Agostino vs. la Teologia dei Due Regni
L’argomento moderno dei Due Regni è uno sviluppo relativamente recente; è apparso alla fine degli anni Novanta come replica retorica contro la Teonomia. Per oltre vent’anni dopo la pubblicazione de Le istituzioni della legge biblica di R. J. Rushdoony (1973) e per più di dieci anni dopo Theonomy in Christian Ethics (1984) di Greg Bahnsen, i seminari riformati, tutti amillenaristi nella loro escatologia e antinomisti nella loro visione della Legge di Dio, cercavano disperatamente una risposta teologica completa alla Teonomia. Theonomy: A Reformed Critique (1990) fu confutato in modo devastante un anno dopo da Theonomy: An Informed Response (1991). Nel frattempo, i teonomisti producevano un vasto corpo di letteratura che applicava la Legge di Dio a ogni ambito della vita, cosa che gli oppositori non avrebbero neppure potuto sognare di fare alla luce delle loro posizioni. Verso la metà degli anni Novanta divenne chiaro che da parte loro non era possibile produrre una risposta teologica o esegetica alla Teonomia.
Fu allora che l’argomento dei «due regni» venne recuperato dal cassonetto delle idee teologiche e rimesso in circolazione. L’argomento era stato abbandonato dopo gli effetti disastrosi che aveva prodotto nella chiesa tedesca al tempo della Germania nazista. Non venne usato prima del 1995; e nessuno aveva cercato di trasformarlo in una «teologia» prima di allora. Ma alla fine degli anni Novanta quella storiaccia del passato — si pensava — doveva ormai essere dimenticata; quindi, era di nuovo abbastanza “sicuro” adoperare i «due regni» contro la Teonomia.
Nei nostri articoli su American Vision la chiamiamo generalmente «Teologia dei Due Regni». Si deve però comprendere che, come argomento, è ben lontano dall’essere una vera «teologia». Non è mai stata sviluppata come una teologia organica e completa che spieghi la Bibbia e il mondo da una prospettiva unitaria. Non esiste una teologia biblica esaustiva che ne mostri i fondamenti esegetici. Non esiste una teologia sistematica che le conferisca una struttura solida. E non esiste un corpo di letteratura di teologia applicata che presenti applicazioni e piani d’azione per tutti gli altri ambiti della vita e della conoscenza umana. Per quanto vale, l’argomento è semplicemente una replica retorica contro la Teologia del Patto della Teonomia; la si potrebbe, quindi, chiamare più propriamente la Retorica dei Due Regni. Qualunque popolarità essa goda non si basa su alcuna qualità sistematica, esegetica o applicativa, ma sul fatto che costituisce un modo facile per professori di seminario e pastori di evitare di rispondere alle difficili sfide che la Teonomia pone alla loro ideologia e alla loro predicazione.
Non sorprende dunque che, nella loro difesa, i moderni sostenitori della Teologia dei Due Regni non facciano appello ai libri che avrebbero scritto per svilupparla in modo sistematico ed esegetico — perché esistono solo pochi libri di questo tipo, brevi e di portata limitata — ma piuttosto a una presunta «storicità» dell’argomento. Martin Lutero, naturalmente, è il primo campione chiamato in causa, poiché egli effettivamente utilizzò tale argomento in una particolare svolta infelice d’eventi, e ciò con conseguenze disastrose. [1] Vale la pena ricordare che neppure lo stesso Lutero ebbe modo di sviluppare teologicamente tali argomentazioni; anche lui le impiegò soltanto come mero espediente retorico; quando gli veniva chiesto consiglio, il più delle volte ricorreva alla Legge di Dio così come rivelata nella Scrittura. Il tentativo poi di mettere in collegamento Calvino con la Teologia dei Due Regni è stato fatto ricorrendo a menzogne palesi, come Joel McDurmon ha dimostrato in modo magistrale. Né si possono rintracciare radici storiche per i Due Regni nella storia delle chiese riformate: l’ideale profondamente riformato della Città posta sopra un monte è in aperta contraddizione con esso.
Insomma, per farla breve, agli esponenti contemporanei di questa “teologia” è infine rimasta una sola speranza storica: Agostino d’Ippona, il teologo che, attraverso i suoi scritti, sermoni e commentari, ha plasmato la teologia della cristianità occidentale e, tramite essa, ha plasmato il mondo. Poiché oggi ben pochi cristiani si prendono la briga di leggere Agostino, i sostenitori della Teologia dei Due Regni promuovono con entusiasmo il mito di una «visione agostiniana dei due regni». Michael Horton, al Seminario di Westminster in California, afferma chiaramente che La Città di Dio di Agostino «ha contribuito a creare ciò che venne poi chiamato la dottrina dei due regni»; e nel resto dell’articolo procede a tracciare un parallelo tra le due città di Agostino (la Città di Dio e la Città dell’Uomo) e i «due regni» della sua teologia.
