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LA TESI DIFESA

CONTRO VENTIDUE OBIEZIONI

 

Finora ho dimostrato la mia tesi riguardo all’indagine proposta mediante alcuni argomenti. Ora prenderò in considerazione quelli che solitamente sono usati contro.

1. IL DIRITTO GIUDIZIARIO ERA SOLO PER ISRAELE.

Il primo argomento è il seguente: il diritto politico di Mosè non è ugualmente adatto a tutte le repubbliche, ma solo alla stessa repubblica alla quale fu specificamente dato.

Rispondo: questo non è vero per tutte [1] e universalmente, ma solo per quelle specifiche leggi che riguardavano questioni specifiche della repubblica israelita, peculiari di quel tempo. Rimando il lettore ad argomenti simili esposti all’inizio di questa disputa, ad esempio, i crimini comuni a tutte le nazioni. Come si pone questo, mi chiedo, contro le leggi mosaiche date al popolo d’Israele, ognuna delle quali è ugualmente adatta a tutte le repubbliche?

2. IL DIRITTO GIUDIZIARIO ERA SOLO UN ESEMPIO.

Secondo argomento: la legge politica di Mosè è solo un esempio, composto di leggi onorabili in qualsiasi repubblica.

Rispondo: questa è la questione stessa, sebbene assunta dall’opposizione: se la legge politica di Mosè, nella misura in cui disciplina la punizione dei crimini, possa essere solo un esempio, mentre i legislatori delle repubbliche cristiane possono liberamente proporre e promulgare leggi a loro piacimento; oppure se possa essere veramente una norma immutabile e inalterabile in materia di punizione, vincolante per tutti i legislatori cristiani.

3. LA LEGGE GIUDIZIARIA NON VIETA
DI ESSERE REVISIONATA.

Terzo argomento: la legge politica di Mosè non impedisce né vieta di modificare lo status quo in qualcosa di migliore, o di trasformare una forma in un’altra.

Rispondo: in verità, tuttavia, la legge politica di Mosè stessa impedisce e vieta ai giudici cristiani di stabilire quali pene modificare, perché essi stessi sono vincolati ad essa come regola di condotta. Né gli uomini possono migliorare nulla di ciò che Dio ha stabilito. In effetti, dovremmo dire che tutto ciò che viene cambiato in meglio è cambiato da Dio, poiché i giudici umani sono nominati tramite voto diretto degli uomini, rimanendo in carica per la durata del loro mandato, dopodiché un altro assume la stessa autorità. È sufficiente che gli uomini eleggano un’altra autorità al posto di quella precedente. Così, la legge cerimoniale dell’Antico Testamento è stata modificata in meglio con la promulgazione di cerimonie più semplici, coerenti con la luce del Nuovo Testamento.

4. LA LEGGE GIUDIZIARIA RICHIEDE LA

REVISIONE DI SE STESSA.

Il quarto argomento: la legge politica di Mosè permette e prescrive di cambiare lo status quo in qualcosa di migliore in determinate questioni, o di trasformare alcune cose in altre forme (Romani 13).

Rispondo: al contrario, si dimostrerà che nemmeno un singolo versetto di Romani 13 può essere usato per affermare questa tesi. Anzi, si può dimostrare il contrario proprio da questo capitolo, in cui Paolo chiama il magistrato “ministro di Dio”. Ne consegue, quindi, che egli non è libero di comporre leggi riguardanti questioni giudiziarie. O meglio, non ha il potere di cambiare a suo piacimento le leggi di Dio, ma deve condurre ogni cosa secondo quei precetti.

5. LA LEGGE GIUDIZIARIA NON È
SUFFICIENTEMENTE DETTAGLIATA.

Il quinto argomento: Mosè non ha proposto regole tali da escludere la possibilità di eccezioni per tutti i vari casi che si presentano quotidianamente. In realtà, le stesse regole stabilite da Mosè non sono adatte a tale scopo, né Dio ha voluto rivelarlo.

Rispondo: l’intera legge funge da regola: e la legge giudiziaria è la regola per coloro che amministrano la giustizia. Ma tutta la legge di Dio, e quindi anche la legge giudiziaria, è perfetta perché il suo Autore è perfetto. Chiaramente Dio è perfettamente saggio, perfettamente giusto e perfettamente buono. Pertanto, le regole che Mosè espone nella legge giudiziaria ripudiano completamente ogni eccezione, eccetto quelle che Dio stesso ha aggiunto.

Ci sono, in effetti, eccezioni previste all’interno delle regole, come quando un caso qualifica un altro rispetto alla stessa materia. Ad esempio, in Esodo 21:12 si legge: “Chi percuote un uomo che, a motivo di questo, muore, sarà messo a morte”. Ma nel versetto successivo, il versetto 13, questa eccezione si aggiunge alla legge precedente: “Se però non gli ha teso alcun agguato, ma DIO glielo ha fatto cadere in mano, io ti assegnerò un luogo dove egli possa rifugiarsi”. Ma anche ammettendo che le leggi giudiziarie di Mosè non specifichino espressamente tutti i casi, la perfezione di tali statuti richiede che non si possa immaginare alcun caso che non si possa definire per analogia (poiché in casi simili si applica lo stesso giudizio). Ad esempio, in Esodo 21:33-34 si legge: “Se uno apre una fossa, o se uno scava una fossa e non la copre e un bue o un asino vi cade dentro, il proprietario della fossa pagherà l’indennizzo; egli darà in denaro al padrone il valore della bestia e la bestia morta sarà sua”. Fin qui le parole della legge. Ma cosa succede se una pecora o un cavallo cadono in una fossa simile? È facile capire, dalla somiglianza dei fatti, che la stessa legge deve essere osservata anche in questo caso.

