14. Il Nuovo Umanesimo

 

INTRODUZIONE

Uno dei moderni errori riguardo al cosiddetto “Medioevo” è quello di considerarlo un’epoca incentrata sulla Chiesa. Al contrario, dobbiamo vederla come un’epoca che aspirava al cristianesimo. La civiltà non era controllata dalla Chiesa, sebbene quest’ultima cercasse di esercitare il controllo e per un certo periodo abbia ottenuto il potere centrale. Gli uomini erano più guidati dalla loro fede che dalla Chiesa. Inoltre, alcuni lo considerano un periodo di stagnazione, quando invece fu un’epoca di vitalità, iniziativa e cambiamento. Un altro mito lo descrive come un’epoca in cui anziani, re, sacerdoti e vescovi controllavano l’Europa, mentre, forse, nessun altro periodo storico è stato così dominato dalla gioventù.

Quattro grandi potenze erano interessate al controllo della civiltà europea. In primo luogo, gli imperatori del Sacro Romano Impero cercarono di consolidare il loro potere per governare l’Europa. Il loro senso di missione era generalmente cristiano e, sebbene vi fossero delle eccezioni, la maggior parte si considerava protettrice dell’Europa cristiana. Friedrich Heer ne Il Sacro Romano Impero e Giorgio Falco ne La Sacra Repubblica Romana ci offrono interessanti prospettive sulla funzione dell’impero.

In secondo luogo, le monarchie sviluppate cercavano anche di ottenere il potere supremo nei propri domini e lottarono sia contro il Sacro Romano Impero che contro la Chiesa per realizzare la propria indipendenza.

In terzo luogo, la Chiesa cercava di affermarsi sull’impero e sugli stati nazionali come vera rappresentante della regalità di Cristo su uomini e nazioni.

In quarto luogo, le università a volte sostenevano che gli studiosi potessero interpretare meglio la legge e la verità di Dio e che, pertanto, fossero le autorità logiche a cui Chiesa e Stato dovevano fare riferimento.

Nel frattempo, la rinascita della filosofia aristotelica stava spostando l’attenzione da Dio e dalla rivelazione alla ragione autonoma e alla natura (e al diritto naturale). L’uomo veniva visto, secondo la filosofia aristotelica, come un animale razionale piuttosto che una creatura religiosa, cosicché l’umanesimo stava iniziando a permeare ogni ambito della vita attraverso l’istruzione.

CAPITOLO QUATTORDICI

Come abbiamo visto, “I Secoli Bui” e “Medioevo” sono termini che indicano un pregiudizio nei confronti dell’era cristiana. Tutto ciò che accadde dal crollo di Roma alla rinascita della prospettiva classica o umanistica fu visto dagli umanisti essenzialmente come un intermezzo, un’epoca di transizione in cui l’umanità non riusciva a realizzare il proprio destino. I libri di testo di storia sono pieni degli orrori commessi in questi secoli, ma troppo spesso si rifiutano di descrivere le atrocità del comunismo del XX secolo o i pericoli di vivere nella “grande civiltà” di New York. Così, un articolo sullo Yemen dell’estate del 1964 parlava della “lunga morsa del Medioevo sul paese”, e poi chiariva che ciò significava: “sporcizia, povertà, ignoranza e malattie come metodo politico per allontanare gli spettri della civiltà occidentale”. Questa è troppo spesso l’idea popolare di “Medievalismo”, ed è espressione di pregiudizio, non una ricostruzione storica.

Il periodo “medievale” è visto come un’epoca seguita dall’ “aria fresca” del “Rinascimento”, la rinascita dell’umanesimo classico. Ma l’umanesimo non è mai morto; è stato costantemente in lotta con il cristianesimo e spesso è riuscito a infiltrarsi in esso. Il neoplatonismo fu influente nella Chiesa primitiva e nell’epoca di frontiera. Il pensiero aristotelico fu molto potente nell’era “medievale”, e il platonismo e il neoplatonismo furono particolarmente importanti nel “Rinascimento”. Il “Rinascimento” può essere visto sia come un rinnovamento della civiltà, se per civiltà intendiamo l’umanesimo, sia come il crollo della civiltà, se definiamo la vera civiltà in termini di Regno di Dio.

Abbiamo già visto la rinascita, in forma trionfale, del nuovo umanesimo, apparentemente cristiano, nella dottrina della sovranità papale. Man mano che questo nuovo umanesimo si sviluppava, diventava sempre più chiaramente umanistico e sempre meno cristiano. Alla base del cristianesimo vi è la sovranità di Dio; alla base dell’umanesimo vi è la sovranità dell’uomo o di qualche istituzione umana o terrena. Quando la sovranità viene negata a Dio, apertamente o implicitamente, ciò significa anche che la predestinazione, ovvero il governo e la pianificazione assoluti, vengono trasferiti da Dio all’uomo. Per un certo periodo, questo trasferimento può avvenire sotto sembianza semi-cristiana, ma, prima o poi, questa unione illegittima si spezza. O l’uomo afferma apertamente la propria sovranità e rinnega Dio, oppure la sovranità dell’uomo e dello Stato viene rifiutata in nome di Dio. L’antico paganesimo classico si riaffermò nella dottrina papale della sovranità, e l’epoca che va dall’XI secolo alla Riforma può essere definita come Nuovo Umanesimo.

L’umanesimo si diffuse nelle dottrine della Chiesa, dello Stato e dell’università, ma la fede cristiana non perì. Rimase forte e vitale per tutto il periodo, manifestandosi in numerosi risvegli religiosi e culminando nella Riforma. È istruttivo studiare la predicazione del periodo precedente a Ildebrando e constatare quanto poco assomigli al cattolicesimo romano. Ad esempio, nell’Inghilterra anglosassone Aelfric (955-1025) scrisse omelie per il clero parrocchiale. In una di queste, ampiamente utilizzata, scrisse:

Gesù gli disse: «Che cosa dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Il Signore gli rispose:

«Beato te, Simone, figlio della colomba», ecc. Beda il Venerabile ci rivela la profondità di questo insegnamento.

Il Signore disse a Pietro: «Tu sei fatto di roccia». Per la forza della sua fede e per la fermezza della sua confessione, ricevette questo nome: perché si unì con animo saldo a Cristo, che l’apostolo Paolo chiama Roccia.

«E su questa roccia edificherò la mia chiesa»: cioè, sulla fede che tu professi. Tutta la convocazione di Dio è edificata sulla roccia: cioè su Cristo; perché egli è il fondamento di tutte le strutture della sua Chiesa.

“Di  roccia” “roccioso” qui significa, correlato alla roccia, ciò che aureo sta all’oro e terreno alla terra. Questa è un’esegesi superba, chiara e in linea sia con l’antica fede della Chiesa sia con la successiva posizione della Riforma. La predicazione su questa linea continuò, sebbene in seguito sia stata considerata eresia da Roma. Il popolo ne era avido e mal sopportava la predicazione non biblica. Persino dopo il XII secolo, un ecclesiastico della diocesi di Worcester, in Inghilterra, si trovò ad affrontare l’indignazione della sua congregazione in una riunione di indetta dopo la funzione religiosa perché aveva citato poemi nel suo sermone. Il popolo mal sopportava l’intrusione del sapere classico.

Un’importante forma di battaglia spirituale che caratterizzò quest’epoca fu la lotta tra la legge rivelata e la legge naturale. In questa situazione sono possibili tre risposte: la vittoria della legge rivelata, la vittoria della legge naturale o la vittoria del compromesso. Il periodo “medievale” vide la vittoria prima del compromesso e poi della legge naturale. La vittoria della legge naturale portò a un rinnovato statalismo e al Rinascimento. La rinascita e il trionfo della legge rivelata fu la Riforma. Molto spesso questa lotta viene raffigurata come uno scontro tra “ragione” e “fede”, ma questo tende a oscurare la questione fondamentale. Sant’Anselmo (1033-1109), nato in Italia e in seguito arcivescovo di Canterbury, fu certamente un grande difensore della ragione, ma sosteneva che si debba credere per comprendere, che un impegno religioso preceda il ragionamento e ne sia alla base. Anselmo sosteneva che il pensiero stesso sia impossibile senza Dio e l’idea di Dio, cosicché il ragionamento umano presuppone Dio come l’unico modo per ragionare in modo intelligente. Anselmo non era quindi contro la ragione, ma contro l’idea che la ragione possa essere indipendente da Dio e indipendente dalla legge rivelata di Dio, la Bibbia. Questa era la questione fondamentale: legge rivelata contro legge naturale.

Nell’ordinamento politico, la legge naturale implicava che la sovranità appartenesse a un ordine umano. Questa idea di sovranità umana condusse molto più tardi, nell’era “moderna”, alle dottrine del diritto divino dei re e del diritto divino del popolo, con cui si intendeva la sovranità assoluta del sovrano o del popolo, che si ponevano al di là e al di sopra della legge. Secondo Otto Gierke, “Già nel XII secolo apparve il germe di una dottrina di sovranità che, nella sua forma monarchica, esalta l’unico e solo Sovrano a una pienezza assoluta di potere… Fu all’interno della Chiesa che iniziò a manifestarsi l’idea di onnicompetenza monarchica”. Gli stati iniziarono a rispondere alle pretese papali di sovranità con le proprie dottrine di sovranità, derivate anch’esse dal diritto naturale romano; il popolo, la cui sicurezza un tempo risiedeva nei diritti sanciti dalla legge rivelata, iniziò ora a derivare tali diritti dal diritto naturale, un’idea che condusse alla sovranità popolare e al contratto sociale. E, man mano che la sovranità veniva rivendicata da tutte le parti, dal popolo, dalla Chiesa, dallo stato  e dall’università, l’autorità della legge iniziò a declinare.

