4. La teologia presbiteriana rifiuta
l’appartenenza obbligatoria

 

Uno studio della teologia presbiteriana storica, tuttavia, rivela che i teologi presbiteriani non solo non hanno mai insegnato una cosa del genere, ma si sono opposti con veemenza al concetto di “appartenenza obbligatoria alla chiesa locale” ogni volta che lo hanno incontrato. Anzi, come vedremo, alcuni si sono opposti all’appartenenza obbligatoria alla chiesa in generale, non solo a quella locale, considerandola una falsa forma di culto.

Calvino si espresse con grande fermezza a favore delle comunità ecclesiali organizzate; ma non con tale fermezza da richiedere che tutti fossero membri di una di esse, indipendentemente dalla sua purezza. Nei suoi “Scritti anti-nicodemiti” chiarì che, nel caso in cui tutte le chiese di una zona fossero impure, la migliore via per un vero cristiano era quella di abbandonarle e adorare in privato. Sì, adorare in privato! Ecco le parole di Calvino:

Qualcuno mi chiederà dunque quale consiglio vorrei dare a un credente che vive in una sorta di Egitto o Babilonia, dove non può adorare Dio in purezza, ma è costretto dalla pratica comune ad adattarsi a cose negative. Il primo consiglio sarebbe di andarsene, se possibile… Se qualcuno non ha modo di andarsene, gli consiglierei di valutare se gli sia possibile astenersi da ogni idolatria per preservarsi puro e immacolato davanti a Dio, sia nel corpo che nell’anima. Poi, che adori Dio in privato, pregandolo di riportare la sua povera chiesa al suo giusto stato… [4]

L’esperienza presbiteriana iniziale in Scozia, nella seconda metà del XVI e nella prima metà del XVII secolo, fu piuttosto caotica. Questo fu il periodo in cui il concetto di “patto nazionale” (da cui il nome “Covenanters”) si contrapponeva al prelato. Nella loro opposizione al prelato, i Covenanters assunsero talvolta posizioni contraddittorie su diverse questioni ecclesiologiche. Alcuni difendevano la gerarchia ecclesiastica, altri la rifiutavano. La maggior parte operava (profetizzava e insegnava) al di fuori della chiesa istituzionale visibile. Alcuni arrivarono persino a negare la necessità e la validità dell’ordinazione, anche da parte dei propri anziani Covenanters, eppure godevano di grande stima, e alcuni addirittura moderavano le Assemblee Generali (sì, pur non essendo ordinati). Sebbene uno studio più dettagliato dell’ecclesiologia dei Covenanters in quei primi tempi della loro opera e dottrina meriti un approfondimento a parte, possiamo riassumere le loro posizioni come un sano equilibrio tra il servizio alla Chiesa visibile e il riconoscimento del servizio alla Chiesa invisibile. Servire la Chiesa visibile era obbligatorio; le forme erano lasciate alla libertà cristiana. Unirsi a una congregazione locale era altamente auspicabile, ma non obbligatorio. I profeti dovevano essere soggetti alla disciplina della Chiesa, ma quando la Chiesa visibile li rifiutava (come farebbero oggi le chiese cessazioniste più rigide), erano liberi di operare al di fuori di essa e di portare giudizio su di essa. La maggior parte dei primi teologi scozzesi operò, per periodi della propria vita, al di fuori di qualsiasi chiesa o congregazione ufficialmente riconosciuta.

Poterono farlo perché, a loro avviso, la Chiesa non era principalmente costituita dalle chiese locali, ma dal corpo universale. Fu questa visione della Chiesa a essere codificata nella Confessione di Westminster. Io non mi sono focalizzato sulle chiese locali, ma sulla Chiesa universale.

