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11. L’autorità della Scrittura

L’uomo non stabilisce l’autorità, la riconosce. Questa è la corretta procedura, benché raramente osservata. L’uomo vuole riconoscere solo quell’autorità che egli stesso stabilisce o almeno a cui dà il proprio consenso. Ogni altra autorità offende il suo senso d’autonomia e di ultimità. Come risultato, le rivendicazioni della Scrittura sono particolarmente offensive per l’uomo naturale perché ci sono tantissime implicazioni nell’ammissione della sua veracità.

Riconoscere le rivendicazioni della Scrittura è accettare la creaturalità e il fatto della caduta. La caduta rende necessario un Salvatore infallibile e una Scrittura infallibile come ha dimostrato Van Til [1].  Inoltre, il concetto della parola infallibile implica e richiede l’idea del completo controllo di Dio sulla storia [2]. Questo significa che Dio è autonomo e di valore ultimo, che controlla tutta la realtà, con tutta la realtà che lo rivela, e che conosce tutte le cose esaustivamente perché le controlla completamente. Accettare pienamente il concetto di Parola infallibile è rivendicare tutti i fatti per Dio e insistere che la realtà può essere interpretata solo nei termini di lui e della sua Parola.
Questo va contro la rivendicazione dell’uomo naturale di essere il punto di riferimento e la fonte dell’interpretazione ultima della fattualità. Ma è proprio questo peccato dell’uomo che rende necessaria la Scrittura. La Scrittura parla all’uomo con autorità e con sufficienza, vale a dire come una parola completata. Parla con perspiquità, e dicendo all’uomo chiaramente e semplicemente chi egli sia, quale la natura del suo peccato, quale ne sia il rimedio e dove debba essere trovato. Gli attributi della Scrittura sono pertanto: necessità, autorità, perspiquità, e sufficienza [3].

Tutto questo deve essere affermato dal cristiano con franchezza, senza alcuna esitazione in relazione all’accusa di ragionamento circolare. Come evidenzia Van Til:

L’unica alternativa al “ragionamento circolare” in cui s’impegnano i cristiani, indipendentemente da su che punto parlino, è quella di ragionare sulla base di fatti isolati e menti isolate, col risultato che non c’è affatto possibilità di ragionare. Come peccatori, a meno che abbiamo una bibbia assolutamente ispirata, non abbiamo nessun Dio assoluto che interpreti per noi la realtà e, a meno che abbiamo un Dio assoluto che interpreta per noi la realtà, non c’è assolutamente nessuna vera interpretazione [4].

La questione in ballo è grande. Ogni autorità e ogni conoscenza è in ballo nella dottrina della Parola infallibile. Van Til traccia e analizza la storia e la dottrina nelle sue varie forme in A Christian Theory of Knowledge. La Scrittura rivendica di autenticarsi da sé e dichiara che l’uomo vive per l’assoluta autorità di Dio. Nella visione non-cristiana delle cose, Dio e l’uomo sono ambedue coinvolti in un principio di continuità che abbraccia ogni essere, e di nuovo tanto Dio che l’uomo sono circondati da un principio di discontinuità che è in essenza il caso. In tutto questo, l’uomo è l’interprete e il punto di riferimento.

In un predicato può esserci solamente un punto di riferimento finale. Se l’uomo è ipotizzato essere questo punto di riferimento finale il suo ambiente diventa dipendente da lui, e qualsiasi altra personalità che possa esistere non è di valore più ultimo di lui. Perciò non c’è Dio da cui possa sentirsi dipendente. Egli è il proprio dio [5].

Non si può trovare nessun rifugio dall’autorità della Scrittura nella teologia naturale o nella grazia comune. Troppo frequentemente queste queste due aree sono ora evidenziate come se esistesse un’area d’autorità e di testimonianza indipendente. Ma tutta la creazione dà una testimonianza comune a Dio. Tutta la creazione è rivelativa di lui e la sua testimonianza è unitaria. Per sfuggire a questa rivelazione, come ha sottolineato Van Til, per sfuggire alla conoscenza di Dio, l’uomo dovrebbe distruggersi. Ma non può sfuggire in nessuna non-esistenza e come risultato non ha possibilità di fuga; si trova confrontato con una eclatante testimonianza in tutto il cielo e tutta la terra, e perfino in se stesso deve confrontarsi con Dio. Precisamente perché questo è un mondo che è rivelativo di Dio e perché la grazia comune è reale, l’autorità della Scrittura è inevitabile e vincolante. Come riassume in modo convincente Van Til:

Solo in un universo che è unificato dal piano di Dio può esserci un atto di redenzione una volta per tutte e finito che influenza tutta la razza umana. E solo sulle basi di un mondo in cui ogni fatto testifica di Dio può esserci una Parola di Dio che testifica di sé che è quella che interpreta tutti gli altri fatti [6].