In questo articolo vedremo che un simile parallelo è assurdo. In Agostino non vi è nulla che rimandi a qualcosa di simile alla moderna Teologia dei Due Regni, con il suo dualismo tra Chiesa e Stato, e tra natura e grazia. Il contesto storico, la visione agostiniana della legge, della giustizia e dello Stato, i suoi consigli pratici e politici, così come gli sviluppi della sua teologia da parte dei suoi immediati successori, conducono alla conclusione che Agostino vedeva il mondo come un unico Regno di Cristo, sotto la medesima Legge eterna di Dio. Agostino, contrariamente a Horton, è giustamente chiamato il «padre teologico della cristianità», quella stessa cristianità che la Teologia dei Due Regni nega come ideale e come realtà storica.
Per cominciare, dobbiamo riesaminare brevemente i principi fondamentali di ciò che è noto come la «Teologia dei Due Regni». La Teologia dei Due Regni, così come viene spiegata dai suoi stessi aderenti, si fonda sui seguenti principi:
Ogni cristiano, in questa vita, è cittadino di due regni distinti, la Chiesa e lo Stato (noto anche come «regno comune»). I due regni sono sottoposti a due sistemi di legge separati. La Chiesa è sotto la rivelazione speciale data nella Bibbia, e il suo obiettivo principale è la salvezza personale. Lo Stato è sotto la legge naturale, rivelata a tutti gli uomini; la sua preoccupazione è il governo, non la salvezza, e pertanto la Bibbia non può essere la sua unica fonte di autorità e legittimità. Poiché la Chiesa deriva la propria autorità soltanto dalla Bibbia, e lo Stato no, la Chiesa non deve mai calpestare l’autorità delle istituzioni del regno comune. [2]
Su questa base, i teologi dei Due Regni dichiarano che, poiché la cultura fa parte del «regno comune», il quale non è governato dalla Legge di Dio rivelata, i cristiani non devono dunque cercare di creare una cultura cristiana né di stabilire un governo civile cristiano; né la Chiesa può parlare delle questioni culturali, politiche o di qualunque altro tipo dell’attualità. Alcuni, come Horton, sostengono un completo ritiro dei cristiani dagli sforzi politici o culturali, mentre altri, come Albert Mohler, si limitano a impedire alla Chiesa di parlare di politica e cultura, ma permettono ai singoli individui di farlo (senza tuttavia specificare quale legge esattamente debbano usare quando parlano di cultura, se quella «naturale» o quella rivelata). Vediamo dunque quale fosse la posizione di Agostino su tutti questi temi e se davvero egli abbia predicato una teologia dei «due regni».
Il contesto storico
Prima di esaminare i punti di vista di Agostino, è necessario comprendere il contesto dell’epoca in cui egli scriveva. Agostino visse tra il 354 e il 430 d.C., un periodo della storia dell’Impero Romano e della Chiesa segnato dall’influsso dei Concili Ecumenici. Nel 325 d.C., Costantino convocò i vescovi dell’Impero a Nicea per il Primo Concilio Ecumenico della Chiesa, un atto di sottomissione dell’Impero al cristianesimo. Il secolo successivo fu caratterizzato da questo nuovo assetto, con l’Impero che si trasformò gradualmente in un Impero cristiano. Nel 381 d.C., mentre Agostino era professore di retorica in una scuola romana pagana, l’imperatore Teodosio I, un sovrano cristiano, convocò il Secondo Concilio Ecumenico a Costantinopoli. Quando Agostino si convertì nuovamente al cristianesimo nel 387 d.C., erano trascorsi sette anni da quando Teodosio aveva dichiarato il cristianesimo religione ufficiale dell’Impero. Negli anni 389–391 d.C., egli emanò i «Decreti Teodosiani», che stabilirono un divieto totale delle espressioni religiose pubbliche del paganesimo, sotto l’influenza del mentore e maestro di Agostino nella fede cristiana, il vescovo Ambrogio di Milano.
Nulla, nel contesto storico di quei tempi, fornisce anche solo il minimo indizio che una dottrina dei «due regni» fosse predicata, conosciuta o seguita da qualcuno. Lo stesso Agostino, vivendo in quell’epoca, non sembra mai criticare questo assetto. Mentre i moderni teologi dei «due regni» deplorano il «costantinismo» della Chiesa di allora, Agostino appare a suo agio con esso come qualcosa di normativo; anzi, come vedremo più avanti, egli stesso consigliò i governanti cristiani nello stesso spirito.
