12. La via biblica  della disciplina ecclesiastica

 

L’ultima obiezione di cui dobbiamo occuparci è questa: “Cosa facciamo con la disciplina ecclesiastica se non abbiamo l’appartenenza obbligatoria alla chiesa locale?” Nella mente di molti fedeli moderni, l’unico modo per esercitare la disciplina ecclesiastica è attraverso la “chiesa locale” e mediante la “appartenenza alla chiesa locale”. Come potremmo dunque procedere quando tale “appartenenza” non sia obbligatoria?

Abbiamo già visto in precedenza che, storicamente, non c’è assolutamente alcuna ragione per credere che la “appartenenza alla chiesa locale” abbia mai contribuito alla disciplina ecclesiastica. Al contrario, abbiamo ampie prove che l’ascesa di questa dottrina ha portato solo al declino della disciplina nelle chiese. C’è una buona ragione per questo: l’idea stessa che la disciplina ecclesiastica possa essere mantenuta attraverso le chiese locali è del tutto priva di senso. Non è che non abbiamo applicato correttamente il concetto di “appartenenza alla chiesa locale”, e quindi non abbiamo ottenuto buoni risultati. È che il concetto stesso porta a risultati indesiderati. È come per le scuole pubbliche: non è che abbiano fallito; hanno raggiunto il loro scopo. Allo stesso modo, non è che la “appartenenza alla chiesa locale” abbia fallito nel suo compito di mantenere la disciplina. Al contrario, ha avuto successo nel suo compito di distruggerla.

Di cosa sto parlando? Come si può giungere a conclusioni così estreme? Tre esempi specifici e diretti tratti dalla mia esperienza personale con la “disciplina della chiesa locale” in America ci aiuteranno a comprendere l’assurdità di questo concetto.

1. L’abbandono di Luca 12:18.

Circa dieci anni fa, un amico mi invitò una domenica mattina a visitare la sua chiesa, una chiesa di buona reputazione, parte di una grande denominazione presbiteriana, e a “partecipare alla funzione”. Il mio disappunto per la “funzione” doveva essere evidente, quindi, una volta usciti dalla chiesa, mi chiese di dargli la mia “opinione brutalmente onesta” al riguardo. Avemmo il seguente dialogo:

Ho iniziato dicendo: “Beh, visto che vuoi la mia opinione brutalmente onesta: questo predicatore che avete lì non è qualificato per essere un predicatore, né tantomeno un anziano: il suo sermone, o qualunque cosa sia passato per sermone, era pieno di cliché e ripetizioni senza senso. Non conteneva assolutamente nulla che potesse essere utile nemmeno a un cristiano appena convertito. Mia figlia di dieci anni saprebbe fare un sermone migliore. Quest’uomo non sa insegnare, e averlo come anziano viola il chiaro comandamento di 1 Timoteo 3:2 e Tito 1:9”.

“Sì, hai ragione, e lo sappiamo tutti. È solo che gli anziani non sono ancora riusciti a trovare un insegnante migliore, e questo ha la laurea in teologia. Ma sai, la gente non viene in chiesa per il sermone”.

“Ah sì? Per cosa vengono in chiesa?”

“Per la convivialità”

“Per la convivialità? Non ho visto molta convivialità lì dentro. Sedevano tutti in silenzio a fissare i predicatori. Stasera tu ed io potremmo avere davanti a un bicchiere di bourbon più convivialità di quanta ne avresti in 50 di quelle funzioni.”

“Intendo la convivialità dopo la funzione. Il pranzo condiviso e tutto il resto.”

“Oh, se tutti vengono non per il sermone ma per la convivialità, si può essere membri e venire solo per il pranzo condiviso dopo la funzione?”

“No, devo venire per la funzione.”

“Cosa succederà se vieni solo per la convivialità?”

“Probabilmente mi scomunicano.”

“Vediamo se ho capito bene. Avete degli anziani che non riescono a soddisfare il requisito biblico specifico per poter insegnare, e siete disposti a esentarli da questo requisito e obbligo, ma avete già dato loro il potere di scomunicarvi, cosa che non è espressamente concessa agli anziani da nessuna parte?”

“Ah, capisco cosa intendi.”