In Germania, il Sacro Romano Impero passò agli Hohenstaufen dopo il 1125, a Lotario II (1125-1139), Corrado III (1139-1152) e Federico I (1152-1189, Barbarossa. Federico Barbarossa sostituì continuamente i vescovi, favorendo la centralizzazione romana con vescovi della vecchia scuola e di carattere deciso: uomini che favorivano l’Impero e l’Imperatore ma erano uomini severi e indipendenti. Il papato aveva un tempo favorito l’Impero come una potenza forte da usare per ottenere l’indipendenza per il papato e per ottenere e mantenere le terre dell’Italia centrale. Avendo raggiunto questo potere, il papato era ostile al controllo tedesco dell’Italia settentrionale.  Fece suo feudo del nuovo reame normanno nel sud Italia stabilito dalle loro invasioni  dopo il 1016, e lo usò contro l’Impero. Quando il popolo di Roma si ribellò contro il papato e stabilì una Repubblica romana sui vecchi principi romani, mosse guerra alla repubblica, giustiziò uno dei suoi capi, Arnoldo di Brescia, e in tal modo contribuì a ristabilire il potere papale. Ma poiché Federico si rifiutò di schiacciare la repubblica romana o Comune, e poiché si rifiutò di muovere guerra ai Normanni, come desiderava il papa Adriano IV, l’unico papa inglese, il papato si alleò con il regno normanno. Il papa concesse, in cambio di sostegno e di un cospicuo tributo in denaro, lo status di feudo papale a Guglielmo I, re normanno di Sicilia (1154-1166) detto “il Cattivo”, e il diritto di controllare l’elezione dei vescovi nel suo regno. Guglielmo I visse secondo uno stile più conforme all’Islam, con eunuchi e concubine. I tedeschi, abituati a infiniti problemi con il papato per l’elezione dei loro vescovi, ne furono risentiti. Quando il legato papale, il cardinale Rolando, il futuro papa Alessandro II, lesse una lettera papale a Federico che implicava che l’Impero fosse un feudo o un beneficio conferito a Federico dal papa, all’iracondo Ottone di Wittelsbach fu impedito di uccidere Rolando solo dal rapido intervento di Federico. Il papato rivendicava chiaramente sia il potere politico e la supremazia sull’Impero, sia la supremazia spirituale su tutte le chiese. Adriano IV fu costretto, in seguito alla sfida di Federico, a ritrattare la sua pretesa, ma la ritrattazione fu una manovra elusiva. L’odio del papato per il potere tedesco si intensificò quando Federico promise in sposo il figlio maggiore, Enrico, a Costanza, erede al trono di Guglielmo II, re dell’Italia meridionale e di Sicilia (Regno delle Due Sicilie). Federico annegò mentre faceva il bagno in un fiume della Cilicia durante la Terza Crociata.

Sotto il figlio di Federico, Enrico VI (1190-1197), il centro dell’Impero fu trasferito dalla Germania all’Italia per garantire l’annessione all’Impero del regno normanno. Una cospirazione internazionale contro Enrico VI fu guidata da Riccardo Cuor di Leone, la cui sorella era la vedova di Guglielmo II. Enrico riuscì a catturare Riccardo mentre tornava dalla Terza Crociata e ad usare questo fatto per sciogliere l’alleanza. Enrico iniziò a pensare a un impero più romano che germanico. Progettò di rendere la successione nell’impero ereditaria anziché elettiva. Tentò di unire l’Impero a Bisanzio tramite matrimoni, ma fallì, sebbene ricevette effettivamente alcuni tributi da Costantinopoli. I re della Piccola Armenia e di Cipro divennero suoi vassalli. I principi musulmani e del Nord Africa gli pagavano il tributo che un tempo veniva versato ai re normanni. La Germania era ormai una grande potenza mondiale, ma aveva cessato di essere un impero germanico ed era diventata romana. (Federico I aveva introdotto l’uso dell’espressione “Sacro Romano Impero”).

Il successore di Enrico fu suo figlio Federico II (1211-1250), detto Stupor Mundi, un sovrano brillante ma scettico una volta raggiunta la maturità. Federico II, si osservava, era per metà normanno di sangue e tutto siciliano per gusti e formazione. Federico I (Barbarossa) aveva difeso la legge romana e la sua rivendicazione di dominio mondiale da parte dell’imperatore romano. I precettori di Federico II furono i papi Onorio III e Innocenzo III. Innocenzo III sosteneva le rivendicazioni romane sul papato. Ernst Kantorowicz, ne Frederick the Second , 1194-1250, riassunse la posizione di Innocenzo: “Il Sommo Sacerdote Reale della Chiesa Cristiana, il verus imperator dell’Impero Cristiano, il primo giudice della Cristianità, questi tre sono uno e di un’unica origine: sono il Papa”. Federico II si considerava un nuovo Giustiniano e Augusto. Augusto fu imperatore nella biblica “pienezza dei tempi” e diede al mondo, secondo Federico, l’unica era di pace dai tempi del Paradiso. Federico II sperava di restaurare l’età augustea di pace e legalità, e riprodusse le monete d’oro di Augusto, che lo presentavano come l’Imperatore Salvatore, sostituendo semplicemente la sua immagine a quella di Cesare. Il poeta Dante condivideva questa stessa fede e, nel De Monarchia, affermò la divinità e il potere salvifico dello stato; per la salvezza del mondo, ogni creatura doveva essere sottomessa all’imperatore romano. Federico è stato considerato da molti l'”Apostolo dell’Illuminismo” per via delle sue idee “moderne” e laiche. Federico si vedeva come il re messianico del mondo, mentre Innocenzo III vedeva il papato come il re mondiale; il conflitto fu inevitabile. Sebbene Federico II fosse simpatizzante dell’Islam e apparentemente un “libero pensatore”, perseguitò l’eresia come tradimento, poiché, come ha osservato Kantorowicz, per lui “Dio e Imperatore erano una cosa sola”. Due “Cristi” erano quindi in conflitto: il papato e l’imperatore, e i sostenitori dell’uno vedevano l’altro come l’anticristo. Dante, nella Divina Commedia, collocò i papi all’inferno in base a questa fede. Entrambi interpretarono abilmente il ruolo dell’Anticristo; Innocenzo III arrivò persino a commissionare l’assassinio di Federico II. Due sovrani romani divinizzati erano in competizione. Innocenzo III sosteneva che il potere regio fosse subordinato all'”autorità pontificia”, così come la luna è inferiore al sole. Innocenzo III affermò anche il Decretale Venerabilem del 1202, la rivendicazione imperiale romana della sovranità sull’impero: “Il diritto e l’autorità di esaminare la persona così eletta re da elevare all’Impero, spettano a noi che lo ungiamo, lo consacriamo e lo incoroniamo”. Kantorowicz ha riassunto efficacemente il pensiero di Innocenzo:

Innocenzo, in un’esposizione di un’ambizione senza precedenti del ruolo papale di mediatore, inculcò questa dottrina nel modo più esplicito. Tutto il potere proviene da Dio. Il Papa, tuttavia, viene posto come “mediatore tra Dio e l’uomo; più vicino di Dio, più lontano dell’uomo; meno di Dio ma più dell’uomo” e, per completare il cerchio del potere trasmesso, afferma inoltre: “Dio è onorato in noi quando noi siamo onorati, e in noi Dio è disprezzato quando noi siamo disprezzati”. Da quest’ultimo postulato scaturì il dogma successivo, probabilmente formulato per la prima volta da Tommaso d’Aquino, “La sottomissione al papa è essenziale a ogni uomo per la salvezza della sua anima”.

Sia il papato che l’imperatore rivendicavano il manto di Roma pagana; entrambi ora operavano sulle stesse premesse. L’Impero non era più chiaramente cristiano-tedesco, ma apertamente romano. Anche il più grande difensore dell’Impero non era tedesco; era un cittadino fiorentino, Dante, le cui opere sono un inno di lode a quasi tutte le eresie del suo tempo. La sua Divina Commedia ha come guida il poeta romano Virgilio, la grande voce ufficiale del sogno imperiale romano, perché Dante stesso parla con una voce simile. Virgilio non poté entrare in Paradiso: Dante, con il suo sogno di un impero mondiale, raggiunge il più alto cerchio celeste. Dante difese i Templari, recentemente condannati per la loro partecipazione all’Illuminismo orientale, e fece sì che il cielo stesso si scagliasse contro Papa Clemente V per essere stato usato dalla monarchia francese per liquidare i Templari. I Templari, un ordine di cavalieri crociati, furono infine convertiti all’Illuminismo occulto all’interno dell’Islam ed erano diventati una potenza immorale e anticristiana in Europa. Il processo a Jacques du Molay, Gran Maestro dell’Ordine, rivelò la vera natura dell’ordine, così come fecero altri processi. Dante si ispirò anche alla filosofia araba ed ebraica, in parte appresa dal suo amico ebreo fiorentino, Immanuel Ben Saloman. Vedeva Beatrice come un simbolo gioachimita. L’abate Gioacchino di Fiore (morto nel 1202), in seguito considerato dai cistercensi un rinnegato, suddivideva la storia in tre stadi. Per Gioacchino, di origine ebraica, la prima Era era l’Era del Padre, la seconda, o Era cristiana, l’Era del Figlio, e la terza l’Era dello Spirito Santo. Ma lo Spirito Santo veniva identificato con lo spirito dell’uomo, cosicché la nuova era doveva essere l’Era dell’Uomo, o dell’Umanesimo. I Francescani Spirituali e altri gruppi erano chiaramente gioachimiti. Ugo di San Vittore cercò di dare un’espressione più ortodossa alla fede gioachimita. Per Gioacchino, lo Spirito “attivava l’intelletto” (intellectus agens) in ogni uomo e, usandolo, l’uomo diventava Dio. Questa fede, una mescolanza di umanesimo ebraico e romano con eresie cristiane, fu condivisa molto più tardi da un altro ebreo cristiano, Cristoforo Colombo, che sperava di evangelizzare il mondo secondo i principi della fede gioachimita. Per Federico II, come per Dante e altri, in particolare i gioachimiti, l’uomo, se opportunamente guidato dallo stato, poteva creare un paradiso in terra mediante il potere della ragione naturale. La monarchia mondiale era fondamentale per questo uso della ragione naturale, poiché l’uomo non è nulla senza lo stato. Remigio de’ Girolami, allievo di Tommaso d’Aquino e maestro di Dante, affermò: “Il Tutto ha più esistenza della parte. Il Tutto, in quanto Tutto, esiste nella realtà, mentre la parte, in quanto parte, non esiste se non nella potenzialità”. Ciò significava che l’uomo può diventare reale solo nello stato e attraverso di esso. Questo rappresentava uno sviluppo dell’idea aristotelica dell’uomo come animale sociale. L’affermazione papale secondo cui la supremazia del papa era essenziale per la salvezza cristiana era frutto dello stesso tipo di pensiero. Per Dante, secondo Kantorowicz ne The King’s Two Bodies,

