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Una valutazione Cristiana della Filosofia Moderna

di Gordon H. Clark

Nota dell’editore: Questa lezione venne tenuta per la prima volta nel 1959.

Nota del Traduttore: anche se è passato più di mezzo secolo da questa lezione, e il modernismo ha ormai ceduto il passo al post-modernismo,  l’irrazionalismo di cui Clark parla è ancora influente sul pensiero contemporaneo.

Tutti quei giovani uomini e donne dotati di un minimo di ambizione non troveranno comunque soddisfazione nelle loro esistenze, quand’anche riuscissero a guadagnarsi da vivere e a trovare stabilità in una confortevole routine, quantunque priva di significato. Le persone con seri propositi cercheranno sempre di avere un impatto significativo nel mondo che li circonda. Gli uomini e donne cristiani non solo desiderano lasciare il loro segno nel mondo, ma sono sotto l’obbligo divino di provarci.

Nel tentare di farlo, per ottenere un qualche risultato significativo, un prerequisito è una adeguata comprensione della civiltà di cui facciamo parte. Se desideriamo essere persuasivi, dobbiamo conoscere quello che gli altri pensano. Per questo, per comprendere la nostra società contemporanea è desiderabile, anzi io direi pure essenziale, avere una minima padronanza della moderna filosofia.

La ragione per cui la filosofia è così importante per comprendere una civiltà, la ragione per cui pertanto la filosofia è essenziale per chiunque desideri influenzare la società è semplicemente perché, nel complesso, è la filosofia a controllare i pensieri degli uomini. Le persone posso non essere consapevoli dei fattori che influenzano il loro pensiero, possono non aver mai sentito parlare dei più grandi pensatori della storia, ma alla lunga le teorie di questi filosofi si diffondono, diventano di dominio pubblico e in seguito vengono assimilate nel pensiero dei cittadini ordinari.

Un esempio di filosofo che controlla il pensiero della successiva generazione, in questo caso il pensiero di inizi ventesimo secolo è quello di Friedrich Schleiermacher. È stato lui ad aver dato vita al modernismo. Ci sono stati molti Cristiani quaranta o cinquant’anni fa che furono allarmati dal modernismo, ma non sempre furono in grado di individuarne la sorgente né di comprendere le sue idee portanti.

Di conseguenza rimasero perplessi di fronte alla sua popolarità e non furono in grado di affrontarlo con successo. Questi fondamentalisti pensavano che il modernismo fosse solo una questione riguardo alla negazione dei miracoli, della Nascita Verginale, l’Espiazione e la Risurrezione. Ma queste furono solo le implicazioni del modernismo. Alla sua base c’era una concezione differente della natura della religione. Schleiermacher aveva promosso una religione basata sull’esperienza invece che sulla rivelazione. Il suo pensiero era centrato sull’uomo invece che su Dio. La Psicologia dell’Esperienza Religiosa rimpiazzò la Teologia, e le dottrine della Bibbia vennero abbandonate una dopo l’altra. Perfino oggi, quantunque nei seminari i fasti del modernismo appartengano ormai al passato, milioni di persone, nelle panche della chiesa, continuano tuttavia a pensare più o meno come Schleiermacher insegnò.

Per affrontare il modernismo in modo adeguato, occorre conoscere la sua fonte, le sue motivazioni, e la struttura essenziale delle sue idee. Più in generale, se si desidera lavorare con persone che hanno inconsciamente accettato le vedute di un pensatore del passato, è auspicabile, direi anzi essenziale, comprendere i fattori che hanno plasmato le loro opinioni.

Tuttavia la filosofia contemporanea di cui desidero parlare non è il modernismo di Schleiermacher o di Ritschl. In seguito desidero parlare di una filosofia laicista e di un movimento religioso che hanno alcuni elementi fondamentali in comune. Quello che vi troviamo in mezzo a loro ben caratterizza il pensiero degli Stati Uniti oggi. La filosofia laicista è il Pragmatismo o Strumentalismo, e il movimento religioso è chiamato Neo-Ortodossia. Entrambi posso esser fatti derivare dal pensiero di uno o due filosofi che vissero circa un secolo fa.