I presbiteriani si imbatterono per la prima volta nel concetto di “appartenenza obbligatoria alla chiesa locale” intorno al 1630, quando i predicatori congregazionalisti cercarono di fondare una base in Scozia. Il compito di rispondere a questa esigenza non spettò a un predicatore presbiteriano di secondo piano, bensì alla figura di spicco della teologia dei Covenanters: Samuel Rutherford. Intorno al 1630, Rutherford era stato bandito ed escluso dalla Chiesa per le sue convinzioni presbiteriane; il suo unico legame con la chiesa visibile all’epoca era la sua scrivania. Se c’è qualcuno che corrisponde alla descrizione di un “profeta fuori dalla Chiesa visibile”, o di un “profeta da scrivania” (un “profeta di Facebook” dei suoi tempi!), quello fu Samuel Rutherford prima del 1638. Avrebbe potuto rimanere nella chiesa visibile in quel periodo e obbedire alle autorità legittime, ma si rifiutò. Avrebbe potuto organizzare una propria congregazione locale, ma non lo fece. Quando il presbiterianesimo fu ristabilito nel 1638, Rutherford tornò al suo ministero e si assunse il compito di difendere l’ecclesiologia dei Covenanters. Nei dieci anni successivi pubblicò diversi libri. In particolare, in ambito ecclesiologico, i suoi contributi più importanti furono “I diritti dei presbiteri” (1644) e “Il diritto divino del governo della Chiesa e la scomunica” (1646). È proprio ne “I diritti dei presbiteri” che incluse la sua risposta contro l’ecclesiologia localista dei congregazionalisti.

Gli autori congregazionalisti che Rutherford criticò avevano esattamente le stesse opinioni dei presbiteriani e dei battisti moderni: una persona non è un vero credente se non è membro di una chiesa locale e se non stipula quello che loro chiamavano un “patto di chiesa”, ovvero un impegno specifico verso una comunità locale in aggiunta all’appartenenza generale alla chiesa tramite il battesimo. Rutherford rifiutò fermamente questo concetto. Dedicò oltre 60 pagine (pp. 76-138) in un libro di 450 pagine in totale per contrastare questo errore. Le sue argomentazioni sono a volte un po’ prolisse e difficili da seguire per un lettore moderno – dopotutto, era formato nella scolastica – ma possiamo menzionare i suoi punti principali e le sue conclusioni.

Primo, Rutherford parte dall’affermazione calvinista classica della superiorità della Chiesa invisibile sulla Chiesa visibile. Il che significa che non tutti coloro che sono al di fuori della Chiesa visibile sono necessariamente increduli. (Questo, se fosse vero, renderebbe increduli lui e la maggior parte dei suoi predecessori e collaboratori almeno per alcuni periodi della loro vita.) Sebbene unirsi a una chiesa sia auspicabile, non è obbligatorio e non ha nulla a che vedere con la posizione pattizia di un uomo davanti a Dio. Nelle sue stesse parole (citando anche Agostino):

C’è la necessità di unirsi a una Chiesa visibile, ma non è una necessitas mediis, bensì una necessitas praecepti; non è una necessità tale da condannare tutti coloro che non fanno parte di una Chiesa visibile, poiché in questo Agostino è d’accordo: “ci sono molti lupi dentro la Chiesa e molte pecore fuori”; ma se Dio offre l’opportunità, tutti sono obbligati da Dio, tramite il suo comandamento di confessare Cristo davanti agli uomini, ad unirsi alla vera Chiesa visibile.

Rutherford stesso è piuttosto ambiguo riguardo a quando e come si presenti questa “opportunità”. Consiglia saggezza nell’abbandonare una chiesa perché considerata un’assemblea illegale o perché non adempie ai suoi obblighi di chiesa, ma in definitiva lascia la questione alla libertà cristiana, senza esprimere alcun giudizio specifico.

In secondo luogo, il modo per entrare a far parte della Chiesa (universale) è mediante il battesimo e la professione di fede. Non è necessario altro, nessun altro impegno di alcun tipo. L’impegno o l’alleanza con una chiesa locale è consentito, non è peccaminoso, ma richiederlo è illegittimo. Le parole di Rutherford:

  1. Distinto. Esiste un Patto di grazia gratuito tra Dio e i peccatori, fondato sulla garanzia di Gesù Cristo; di cui ci appropriamo quando crediamo in Cristo, ma un’alleanza ecclesiale diversa da questa è in questione, e sub judice lis est. (il dibattito non è ancora concluso)
  2. Distinto. Esiste un patto battesimale, stipulato da tutti, e un patto, sia simbolico che implicito, rinnovato quando riceviamo la Cena del Signore. Tuttavia, un patto ecclesiastico esplicito e positivo, professato con giuramento, che sancisca l’adesione di una persona o di una comunità a una chiesa di Stato, è ora messo in discussione.
  3. Distinto. Un patto esplicito e verbale, con il quale ci vincoliamo tacitamente ai primi tre articoli, entrando in una nuova relazione con un determinato Pastore e con un determinato gregge, non lo neghiamo, come se fosse illecito, poiché possiamo giurare di adempiere ai comandamenti di Dio, osservando tutto ciò che è richiesto in un giuramento valido. 2. Ma che un tale patto sia richiesto per istituzione divina, come forma essenziale di Chiesa e di appartenenza alla Chiesa, come se senza di esso nessuno potesse entrare a far parte delle Chiese visibili degli Apostoli, né potesse ora entrare nello stato ecclesiastico, né avere diritto ai suggelli del patto, noi lo neghiamo categoricamente [5].

Egli prosegue dimostrando che, una volta ricevuto il battesimo, una persona era automaticamente membro di qualsiasi congregazione, ovunque essa fosse. Non c’era bisogno di un patto aggiuntivo; se ce ne fosse stato bisogno, ciò avrebbe annullato il patto nel battesimo.

Pertanto, terzo, egli considera il requisito del patto con la chiesa locale come un ulteriore peso imposto alla coscienza del credente, e perciò lo definisce “culto-volontario” o, nel nostro linguaggio moderno, “falso culto”. In altre parole, qualsiasi chiesa presbiteriana che oggi pratichi tale requisito viola direttamente il Principio Regolativo del Culto, secondo Rutherford:

Ogni forma di culto volontario che imponga un vincolo alla coscienza, laddove Dio non ne ha imposto alcuno, è condannabile; ma vincolare il giuramento a Dio a un particolare dovere piuttosto che a un altro, in modo tale da non poter entrare in tale stato senza tale giuramento, né avere diritto ai suggelli di grazia e alle ordinanze di Dio, è culto volontario, e ciò in virtù di una Legge divina, e costituisce un vincolo alla coscienza laddove Dio non l’ha vincolata.

Quarto, sebbene le argomentazioni che stava affrontando provenissero da autori congregazionalisti, Rutherford ne individuò correttamente la vera origine: le posizioni degli arminiani e dei sociniani, ovvero le sette eterodosse. Non c’è nulla di riformato in queste argomentazioni che impongono l’appartenenza obbligatoria a una “chiesa locale”.

Rutherford era forse il solo a pensarla così? Tutt’altro. Come ho già sottolineato, nessuna delle Confessioni riformate richiedeva l’appartenenza esterna a un organismo particolare, e almeno una sottolineava il fatto che i credenti non associati ad alcun organismo specifico sono comunque membri della Chiesa. Si potrebbero citare molti altri teologi protestanti, ma questo opuscolo introduttivo diventerebbe troppo lungo per il suo scopo. Pertanto, passerò direttamente alla seconda metà del XIX secolo, a un’altra figura di spicco della teologia presbiteriana, Charles Hodge.

Charles Hodge non ha mai vissuto le prove e le tribolazioni di Samuel Rutherford; non ha mai dovuto operare al di fuori della chiesa invisibile; Non ha mai dovuto essere un “profeta da scrivania” senza una congregazione. Era il teologo presbiteriano per eccellenza. Sembrerebbe quindi logico che sarebbe stato molto meno disposto a riconoscere la legittimità dei cristiani senza un corpo visibile, e che di conseguenza avrebbe avuto un concetto molto più rigido del requisito dell’appartenenza alla chiesa, giusto?

Sbagliato.

Nel descrivere la chiesa nella sua “Teologia Sistematica” (vol. 1, pp. 134-139), Hodge  si spinge ancora più in là di Samuel Rutherford, non solo dichiarando apertamente che la Chiesa include coloro che non sono legati ad alcun corpo visibile, ma anche che la caratteristica distintiva della teologia protestante è proprio questa: la Chiesa invisibile al di sopra della Chiesa visibile. Ripete lo stesso concetto più volte; evidentemente, lo considerava molto importante. Ecco le parole di Hodges, quando descrive “La dottrina protestante della Chiesa”:

(1.) Che la Chiesa in quanto tale, o nella sua essenza, non è un’organizzazione esterna.