Un’ulteriore comprensione dei punti di vista della Chiesa di quel tempo si può ricavare da un celebre scontro storico tra il mentore e maestro di Agostino, il vescovo Ambrogio, e l’imperatore Teodosio. Come abbiamo già ricordato, i teologi moderni dei Due Regni negano che la Chiesa abbia il diritto di parlare, come Chiesa, al governo civile. Nell’anno 390 d.C., un anno dopo che Agostino era tornato nel Nord Africa dal suo apprendistato presso Ambrogio a Milano, Ambrogio scomunicò pubblicamente l’imperatore Teodosio I per le sue azioni contro i partecipanti a una rivolta fiscale a Tessalonica. Quando l’imperatore reagì con ira, Ambrogio non cedette, ma usò la sua posizione di vescovo per istruire l’imperatore sui limiti del governo civile in relazione ai diritti individuali, alla proprietà privata e all’immunità della Chiesa. L’imperatore infine si pentì e dovette sottoporsi a un periodo di penitenza.
Considerato il fatto che i moderni teologi dei Due Regni continuano ancora oggi, a trent’anni dalla sua fondazione, a criticare la “Moral Majority” per il suo ingenuo intento di coinvolgere i cristiani nella politica, un Ambrogio moderno sarebbe stato demonizzato nelle pubblicazioni del Seminario di Westminster in California o del Seminario Battista del Sud. Ma Agostino non parlò mai contro il suo mentore Ambrogio. Questo perché ad Agostino non venne mai in mente che la Chiesa dovesse rimanere in silenzio su questioni politiche.
Se vi fossero stati «due regni» in quell’epoca, essi si sarebbero trovati piuttosto tra i manichei e i donatisti. I manichei erano una setta dualista che credeva che il mondo materiale, e tutto ciò che esso contiene — compreso il governo civile, i tribunali e l’intera cultura e società visibile — fosse stato creato dal diavolo e che, pertanto, i credenti dovessero tenersene lontani. Agostino, nella sua giovinezza, sperimentò il manicheismo prima di convertirsi al cristianesimo. I donatisti erano una setta cristiana che enfatizzava la purezza assoluta al punto da negare il ristabilimento nella Chiesa a coloro che, sotto persecuzione, avevano ceduto e rinnegato Cristo; si rifiutavano di partecipare alla stessa comunione con il resto della Chiesa e credevano che non potesse esistere un imperatore cristiano; l’Impero era, per definizione, del diavolo, e pertanto i cristiani non dovevano partecipare alla sua vita politica. Nelle sue opere, Agostino argomentò contro sia i manichei sia i donatisti; negò che potesse esistere una separazione dualistica della realtà in qualunque modo, se non in termini etici. E di questo suo dualismo etico parleremo più avanti.
La visione di Agostino della legge: «naturale» e rivelata
La distinzione tra la legge «naturale» — che governerebbe il «regno comune» — e la Legge di Dio rivelata — che governerebbe il regno redentivo, la Chiesa — è di importanza centrale per la Teologia dei Due Regni. Poiché i due «regni», Chiesa e Stato, sono sotto lo stesso Re, non possono anche essere sotto la stessa legge; altrimenti l’intero concetto dei «due regni» si dissolverebbe: essi diventerebbero semplicemente due istituzioni distinte all’interno dello stesso Regno, che è la posizione teonomica. Inoltre, ricordiamo che la Teologia dei Due Regni è una reazione polemica contro la Teonomia; se la Teonomia afferma che la legge per lo Stato è la stessa legge per la Chiesa, la Legge di Dio, e che esse differiscono solo nella funzione, allora una teologia anti-teonomica deve insistere sul fatto che la legge per lo Stato non sia la stessa Legge di Dio. Il dualismo della Teologia dei Due Regni si fonda necessariamente su un dualismo giuridico, sulla credenza in due sistemi di legge differenti per i due regni. Inoltre, poiché entrambi i «regni» sono di Dio ed entrambi sono legittimi agli occhi di Dio, allora entrambi i sistemi di legge, quello «naturale» e quello rivelato, devono essere legittimi nelle rispettive sfere. E poiché la Chiesa è il «regno della grazia» e lo Stato è il «regno della giustizia», un teologo dei Due Regni avrà due fonti di legge differenti per la sua giustizia e per la sua grazia. Egli non ricorrerà alla Legge di Dio rivelata nella Bibbia per la giustizia, perché non sarebbe applicabile allo Stato; e non cercherà la grazia di Dio nella legge «naturale», perché ciò significherebbe «confondere legge e grazia».
Possiamo trovare una simile distinzione in Agostino? Affatto.
Nel pensiero di Agostino non esiste alcun dualismo delle leggi. Esiste una Legge suprema, che egli chiama la «Legge eterna di Dio», la quale è la stessa per tutte le persone, tutte le tribù, tutte le nazioni, sia che sia stata loro rivelata la Legge di Mosè oppure no, sia che siano salvate oppure no. Agostino la chiama anche la «legge della natura», ma «natura» qui indica la natura originale e non contaminata dell’uomo, non la natura peccaminosa che gli uomini ereditano dal loro padre Adamo. Tutti gli uomini conoscono questa Legge eterna e, pertanto, tutti gli uomini saranno giudicati da essa nel giudizio finale.