La sua non è l’unica chiesa ad avere questo problema. Non so quante volte ho sentito la frase “La gente non va in chiesa per il sermone” come scusa per la mancanza di qualifiche degli anziani. Ancor più spesso ho sentito la scusa più generale: “Non dovresti aspettarti una chiesa perfetta e anziani perfetti”. Certo. Ma poi, questi anziani tutt’altro che perfetti vogliono per sé il potere di imporre provvedimenti disciplinari, e persino di scomunicare, come se fossero perfetti. In altre parole, diamo potere a persone che, per loro stessa ammissione, non sono qualificate per esercitarlo, e non ci rendiamo nemmeno conto del problema.

Questa è una chiara violazione del principio di Luca 12:48: “A chiunque è stato dato molto, molto sarà richiesto”. Coloro a cui è stato conferito il potere di disciplina e di scomunica dovrebbero essere tenuti a uno standard più rigoroso e dovrebbero sempre avvicinarsi il più possibile all’ideale esposto in 1 Timoteo 3:1-7 e Tito 1:5-8. Quando Paolo diede queste istruzioni agli anziani, non disse a Timoteo e Tito: “ma se non riuscite a trovare persone del genere, nominatene qualcun altro; in ogni caso non cerchiamo anziani perfetti”. Esentare gli anziani di una chiesa dall’essere tenuti a questi standard, perché “non possiamo avere anziani perfetti”, e allo stesso tempo conferire loro il potere supremo di scomunica, è una chiara violazione dei principi delle Scritture riguardanti il ​​potere e la disciplina.

2. L’abbandono di Deuteronomio 19:18-19 e Luca 7:8

Nel secondo esempio tratto dalla mia esperienza con la “disciplina ecclesiastica” nelle moderne “chiese locali”, ero presente a un processo d’appello davanti a un presbiterio in qualità di giudice superiore. Il caso riguardava la scomunica illegittima di un membro di una chiesa locale da parte del suo consiglio per presunta “mancanza di rispetto all’autorità!”. Il presbiterio ritenne le decisioni del consiglio incoerenti con la giustizia, oltre che motivate da sentimenti personali, e annullò prontamente il verdetto, reintegrando l’uomo nella sua chiesa a pieno titolo. Sembrava che la maggior parte delle persone presenti fosse contenta della decisione, con l’eccezione, ovviamente, di alcuni degli anziani in questione.

In seguito ebbi l’opportunità di parlare con due dei giudici del processo e colsi l’occasione per porre loro una domanda: “E ora cosa succederà a quel Consiglio di chiesa? Il presbiterio li scomunicherà come Consiglio?”

Si scoprì che non avevano nemmeno preso in considerazione una simile opzione. Ma mentre continuavamo a parlare, i due uomini si resero conto che, per essere coerenti, questa sarebbe stata l’unica cosa logica da fare. Il Consiglio aveva commesso un’ingiustizia. I suoi ufficiali avevano parlato falsamente contro di lui. Il Consiglio, in quanto collettivo di potere, aveva cospirato contro un uomo innocente, usando il proprio potere legale per infliggergli una punizione che non meritava. Secondo il principio di Deuteronomio 19:18-19, non poteva esserci un ribaltamento neutrale del verdetto. Qualsiasi ribaltamento di quel verdetto avrebbe dovuto essere automaticamente un verdetto a carico dei falsi accusatori, con la stessa punizione inflitta a loro. Questi uomini avrebbero dovuto essere automaticamente scomunicati dalla loro chiesa e dalla denominazione, e non avrebbero dovuto essere autorizzati a farvi ritorno finché non si fossero pentiti pubblicamente. Tra tutte le cose, certamente non avrebbero dovuto essere autorizzati a rimanere in posizioni di leadership nella chiesa, per nessuna ragione. Una tale grave ingiustizia avrebbe dovuto squalificarli.

Eppure, pur essendo d’accordo con me sull’etica di punire i falsi accusatori con la stessa punizione che avevano pianificato per la loro vittima, i due uomini erano riluttanti a portare a termine le loro azioni secondo la logica conclusione biblica. Il motivo? Non era previsto dal loro Libro di Disciplina. Non poteva esservi incluso, perché secondo l’ecclesiologia corrente, non c’era modo di inserire un principio che sottoponesse i membri del Consiglio alle stesse sanzioni che potevano infliggere ai membri della loro chiesa. Il che significa che anche il principio del centurione in Luca 7:8, “un uomo sotto l’autorità, con uomini sotto la sua autorità”, che Gesù lodò così tanto dicendo “una fede simile non l’ho trovata neppure in Israele”, è stato abbandonato nelle nostre chiese.