All’inizio del diciottesimo secolo, Hegel dominava tutta la filosofia. Nessuno era in grado di pareggiarlo per l’estensione degli interessi, la profondità delle sue intuizioni, o il potere del ragionamento dettagliato. Il suo sistema dell’Idealismo Assoluto pretendeva di avere una spiegazione razionale a ogni cosa. La Ragione aveva risolto tutti i problemi, e il Sistema era prossimo alla perfezione. Dopo la sua morte la sua filosofia di diffuse dalla Germania, eclissando ogni altra cosa in Inghilterra, ed era stata largamente adottata nelle Università Americane.

Durante questo periodo di grande popolarità, ebbe inizio, ancora in Germania, e proprio tra gli stessi studenti di Hegel, un movimento destinato a controllare il pensiero del nostro ventesimo secolo. Karl Marx e Søren Kierkegaard studiarono entrambi sotto Hegel, ed insieme giunsero alla conclusione che Hegel si era terribilmente sbagliato. I due concordavano che la Ragione non aveva risolto tutti i problemi e che la Ragione non poteva risolvere tutti i problemi. Così anche se Marx e Kierkegaard dissentivano su molti altri importanti punti, essendo il primo un socialista ateo e il secondo un individualista cristiano, insieme i due inaugurarono l’irrazionalismo che contraddistingue larga parte del pensiero contemporaneo.

Sia ben chiaro che per irrazionalismo io non intendo una concezione come quella della filosofia Cattolico Romana che difende una sfera di fede superiore alla ragione, né intendo ogni prudente diffidenza verso le cosiddette razionalizzazioni e le facili e immediate soluzioni a problemi difficili e intricati. Per irrazionalismo qui si intende il ripudio della ragione stessa. In questo genere di filosofia sono le stesse forme del pensiero, gli stessi processi della logica ad aver negata ogni validità.

Per riuscire a districarsi con l’argomento principale sarà sufficiente dare un breve resoconto delle filosofie laiciste di William James e di John Dewey e i loro immediati predecessori Europei, Friedrich Nietzsche ed Emile Durkheim. In secondo luogo confronterò questa filosofia laicista con alcuni dei fattori fondamentali nel movimento religioso conosciuto come Neo-Ortodossia.

Nietzsche il Tedesco e Durkheim il Francese, sessanta o settanta anni dopo i primi attacchi alla deificazione della ragione di Hegel, giunsero al loro irrazionalismo attraverso un approccio biologico. Anche se potrebbero non essere stati i primi ad applicare i principi dell’evoluzione alla filosofia, lo fecero comunque in modo più accurato e completo di qualunque loro predecessore.

Da un tale approccio ne consegue in entrambi i casi che non esistono standard universali di moralità né esistono forme stabilite di logica che vincolano ogni pensiero. Sia la logica sia la moralità sono soggette a costante cambiamento. Riguardo la moralità Nietzsche proclama il Superuomo che è superiore agli standard tradizionali, e Durkheim lascia a ogni società produrre i propri standard così ché non possa essere giudicata dagli standard di qualunque civilizzazione straniera.

L’effetto di questa concezione sulle forme della logica può essere meglio visto da vicino enfatizzando il naturalismo che Nietzsche così chiaramente esprime. Il Naturalismo, nell’inesatto linguaggio popolare, è una sorta di materialismo. Non solo Nietzsche ripudia la Ragione Hegeliana universale, ma nega pure l’esistenza dell’anima e della mente. Per lui, come lo era per Marx, il punto di partenza di tutta la filosofia è il corpo. Perciò, egli conclude, la nozione che l’universo è riconducibile alle forme del pensiero umano è assolutamente puerile.

Ogni cosa che raggiunge la nostra coscienza, così dice Nietzsche, viene semplificata e rielaborata secondo i nostri bisogni. Noi non troveremo mai un “fatto della natura” e non afferreremo mai le cose per come esse sono. Quello della conoscenza, nella sua totalità, è un apparato semplificatore, rivolto non verso la verità, ma verso l’utilizzo del mondo per i nostri scopi umani.

La logica, come sviluppo evolutivo, distorce la realtà, e quello che noi ora chiamiamo verità è semplicemente quel genere di errore senza il quale le specie non possono sopravvivere. La legge fondamentale della logica è il principio di non-contraddizione, noi noi siamo in grado di pensare senza di esso. Ma questo, nell’opinione di Nietzsche, è solo un segno della nostra incapacità, l’incapacità di affermare e negare la stessa cosa allo stesso tempo. Supporre che la logica e il principio di non-contraddizione sono adeguati per la realtà presuppone una conoscenza della realtà precedente e indipendente da questa legge. Pertanto, ovviamente, il principio di non-contraddizione è valido solo per quelle presupposte esistenze che noi abbiamo creato.