La maledizione dell’umanità fu vinta, senza l’intervento della Chiesa e dei suoi sacramenti, dalle sole forze dell’intelletto e della ragione suprema, forze simboleggiate dal pagano Virgilio che, nei confronti del singolo Dante, assunse il posto e le funzioni affidate all’imperatore nei confronti dell’intera razza umana, l’humana civilitas.

In precedenza, l’Impero aveva sostenuto la supremazia di Dio e della sua legge rivelata sul papa e sull’imperatore; ora la legge era soggetta sia al papa che all’imperatore. Federico II fu scomunicato due volte nella lunga lotta tra papi e imperatore, e Innocenzo III indisse una crociata contro Federico, nominando diversi anti-re. La lotta si concluse con l’improvvisa malattia e la morte di Federico nel 1250. Il papato aveva vinto, e la vittoria fu completa nel 1254 quando il figlio di Federico, Corrado, di soli quindici anni, fu decapitato a Napoli con l’approvazione papale, se non con un ordine esplicito. L’Impero era di fatto finito, sebbene abbia continuato a esistere nominalmente fino all’epoca di Napoleone. I principi tedeschi erano ormai ostili all’Impero e pronti a lasciare che altri si proclamassero imperatori.

L’alleato costante del papato nella sua campagna anti-tedesca fu la Francia. I re di Francia continuarono ad accrescere il potere regio sulla nobiltà e sulla Chiesa con la consueta approvazione del papato. I re Capetingi svilupparono così una monarchia forte e centralizzata senza dover affrontare la battaglia contro Roma che altri, come i sovrani tedeschi e i re inglesi, dovettero combattere. Vi furono tensioni, ma non una lotta totale contro l’Impero. In Inghilterra, Enrico II aveva attuato importanti riforme giudiziarie che rafforzarono il concetto di diritto, e i nobili, assicurandosi la Magna Carta, avevano dimostrato la loro lealtà all’antico senso feudale e germanico della legge. Sebbene forse i baroni che nel 1215 ottennero la firma di re Giovanni sulla Magna Carta fossero uomini più rozzi e intellettualmente inferiori all’intelligente e colta nobiltà francese, possedevano comunque un concetto del diritto che ai francesi mancava. In Francia non esisteva una Magna Carta. Nessun re d’Inghilterra si avvicinò mai a Luigi IX (1226-1270, San Luigi) in pietà cristiana, ma San Luigi governò in base alla sua pietà personale e a un suo personale senso di giustizia; non diede alcuna struttura giuridica alla Francia e, anzi, favorì ulteriormente la centralizzazione e la supremazia monarchica. In Inghilterra, il dissoluto Enrico II (1154-1189, marito della celebre Eleonora d’Aquitania) rese il diritto un elemento fondamentale del governo inglese e del suo regno.

Sotto Bonifacio VIII (1294-1303), il papato rivolse la sua attenzione all’Inghilterra (Edoardo I) e alla Francia (Filippo IV), cercando di sottometterle, come aveva fatto con l’impero germanico. Aveva anche validi argomenti, poiché entrambi i monarchi volevano tassare il clero per coprire le spese reali. Con la bolla Clericis laicos infestos del 25 febbraio 1296 Bonifacio minacciò la scomunica per chiunque avesse tassato il clero. Era in gioco la libertà della Chiesa. Nello stesso periodo, tuttavia, Bonifacio coinvolse il papato in attività di arricchimento illecito proclamando il Giubileo nel 1300 e incoraggiando lucrosi pellegrinaggi offrendo ai pellegrini diretti alla “venerata basilica del Principe degli Apostoli”, San Pietro, “non solo il perdono completo e gratuito, ma il perdono più completo per tutti i loro peccati”. Nella Unam sanctam ecclesiam del 1302, Bonifacio dichiarò che tutti i poteri terreni erano soggetti al papato: “Pertanto dichiariamo, affermiamo, definiamo e proclamiamo che per ogni creatura è assolutamente necessario essere soggetta al Papa Romano per la salvezza”. La risposta di Filippo fu quella di redigere un atto d’accusa contro Bonifacio e di tentare di processarlo. Ad Anagri, nel 1303, si tentò di rapire il papa malato, che morì poco dopo. Il papa successivo fu Clemente V, un francese, la cui elezione fu ottenuta tramite manipolazioni. Clemente non si recò mai a Roma, ma si stabilì ad Avignone, dando inizio alla Cattività babilonese o avignonese del papato (1309-1376), durante la quale il papato dovette servire la monarchia francese. Ad Avignone il papato divenne più ricco e più burocratico. La soppressione dei Cavalieri Templari, che avevano agito da banchieri per i papi e per re Filippo, dovette essere appoggiata da Clemente su ordine di Filippo. Nel 1306, gli ebrei furono arrestati, derubati delle loro ricchezze ed espulsi dalla Francia. Erano stati cacciati dall’Inghilterra da Edoardo I nel 1290.

Il “problema ebraico” era un problema creato dall’Europa. Bisanzio non aveva un problema simile. I bizantini interpretavano diversamente le leggi bibliche sull’usura, permettendo ai cristiani di praticare l’usura, ma proibivano agli ebrei di entrare in questo settore. Nella maggior parte d’Europa esistevano restrizioni alla pratica cristiana dell’usura, cosicché gli ebrei di solito diventavano gli usurai in Europa. Tuttavia, gruppi eretici come i Templari si inserirono rapidamente nel settore bancario come via per il potere. Il potere fu così affidato alle “mani” degli ebrei, un potere monetario sui popoli e sugli stati. Alcuni monarchi vedevano il controllo sugli ebrei come mezzo per ottenere il potere. Riccardo Cuor di Leone aveva ucciso molti ebrei, si era autoproclamato loro unico erede e si era appropriato di tutti i crediti vantati dagli ebrei. L’usura era un elemento fondamentale della società europea quanto di quella bizantina, ma, rendendola un’attività prevalentemente ebraica, un potere immenso fu semplicemente consegnato agli ebrei, e poi scioccamente divenne oggetto di risentimento. Questa politica gettò le basi per un conflitto continuo nella società occidentale.

Il Concilio Lateranense IV, del 1215, nel Capitolo 67, si pronunciò contro “l’eccessiva usura degli ebrei”. Nel Capitolo I, citò anche come problema principale l’eresia manichea nella Francia meridionale. Il Capitolo II condannò un trattato dell’abate Gioacchino e gli errori illuministi di Amauri (o Amaury), il quale insegnava che l’inferno è semplicemente ignoranza, che Dio è identico a tutto ciò che esiste, che l’unico paradiso e “resurrezione” per l’uomo è riconoscere la verità e che l’uomo ha solo questa vita in cui realizzarsi. Fu anche emanato un decreto per una crociata nella Terra d’Olanda. Così il Concilio vide il nemico esterno, l’Islam, e i nemici interni, gli Albigesi della Francia meridionale, gli Amaurici, i Gioachimiti e l’usura degli ebrei; ma non riuscì a vedere il nemico più grande, il nuovo umanesimo della Chiesa stessa.