3. L’abbandono di Matteo 18:15-20.

Nel mio terzo esempio, ero presente a una conversazione tra i pastori di due chiese. Durante quella conversazione, venne sollevata la questione di un uomo scomunicato da una delle due chiese che si era semplicemente trasferito nell’altra, poco distante. Con mia grande sorpresa, la conversazione fu piuttosto amichevole e disinvolta. Era come se stessi ascoltando due datori di lavoro che si scambiavano un dipendente. Uno non lo voleva, l’altro era contento di averlo. Era come se la scomunica non fosse mai avvenuta, dato che non c’erano accuse contro la persona scomunicata, come se la scomunica consistesse semplicemente nel mandare una persona in un’altra “chiesa locale”.

Dopo l’incontro, chiesi al pastore della chiesa che aveva “scomunicato”: “Non mi sembra che lei prenda molto sul serio il suo stesso verdetto. Pensavo che sarebbe stato coerente e che avrebbe cercato di convincere o scomunicare l’altra chiesa per aver accolto una persona che lei ha consegnato a Satana, secondo le parole di Paolo in 1 Timoteo 1:20”. Il pastore si limitò a scrollare le spalle: “Non c’è niente da fare. Tutto quello che posso fare è allontanare quell’uomo dalla mia chiesa”.

Mi spiegò di essere stato molto meticoloso nell’applicare Matteo 18:15-20. Tuttavia, quando gli lessi i versetti e gli chiesi se credesse che il verdetto della sua chiesa fosse anche il verdetto di Dio, non ne fu così sicuro. Forse sì, forse no. A quanto pare, credeva anche in una sorta di neutralità di Dio, perché, a suo avviso, anche se il suo verdetto non fosse stato quello di Dio: cioè, anche se la sua chiesa avesse commesso un’ingiustizia, Dio non l’avrebbe considerato un grosso problema. In ogni caso, era inutile cercare di convincere la chiesa universale della validità del verdetto della sua chiesa. “Dillo alla chiesa” per lui non significava altro che “dillo alla nostra chiesa locale”. In altre parole, per lui tale disciplina consisteva semplicemente nell’escludere la persona da un particolare gruppo locale, niente di più.

Questi tre esempi non sono isolati. Nel contesto delle nostre chiese moderne, la “disciplina” – per quanto gli ecclesiastici moderni si vantino di questo termine – non significa assolutamente nulla. È diventata una barzelletta. Nessuno la prende sul serio, nemmeno gli stessi uomini di chiesa.

La maggior parte dei cristiani ride della propria falsa disciplina, e anche gli uomini di chiesa ne ridono, in privato, ovviamente. Chiunque venga “scomunicato” cambia semplicemente “chiesa” e può praticamente dimenticarsi della sua vecchia “chiesa”. Dato il ritmo del cambiamento e la longevità delle “chiese locali” al giorno d’oggi, può essere abbastanza sicuro che la sua vecchia “chiesa” esisterà a malapena tra qualche anno, e anche se esisterà, non sarà più la stessa. O, se rimarrà la stessa, sarà poco rilevante per qualsiasi cosa al di fuori di sé. All’interno delle chiese stesse, la “disciplina” è semplicemente uno strumento di controllo. Raramente è uno strumento di purezza dottrinale o etica. Qualsiasi “disciplina” è “disciplina” solo per i membri ordinari delle chiese. Coloro che hanno raggiunto una certa posizione di “leadership” ne sono raramente influenzati, salvo in casi eclatanti. Certamente non si applica mai ai “leader” all’interno di gruppi, noti anche come “Consigli di chiesa” o “Presbiteri”, dove qualsiasi ingiustizia o immoralità può essere accolta con un lieve rimprovero, se non addirittura ignorata, e al massimo con la “revoca della decisione”.

Alcuni diranno che questi casi rappresentano solo poche mele marce e non l’intera Chiesa. Ma questo non è vero. Anzi, ci sono alcune mele buone in un cesto pieno di marciume, ed è solo questione di tempo prima che marciscano anche loro. Altri sosterranno che il sistema è valido, è solo che non lo abbiamo applicato bene. Anche questo non è vero. È simile alla vecchia affermazione secondo cui “Il comunismo è una grande idea, è stata solo applicata da persone cattive”.