Sia Nietzsche sia Durkheim considerano le leggi del pensiero come prodotto dell’evoluzione. Oggi gli uomini nascono con questi prodotti evolutivi così interiorizzati da non poter pensare in modo diverso. Tali attitudini sono certamente utili, ma questo non le rende vere. Secondo Durkheim i concetti di tempo, contraddizione e causalità sono escrescenze dei riti religiosi e delle cerimonie sociali. Non esiste alcun concetto universale del tempo e della causalità, ogni società è dotata del proprio. Gli individui che usavano categorie differenti da quelle stabilite nella loro società venivano trattati come folli, venivano eliminati, col risultato che sopravvivevano solo quelle persone che usavano le modalità di pensiero approvate socialmente.

William James continua questo attacco a quello che egli chiama il “serpente del razionalismo”. L’Assoluto Hegeliano è futile, il teismo è vacuo, le categorie della logica sono prodotti evolutivi, il tempo e lo spazio non sono intuizioni a priori ma costrutti artificiali. Ma avrebbero potuto svilupparsi altre categorie e rivelarsi altrettanto utili come quelle che usiamo oggi.

Verso la fine della sua vita James negò anche l’esistenza della coscienza e diede evidenza di aver adottato la concezione del comportamentismo. Ad ogni modo, John Dewey molto chiaramente fonda la conoscenza su funzioni biologiche e professa esplicitamente un certo genere di comportamentismo.

John Dewey rinconduce tutta la conoscenza a “coordinazioni sensorio-motorie”, e a ogni piè sospinto Dewey obietta alla terminologia “mentalistica”. La mente, egli dice, è il complesso delle abitudini corporali. Infatti, le abitudini formatesi nell’esercizio delle attitudini biologiche solo le sole agenti dell’osservazione, della memorizzazione e del giudizio. La mente che compie queste operazione è un mito, sono le abitudini concrete a svolgere tutta la percezione e il ragionamento che viene compiuto. Da qualche parte Dewey dice senza mezzi termini che la conoscenza risiede nei muscoli e non nella coscienza.

Dato che i muscoli e le attitudini biologiche sono tese verso la sopravvivenza, ne segue che per Dewey la verità, comprese le leggi della logica, è strumentale. I nostri concetti sono stati escogitati come strumenti per risolvere i nostri problemi. Se un idea o un concetto “funziona”, allora è vero. Questo principio pragmatico che la verità è quel che funziona è espresso molto più chiaramente da Dewey che da James. Leggendo James si potrebbe supporre che la verità di un idea è messa alla prova mettendola in pratica. Se la prova ha successo, allora l’idea si è dimostrata esser vera.

Ad esempio, alcuni Cristiani potrebbero prender in prestito le idee di James, e dire che dovremmo metter Dio alla prova, dovremmo credere in Dio, dovremmo accettare l’idea di Dio. In seguito se quel che crediamo viene confermato dal successo degli affari della vita, o quantomeno in una vita futura, quando il giudizio di Dio giustifica il nostro credere, allora l’idea di Dio si sarà chiaramente manifestata esser vera.

Ma Dewey impedisce al Cristiano di usare il pragmatismo in un tal modo. Per lui “le idee sono affermazioni non di quel che è o è stato, ma di atti da compiere.” “Un idea o un concetto è un …piano per agire in un certo modo.” Perciò l’idea di Dio non è l’idea di un essere pre-esistente, ma un piano d’azione, e il suo significato è totalmente consumato negli osservabili movimenti muscolari della soluzione di un problema. Allo stesso modo i concetti di fisica e chimica come la gravitazione o l’acido solforico non sono affermazioni di esistenze antecedenti ma operazioni nel laboratorio.

Naturalmente Dewey dice la stessa cosa riguardo i concetti della logica. Il principio di non-contraddizione è costruito come un utile strumento rivolto alla risoluzione di un problema. Finché questa legge della logica sarà utile, sarà mantenuta. Quando nel futuro sorgerà un altro problema per il quale questo strumento non è adatto, ci inventeremo un concetto differente, delineeremo un differente piano d’azione, formuleremo un differente tipo di logica.