In ambito intellettuale e accademico, il grande trionfo del nuovo umanesimo fu la Scolastica, un sistema di pensiero razionalista basato su Aristotele. Lo studioso il cui pensiero definì lo spirito di tutta la successiva filosofia “medievale”, così come di gran parte di quella “moderna”, fu Pietro Abelardo (1079-1142), nato a Le Fallet, vicino a Nantes, in Bretagna, canonico di Notre Dame a Parigi nel 1115 e abate di Saint-Guilladas nel 1125. Abelardo era un uomo facilmente difeso e facilmente criticato. Ugo di San Vittore (1096-1141), Un seguace di Abelardo nel suo Concettualismo, descrisse Abelardo come “il figlio di un padre ebreo e di una madre egiziana”. Bernardo, abate di Chiaravalle (1091-1153), chiamato, insieme ad Anselmo, l’ultimo dei Padri della Chiesa, vedeva Abelardo come una minaccia per la fede. Abelardo è famoso e famigerato per la sua storia d’amore con Eloisa, nipote del canonico Fulberto di Notre Dame, di cui fu precettore. Si innamorarono, lui la sedusse e nacque un figlio. Fulberto chiese il matrimonio e Abelardo acconsentì, a condizione che rimanesse segreto per evitare di rovinare la sua carriera nella Chiesa. Quando Fulberto rese pubblico il matrimonio, Eloisa lo negò ed entrò in convento per salvare la carriera di Abelardo. Fulberto e i suoi parenti aggredirono quindi Abelardo e lo castrarono per impedirgli la promozione nella Chiesa, che era preclusa a un uomo mutilato. Abelardo era anche incline all’Unitarianismo, sosteneva che Platone potesse saperne di più sulla Trinità di quanto non sapesse Mosè, e sosteneva che il Nuovo Uomo del futuro fosse la Donna, un tipo di Uomo superiore e capace di una comunione più intima con Dio. Il suo razionalismo è riassunto in una delle sue affermazioni: “Una dottrina non va creduta perché Dio l’ha detta, ma perché siamo convinti dalla ragione che sia così”. Abelardo fu, tuttavia, un predicatore schietto contro la corruzione all’interno della Chiesa, le primitive superstizioni di molti monaci, la condotta a malapena cristiana della nobiltà e le sgradevoli lotte di potere della gerarchia ecclesiastica. Abile poeta, i suoi inni indicano che, sebbene la sua fede fosse imperfetta, non gli mancava lo zelo. Negli ultimi tre versi di O quanta qualia, Abelardo cantò del sabato celeste:

Non sorge alcun sabato, nessun sabato è finito,

Coloro che osservano il sabato ne hanno uno e non di più;

Unico e infinito è quel canto di trionfo

Che apparterrà agli Angeli e a noi.

Ora, nel frattempo, con i cuori elevati in alto,

Noi dobbiamo anelare a quella patria e sospiriamo,

cercando Gerusalemme, cara patria natìa.

Durante il nostro lungo esilio sulle rive di Babilonia.

Prostrati davanti a lui con le nostre lodi, del quale,

nel quale e per mezzo del quale sono tutti;

del quale, il Padre; e per mezzo del quale, il Figlio;

nel quale , lo Spirito, con questi sempre Uno.

La condanna di Abelardo da parte della Chiesa fu in parte dovuta al fatto che inizialmente espresse determinate opinioni; in seguito, queste furono più facilmente tollerate. Il fulcro della deviazione di Abelardo dall’ortodossia risiedeva nella sua convinzione che non la parola rivelata di Dio e la fede in essa, bensì la ragione fosse la chiave della verità, la ragione nel senso aristotelico, una facoltà umana indipendente e autonoma in grado di giudicare ogni cosa. La Chiesa aveva affermato la sovranità del monarca e dello Stato. La Scolastica ora affermava la sovranità della ragione e sviluppava l’idea della sovranità dell’università sulla Chiesa e sullo Stato. L’idea moderna di libertà accademica, ovvero la libertà della scuola da qualsiasi responsabilità verso Dio o gli uomini, è uno sviluppo della Scolastica. La Scolastica fu quindi la forma accademica e intellettuale del Nuovo Umanesimo. Persino coloro che negavano la sovranità della ragione, come fece San Bernardo di Chiaravalle, facevano comunque parte del Nuovo Umanesimo. San Bernardo attribuì all’esperienza religiosa un ruolo centrale, che portò alla successiva idea della sovranità dell’esperienza. Friedrich Heer, ne The Medieval World, definisce giustamente il pensiero di Bernardo come “l’umanesimo di stampo cistercense”.

Sulla questione della ragione si svilupparono tre “scuole” o correnti di pensiero. Alcune cercarono di portare avanti la battaglia per “la fede”. Uno dei principali esponenti di questa prima scuola fu San Bonaventura (1221-1274). La loro risposta ad Aristotele e alla Scolastica non fu la Scrittura, bensì il platonismo e il misticismo. Enrico di Gand (1217-1293), altro esponente di questa “scuola”, cercò di unire il platonismo ad alcune idee aristoteliche. Sebbene questi uomini fossero apparentemente agostiniani, in molti aspetti erano più ellenistici che agostiniani. Pertanto, pur rifiutando la supremazia della ragione, non la sostituirono con la parola e la legge rivelate da Dio e con la fede in esse, bensì con un’altra forma di pensiero greco. Di conseguenza, questi uomini rappresentavano semplicemente un’altra forma di umanesimo, piuttosto che una protesta contro di esso.

Un secondo gruppo di pensatori fu quello degli averroisti latini, dal nome di Averroè (o Aver-roes), filosofo arabo (1126-1198) e commentatore di Aristotele. Tra questi pensatori figuravano Sigiro o Brabano e Boezio di Dacia. Per loro, la ragione era autonoma, autosufficiente, definitiva e sovrana. Questi uomini erano generalmente convinti statalisti.

Un terzo gruppo fu quello degli aristotelici cristiani, in particolare Alberto Magno e Tommaso d’Aquino, i quali sostenevano che ragione e fede fossero autosufficienti nei rispettivi ambiti. L’ambito della ragione è il mondo naturale, mentre quello della fede è il mondo spirituale. La ragione è indipendente dalla fede nelle questioni naturali. Questi uomini cercarono di difendere la fede cristiana con le armi del nemico: di far sì che l’umanesimo ammettesse le verità di Dio. Tommaso d’Aquino, parente di Federico II, era noto come il Bue di Sicilia per la sua autodisciplina e pazienza. Fu attaccato sia dalla “sinistra” degli averroisti che dalla “destra”, da uomini come Bonaventura e i francescani. Molti nutrivano profondi sospetti sul suo utilizzo di Aristotele, ed effettivamente era profondamente coinvolto nelle traduzioni di opere arabe ed ebraiche. L’influenza di Maimonide, il grande leader dell’Illuminismo ebraico, è stata notata da alcuni studiosi. Ma Tommaso d’Aquino era intensamente zelante per la fede, e credeva anche che fosse meglio sconfiggere il nemico con le sue proprie armi.

San Tommaso d’Aquino (1225-1274) ci ha fornito le fondamenta del cattolicesimo romano moderno. Fu canonizzato nel 1323 da Papa Giovanni XXII, proclamato quinto Dottore della Chiesa da Pio V nel 1566 (dopo Agostino, Ambrogio, Gregorio e Girolamo), e la sua dottrina fu confermata nell’autorità dalle encicliche papali di Leone XIII nel 1879, Pio X nel 1903 e Pio XI nel 1923. Per Tommaso d’Aquino, ogni conoscenza si fonda sull’esperienza sensoriale e sulla deduzione che se ne ricava attraverso una ragione indipendente. Su queste basi, Tommaso d’Aquino sperava di dimostrare Romani 1:20: “Infatti le sue qualità invisibili, la sua eterna potenza e divinità, essendo evidenti per mezzo delle sue opere fin dalla creazione del mondo, si vedono chiaramente”. La sua opera rappresenta un grande tentativo, uno dei sistemi di pensiero più monumentali e influenti della storia, ma si rivelò un fallimento.

Il fallimento fu dovuto ad alcuni fatti elementari che ostacolarono i grandi e complessi ragionamenti di Tommaso d’Aquino. Qui basterà citarne due. In primo luogo, Tommaso d’Aquino aveva elevato la ragione indipendente dell’uomo a giudice imparziale e sovrano su tutte le cose. La premessa implicita di questa assunzione è che la ragione è, in un certo senso, Dio; è sovrana. Questa è la premessa implicita di tutto il pensiero ellenico. Può la ragione, quando si è fatta Dio, ammettere il Dio Trino? Tommaso d’Aquino cercò di “dimostrare” la Trinità, che avrebbe dovuto essere il suo punto di partenza e il fondamento della prova per tutto il resto. Ciò che ottenne non fu la Trinità biblica, ma semplicemente tutta la realtà o l’essere, in quanto tale, analizzato in sostanza (il Padre), struttura (il Figlio) e atto (lo Spirito Santo) secondo la tradizione greca. Il nuovo dio che creò era in realtà la ragione indipendente dell’uomo. Nella Summa Theologica, scrisse: «È naturale per l’uomo raggiungere le verità intellettuali attraverso le cose sensibili, perché tutta la nostra conoscenza ha origine dai sensi» (Parte I, Q. 1, Art. 9). Ciò significa, come abbiamo notato, che tutta la conoscenza deriva dalle esperienze sensoriali e che la mente è limpida e neutrale prima di ricevere tali esperienze. Questa idea divenne il fondamento dell’Illuminismo, dell’università moderna e dell’educazione moderna: la mente è una tela bianca su cui l’educatore può imprimere la propria volontà. Invece di essere un peccatore, l’uomo è una mente neutrale e indipendente. L’uomo è dunque veramente uomo quando è senza radici e neutrale. Tutte queste implicazioni derivano dalla posizione di Tommaso d’Aquino, mentre l’arminianesimo moderno nel pensiero cristiano e il liberalismo in filosofia e nell’educazione derivano dalla Scolastica.

Un secondo grande errore della filosofia di Tommaso d’Aquino fu la sua antropologia, la sua dottrina dell’uomo. La teologia insegna che l’uomo fu creato a immagine di Dio, ma è caduto ed è peccatore. L’uomo è inevitabilmente una creatura religiosa, o osservante di un patto con Dio o trasgressore. Secondo la filosofia di Tommaso d’Aquino, tuttavia, l’uomo non è una creatura religiosa, ma è l’animale razionale di Aristotele, una mente oggettiva e ragionante. L’uomo aristotelico non ha bisogno di Dio e gioca a esserlo. Anche in questo caso, il concetto di uomo razionale, non religioso e non decaduto ha avuto una storia molto pericolosa nel pensiero occidentale.