La verità è che lo stato attuale della Chiesa non è casuale: deriva direttamente dall’ecclesiologia attualmente dominante nelle chiese, quella della “appartenenza obbligatoria alla chiesa locale”. È a causa della “appartenenza obbligatoria alla chiesa locale” che abbiamo “anziani” che non soddisfano e non possono soddisfare i requisiti per essere anziani. È a causa della “appartenenza obbligatoria alla chiesa locale” che abbiamo consigli di chiesa che non possono essere ritenuti responsabili delle ingiustizie che commettono. È a causa della “appartenenza obbligatoria alla chiesa locale” che la scomunica è diventata una farsa e nessuno le presta più attenzione. L’auto-ghettizzazione della Chiesa in piccole “comunità” frammentate, autoreferenziali e che cercano di assorbire le energie e il tempo dei propri membri per compiti e scopi futili e privi di significato duraturo ha portato alla situazione odierna. La disciplina non si crea né si mantiene in ghetti frammentati; l’intero concetto che le “chiese locali” e i loro “anziani” possano mantenere la disciplina ecclesiastica non è solo gravemente viziato, ma è addirittura assurdo.

Come si mantiene dunque la disciplina ecclesiastica in modo biblico, senza l’obbligo di “appartenenza a una chiesa locale”? Ecco come:

La disciplina ecclesiastica è apprendimento, non punizioni

L’ossessione per le punizioni ecclesiastiche, e in particolare per la scomunica, non è biblica. Sebbene la scomunica sia menzionata nella Bibbia, non costituisce una parte così importante della vita della chiesa come si presume oggi. Abbiamo solo tre passi che trattano della scomunica: Matteo 18:15-20; 1 Corinzi 5:9-13; e 2 Tessalonicesi 3:6-13. I tre passi non sono certamente esaustivi nei dettagli. Farne il fondamento della moderna dottrina della scomunica come “disciplina ecclesiastica” significherebbe imporre al testo delle idee preconcette. Quando si considerano i moderni libri dettagliati sui tribunali ecclesiastici e sulla disciplina, pieni di particolari che non si trovano da nessuna parte nella Bibbia, la deviazione delle chiese moderne dal modello biblico è evidente.

La ragione di tale deviazione è che le chiese moderne hanno adottato una concezione essenzialmente pagana della disciplina: la disciplina equivale alla punizione. È nella visione laica del “diritto naturale” che un uomo è considerato “disciplinato” quando è consapevole delle punizioni che i suoi superiori potrebbero imporgli. Il paganesimo non contempla l’autogoverno degli individui, quindi gli individui nelle chiese vengono tenuti a freno attraverso continue minacce quando si avventurano al di fuori dei limiti imposti dalla gerarchia istituzionale dominante. Nel paganesimo, quindi, non può esserci disciplina senza controllo istituzionale; una persona è o sotto il potere (“sotto la cura”) di superiori istituzionali, oppure viene etichettata come “anarchica” o “ribelle” e definita “indisciplinata”. Che una persona possa essere disciplinata semplicemente in base al suo autocontrollo sotto Dio è un concetto inaccettabile in qualsiasi forma di paganesimo.

Le chiese moderne, avendo accettato questa idea pagana di “disciplina”, si vantano di avere “disciplina” quando dispongono di un sistema di inquisizione e punizione. Prendete un qualsiasi libro di Ordinamento Ecclesiastico e leggete i capitoli sulla disciplina. Trattano sempre di procedure giudiziarie e punizioni. Al di fuori delle procedure giudiziarie e delle punizioni, al di fuori del potere e del controllo istituzionale, non c’è disciplina. Pertanto, solo le persone che sono sotto tale controllo: i “membri”,  sono “disciplinate”. Procedure e punizioni costituiscono la stragrande maggioranza, se non la totalità, della disciplina in questi sistemi.

R. J. Rushdoony ha evidenziato la natura pagana della moderna concezione di disciplina, definendola “affatto disciplina”. Ha indicato direttamente il problema:

La mancata comprensione di questa distinzione tra la disciplina e la punizione è responsabile per molto del disordine che c’è in chiesa. In quasi ogni chiesa, dove si parli di disciplina, in realtà s’intende punizione. Nella confusione tra le due usualmente è la disciplina ad andare perduta. [33].

Successivamente, fornisce il corretto significato biblico di “disciplina”:

Bisognerebbe aggiungere che disciplina proviene da discepolo, che è la parola latina discipulus, a sua volta derivata da disco: apprendere. Essere un discepolo ed essere sotto disciplina è essere uno sotto istruzione in un procedimento di apprendimento. Se non c’è apprendimento, e non c’è crescita nell’apprendimento, non c’è disciplina [34].