Ne consegue che l’appartenenza a un’organizzazione esterna non è necessaria:

(2.) Tutti i veri credenti, nei quali dimora lo Spirito di Dio, sono membri di quella Chiesa che è il corpo di Cristo, a prescindere da quale organizzazione ecclesiastica possano essere legati, e anche se non hanno alcun legame con essa [enfasi aggiunta].

Nel caso in cui il messaggio non fosse chiaro:

(3.) Pertanto, gli attributi, le prerogative e le promesse della Chiesa non appartengono a nessuna società esterna in quanto tale, ma al vero popolo di Dio considerato collettivamente;

Cosa significa questo in pratica quando si tratta di appartenenza alla Chiesa?

(4.) Che la condizione per appartenere alla vera Chiesa non è l’unione con una società organizzata, ma la fede in Gesù Cristo.

Anche con questa espressione radicale, non ha finito. Consideriamo il seguente paragrafo:

I protestanti non negano che esista una Chiesa cattolica visibile sulla terra, composta da tutti coloro che professano la vera religione, insieme ai loro figli. Ma non tutti sono inclusi in un’unica società esterna. Ammettono anche che è dovere dei cristiani unirsi per il culto e per la reciproca vigilanza e cura. Ammettono che a tali associazioni e società appartengono certe prerogative e promesse; che esse hanno, o dovrebbero avere, i responsabili le cui qualifiche e doveri sono prescritti nelle Scritture; che tali organizzazioni cristiane, o chiese visibili, siano sempre esistite e probabilmente esisteranno sempre. Ma negano che una qualsiasi di queste società, o tutte insieme, costituiscano la Chiesa per la quale Cristo è morto; nella quale Egli dimora per mezzo del suo Spirito; alla quale ha promesso perpetuità, cattolicità, unità e guida divina alla conoscenza della verità.

Si noti come Charles Hodge non sia nemmeno certo che tali società visibili organizzate esisteranno sempre; usa la parola “probabilmente“: “… sono sempre esistite e probabilmente esisteranno sempre tali… chiese visibili”. Perché “probabilmente”? Perché dietro a tutto ciò si cela un’escatologia più profonda, di cui parleremo più avanti. Hodge prosegue sulla stessa linea per diverse pagine, supportando la sua tesi con le Confessioni riformate e con teologi riformati, tra cui Turretini. Giunge alla seguente conclusione riguardo all’appartenenza alla chiesa:

La dottrina secondo cui un uomo diventa figlio di Dio ed erede della vita eterna mediante l’appartenenza a una qualsiasi società esterna, sovverte le fondamenta stesse del Vangelo e introduce un nuovo metodo di salvezza.

Ovvero, per Charles Hodge, l’affermazione che la chiesa locale sia “la parte più fondamentale della vita di un cristiano”, così come il requisito presbiteriano moderno di aderire a una chiesa locale, non sono altro che pura eresia pelagiana. In queste pagine Charles Hodge si schiera contro la Chiesa cattolica romana. Ma, dato che lo stesso valeva per gli anabattisti, egli si schiera anche contro tutte le eresie della salvezza per opere.

Tra Giovanni Calvino, Samuel Rutherford e Charles Hodge, quale sia la direzione della teologia presbiteriana dovrebbe essere molto chiaro a ogni vero presbiteriano degno di questo nome. A questo possiamo aggiungere A.A. Hodge: “Una chiesa non ha il diritto di imporre come condizione di appartenenza qualcosa che Cristo non abbia posto come condizione di salvezza”[6]. Ancora possiamo aggiungere una serie di altri teologi presbiteriani che hanno fatto della distinzione tra chiesa invisibile e chiesa visibile un segno distintivo della teologia riformata, e che quindi hanno rifiutato l’idea di un legame obbligatorio con un corpo visibile. L’appartenenza obbligatoria alla chiesa locale non è un requisito biblico. L’appartenenza a un corpo visibile era prescritta, ma non obbligatoria. Semmai, era un obbligo dei ministri della chiesa offrire un’opportunità fondando delle chiese. Non era obbligo del membro individuale cercare attivamente una chiesa cui affiliarsi.

Per chiudere il cerchio della vera posizione presbiteriana, è sufficiente osservare la pratica delle chiese presbiteriane nel XIX secolo, nello stesso periodo in cui Charles Hodge insegnava e scriveva la sua “Teologia sistematica”.