Tommaso d’Aquino cercava di aderire alla teologia cristiana e di spiegare la fede per mezzo della filosofia aristotelica, ma era impossibile. A quanto pare, ne intuì in parte l’impossibilità, sebbene forse in termini di esperienza mistica piuttosto che di pensiero biblico. Il 6 dicembre 1273, al ritorno dalla messa, accantonò il suo lavoro sulla Summa Theologica, dichiarando: “Non posso farlo. Non posso farlo. Tutto ciò che ho scritto mi sembra tanta pula”, e aggiunse: “in confronto a ciò che ho visto e a ciò che mi è stato rivelato”. Si rifiutò di continuare a scrivere e morì sei mesi dopo.

Secoli dopo, un altro grande pensatore paragonabile a Tommaso d’Aquino, Immanuel Kant, cercò anch’egli di salvare la fede in Dio, la libertà e l’immortalità per mezzo della stessa premessa della ragione sovrana dell’uomo autonomo. Il risultato della sua grande opera fu invece il culmine del pensiero illuminista, poiché riuscì solo a rendere l’uomo autonomo e sovrano giudice e arbitro di tutta la realtà. Il dio, la libertà e l’immortalità che egli “salvò” non avevano alcuna relazione con la fede cristiana. Per citare un punto minore ma rivelatore: la salvezza per il cristiano non è l’immortalità in quanto tale, ma la redenzione dal peccato attraverso il sangue espiatorio di Gesù Cristo e una vita di grazia in questo mondo e di gloria in cielo.

Tommaso d’Aquino si servì in parte di Aristotele per rispondere al problema dell’uno e dei molti. Anche la risposta di Aristotele si rivelò inadeguata. Guglielmo di Ockham (o Occam, 1280-1349), capo dei Francescani in Inghilterra, era un nominalista; ovvero, negava la realtà degli universali o l’unità delle cose. Tutto ciò che esisteva erano cose individuali e particolari. Ogni cosa è individuale, indipendente da tutto il resto. Esisteva quindi una “democrazia” di valori. Dio e l’uomo esistevano entrambi ed entrambi erano liberi, fianco a fianco. La moralità era ciò che un uomo riteneva ragionevole. La legge era un universale e, pertanto, non era reale; era semplicemente una convenzione sociale. Non credeva che la filosofia potesse dimostrare che Dio fosse la causa prima ed efficace di tutto ciò che esiste. Per Ockham, non esisteva alcuna certezza umana su alcunché, solo una fede cieca. Le alternative che Ockham lasciò erano lo scetticismo o il misticismo, ed entrambi iniziarono a prosperare.

Come abbiamo visto, il Concilio Lateranense IV considerava la fede albigese una delle minacce alla vita dell’Europa cristiana. La fede albigese o catara era fondamentalmente una religione non cristiana mascherata da cristianesimo. Si trattava di un antico dualismo. Nella battaglia di Avarair del 431, lo stesso anno di Calcedonia, l’Armenia, sotto la guida del suo generale Vartan Mamigonian e del suo leader spirituale Ghevont Yeretz, aveva fermato l’avanzata militare verso ovest del mazdaismo, una religione dualistica. Alcuni armeni, tuttavia, avevano tradito collaborando con la fede nemica. I traditori furono espulsi dagli armeni; questi pauliciani, come si facevano chiamare, furono in seguito trasferiti da Bisanzio nei territori europei. Qui si unirono ai numerosi residui del manicheismo e di altri antichi dualismi pagani per formare potenti culti crociati che crebbero soprattutto in Bulgaria (i bogomili), nella Renania, in Italia e nella Francia meridionale (gli albigesi). In Bosnia sotto il Ban Kulin (1180-1204), era la religione di stato e sopravvisse nei Balcani fino alla conquista turca. Poi, secondo Friedrich Heer,

Come movimento clandestino, il bogomilismo si divise in due rami: uno era una società segreta radicale e militare, una delle radici delle confraternite segrete del XIX e inizio XX secolo che giocarono un ruolo determinante nel corso della prima e della seconda guerra mondiale; l’altro era una confraternita pacifista, altrettanto radicale, che dal XVI secolo si unì agli idealisti dell’Europa occidentale in Transilvania, Polonia e Moravia, e da lì penetrò in Russia. Si dice che l’ultimo clan bogomilo rimasto, in Erzegovina, si sia convertito all’Islam nel 1867.

Nella Russia del XIX secolo, i Bezpop-ovtsy, i Dukhobortsy (molti dei quali emigrarono in seguito in Canada), e soprattutto le sette Skoptsy e Khlysty, appartenevano allo stesso movimento. Gli Skoptsy divennero potenti banchieri, colonizzarono diversi paesi e, a quanto pare, ebbero una certa influenza negli ambienti comunisti del XX secolo.

Nell’Europa “medievale”, questa fede dualistica si unì facilmente ad antiche correnti di culto pagano della fertilità, trasformandosi spesso in una forma di satanismo. Heer cita, come esempio moderno di questa fede sopravvissuta, l’intellettuale cattolica Simone Weil, che “durante la seconda guerra mondiale… fece un pellegrinaggio a Tolosa, dove si predicava il neocatarismo”. Monsignor Leon Christiani, in Evidences of Satan in the Modern World, aggiunge i nomi di Giovanni Papini e Leon Bloy. Bloy scrisse, ad esempio:

Ecco come interpreto, in questo momento, il grande dramma della Caduta. Il Serpente, immagine oscura dello Spirito Santo, inganna la donna, che è la sua immagine luminosa. La donna accetta e mangia la morte… Ora prestate attenzione! L’uomo e la donna sono insieme, in conflitto, e sono soli, perché il Serpente è entrato nella donna, è diventato una cosa sola con lei: luce e ombra si sono fuse l’una nell’altra per sempre. L’uomo e la donna, cioè Gesù e lo Spirito Santo, sono lì, uno di fronte all’altro, sotto la terribile autorità del Padre.

La donna, immagine dello Spirito Santo, rappresenta tutto ciò che è caduto e cadrà. L’uomo, immagine di Cristo, rappresenta la salvezza universale, che con la consapevole assunzione di ogni caduta, di ogni possibile male, e con il miracolo di infinita tenerezza acconsente alla perdita della sua splendente innocenza, per partecipare ai frutti della morte, per trionfare un giorno sulla morte stessa, quando la sua libertà sarà stata così grandemente ampliata dalla sofferenza.

In questo tipo di pensiero, la salvezza può giungere o attraverso una negazione ascetica del mondo materiale, o negando il valore della materia assumendo “ogni possibile male”, per usare le parole di Bloy. L’albigesianesimo aveva la sua via di salvezza ascetica, la purezza ottenuta rinunciando al matrimonio e a tutte le cose terrene, e la sua via di salvezza vivendo “al di là del bene e del male”. L’illuminismo si fonda su quest’ultima via. Il misticismo giunge spesso alla stessa conclusione. Come affermò Johan Huizinga ne The Waning of the Middle Ages, nel misticismo estremo, “l’anima assorbita in Dio, e quindi priva di volontà, non può più peccare, nemmeno assecondando i propri appetiti carnali”.

Innocenzo III proclamò una crociata contro gli albigesi, promettendo che, in caso di vittoria, i beni accumulati dagli eretici sarebbero stati dati ai crociati. Questa esca di ricche proprietà attirò molti in una guerra spietata e in un’Inquisizione implacabile. Che si siano verificate atrocità è innegabile, e molti studiosi sono pronti a considerare la crociata come un lungo massacro, un’idea che trova riscontro in Massacre at Montségur,  A History of the Albigensian Crusade di Zoe Oldenbourg. L’atteggiamento di molti nei confronti dell’Inquisizione, il cui scopo era quello di individuare e punire l’eresia attraverso vescovi e tribunali locali, è simile a quello di molti americani moderni nei confronti della Commissione per le attività antiamericane della Camera dei Rappresentanti: la considerano sbagliata in linea di principio e, pertanto, non le attribuiscono alcuna onestà procedurale o di intenti. Le parole schiette di D. B. Wyndhan Bewis ne The Soul of  Marshall Gille de Raiz sono qui appropriate:

Per quanto possa essere difficile da comprendere per le menti immerse nel sentimentale liberalismo agnostico del XIX secolo, tali crimini si sarebbero diffusi enormemente oggi se non fossero stati tenuti a freno da giudici medievali e rinascimentali spietati nel loro dovere quanto gli uomini che salvarono la cristianità dagli Albigesi… e se i processi, condotti con pazienza e palese equità, spesso si concludevano per i servi del Diavolo sul patibolo o sul rogo, non spetta certo ai moderni beneficiari di questo metodo diretto lamentare la brutalità dei nostri antenati. Un cancro non si cura con l’acqua di rose.

Il più grande fallimento di Innocenzo III e dei Crociati fu la loro incapacità di riconoscere che il Nuovo Umanesimo della Chiesa, così come degli stati e delle università, era il mezzo più sicuro per distruggere la cristianità.

Le Crociate più note furono quelle contro l’Islam per la riconquista dei luoghi sacri. Per alcuni secoli, Bisanzio aveva condotto crociate contro l’Islam con notevole successo. Al tempo dell’ascesa al potere dei Turchi, Bisanzio dovette affrontare altri problemi interni ed esterni. Perse la battaglia di Manzikert nel 1071 contro i Turchi e, quasi contemporaneamente, perse l’Italia a favore dei Normanni, che attaccarono Bisanzio anche nella penisola greca, mentre i Peceneghi a nord cominciavano a creare problemi. Bisanzio chiese aiuto all’Occidente.