Continua sottolineando che “una chiesa indisciplinata è una chiesa in cui c’è un fallimento nella proclamazione e nell’insegnamento delle Scritture”. Pertanto, “l’appartenenza” a una tale chiesa non porta alla disciplina; è distruttiva  della vera disciplina biblica. C’è più vera disciplina in un uomo solo con la sua Bibbia e lo Spirito Santo che in una chiesa dove la Parola di Dio non viene predicata, o viene predicata solo a un livello molto rudimentale e basilare, mantenendo gli ascoltatori a una dieta di latte (Ebrei 6:1-2) e costantemente immaturi.

Eppure, questa è la stragrande maggioranza delle chiese negli Stati Uniti oggi. Mentre l’autore della Lettera agli Ebrei afferma chiaramente (5:11-6:2) che dovremmo aspirare alla maturità e non rimanere al livello delle dottrine basilari della fede, queste dottrine basilari sono quasi tutto ciò che viene insegnato nelle chiese odierne. Ci sono più di 20.000 sermoni sul solo battesimo, su un solo sito web di sermoni, e ne vengono pubblicati di nuovi ogni settimana. Interi convegni vengono organizzati ogni anno su questi stessi argomenti. In effetti, è così che si raggiunge la celebrità nel mondo evangelico moderno: ripetendo le stesse dottrine basilari, lo stesso latte della fede, magari con parole sempre più ricercate, ad nauseam. Ovunque sorgano nuove chiese, spesso, a quanto pare, per rimediare agli errori di quelle già esistenti, si ripetono gli stessi insegnamenti. Sotto ogni aspetto, la chiesa americana di oggi non ha compiuto un solo passo avanti nella comprensione spirituale rispetto ai lettori originali della Lettera agli Ebrei. Pertanto, è una chiesa indisciplinata fin dall’inizio. Una chiesa del genere non è in grado di esercitare “disciplina” su nessuno, e nessuna “appartenenza” formale al suo interno può produrre alcun tipo di disciplina.

La vera disciplina, quindi, risiede nella vera predicazione e nell’insegnamento della Parola di Dio (Giovanni 15:3; 17:17; Efesini 5:26). Ma tale predicazione e insegnamento non necessitano di un'”appartenenza” formale alla chiesa, né possono essere limitati alla congregazione locale e al suo Consiglio di chiesa. Né possono essere limitati a una manciata di burocrati e personaggi famosi di chiesa che hanno radunato una “congregazione” attorno a sé. Proviene da una vasta gamma di fonti, tra cui lo studio privato e persino gli ammonimenti di profeti che potrebbero non essere collegati ad alcun corpo visibile. Una chiesa veramente disciplinata è focalizzata sull’apprendimento, non sul controllo istituzionale.

La scomunica non è una prerogativa degli anziani

Questo punto potrebbe sorprendere molti cristiani oggi, a causa di una moltitudine di insegnamenti che abbiamo semplicemente ereditato senza metterli in discussione. Qualunque siano gli insegnamenti che abbiamo ereditato, è nostro diritto e dovere giudicare secondo le Scritture. Quando consultiamo le Scritture, non troviamo un solo versetto che colleghi la scomunica agli anziani. Nei passi in cui sono elencate le prerogative degli anziani, la scomunica non è menzionata. Nei versetti che trattano di scomunica, gli anziani non vengono citati. Innanzitutto, la principale giustificazione della scomunica in Matteo 18:15-20 non menziona anziani, Consigli di chiesa o leadership ecclesiastica. La parola usata è “la chiesa”. E nel versetto 20, Gesù dichiara la sua presenza nella sua Chiesa anche dove sono riuniti solo due o tre credenti. Vedremo più avanti cosa significa.

In Atti 6:4, gli apostoli, in qualità di anziani della chiesa di Gerusalemme (che non poteva essere una “chiesa locale”, dato che contava migliaia di credenti e si riuniva nelle case altrui), descrivono i loro doveri come “preghiera e ministero della Parola”. Non si fa menzione della scomunica. L’attenzione è focalizzata sull’insegnamento, in accordo con quanto detto in precedenza, ovvero che la vera disciplina risiede nell’apprendimento, non nelle punizioni.