Abbiamo testimonianze di queste pratiche presbiteriane nella “Storia della Chiesa Presbiteriana in America” ​​di William Melanchton Glasgow, scritta nel 1888. Si tratta di un documento piuttosto lungo e dettagliato, di quasi 800 pagine, ma ciò che ci interessa è se la Chiesa Presbiteriana richiedesse l’appartenenza a un corpo visibile. Il libro presenta numerosi esempi che dimostrano l’assenza di tale requisito, e una persona era considerata membro della chiesa anche senza appartenere a un corpo locale. Due citazioni dal libro saranno sufficienti:

Alcuni membri hanno vissuto nella città di Chicago e in altre località, ma non sono mai state organizzate società.

Waupaca. Questa città e i suoi dintorni furono coltivati ​​come stazione missionaria dal reverendo James L. Pinkerton nel 1876, ma non fu organizzata alcuna congregazione, poiché in quella località erano presenti solo poche famiglie di Covenanters.”

La “Storia” contiene molti altri esempi simili, ma il punto principale è evidente già da questi due: si poteva essere un Covenanter e un membro della chiesa anche senza una congregazione locale. Leggendo il resto del libro, diventa chiaro che i ministri della Chiesa Presbiteriana Riformata consideravano loro obbligo creare congregazioni, ma non vi era alcun obbligo di aderirvi. Anzi, secondo gli stessi documenti fondativi della Chiesa di Scozia, era molto meglio non avere affatto una chiesa piuttosto che averne una guidata da ministri inadeguati:

Non ignoriamo che la rarità di uomini pii e dotti possa sembrare ad alcuni una giusta ragione per cui un esame così rigoroso e severo non debba essere applicato universalmente; infatti sembrerà che la maggior parte delle chiese non abbia alcun ministro. Ma costoro comprendano che la mancanza di uomini capaci non ci scagionerà davanti a Dio se, con il nostro consenso, uomini incapaci saranno posti a capo del gregge di Cristo Gesù; Inoltre, anche tra i Gentili, gli uomini pii e dotti erano rari come lo sono ora tra noi, quando l’apostolo diede la stessa regola per mettere alla prova i ministri che noi seguiamo oggi. Infine, comprendano che è come non avere alcun ministro e avere un idolo al posto di un vero ministro; anzi, in alcuni casi è persino peggio. Infatti, coloro che sono completamente privi di ministri si impegneranno a cercarli; ma coloro che hanno una vana ombra, di solito, senza ulteriori cure, si accontentano di essa, e così rimangono continuamente ingannati, pensando di avere un ministro, quando in realtà non ne hanno alcuno [7].

Ovviamente, quindi, per i presbiteriani del passato, essere membri di una chiesa locale non era una priorità. La priorità era avere uomini capaci come ministri. Nel caso in cui non ce ne fossero, si riteneva addirittura preferibile non avere una chiesa locale, e quindi non avere membri di una chiesa locale.

Alcuni presbiteriani moderni hanno cercato di convincermi che le loro chiese avessero “registri dei membri” risalenti a 150 anni fa, tentando di dimostrare che l’adesione obbligatoria esistesse già allora. La verità è che tali “registri dei membri” dimostrano solo che le persone si univano a quelle chiese; non dimostrano che tale adesione fosse obbligatoria. Al contrario, la “Storia” di Glasgow dimostra chiaramente che la chiesa presbiteriana del XIX secolo concordava con Samuel Rutherford e Charles Hodge, secondo i quali la fede e la confessione pubblica erano le uniche condizioni necessarie per essere membri della Chiesa. Qualsiasi altra cosa era falsa adorazione ed eresia.

Note:

4. John Calvin: “Come Out From Among Them: The Anti-Nicodemite Writings of John Calvin”: Protestant Heritage Press, 2001, pp. 93-94; enfasi aggiunta.

5. Col termine “Stato ecclesiastico” e “Chiesa di Stato”, Ruthefrd non intende una “chiesa di governo” o una “chiesa  sancita dallo stato” ma piuttosto “lo stato dell’essere inseriti nella chiesa” ovvero, la posizione individuale (lo stato) di essere un membro della chiesa. Ciò applica anche a citazioni successive ove rilevante.

6. A. A. Hodge: “A Short History of Creeds and Confessions”.

7. A. A. Hodge: “A Short History of Creeds and Confessions”.


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