La posizione cristiano-teista, con tutto ciò che implica e senza alcuna concessione su nessun punto, è la sola posizione che non distrugge conoscenza e ragione e non annichila l’esperienza umana intelligente. E alla base di questa posizione c’è l’autorità della parola infallibile, un’autorità offensiva per l’uomo come dio, ma basilare per l’uomo come uomo, distruttiva della ragione come dio ma determinativa della ragione come ragione. Come la esprime Van Til:

… bisogna affermare che un Protestante accetta la Scrittura per quello che la Scrittura stessa dice di essere sulla propria autorità. La Scrittura si presenta come essere la sola luce nei termini di cui possa essere scoperta la verità dei fatti e delle loro correlazioni. Magari la correlazione del sole alla nostra terra e agli oggetti che la costituiscono può rendere chiaro il concetto. Noi non usiamo candele, o la luce elettrica per poter scoprire se esista la luce e l’energia del sole. È invece l’opposto. Noi abbiamo luce nelle candele e lampadine elettriche grazie alla luce e all’energia del sole. Così noi non possiamo sottoporre i pronunciamenti autoritativi della Scrittura riguardo alla realtà allo scrutinio della ragione perché è la ragione stessa che impara la propria corretta funzione dalla Scrittura.

Non c’è dubbio che ci siano obiezioni che si presentano immediatamente ad una persona quando ode la questione presentata così esplicitamente. … Tutte le obiezioni che vengono portate contro tale posizione sgorgano, in ultima analisi, dal presupposto che la persona umana sia di valore ultimo e come tale dovrebbe propriamente agire da giudice su tutte le rivendicazioni d’autorità che siano fatte da chicchessia. Ma se l’uomo non è autonomo, se è piuttosto ciò che la Scrittura dice che è, ovvero una creatura di Dio e un peccatore davanti a lui, allora l’uomo dovrebbe subordinare la propria ragione alla Scrittura e cercare d’interpretare la propria esperienza alla luce della Scrittura [7].

La Neo-ortodossia non può tollerare una dottrina della Scrittura in cui Dio parla infallibilmente e oggettivamente perché non può tollerare un Dio che col suo decreto eterno ha ordinato tutte le cose e riguardo ad esse ha parlato autoritativamente. Della Scrittura Barth ha detto: “Un documento umano come qualsiasi altro, non può imporre nessuna rivendicazione dogmatica a priori che richieda speciale attenzione o considerazione” [8].  Dei miracoli e della resurrezione dice: “È irrilevante perfino chiedere se siano storici e possibili” [9].  Eppure Barth “crede” nell’ispirazione verbale e afferma la dottrina ortodossa, ma solo versando nell’idea nuovo significato. Egli condanna la dottrina ortodossa di una rivelazione oggettiva e diretta perché presuntuosa e come un tentativo da parte dell’uomo di controllare la rivelazione. Invece è Barth a rendere soggettiva l’ispirazione. La Scrittura è la Parola di Dio solo quando l’uomo l’accetta come tale, come testimoniare la rivelazione di Dio. Ma Dio è libero, imprevedibile, nascosto e perciò non può essere legato alla parola scritta, la quale può essere solamente il mezzo per udire la parola o testo interiore. In questo egli ode veramente il Dio che è esaustivamente presente nel processo di rivelazione, che è esso stesso redentivo. Il nocciolo di tutto questo è che quando Bath dice che sta udendo Dio in realtà l’uomo sta udendo effettivamente se stesso; il soggettivismo trionfa perché nessuna Scrittura oggettiva e nessuna vera e finita rivelazione sono possibili a meno che non esista un Dio autonomo (self-contained). Senza un tale Dio, non ci può essere teologia sistematica perché Dio è troppo pieno di potenzialità irrealizzate per essere predittivo o perché la sua rivelazione sia degna di fiducia. Senza un tale Dio la Scrittura non può essere la Parola infallibile, una rivelazione diretta e finita. L’offesa nella dottrina ortodossa dell’ispirazione e autorità della Scrittura non sta nell’esperienza di Giona o in problemi di cronologia; sta nel Dio che rende possibile la Scrittura e in essa e per mezzo di essa parla autoritativamente. Sottovalutare la natura di quest’offesa è banalizzare le rivendicazioni di Dio ed evadere la questione centrale dell’autorità.

Note:

1 C. Van Til: The Psycology of Religion, p. 124.
2 C. Van Til: A Christian Theory of Knowledge, p. 14.
3 C. Van Til: An Introduction to Systematic Theology, ed. 1952, pp. 139 s. 4 Ibid., p. 152
5 C Van Til: A Christian Theory of Knowledge, p. 143.
6 Ibid., p. 179.
7 C. Van Til: A Defense of the Faith, p. 125.
8 Karl Barth: The Word of God and the Word of Man, p. 60 (Scribner’s)
9 Ibid., p. 91.

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