Ora, Dewey è stato uno scrittore prolifico e le sue concezioni sono state così influenti su innumerevoli questioni che è forte la tentazione di continuare con una prolungata esposizione della sua filosofia. Tuttavia l’occasione non lo permette; e avendo descritto i punti essenziali del comportamentismo strumentale, devo ora affrettarmi a esporre la mia critica alla logica che questo propone. Anche la critica deve essere breve e stringata, cosa di cui mi rammarico, perché a mio parere l’argomento è estremamente importante.

L’irrazionalismo è un fenomeno diffuso. Essenzialmente le stesse vedute si trovano tra i positivisti logici e i filosofi analitici di Oxford. Per esempio A. J. Ayer, come Dewey, sostiene che la logica è una costruzione arbitraria e che “è perfettamente concepibile che avremmo potuto impiegare convenzioni linguistiche differenti”.

Poco più avanti sarà provato che anche la Neo-Ortodossia fa propria gran parte di questa idea della logica. Questa è la ragione per cui la conoscenza della filosofia laicista è importante nelle discussioni religiose, perché sono entrambe rami dello stesso albero. Nessuna delle loro forme può essere compresa appieno prescindendo dal loro terreno comune. Pertanto, se la logica comune a queste svariate scuole di pensiero si rivelerà fallace, una sola critica le demolirà tutte insieme.

Se i principi logici sono arbitrari e provvisori, vuoi perché sono “clausole procedurali” della scuola analitica, vuoi perché sono le convezioni di una società, o vuoi perché sono abitudini muscolari comportamentistiche, ed è pertanto concepibile impiegare differenti convenzioni linguistiche, dovrebbe essere possibile per questi filosofi inventarsene una differente, e conformarsi ad essa nell’esprimere le loro concezioni. Ma possono farlo?

Ora, il principio Aristotelico di non-contraddizione che costoro rigettano o che sostengono possa esser rigettato, richiede che una data parola deve non solo significare qualcosa ma anche non significare qualcos’altro. Il termine cane deve significare cane, ma deve anche non significare montagna, e montagna non deve significare metafora. Ciascun termine deve riferirsi a qualcosa di definito e allo stesso tempo devono esserci altri oggetti a cui non si riferisce. Immaginate se la parola montagna significasse metafora, e cane, e Bibbia e Stati Uniti. Chiaramente se una parola significasse ogni cosa, essa non significherebbe nulla.

Ma se ora il principio di non contraddizione non è una verità stabilita, se è semplicemente provvisorio, e se è concepibile un’altra forma di pensiero, allora io sfido costoro a scrivere un libro senza usare il principio di non contraddizione e senza pretendere che le parole abbiano riferimenti definiti. Di fatto non sarebbe per loro difficile farlo. Basterebbe soltanto scrivere la parola metafora sessantamila volte. Metafora, metafora, metafora, metafora, metafora, metafora. Questo significa: il cane è corso sulla montagna, perché la parola metafora significa cane, corso e montagna. Ma sfortunatamente la proposizione “Metafora, metafora, metafora, metafora, metafora” significa anche “Il prossimo Natale è Pasqua” perché la parola metafora ha anche questi significati.

Il punto dovrebbe essere ora evidente. Non si può scrivere un libro o pronunciare una dichiarazione che significhi qualcosa senza usare il principio di non-contraddizione. La logica non è né una convenzione procedurale, né un prodotto della società, né una attitudine muscolare. La logica è una necessità innata. Che sia il secolarismo di John Dewey e A. J. Ayer, o la teoria religiosa dei Neo-ortodossi, o anche il frequente disprezzo pietistico della nostra cosiddetta ragione umana fallibile, questo irrazionalismo rende impossibile qualunque religione intelligibile. Ogni dottrina definita singolarmente e la somma di tutte queste come rivelazione verbale sono svuotate di ogni significato. Ma fortunatamente questo irrazionalismo rende impossibile anche sé stesso, le teorie di Nietzsche, Dewey e Ayer sono autorefutanti perché non possono essere formulate in modo intelligibile se non per virtù di quella legge che esse ripudiano.

La seconda metà, o forse dovrei dire la seconda parte di questo saggio, perché invece di essere una uguale metà sarà solo una breve appendice, tratta della Neo-ortodossia. L’analisi della Neo-Ortodossia deve essere breve e stringata quanto quella precedente. Sarà quindi esibito quanto basta per mostrare che la Neo-Ortodossia condivide lo stesso irrazionalismo e pertanto soffre dello stesso destino di inintelligibilità. E questo perché queste sono i due prodotti gemelli dello stesso motivo anti-Hegeliano. Marx stimolò la reazione laicista e naturalistica mentre Søren Kierkegaard portò avanti la reazione religiosa. Avevano comunque entrambi bassa stima sia della ragione sia dell’intelletto.