Tuttavia, le sezioni della Bibbia che contengono l’esposizione più lunga e dettagliata dei doveri e delle prerogative degli anziani sono le due epistole di Paolo a Timoteo e la sua epistola a Tito. Oggi, quando si parla di qualifiche e doveri degli anziani, è comune concentrarsi solo su alcuni versetti di queste epistole, dove sono elencati i requisiti minimi: 1 Timoteo 3:1-7 e Tito 1:5-8. Spesso si trascura il fatto che Timoteo e Tito erano a loro volta anziani, e queste tre epistole, nella loro interezza, sono istruzioni rivolte agli anziani. Nel dare istruzioni a Timoteo e Tito, Paolo, di fatto, impartì istruzioni a tutti gli anziani e vescovi riguardo ai loro obblighi e prerogative.

È sorprendente, quindi, che in tutti questi tredici capitoli di istruzioni dettagliate a questi due anziani, Paolo non menzioni mai la scomunica. Bisogna tenere presente che Timoteo e Tito non erano semplici anziani, bensì “super-anziani” (vescovi?), poiché avevano il compito di ordinare altri anziani. Non solo erano “super-anziani”, ma vantavano una vera autorità: entrambi erano stati nominati da Paolo, e Timoteo aveva alle sue spalle anche l’autorità di profezie speciali (1 Timoteo 1:18; 4:14). Se mai nella storia qualcuno avesse potuto affermare che il suo legare e sciogliere fossero opera di Dio, sarebbero stati proprio questi due uomini. Eppure, in tutte le sue istruzioni, Paolo non menzionò mai la scomunica.

Questi uomini furono inviati nei loro campi per portare disciplina nelle chiese sotto la loro supervisione (1 Timoteo 1:3; Tito 1:5); questo era lo scopo principale del loro invio. Secondo l’ecclesiologia dominante nelle chiese moderne, Paolo avrebbe fornito loro un elenco dettagliato di procedure giudiziarie per punizioni ed scomunica; basta consultare il libro di disciplina di qualsiasi denominazione moderna, o ascoltare qualsiasi sermone sulla disciplina ecclesiastica. Ma non c’è nulla di simile nelle epistole di Paolo, nemmeno un accenno. Ciò che viene menzionato ripetutamente è l’istruzione.

In accordo con quanto abbiamo visto sopra, Paolo affermò che l’istruzione era l’unico strumento di disciplina dato a questi “super-anziani”, Timoteo e Tito. I versetti sono troppi per citarli tutti, quindi mi limiterò a elencarli: 1 Timoteo 1:5; 2:6; 3:2; 4:6, 11, 13, 16; 5:1, 7, 17; 6:2, 17; 2 Timoteo 2:2, 14-15, 24-26; 4:1-2; Tito 1:9; 2:1, 15; 3:1, 14. Niente riguarda la scomunica; tutto riguarda l’insegnamento; tutto è inserito nel contesto della disciplina ecclesiastica.

Pertanto, non esiste alcun fondamento biblico per il concetto moderno di scomunica come prerogativa degli anziani. Tale concetto è frutto di tradizioni extrabibliche, non di un’attenta esegesi della Bibbia. Il dovere degli anziani è insegnare, non punire.

La scomunica è una prerogativa della Chiesa

Poiché la visione moderna della disciplina è così focalizzata sulle punizioni e così tanto sulla gerarchia della “chiesa locale”, una verità biblica molto chiara è sempre assente dagli insegnamenti moderni sulla disciplina: la scomunica è lasciata nelle mani della Chiesa in generale, il che significa i credenti individuali, non i loro anziani. In ogni singolo passo del Nuovo Testamento in cui si menziona la scomunica, l’organo responsabile di prendere la decisione e di farla rispettare non è la leadership della chiesa, ma la massa dei singoli credenti.

Partendo dal passo più caro a tutti i sostenitori della scomunica con disciplina, Matteo 18:15-20, ecco cosa dice il versetto riguardo alla fase finale:

Se non li ascolta, dillo alla chiesa; e se non ascolta neanche la chiesa…” (v. 17).