Il risultato fu la Prima Crociata. Uno dei capi di questa Crociata fu Boemondo, figlio di Roberto il Guiscardo, sovrano normanno degli ex territori italiani di Bisanzio e suo recente nemico in Grecia. L’imperatore Alessio I (Comneno) aveva buone ragioni per diffidare di tale aiuto. Alla fine si raggiunse un accordo e la Crociata ebbe inizio. Il conte Baldovino di Fiandra, uno dei capi, fu il primo ad abbandonare la Crociata insieme ai suoi uomini. Sposò una principessa armena, fu adottato come figlio dal sovrano di Edessa armena e fece di Edessa armena cristiana il primo degli stati latini o crociati d’Oriente, nonché uno dei più importanti. I crociati e i bizantini, che avevano conquistato la capitale turca di Nicea nel giugno del 1097, si spostarono in Siria, conquistando centosessantacinque città e fortezze, e poi presero Antiochia con l’aiuto dei genovesi il 3 giugno 1098. Boemondo rivendicò Antiochia per sé e si rifiutò di proseguire verso Gerusalemme, fondando un secondo stato latino e attaccando e conquistando immediatamente i territori bizantini nell’Asia Minore sudorientale. Boemondo lasciò quindi il comando al nipote Tancredi e tornò nell’Italia normanna per organizzare un attacco contro Bisanzio attraverso la penisola balcanica. Raimondo di Tolosa guidò il resto dei crociati a Gerusalemme e, ancora una volta con l’aiuto dei genovesi, la conquistò nel 1099 con grande spargimento di sangue e massacri, tanto che, come riportò un testimone, “la strage fu così grande che i nostri uomini camminavano nel sangue fino alle caviglie”. Altre aree furono conquistate con l’aiuto di tre città-stato italiane, Genova, Venezia e Pisa, che ambivano a vantaggi commerciali su Bisanzio e sul mondo islamico. Il regno latino di Gerusalemme durò dal 1100 al 1291, sebbene la città di Gerusalemme andò perduta nel 1187. I Cavalieri Templari e i Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme (o Cavalieri di Malta) nacquero dalla Prima Crociata.

La Seconda Crociata ebbe inizio quando Edessa fu conquistata dai musulmani nel 1144. Nei suoi sermoni San Bernardo di Chiaravalle invitò l’Europa alla crociata, e Corrado III di Germania e Luigi VII di Francia risposero all’appello. Questa crociata fu praticamente un fallimento totale.

La Terza Crociata scoppiò quando Saladino, sultano d’Egitto e Mesopotamia, riconquistò Gerusalemme nel 1187. L’imperatore Federico I, Riccardo Cuor di Leone d’Inghilterra e Filippo II (Augusto) di Francia guidarono questa crociata. Federico annegò in Cilicia, mentre Riccardo conquistò Cipro dopo aver indugiato per immischiarsi negli affari siciliani, nel tentativo di ostacolare l’imperatore Enrico VI. Riccardo si fermò poi per conquistare Cipro, sottraendola a un usurpatore bizantino, e si diresse verso Acri, che fu conquistata dopo un assedio di un anno e mezzo. Anche Giaffa e Ascalona furono conquistate, ma ben poco altro fu realizzato.

La Quarta Crociata, indetta da Innocenzo III, portò alla conquista di Costantinopoli. Nessun re fu coinvolto in questa Crociata, solo nobili ambiziosi. Per ripagare i Veneziani del viaggio, i Crociati distrussero la città cristiana di Zara, sulla costa dalmata, perché rivaleggiava con Venezia e bloccava il controllo veneziano dell’Adriatico. Innocenzo III, sconvolto da questo, scomunicò in massa tutti i Crociati. Questi saccheggiarono poi Costantinopoli nell’aprile del 1204. Lo storico bizantino Niceta, testimone oculare, descrisse il saccheggio delle chiese. A Santa Sofia, per accaparrarsi più bottino, arrivarono persino a uccidersi a vicenda gli animali da soma, che inciampavano e cadevano:

L’altare sacro, formato da ogni sorta di materiali preziosi… fu fatto a pezzi e distribuito tra i soldati, così come tutte le altre ricchezze sacre di così grande e infinito splendore… Muli e cavalli sellati (per trasportare il bottino) furono condotti fino al santuario stesso del tempio. Alcuni di questi, incapaci di mantenere l’equilibrio sullo splendido e scivoloso pavimento, furono pugnalati sul posto, contaminando così la sacra pavimentazione con sangue e sporcizia. Anzi, una certa meretrice… sedeva sul seggio del patriarca, cantando canzoni oscene e danzando di continuo… Nei vicoli, nelle strade, nei templi, lamentele, pianti, lamenti, dolore, gemiti di uomini, urla di donne, ferite, stupri, prigionia, separazione di coloro che erano uniti più strettamente.

Gli occidentali erano già odiati a Bisanzio, dove la credenza nell'”Occidente corrotto” era molto diffusa. Le tensioni derivanti dalle precedenti Crociate avevano già portato al massacro di alcuni occidentali da parte della folla. Il dominio “latino” o occidentale su Bisanzio terminò nel 1261. Poco dopo, papa Martino IV, regnante sotto la monarchia angioina francese, scomunicò l’imperatore bizantino. L’imperatore Michele VIII reagì annientando la minaccia delle forze francesi nel 1292 con i Vespri Siciliani, un massacro dell’intera popolazione francese in Sicilia.

Nel 1212 ebbe luogo la Crociata dei Bambini, basata sulla credenza eretica che i bambini fossero puri e che la loro purezza avrebbe permesso loro di conquistare la Terra Santa senza colpo ferire. Si aspettavano che il mare stesso si dividesse davanti ai loro occhi durante il viaggio. Alcuni furono rimandati a casa, altri venduti come schiavi dai mercanti di Marsiglia. Si trattava di bambini tedeschi, poiché i francesi furono fermati lungo il cammino.

La Quinta Crociata cercò di attaccare attraverso l’Egitto, conquistò Damietta nel 1219, ma la perse rapidamente.

La Sesta Crociata di Federico II fu pacifica, mirata unicamente a ottenere alcuni diritti per i pellegrini, ad acquisire alcune aree della Palestina tramite trattati e realizzò molto grazie ai cordiali rapporti tra Federico e Al-Khamil, sultano d’Egitto.

San Luigi di Francia tentò una Settima Crociata nel 1244, quando Gerusalemme, ceduta, tornò in mani musulmane, ma si concluse con una sconfitta.

Altre crociate furono tentate a Tunisi, in Spagna e altrove contro l’Islam. Le Crociate spagnole culminarono nell’opera della regina Isabella (1451-1504), una crociata volta a estromettere dal potere in Spagna musulmani ed ebrei. Quando i musulmani conquistarono la Spagna, gli ebrei si divisero: alcuni collaborarono con i musulmani, altri combatterono con i Visigoti cristiani. Durante il periodo della Riconquista cristiana, gli ebrei acquisirono sempre più potere. Alla fine del XIII secolo, in tutta la Spagna, su una popolazione totale di venticinque-trenta milioni di persone, si contavano tra i quattro e i cinque milioni di ebrei. La loro ricchezza e il loro potere erano tali che gli albigesi che si trasferivano dalla Francia in Spagna si circoncidevano per diventare ebrei e godere di libertà d’azione. Gli ebrei erano quasi gli unici banchieri in Spagna e il loro potere era enorme. Grazie a questo potere, attirarono a sé ogni gruppo anticristiano, come gli albigesi. Diventando cristiani di facciata, entrarono e controllarono ampiamente la Chiesa cattolica. I musulmani, a lungo dominatori della Spagna, erano anche profondamente odiati dai cristiani zelanti, e Isabella sentiva che il suo destino fosse quello di creare una Spagna nuova, unita e cristiana. Per raggiungere questo obiettivo, si ricorse alla guerra e all’Inquisizione. Va notato che durante gli ultimi ventitré anni del regno di Isabella, centomila persone furono processate dall’Inquisizione. Torquemada, l’Inquisitore, era un uomo coscienzioso e i suoi metodi erano prudenti per l’epoca. Di conseguenza, solo circa il due per cento, ovvero duemila persone, furono giustiziate. Tra questi figuravano anche criminali diversi dagli eretici, come bigami, falsi sacerdoti, usurai e funzionari dell’Inquisizione che violentavano le prigioniere. Molti ebrei rimasero in Spagna come finti convertiti e noti come Marrani, costituirono, tra il XIV e il XV secolo, una confraternita segreta con strette di mano, segni e parole d’ordine.

Poiché le crociate furono così numerose e diverse, è difficile generalizzarle. Alcuni hanno parlato di un ampliamento degli “orizzonti mentali dell’Europa”, un’espressione piuttosto vaga. Esistono prove di una restrizione degli “orizzonti mentali” in quest’epoca, ma le crociate non ne furono la causa. Alcune eresie furono sconfitte e altre introdotte dai crociati. Poiché gli eserciti erano in gran parte composti da signori feudali e cavalieri, il feudalesimo si indebolì e gli stati nazionali si rafforzarono, ma la nuova dottrina della sovranità statale stava già operando con successo a questo stesso scopo. La vita urbana si stava riprendendo e sviluppando rapidamente in quest’epoca, e, insieme allo stato nazionale, portò a molti cambiamenti.