Per Søren Kierkegaard Dio è verità, ma la verità esiste solo per un credente che esperimenta interiormente la tensione tra sé stesso e Dio. Se una persona realmente esistente è un incredulo, allora per lui Dio non esiste. Dio esiste solo nella soggettività.

L’enfasi sulla soggettività e la corrispondente denigrazione dell’oggettività si risolve nella distruzione dell’oggettività storica del Cristianesimo. Lo Storico non è il Religioso e il Religioso non è lo Storico. La Religione reale non consiste nell’apprendere nulla, è una questione di sentimento e passione anti-intellettuale. Basare la propria religione sulla storia oggettiva la pone alla mercé dei continuamente mutevoli risultati del criticismo storico. È assurdo supporre che la benedizione eterna possa esser fondata sull’informazione storica.

La questione principale non è quello che una persona crede ma come crede. Il metodo della religione non è intellettuale, è un’esperienza di sofferenza e di disperazione, è appropriazione e decisione appassionate. Quello di cui ci si appropria è di minor importanza.

Nel suo vivido stile Søren Kierkegaard descrive due uomini in preghiera. Uno si trova in una chiesa Luterana e possiede una vera concezione di Dio, ma siccome prega con falso spirito, egli sta così pregando un idolo. L’altro si trova in un tempio pagano pregando idoli, ma siccome prega con una passione infinita egli sta veramente pregando Dio. Perché la verità risiede nel Come interiore e non ne Che Cosa esteriore. “Se il solo come di questa relazione è nella verità, allora l’individuo è nella verità, quand’anche egli fosse così relazionato alla falsità”.

Questa illustrazione implica che è oggettivamente indifferente se uno adora Dio o un idolo. Quel che conta è la relazione soggettiva dell’individuo con uno sconosciuto Qualcosa. Ma se la nostra adorazione è rivolta a uno sconosciuto Qualcosa, piuttosto che al Conoscibile Assoluto Hegeliano, o il Dio di Abramo, Isacco o Giacobbe che ci dà informazione riguardo Sé stesso, allora parrebbe proprio che non ci sia alcuna rilevante differenza tra l’adorare Dio e l’adorare il diavolo.

Molti dei contemporanei discepoli di Søren Kierkegaard persistono in questo anti-intellettualismo. Per esempio, Reinhold Niebuhr sostiene che ogni affermazione intorno al posto dell’uomo nel cosmo, quando pienamente analizzata, condurrà a delle contraddizioni. Non c’è modo di sfuggire all’assurdità razionale, l’uomo è libero dalla ragione con una libertà che è al di sopra delle categorie della filosofia. Tuttavia, per gli scopi di questa lezione, mi limiterò all’analisi delle vedute di Emil Brunner.

Emil Brunner distingue tra due varietà di verità. Prima, c’è la verità ordinaria degli affari quotidiani, della matematica e della scienza, che può anche esser chiamata verità astratta. Brunner la chiama Essa-Verità per distinguerla dalla seconda varietà, quella che egli chiama Tu-Verità. Nello spostarsi dalla logica e la matematica alla teologia, passando attraverso la sociologia e l’antropologia, noi lasciamo la Essa-Verità astratta ed entriamo nel regno religioso delle relazioni personali. Qui l’uomo non è un semplice osservatore, come si suppone lo sia nella logica e la matematica, ma è egli stesso influenzato dalla verità e vi esercita fede e fiducia personale. Al centro di questa sfera c’è un confronto personale dell’individuo con Dio.

In questa esperienza di confronto personale la tradizionale distinzione filosofica tra soggetto ed oggetto viene trascesa, e la nuova verità diventa la relazione tra soggetto e soggetto. Dio non è mai un oggetto della conoscenza, chi abbia avuto questo confronto personale con Dio, come l’hanno avuto gli Apostoli, ne possono parlare in seguito. Nel farlo, useranno soggetti e predicati, useranno le forme della logica e del pensiero astratto, ma quello che diranno non è realmente vero. La verità astratta, verbale, proposizionale è semplicemente un puntatore alla verità personale. Alcune proposizioni puntano di più che altre, ma perfino le parole della Scrittura sono solo puntatori.