Ma cos’è la chiesa qui? È l’élite dei leader ecclesiastici? Non secondo le confessioni riformate:

La Chiesa visibile, che è anche cattolica o universale sotto il Vangelo (non limitata a una sola nazione, come prima sotto la legge), è composta da tutti coloro che in tutto il mondo professano la vera religione; e dai loro figli… [35]

È allettante, naturalmente, nel contesto moderno, presumere che la “chiesa” debba essere un organo direttivo ufficiale che emette verdetti e li fa rispettare per la chiesa locale. Ma non c’è alcun supporto per tale conclusione nella Bibbia. Oltre a Matteo 18, abbiamo 1 Corinzi 5:9-13. In questi versetti, tuttavia, Paolo si rivolge all’assemblea dei credenti, non ai loro anziani o al Consiglio di chiesa. Dobbiamo ricordare le parole di Charles Hodge che abbiamo citato sopra:

Le Scritture sono ovunque indirizzate al popolo, e non ai funzionari della Chiesa né esclusivamente, né specificamente. I profeti furono inviati al popolo e dicevano continuamente: «Ascolta, Israele, ascolta, o popolo». Così anche i discorsi di Cristo erano rivolti al popolo, e il popolo lo ascoltava volentieri. Tutte le Epistole del Nuovo Testamento sono indirizzate alla congregazione, ai «chiamati da Gesù Cristo»; «agli amati da Dio»; «a coloro che sono «chiamati ad essere santi»; «ai santificati in Cristo Gesù»; «a tutti coloro che invocano il nome di Gesù Cristo nostro Signore»; «ai santi che sono a (Efeso) e ai fedeli in Gesù Cristo»; oppure «ai santi e ai fratelli fedeli che sono a (Colosso)»; e così in ogni caso, è il popolo che è indirizzato. A loro sono rivolte queste profonde discussioni sulla dottrina cristiana e queste esposizioni complete del dovere cristiano. Si presume ovunque che siano competenti a comprendere ciò che è scritto e ovunque è richiesto loro di credere e obbedire a ciò che è giunto dai messaggeri ispirati di Cristo.

Ulteriormente, la chiesa di Corinto non era certo una chiesa ordinata e organizzata. Al contrario, le ammonizioni di Paolo nei capitoli 12 e 14 mostrano che c’era un certo livello di disordine che egli riteneva necessario correggere. Eppure, anche in quei capitoli, Paolo si affida alle sue parole e all’autocontrollo dei suoi lettori; non menziona né anziani né responsabili della chiesa che dovrebbero intervenire e instaurare ordine e disciplina. Lo stesso vale per il caso di scomunica nel capitolo 5: Paolo si rivolge a ciascuno di quei singoli credenti come alla chiesa. Si aspetta che ognuno di loro prenda le sue parole e le metta in pratica. Paolo non emette il verdetto, né si assume l’incarico di amministrarlo. Si limita a istruire. Si aspetta che i suoi lettori giudichino e decidano da soli chi afferma di essere un fratello ma non lo è.

Paolo ripete la stessa ammonizione a un’altra chiesa in 2 Tessalonicesi 3:6:

Ora, fratelli, vi ordiniamo nel nome del Signor nostro Gesú Cristo, che vi ritiriate da ogni fratello che cammini disordinatamente e non secondo l’insegnamento che avete ricevuto da noi.

Anche in questo caso, gli anziani non vengono menzionati in nessun punto dell’epistola. Il comando è rivolto ai fedeli comuni della chiesa. Ci si aspetta che essi esercitino il giudizio e lo eseguano. Non si parla di scomunica da parte di leader professionisti.

Un’immagine di questa scomunica comunitaria si ritrova nel requisito dell’esecuzione comunitaria per alcuni crimini nella Legge di Dio, ad esempio in Levitico 24:14 e Deuteronomio 21:21. Gli anziani della città o della comunità dovevano agire come giudici e pronunciare il verdetto, ma non esisteva una classe professionale di esecutori. Spettava agli uomini della comunità lapidare il colpevole. Oggi questo viene presentato come una sorta di crudeltà primitiva, ma ciò che la maggior parte dei commentatori non coglie è che in questo requisito dell’esecuzione da parte della comunità, anziché da un boia assoldato dal governo, esiste un meccanismo di controllo e bilanciamento contro l’arbitrarietà e l’ingiustizia giudiziaria. Se il giudice fosse stato troppo severo o corrotto, e se la comunità avesse ritenuto che il verdetto non fosse giusto, quest’ultimo sarebbe potuto rimanere valido, ma non ci sarebbe stata alcuna esecuzione. Pertanto, ci sarebbe stato un controllo finale sull’operato del giudice, quello che oggi chiameremmo “annullamento per moderazione comunitaria”.