Man mano che il potere del papato diventava sempre più assoluto e arbitrario, il Cristo che esso presentava si trasformava sempre più in un Giudice severo e autocratico che condannava incessantemente gli uomini. Di conseguenza, la grazia fu sempre meno presente nel messaggio della Chiesa, che presentava un sistema sempre più implacabile di penitenza e opere. La mariolatria nacque come ribellione popolare contro questo sistema e fu inizialmente osteggiata da eminenti ecclesiastici. Maria offriva la grazia, ma la grazia offerta dalla mariolatria era una grazia pagana, antinomica: cioè, una grazia priva di qualsiasi considerazione per la legge. La grazia di Cristo nelle Scritture giunge attraverso la croce; la giustizia di Dio deve essere soddisfatta prima che la grazia possa essere conferita. Il credente deve accettare la condanna a morte per il suo peccato, la morte espiatoria di Gesù Cristo e poi la grazia del favore di Dio su di lui, come membro dell’umanità redenta di Gesù Cristo. Poiché il cristiano è membro di questa nuova umanità e di Cristo, vive secondo la sua natura, che è la giustizia di Cristo. Egli è quindi un  osservante dell’alleanza, ovvero uno ligio alla legge. La grazia della mariolatria, essendo antinomica, era quindi uno stabilirsi nel peccato. Nell’era moderna, Sant’Alfonso Maria de’ Liguori ha formalizzato questa grazia antinomica ne Le Glorie di Maria.

Il Nuovo Umanesimo stava erodendo progressivamente la fede cristiana. In passato, la fede in Europa era stata una fede gioiosa. Le chiese erano roccaforti dove l’uomo trovava pace e gioia. Gli uomini avevano la certezza della grazia e una conseguente fiducia. Heer ha descritto vividamente il cambiamento nel culto:

Il senso di grande gioia e di libertà interiore che la Chiesa primitiva traeva dal possesso della Buona Novella (che ognuno poteva  leggere per sé) e dal senso di unione con il Signore risorto, era stato da tempo soppiantato da sentimenti di terrore e di estraneità. Gli uomini, durante le preghiere, non alzavano più le braccia e non si volgevano più verso Cristo, il loro sole nascente, ma incrociavano le mani nell’atteggiamento dei servi, servi di Dio e del loro peccato. Dove prima il sacerdote celebrava la Messa rivolto verso il popolo, a dimostrazione della sua accessibilità, ora voltava loro le spalle e si ritirava nelle profondità del santuario, separato dalla parte della chiesa riservata al popolo da un divisorio. Infine, la Messa veniva letta in una lingua che il popolo non poteva comprendere.

Di conseguenza, le eresie iniziarono ad aumentare. I frati domenicani, fondati da uno spagnolo, San Domenico (1170-1221), si prefissero la missione di combattere l’eresia. Tommaso d’Aquino era un domenicano, e, dopo il 1286, il tomismo, la filosofia di Tommaso d’Aquino, divenne la teologia ufficiale dell’Ordine.

La battaglia fu combattuta in un altro modo da San Francesco d’Assisi (1182-1226). Il Cristo ufficiale della Chiesa era diventato un Giudice severo e inflessibile, un monarca inavvicinabile e temibile. Francesco enfatizzò l’umanità e la compassione di Gesù. Fece celebrare Cristo come il Bambino nella mangiatoia, e ben presto la gente accorreva in massa alle rappresentazioni della Natività, per gioire del Dio che si era fatto simile a loro: uomo. Francesco celebrò il mondo come creazione di Dio e quindi amico dell’uomo: “mio fratello sole” e “mia sorella luna”. La sua missione e quella francescana erano rivolte principalmente alle nuove popolazioni urbane, spiritualmente malate e senza dimora. Voleva che i suoi frati non possedessero proprietà né come persone né come ordine; che non avessero case o chiese; e che mendicassero il loro sostentamento. I frati non dovevano impegnarsi nella riforma della Chiesa; il loro compito doveva essere la semplice evangelizzazione nella lingua del popolo. Alcuni anni prima della sua morte, la malattia costrinse Francesco a rinunciare alla guida dell’Ordine, e vide quest’ultimo abbandonare progressivamente il voto di povertà e gli obiettivi che Francesco si era prefissato. Non si lamentò mai apertamente, ma sentì se stesso e la sua causa crocifissi e, prima di morire, si fece imprimere su di sé le stigmate, le cinque piaghe di Cristo. Filosoficamente, i Francescani erano volontaristi piuttosto che razionalisti; vale a dire, davano importanza alla volontà e alle emozioni piuttosto che alla ragione, e la sentimentalità è stata una caratteristica religiosa francescana comune. I Francescani iniziarono la loro opera tra i sospetti della Chiesa. I Francescani Spirituali avevano giustificato tali sospetti per molti, ma l’opera di Francesco e quella dei Francescani Spirituali gioachimiani erano chiaramente diverse. Il vero problema era che la sete di purezza ecclesiastica stava quasi diventando sospetta, perché la Chiesa era un’istituzione così politicizzata che qualsiasi riforma rappresentava una minaccia per i poteri dominanti al suo interno.

Di conseguenza, i riformatori iniziarono a cercare sostegno nei signori e nei principi per la riforma della Chiesa. Questo processo poteva avvenire più facilmente nelle terre germaniche, o nelle aree in cui l’influenza germanica era stata forte. Due di questi riformatori furono l’inglese John Wyclif (1320-1384) e il ceco John Hus (o Husenec, 1369-1415). Entrambi, tra l’altro, introdussero la formazione e l’istruzione spirituale nelle università, che in precedenza non offrivano agli studenti tale insegnamento. Wyclif auspicava un ritorno alla sola Scrittura come legge e fondamento del pensiero e della vita cristiana, ed è stato responsabile della prima traduzione inglese della Bibbia. Dopo la sua morte, i Lollardi continuarono la sua opera fino all’epoca della Restaurazione. Wyclif, docente a Oxford e cappellano di re Edoardo III, era stato protetto da Giovanni di Gaunt. Il Concilio di Costanza del 1415, molto tempo dopo la morte di Wyclif, condannò i suoi resti a morte. Nel 1428, i resti furono riesumati, bruciati e gettati in un ruscello vicino.

Come Wyclif, anche Hus era un fervente patriota e un cristiano zelante. La Chiesa in Boemia, ai suoi tempi, veniva sempre chiamata Chiesa tedesca a causa dell’influenza del vecchio Impero. Hus cercò di sostituire i sermoni in ceco a quelli in latino e la Bibbia all’autorità gerarchica. Nel suo nazionalismo, Hus mirava a una giustizia sovranazionale. Come hanno osservato Paul Roubiczek e Joseph Kalmer in Warrior of God, the Life and Death of John Hus, “Quando dichiarava ripetutamente… di preferire un buon tedesco a un cattivo ceco, intendeva dire che, per amore della giustizia, si batteva per la libertà nazionale, ma la considerava un mezzo per raggiungere una giustizia e un ordine sovranazionali”. Era l’epoca del Grande Scisma, con papi rivali che si combattevano in modo anticristiano. Quando Hus attaccava i vizi flagranti del clero, questi venivano pubblicamente difesi e Hus veniva etichettato come malvagio. Quando questi vizi più eclatanti venivano praticati dai papi, il clero li seguiva a ruota. C’erano sacerdoti che si vantavano di poter creare Dio o il corpo di Dio a piacimento attraverso la Messa, e che quindi erano più grandi della “Madre di Dio”, Maria, poiché ella aveva potuto dare alla luce Cristo una sola volta. Il Concilio di Costanza, convocato come concilio di riforma, si concluse con la condanna di Hus e con il fallimento nell’ottenere una riforma. La sua “riforma” si rivelò un compromesso. A Hus furono mosse accuse fantasiose, come quella di essersi autoproclamato la quarta persona della Divinità. Quando fu condannato a morte, Hus si inginocchiò in preghiera: “Signore Gesù, perdona i miei nemici. Tu sai che mi hanno accusato ingiustamente, hanno portato falsi testimoni contro di me e hanno redatto articoli meschini. Perdonali per amore della Tua grande misericordia”. Il Concilio rise. I riformatori inclini al compromesso furono più spietati di molti dei malvagi ecclesiastici che cercavano di sostituire. Mentre Hus veniva bruciato sul rogo, cantò per tre volte a gran voce e chiaramente: “Gesù Cristo, Figlio del Dio vivente, abbi pietà di me”, e poi morì. Girolamo di Praga, bruciato l’anno successivo, cantò e pregò anche lui mentre moriva. Poco prima, mentre veniva maltrattato e gli veniva dato un alto cappello di carta, disse: «Il nostro Signore Gesù, che è morto per miserabili come me, è stato coronato di spine per amor mio; non porterò forse volentieri questa corona per il suo onore?»

Nel frattempo, molti dei peccati della Pornocrazia venivano commessi a Roma su scala ancora più sfarzosa, e ora non c’era più un imperatore a portare la riforma. Gli ecclesiastici papali non si facevano scrupoli a possedere bordelli come investimenti e a proteggerli a corte dai riformatori puritani. Papa Alessandro VI (1492-1503), un Borgia, comprò il papato e, sulla strada per il Palazzo Lateranense, passò sotto archi trionfali con motti come “Cesare era un uomo, questo è un Dio”. Quando Leone X (1513-1521) divenne papa, questo nemico di Lutero fu accolto da un arco trionfale eretto dai cinici romani con la scritta: “Marte ha regnato, Pallade è venuta dopo, ma il regno di Venere dura per sempre”. Questi erano papi rinascimentali. Il Nuovo Umanesimo aveva trionfato. Estetica, virtù politiche e correttezza erano più importanti per il Vaticano delle grazie cristiane. In perfetto stile greco, contava la forma, non la materia. L’arte del Nuovo Umanesimo fiorì, così come il suo pensiero antropocentrico. L’Italia e la Francia, aree di maggiore influenza papale, furono anche i centri nevralgici del Rinascimento.

