molteplicità di persone.

Rendete a Dio. Tutti quelli che udirono Gesù non solo avranno compreso i concetti coinvolti, avranno immediatamente compreso la natura teologica dell’idea di rendere a Dio. Compare attraverso i salmi della liturgia giudaica:

“Il motivo della mia lode nella grande assemblea sei tu; io adempirò [renderò; stessa parola greca] i miei voti in presenza di quelli che ti temono (Sa. 22:25).

“I voti fatti a te, o DIO, mi vincolano. Ti renderò lode” (Sa. 56:12).

“Io entrerò nella tua casa con olocausti, adempirò [renderò] i miei voti” (Sa. 66:13).

“Fate voti all’Eterno, al DIO vostro, e adempiteli; tutti quelli che stanno attorno a lui portino [rendano] doni al Tremendo” (Sa. 76:11).

“Adempirò [pagherò] i miei voti all’Eterno in presenza di tutto il suo popolo” (Sa. 116:18).

Comparve perfino nella legge levitica: quando i leviti venivano separati per il servizio nel tempio, venivano presentati davanti al Sommo Sacerdote e “offerti” o “resi” a Dio come un’offerta (Le. 8). Furono resi a Dio interamente.

Autorità, Fedeltà, e  Libertà

L’uomo è libero perché Dio lo ha creato così. L’uomo non è libero al punto da non dover rendere tutto a Dio; e le società sono vincolate nella stessa misura. Pertanto, dove le istituzioni umane calpestino la legge di Dio dobbiamo prendere una decisione riguardo alla fedeltà a due autorità in competizione tra loro. Dobbiamo obbedire a Dio e non agli uomini, fino alla morte se necessario su questioni imprescindibili. Però possiamo denunciare e resistere la tirannia in altre questioni come espressione della nostra fedeltà a Dio, e del posto appropriato (quello assegnatogli da Dio N.d.T.) del governo umano.

Non è improprio, pertanto, che altre persone chiamino Cesare a rendere conto davanti a Dio. Non dovrebbe essere considerato illegale che altre persone rifiutassero sia di usare sia di accettare in pagamento qualsiasi valuta particolare indipendentemente da che immagine umana o iscrizione vi sia stampata sopra. Dobbiamo resistere la tirannia, benché mai mediante la rivoluzione violenta, e ci sono molti modi non violenti di farlo.

Con quale Autorità fai queste cose? Quale credente in Dio dovrà mai discutere di Autorità? “La terra è del Signore e tutto ciò che contiene, il mondo e i suoi abitanti” (Sa. 24:1). Dio dice: “Mie infatti sono tutte le bestie della foresta; mio è il bestiame che sta a migliaia sui monti. Conosco tutti gli uccelli dei monti; e tutto ciò che si muove nei campi è mio. Se avessi fame, non te lo direi; perché il mondo e quanto esso contiene è mio” (Sa. 50:10-12).

Rendete a Cesare ciò ch’è di Cesare, sicuramente. Ma rendete a Dio ciò ch’è di Dio

L’articolo originale qui

Note:

 

  1. Ethelbert Stauffer, Christ and the Caesars: Historical Sketches, trans. K. and R. Gregor Smith (Philadelphia: Westminster Press, 1955), 130–131.()
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