Analogamente, nella chiesa del Nuovo Testamento, gli anziani potevano essere giudici ed emettere verdetti riguardanti la condotta e le dottrine di alcuni uomini. Un esempio è Paolo in 1 Timoteo 1:20, che “consegna a Satana” alcuni uomini per la loro condotta e i loro insegnamenti. Tuttavia, nel racconto finale, l’atto effettivo della scomunica non era riservato agli anziani stessi, di cui non abbiamo un singolo esempio biblico, né alcun versetto, ma era lasciato all’autogoverno e al giudizio personale dei singoli credenti come Chiesa. Pertanto, la scomunica non era un atto cerimoniale né amministrativo. Era una responsabilità della comunità, una mancanza di rispetto per le decisioni degli anziani. Rushdoony scrisse a proposito di questo errore nella chiesa moderna:

Quinto, in termini di questi poteri ministeriali, abbiamo una grande autorità, di legare e di sciogliere. Se due o tre persone riunite nel nome di Cristo, sia come tribunale ecclesiastico che come semplici credenti, si accordano su qualcosa in fedeltà alle Scritture, possiamo legare e sciogliere gli uomini. Ora, normalmente questa è una funzione delle autorità della chiesa [36].

Questo concetto di scomunica come responsabilità della comunità fornisce anche la soluzione alla domanda che ho posto prima: “Chi scomunica gli scomunicatori?”. Nel sistema moderno, come abbiamo visto, un Consiglio di chiesa locale non può essere scomunicato se commette un’ingiustizia. Secondo il concetto biblico di scomunica, un Consiglio può essere scomunicato dalla comunità che presiede, nonostante qualsiasi decisione contraria del Consiglio stesso, senza bisogno di alcuna altra autorità, per giudizio privato e accordo dei membri ordinari. Questo sta effettivamente accadendo oggi con l’esodo di molti cristiani dalle chiese istituzionali visibili [37]. Si tratta di una scomunica di massa dei leader della chiesa moderna da parte di cristiani che vogliono rimanere fedeli alla Parola, sono stanchi di essere nutriti sempre con le stesse banalità e stanno esercitando il proprio giudizio privato.

Pertanto, la “appartenenza a una chiesa locale” non solo non è necessaria per la scomunica, ma è addirittura dannosa per il processo di una vera scomunica biblica, perché vincola la coscienza dei singoli credenti laddove Dio non ha imposto alcun fardello e isola gli anziani dalla responsabilità.

Inoltre, possiamo anche sottolineare che laddove la Parola viene predicata fedelmente, la Bibbia si aspetta che gli eretici, i maestri di false dottrine, se ne vadano di propria spontanea volontà, senza bisogno di una disciplina ecclesiastica formale. Nella sua prima epistola, Giovanni parla degli anticristi e della loro separazione dalla chiesa:

Fanciulli, è l’ultima ora. E, come avete udito, l’anticristo deve venire, e fin da ora sono sorti molti anticristi; da questo conosciamo che è l’ultima ora. Sono usciti di mezzo a noi, ma non erano dei nostri perché, se fossero stati dei nostri, sarebbero rimasti con noi, ma ciò è accaduto perché fosse palesato che non tutti sono dei nostri. Ma voi avete l’unzione dal Santo e conoscete ogni cosa. Non vi ho scritto perché non conoscete la verità, ma perché la conoscete e perché nessuna menzogna proviene dalla verità. (1 Giovanni 2:18-21).

Innanzitutto, si noti che questi falsi maestri non furono cacciati, ma se ne andarono di propria iniziativa. In secondo luogo, la loro uscita è in contrasto con l’unzione e la conoscenza di coloro che rimasero nella chiesa. Come disse Rushdoony a proposito della disciplina nella chiesa:

C’è un insegnamento soprannaturale o potere disciplinante inerente la parola del Dio soprannaturale che manca nelle parole e nelle azioni degli uomini [38].

Note:

33. R. J. Rushdoony: “Institutes of Biblica Law”, p. 766. PDF Italiano p. 896

34. Ibid.

35. WCF 25:2; cfr. Confessione Belga 27; Seconda Confessione Elvetica 17:1.

36. R. J. Rushdoony: “Systematic Theology” Vol. II, pp. 758-59.

37. Vedi mio articolo: “Kevin DeYoung’s Gorbachevian Perestruvka Will Fail”, http://bojidarmarinov.com/blog/kevin-deyoungs-gorbachevian-perestruvka-will-fail/ (a proposito di profeti, Kevin DeYoung è finito in disgrazia. n.d.t.)

38. R. J. Rushdoony: “Institutes of Biblica Law”, p. 767. PDF italiano p. 897.


Altri Libri che potrebbero interessarti