Il misticismo erotico e le convenzioni dell’amor cortese avevano precedentemente aperto la strada all’adulterio come stile di vita e come forma di vero amore. La nudità iniziò a essere predicata e culti come quello degli Adamiti, che enfatizzavano la bontà naturale dell’uomo, si diffusero ampiamente, una rinascita di un culto del II secolo che riapparve nel XII secolo e si diffuse in Boemia e Germania all’inizio del XV secolo. Si trattava di una società segreta, uno dei cui principi fondamentali era: “Giura, rinnega e non rivelare il segreto”. Potrebbero esistere ancora oggi in varie forme. Gli Adamiti negavano la credenza in un Dio personale.

Il Rinascimento si allontanò dall’umanesimo aristotelico a favore dell’umanesimo platonico (piuttosto che neoplatonico). A Firenze, in Italia, fu fondata un’Accademia platonica, e Ficino vi fu l’interprete di Platone. Petrarca, pur essendo un protagonista dello sviluppo letterario della lingua italiana, riteneva che la sua vera missione fosse quella di far rivivere i classici greci e latini e il loro umanesimo. I peccati della Chiesa furono descritti dal suo assistente, Boccaccio, come oggetto di divertimento. Erasmo, che criticò aspramente i peccati della Chiesa, era ancora disposto a considerare la propria ascesa nella gerarchia più importante della riforma. Lorenze Valla scrisse Sulla donazione di Costantino, smascherandola come fraudolenta senza suscitare particolari problemi con la Chiesa; ciò non intaccò il potere o le finanze ecclesiastiche dell’epoca. In seguito, Valla fu convocato in Vaticano da Papa Niccolò V (1447-1455) per essere nominato Scrittore Apostolico, “con magnifici incarichi”. Il pornografo ricattatore Aretino veniva apostrofato da tutti come “Divino”, e si parlò persino di nominarlo cardinale.

Tra gli artisti di spicco dell’epoca si annoverano Giotto (1276-1336), Fra Angelico (1387-1455), Leonardo da Vinci (1452-1519), Raffaello (1483-1520) e Michelangelo (1475-1564). Importanti “promotori” del Rinascimento, oltre a Petrarca, furono Papa Niccolò V (1447-1455) e Papa Pio II (1458-1464).

Fu un’epoca di importanti esplorazioni, in cui il Portogallo assunse un ruolo di primo piano sotto la guida del Principe Enrico il Navigatore (1394-1460), uno studioso che incoraggiò l’esplorazione e il commercio. Nel 1486 Bartolomeo Diaz doppiò il Capo di Buona Speranza e circa dieci anni dopo Vasco da Gama fondò una colonia in India.

Cristoforo Colombo (c. 1446-1506), al servizio della regina Isabella, “scoprì” l’America il 12 ottobre 1492. L’America era già stata scoperta almeno dai Vichinghi guidati da Leif Erikson nell’anno 1000, e vi fu fondato un insediamento chiamato Vinland, ma i Vichinghi persero presto i contatti con l’America. Giovanni Caboto navigò verso la regione del Labrador per conto della corona inglese nel 1497, e Magellano, originario del Portogallo ma al servizio della Spagna, guidò il primo viaggio completo intorno al mondo (1522), sebbene egli stesso fu ucciso dagli indigeni nelle Filippine (che in seguito presero il nome in onore di Filippo II di Spagna).

Niccolò Machiavelli (1469-1527) espresse chiaramente la fede rinascimentale ne Il Principe, uno studio di “politica pratica” privo di qualsiasi considerazione morale se non il successo: “Dove la necessità lo richiede, non dobbiamo ammettere alcuna considerazione di giustizia o ingiustizia, di misericordia o crudeltà”. Il Principe è uno studio di questi metodi politici così come furono impiegati da Cesare Borgia, figlio di papa Alessandro VI. Questi erano per Machiavelli le “solide fondamenta” del potere. Di papa Alessandro VI scrisse che egli, “di tutti i pontefici che abbiano mai regnato, ha mostrato meglio come un papa possa prevalere sia con il denaro che con la forza”. Inoltre, Machiavelli poco dopo scrisse:

Alessandro VI non fece altro che ingannare gli uomini, non pensava ad altro e trovava sempre l’occasione per farlo; nessuno fu mai più abile nel dare rassicurazioni, né nell’affermare cose con giuramenti più solenni, e nessuno li mantenne meno; tuttavia, egli riuscì sempre nei suoi inganni, poiché conosceva bene questo aspetto delle cose.

Non è quindi necessario che un principe possieda tutte le qualità sopra menzionate, ma è fondamentale che sembri possederle. Oserei persino affermare che possederle e mantenerle sempre è pericoloso, ma apparire tali è utile. Pertanto, è bene apparire misericordiosi, fedeli, umani, sinceri, religiosi, ed esserlo davvero; ma bisogna avere la mente predisposta in modo da poter assumere, quando necessario, le qualità opposte. (Cap. XVIII)

Un ottimo modo per comprendere le dinamiche politiche moderne è comprendere Machiavelli.

Un’altra grande espressione dello spirito rinascimentale fu Il Cortigiano di Baldassare Castiglione (1478-1529). Il “Principe” di Machiavelli fu un’espressione dell’ideale rinascimentale; il “Cortigiano” di Castiglione un’altra. Gli ideali precedenti erano stati il ​​santo e il cavaliere. Il Rinascimento fu un’epoca di tirannia politica, che andò di pari passo con l’esaltazione umanistica dell’uomo; i due aspetti sono sempre inscindibili. Il principio del Principe era “Prima la mia volontà, poi il diritto”. Il principio del cortigiano era la “fama” come opera d’arte estetica all’interno della società, l’essere il suo gentiluomo ideale. Il cortigiano viveva secondo il relativismo. Per lui, come ha sintetizzato John S. White ne Renaissance Cavalier, “Il bene e il male non sono concetti assoluti, ma prodotti del loro tempo… Il bene è ciò che si conforma al suo tempo, ciò che corrisponde alla società attuale, in altre parole, il buon costume. Il male è ciò che è fuori moda, antiquato”. (L’umanesimo del XX secolo, nella sua educazione e nelle sue idee sulla salute mentale, ha adottato una posizione simile.) Guicciardini parlava della sua educazione cortese e del suo scopo come di “cose ​​che danno all’uomo ornamento piuttosto che sostanza”. Per Castiglione, “onore” era l’accettazione sociale, non il carattere cristiano. Per lui, le relazioni sociali e le amicizie dovevano basarsi sull’accettazione sociale. Il cortigiano non ha scrupoli morali in materia sessuale e cerca soprattutto di evitare coinvolgimento e responsabilità, di trattare il sesso come un gioco e un divertimento, e lo scopo del gioco non è il piacere fisico, ma l’asservimento mentale dell’altra persona. L’uomo era ormai l’universale, una legge a sé stante, e persino nell’atto amoroso doveva dimostrare la sua superiorità e il suo potere, la sua capacità di giocare con gli altri e di usarli.

Nel XVI secolo il Rinascimento si diffuse dall’Italia, dove era iniziato più di un secolo prima, al resto d’Europa. In Germania e in Inghilterra la sua influenza fu più educativa che estetica. In Germania, i suoi principali esponenti furono due umanisti, Jakob Wimpfeling (1450-1528) e John Reuchlin (1455-1522). Reuchlin fu il più grande studioso di ebraico del suo tempo. In Inghilterra, gli studiosi di Oxford, guidati da Sir Thomas More, autore di Utopia, furono i protagonisti dell’umanesimo rinascimentale. Anche John Colet e Thomas Linacre furono figure di spicco dell’umanesimo inglese.

L’invenzione della stampa a caratteri mobili e la pressa di Gutenberg, con la sua celebre Bibbia del 1455 circa, favorirono notevolmente la diffusione dei libri e resero possibile la grande opera di educazione popolare dell’epoca della Riforma, quando furono ampiamente scritti e letti libri di profondo spessore. La Riforma fu un movimento accademico cristiano a cui il popolo rispose con entusiasmo.

Il periodo “medievale”, in un senso più ampio del termine, ha dato all’Europa occidentale il costituzionalismo (la supremazia della legge), i parlamenti, il processo con giuria e le università. Il Nuovo Umanesimo di quell’epoca era ostile ad alcuni di questi elementi, e questo umanesimo, culminato nel Rinascimento, si concluse con una estesa diffusione dello statalismo e della tirannia. Agli albori di questo Nuovo Umanesimo, il vescovo Ottone di Frisinga (1111-1158), nipote dell’imperatore Enrico IV, nipote di Enrico V, fratellastro di Corrado III e zio materno di Federico I, affermò che i re sono “posti al di sopra delle leggi e riservati ad essere pesati solo sulla bilancia divina, (e) non sono vincolati dalle leggi di questo mondo”. Ma Ottone si addolorò, come scrisse, perché le due città, la Città di Dio e la Città dell’Uomo, erano ormai una sola nella Chiesa. Nel Prologo al Quinto Libro, Tommaso d’Aquino affermò chiaramente: “Mi sembra di aver scritto la storia non di due città, ma praticamente di una sola, che chiamo Chiesa”. Descrivendo gli inizi del suo secolo (1103), dichiarò che gli uomini, riponendo poca speranza nella Chiesa, cercavano la salvezza attraverso due nuove vie: le Crociate e l’Ascetismo. Queste due risposte delusero gli uomini e la Chiesa divenne più che mai un’offesa per i credenti. Per molti, ormai, assomigliava solo alla Città dell’Uomo.

 

DOMANDE DI STUDIO

1. Dimostra che il conflitto religioso centrale nel Rinascimento fu tra la legge rivelata e la legge naturale. (Fornisci esempi specifici.)

2. Descrivi brevemente la filosofia di Tommaso d’Aquino. Quali furono i suoi errori principali? Quali conseguenze hanno prodotto questi errori?


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