Brunner non intende dire che le parole del linguaggio siano convenzionali, così che suoni differenti in linguaggi differenti significhino la stessa cosa. Cane e Dog e Hund sono tutti suoni arbitrari che esprimono lo stesso pensiero. Ma per Brunner non è semplicemente il suono o la parola, è il pensiero stesso che non è grado di afferrare l’oggetto. Egli afferma in modo molto esplicito che il contenuto concettuale stesso, tanto quanto la sua espressione verbale, è solo una intelaiatura, un mezzo, un puntatore.

Per questa ragione, così dice Brunner, non dovremmo permettere alla logica del nostro linguaggio di spingerci troppo in là. Anche se quel che diciamo realmente in una proposizione può validamente implicare una seconda proposizione, capita spesso che la fede debba metter freno alla nostra logica. Qualche volta potremo seguire le implicazioni dei nostri pensieri, ma qualche altra volta la fede ci porta a negare la conclusione che abbiamo asserito nelle premesse.

Ed è così che Brunner usa della buona logica per refutare Schleiermacher, ma siccome la buona logica, invece che refutarlo, appoggia invece Giovanni Calvino, ecco che interviene la fede mettendo la mordacchia alla nostra logica e refutando così Calvino per noi.

Ma qui ovviamente Brunner si trova in difficoltà. Perché mai non avrebbe dovuto invece accettare la logica nel caso di Calvino e metterle invece la mordacchia  nel caso di Schleiermacher? Come si fa a sapere quando accettare le implicazioni delle proprie affermazioni e quando no? Questa domanda è un puntatore, essa punta all’irrazionalismo arbitrario della posizione di Brunner. Se due implicazioni sono parimenti valide, non ci può essere alcuna ragione per seguire l’una e metter freno all’altra.

Di fatto, Brunner è in una situazione ben peggiore di quanto tutto questo potrebbe indicare, se possibile. Dal momento che tutte le proposizioni sono semplici puntatori e dato che il loro contenuto intellettuale è solo una vuota ossatura, non fa davvero molta differenza se le nostri affermazioni siano vere o false. Non solo è irrilevante se io o voi diciamo la verità, ma non possiamo neppure aspettarci che lo faccia Dio stesso. Brunner dice piuttosto esplicitamente che una proposizione falsa può essere un puntatore altrettanto quanto una vera. Dio stesso è libero dalle limitazioni della verità astratta e può esprimere la sua speciale varietà di verità con dichiarazioni false.

“La nostra conoscenza di Dio”, per tradurre da Philosophie und Offenbarung, “che otteniamo dalla rivelazione è innanzitutto una Conoscenza come-se.” In altre parole, la rivelazione non è assolutamente vera. Forse noi dobbiamo vivere come-se fosse vera, ma non dobbiamo supporre che la rivelazione è la verità. Brunner ovviamente tenta di scansare le critiche aggiungendo che “Questo come-se non contiene incertezza, dato che è un come-se divinamente garantito”.

È difficile, tuttavia, ottenere un po’ di conforto da un tale divinamente garantito come-se, visto che Dio stesso usa a volte falsità nella rivelazione, la garanzia stessa può benissimo essere un come-se e pure falsa. Come si fa a distinguerlo? E quand’anche la garanzia divina non fosse falsa, rimarrebbe ancora un semplice puntatore a qualche inconoscibile e inintelligibile qualcosa. Non potrà mai essere accettata come oro colato.

L’obiezione sottostante alla Neo-ortodossia non è tanto che essa neghi questa o quella dottrina Cristiana, e nemmeno che essa getti alle ortiche metà o tre quarti della Bibbia. L’obiezione sottostante è che tutta l’intelligibilità è scomparsa. Non rimane nessuna dottrina, non resta nulla della Bibbia. La verità è diventata impossibile e noi siamo lasciati alla mercé della cieca passione.

Questo è il risultato dell’irrazionalismo contemporaneo. E a questo si aggiunge tutto l’obbrobrio che la parola irrazionale richiama, e il costo di abbracciare un tale punto di vista è nulla di meno che la pazzia.

Ma dall’altra parte, l’integrità mentale e il Cristianesimo richiedo intelletto, ragione, logica e verità perché nel principio era il Logos, la sapienza eterna di Dio.

Marzo/Aprile 1990

Copyright (C) 1990,2014 The Trinity Foundation
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