Ma questa Legge eterna non si limita soltanto alle azioni personali e alla rettitudine individuale. Essa è anche il fondamento della giustizia: secondo Agostino, i principi devono giudicare in base ad essa, e le nazioni sono chiamate ad abbandonare le loro consuetudini per sottomettersi a questa Legge eterna di Dio:
«Quando Dio comanda qualcosa che è contrario alle consuetudini o ai patti di qualunque nazione, anche se ciò non è mai stato fatto prima, deve essere fatto; e se è stato interrotto, deve essere ristabilito; e se non è mai stato stabilito, deve essere stabilito». [3]
Si noti la voce attiva: «Quando Dio comanda». Agostino si aspetta che Dio dia una rivelazione speciale alle nazioni che contraddica le loro consuetudini e i loro patti stabiliti. Non esiste una legge «naturale» separata dal comando di Dio.
La domanda importante qui è: come si relaziona questa Legge eterna e «naturale» con la Legge di Dio rivelata nella Bibbia? Agostino insegna forse, come fanno i teologi dei Due Regni, che la legge naturale data a tutti gli uomini nel «regno comune» sia diversa dalla Legge di Dio così come è rivelata nella Scrittura? Assolutamente no.
Questa Legge eterna, afferma Agostino, è scritta nei cuori dei pii, ed è da questa Legge eterna che è stata tratta la legge data agli ebrei tramite Mosè. [4] Non vi è alcuna differenza né contraddizione tra la legge naturale e la Legge di Dio rivelata, perché la Legge di Dio rivelata nei Dieci Comandamenti e nei Vangeli — sì, anche nei Vangeli — conferisce maggiore forza alla legge naturale, in quanto è una rivelazione diretta di quella stessa legge naturale. Gli uomini non ascoltano la loro coscienza naturale, perciò Dio ha codificato in una Legge scritta ciò che già era nei loro cuori:
«Ma affinché gli uomini non si lamentino che sia mancato loro qualcosa, ciò che nei loro cuori non leggono è stato scritto anche su tavole. Non perché non l’avessero scritto, ma perché non lo leggevano. È stato posto davanti ai loro occhi ciò che nella loro coscienza sarebbero stati costretti a vedere. … Ma poiché gli uomini, desiderando le cose che sono fuori, persino fuori da se stessi, sono diventati degli esuli, è stata data loro anche una legge scritta: non perché non fosse scritta nei cuori, ma perché, essendo fuggitivo dal tuo cuore, sei catturato da Colui che è ovunque, e da Lui sei richiamato a te stesso. Dunque, che cosa grida la legge scritta a coloro che hanno abbandonato la legge scritta nei loro cuori? “Rientrate in voi stessi, o trasgressori”». [5]
Contrariamente al dualismo giuridico della Teologia dei Due Regni, la posizione di Agostino è teonomica fino al midollo: una sola Legge, rivelata dapprima nei cuori di tutti gli uomini, redenti e non redenti, e poi confermata per iscritto a tutti gli uomini, redenti e non redenti. Le leggi di Mosè non costituiscono una legge separata riservata ai redenti; esse sono la stessa legge data a tutti gli uomini fin dal principio, e che ancora oggi convince gli uomini nei loro cuori. L’unica cosa che non è più valida nel Nuovo Testamento sono le leggi cerimoniali; Agostino non divide il resto in leggi «civili» e «morali». Tutte sono morali, comprese quelle che istruiscono un governante su come governare il suo popolo. Nulla, in Agostino, può condurci alla conclusione che egli insegni il dualismo della Teologia dei Due Regni riguardo alla Legge di Dio.
E, come vedremo nel prossimo articolo, [6] la visione di Agostino della giustizia e dello Stato segue coerentemente la sua visione teonomica della Legge. Vedremo anche perché le sue due città, quella di Dio e quella dell’uomo, non sono i due «regni» dei nostri moderni teologi anti-teonomici.
Note
Questo articolo è stato pubblicato nella sua versione originale su American Vision il 10 agosto 2011.
[1] Joel McDurmon, One Kingdom, One Law, in Principles of Christian Politics, serie di CD di American Vision.
[2] I principi della Teologia dei Due Regni sono tratti da David VanDrunnen, Living in God’s Two Kingdoms (Wheaton, Illinois: Crossway, 2010).
[3] Confessioni 3:8:15.
[4] Sermoni 31:2.
[5] Sermone sul Salmo 58.
[6] Per leggere il secondo articolo, fare clic qui.