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LO STATO MODERNO E IL LAVORO

 

Lo stato moderno, avendo divorziato dalla fede biblica, non solo ha perso il criterio per la verità, ma ha anche perso l’abilità di creare una società che lavora. Il lavoro, nella Bibbia, è lo strumento che Dio ha ordinato per mezzo del quale l’uomo perviene al dominio. Per l’uomo moderno il lavoro è una orrenda necessità che toglie tempo alla ricerca del piacere. Nel passare dal lavoro al piacere, l’uomo moderno ha scelto il principio del piacere al posto del principio della realtà quale criterio operativo per la vita.

L’incapacità di fare progressi al di la di un certo grado limitato da parte della maggior parte delle culture  è dovuto alla loro avversione per il lavoro. Il lavoro è considerato in gran parte della storia e anche in molto del mondo moderno, come una necessità rivoltante e degradante, da richiedere con la forza alle classi inferiori.

Una ragazza che frequentava l’università, una mia parente, condivise un appartamento con altre tre ragazze, una delle quali dall’America Latina. Benché la ragazza latino-americana provenisse da una famiglia in qualche modo meno facoltosa delle altre tre, le quali appartenevano alla borghesia Americana, nei termini della sua nazione di provenienza ella apparteneva ad una classe superiore. Non sollevò mai un piatto. Nel bagno o nella camera, lasciava cadere i vestiti a terra nell’aspettazione che qualcuno avrebbe dovuto raccoglierli per lei. Ovviamente ella si aspettava una serva a tempo pieno che le servisse il cibo, che raccogliesse ciò che lasciava cadere, che fosse a disposizione di un suo cenno o chiamata. Il lavoro era qualcosa che non ci si doveva aspettare da lei: la sua dignità la collocava al di sopra del lavoro.

Quest’attitudine riguardo al lavoro è in evidente aumento. Nella vecchia Unione Sovietica, la prima generazione (dopo la rivoluzione) possedeva il retroterra del lavoro disciplinato in ragione dell’essere stati allevati nella vecchia Russia. Con una terza generazione (questo articolo è del 1975 N.d.T.), questa disciplina sta svanendo e il lavoro  è considerato con disprezzo e la produzione è in sofferenza. In tutto il mondo, un elemento crescente, le conseguenze dello stato umanista e della sua cultura, considera il lavoro come un male. Settori importanti della Nuova Sinistra credono che macchine ed automazioni possano eliminare il lavoro e ‘liberare’ l’uomo, e che solo le cospirazioni malvagie dei capitalisti lo stiano impedendo.

Questo è il loro obbiettivo: essere ‘liberati’ dal lavoro. Ma, prima di tutto, la libertà dal lavoro è una resa del mandato di dominio. Il lavoro era ed è il mezzo ordinato da Dio per ottenere il dominio (Genesi 1:26, 28). Malgrado tutte le sue stupidaggini politiche, gli Stati Uniti rimangono leader mondiale proprio in ragione delle sue  capacità produttive ancora notevoli [1], una diretta conseguenza dell’etica del lavoro dei Puritani. L’uomo non può sfuggire al lavoro. Lavorerà da uomo, assumendo ed esercitando dominio; o lavorerà da schiavo frustato, ma lavorare dovrà.

Secondo, una pia etica del lavoro è consapevole del tempo e lo rispetta. Oggigiorno viene espresso molto disprezzo per le persone che usano il tempo in modo  metodico e responsabile, come se libertà significasse disprezzare il tempo. Ma il tempo è vita. È la risorsa più preziosa che l’uomo ha. Il tempo perso non può essere recuperato e il tempo non può neppure essere conservato. Disprezzare tempo ed orologi è essere suicidi. Un’etica del lavoro pia pratica la tutela più basilare che ci sia, la tutela del tempo e della vita.

Terzo, il lavoro è un fatto teologico. È ordinato da Dio per la creatura che sola è creata ad immagine di Dio: l’uomo. È il modo indicato da Dio lungo il quale realizzare le implicazioni di quell’immagine, e cioè: giustizia, santità, conoscenza e dominio. Per mezzo del lavoro l’uomo è capace di adempiere il mandato e la vocazione creazionale, e di diventare un governante su se stesso, sulla sua vocazione, sulla sua casa, e sul mondo intorno a se.

Fondamentale per il sogno dello stato umanista è la creazione di un nuovo ordine mondiale, un ordine nel quale apparentemente l’uomo ‘trova’ se stesso senza l’aiuto di Dio. La realizzazione dell’uomo e della storia è vista come la rinascita dell’uomo come il nuovo dio e della morte del Dio della Scrittura. Questo deve essere la libertà dell’uomo.

Questo sogno statalista non è solo antinomiano, cioè ostile alla legge di Dio, ma anche anti-lavoro. La liberazione dell’uomo è vista come libertà da Dio, dalla legge e dal lavoro. Ma la vita non può essere ri-definita. Le condizioni della vita sono date da Dio, la vita è creazione di Dio, e le sue condizioni pure sono totalmente create da Dio. L’uomo non può vivere senza legge e senza lavoro più di quanto possa vivere senza respirare e mangiare, senza con ciò scegliere la morte. Come dichiarò la Sapienza secoli fa. “tutti quelli che mi odiano amano la morte” (Proverbi 8:36). Le condizioni della vita richiedono la sorgente della vita.

Lo stato moderno, però, con il suo umanesimo  si è completamente tagliato fuori dalla sorgente della vita. Non è più in grado di fornire significato alla vita, né può dare al lavoro un significato duraturo. La coesione sociale sta scomparendo e la città sta diventando sempre meno una comunità e sempre di più un campo di battaglia tra classi sociali, razze e bande. L’uomo moderno è senza radici e cinico, ha difficoltà a vivere con se stesso, e vivere e lavorare con altri è per lui un grande peso.

Alcune generazioni fa uno dei proverbi più popolari e comuni dell’occidente sosteneva che “Ogni uomo è figlio del suo lavorare”[2], vale a dire un uomo non può biasimare gli altri per i propri fallimenti. Sempre di più, però, questa convinzione ha lasciato il posto all’approccio della tragedia classica greca, e cioè che l’uomo è prigioniero del suo passato. L’umanesimo classico e moderno sono concordi su questa posizione determinista radicale. Il lavoro è futile perché il passato ci ha segnati. L’umanesimo allora come ora diventa ostile alla vita e all’uomo.

Il futuro, come il passato sarà dominato da quelle cultura che sono capaci di lavorare con scopo, abilità e zelo. L’arte oratoria può comandare dei voti, ma il lavoro propositivo comanda la storia.

 

R. J. Rushdoony, Marzo 1975  trad. 2012-03-31 by MG

 

[1] L’articolo è del 1975. Gli Sati Uniti stanno infatti perdendo oggi, 2012, la leadership a favore di nazioni  maggiormente produttive come la Cina.

[2]  Più noto, forse: “l’uomo è l’artefice del proprio destino” che non ho voluto usare per le sue connotazioni filosofiche e teologiche piuttosto che quelle rurali  pratiche di quello citato, oppure “Quel che semini, raccogli” di provenienza scritturale. (N.d.T.)

 

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