6. LA LEGGE GIUDIZIARIA NON È PIÙ VINCOLANTE

A MENO CHE NON SIA RIPETUTA

NEL NUOVO TESTAMENTO

Il sesto argomento: certamente la legge morale ci obbliga indubbiamente all’osservanza necessaria, poiché è la legge di Dio, perché è naturale, ecc. Certo, anche la legge politica deriva da quella morale, ma il governo particolare di Mosè è stato abolito e non ci vincola più se non in quelle parti di esso che vengono ripetute nel Nuovo Testamento. Ma l’insegnamento fondamentale della legge giudiziaria per noi è che i procedimenti giudiziari legittimi debbano essere preservati, che possano essere emesse sentenze che siano solo e dimostrabilmente giuste; che i reati non debbano rimanere impuniti, ma debbano essere puniti secondo la gravità del crimine, che sia grave o lieve, che a nessun criminale debba essere concessa l’impunità, ecc. Molti hanno insegnato così, siano essi teologi o giuristi, antichi o moderni.

Rispondo: questo argomento è grezzo [2], basato sull’opinione e sul giudizio di certi dottori. Ma qualunque cosa quegli uomini abbiano giudicato, era per supposizione; consideriamo la questione in sé. Si dice che il governo di Mosè non vincoli chiaramente le nostre leggi (cioè i nostri giudici), nemmeno nella misura in cui esse siano estensioni logiche della legge morale, ma che siano state abrogate insieme al governo mosaico. Tuttavia, viene aggiunta questa eccezione: il primo non ci vincola, a meno che una sua parte non sia stata in qualche modo ripetuta da qualche parte nel Nuovo Testamento. Io presuppongo già questo, eppure la legge di Dio riguardante la pena della vendetta è stata ripetuta nel Nuovo Testamento, come ho chiarito sopra da Matteo 5:38. Ora, da qui si dovrebbe necessariamente ammettere che la legge di Dio riguardante la pena della vendetta ci vincola ai nostri tempi, sebbene, a dire il vero, il Nuovo Testamento abbia spiegato correttamente questa legge. Tuttavia, sarebbe improprio supporre che essa necessitasse di essere ripetuta nel Nuovo Testamento. Poiché, in verità, quella particolare legge è chiaramente ripetuta, anche le altre pene delle leggi mosaiche devono essere ripetute, e quindi si dovrebbe ammettere che essa vincoli i nostri giudici. Ciò è ovvio, poiché si può dimostrare che tutte le altre leggi del sistema giudiziario mosaico ci vincolano con lo stesso ragionamento.

Infine, si dice che la legge politica di Mosè testimoni soltanto che a Dio piace che i verdetti siano giusti, che i reati non restino impuniti e altre questioni simili. In realtà, al contrario, poiché la legge politica di Mosè, nella misura in cui fornisce istruzioni su questioni comuni a tutti gli uomini, è una norma perpetua per giudicare, come ho chiarito sopra, ne consegue che non solo attesta che a Dio piace che i verdetti siano giusti, ma prescrive anche il metodo con cui i giudizi devono essere amministrati. La legge politica di Mosè mostra ai tribunali di tutte le nazioni che devono essere guidati nell’amministrare correttamente la giustizia giudicando in conformità con i precetti della legge. Allo stesso modo, non solo prescrive, a Dio piacendo, che le offese non restino impunite, ma insegna anche la ragione della punizione e istruisce i giudici del popolo cristiano dei nostri giorni non meno di quanto istruì i giudici del popolo d’Israele nei tempi antichi.

7. L’USO DELLA CITTADINANZA ROMANA

DA PARTE DI PAOLO

Il settimo argomento: se le leggi giudiziarie di Mosè ci vincolassero necessariamente nel Nuovo Testamento, allora l’uso da parte dell’Apostolo del suo diritto e della sua cittadinanza romana non sarebbe stato privo di prevaricazioni.

Rispondo: un prevaricatore (se crediamo al giurista romano Ulpiano)[3] è come qualcuno che si destreggia tra due fazioni, aiutando le parti avversarie per raggiungere i propri scopi. Al contrario, il fatto che Paolo si sia avvalso del suo diritto e della sua cittadinanza romana quando il tribuno ordinò di legarlo per la fustigazione non costituisce affatto un aiuto alle fazioni avversarie per raggiungere i propri fini. Paolo si limitò a dire al centurione: “Vi è lecito flagellare un cittadino romano, non ancora condannato?” (Atti 22:25). No, infatti Paolo difese strenuamente la propria causa che fu poi costretto a difendere. In realtà, la causa era proprio da attribuire al tribuno, che aveva ordinato che Paolo fosse fustigato, e allo stesso modo al centurione suo servitore, che aveva ricevuto tale ordine ed era disposto a eseguirlo. Pertanto, quando questi provvedimenti stavano per essere usati contro di lui, Paolo si limitò a far notare quanto fossero ingiusti, e così i tribuni rinunciarono al loro scopo e si mostrarono indulgenti nei suoi confronti.

Ma cosa c’entra questo gesto di Paolo con la questione in esame: se il magistrato cristiano debba essere vincolato a una qualsiasi delle leggi giudiziarie di Mosè? Nulla. In questo caso, Paolo fu provocato a esercitare il suo diritto di cittadino romano, e non si può dedurre da questo passo che Paolo approvasse tutte le leggi romane e tutto il loro governo, come se fossero legittimi, e quindi li considerasse graditi a Dio. Si potrebbe forse dedurre, da questo passo, che il magistrato cristiano non debba essere vincolato a obbedire alle pene previste dalle leggi giudiziarie di Mosè? Come se non ci fosse davvero una regola diversa per un magistrato pagano e per un cristiano! In effetti, un magistrato pagano non è vincolato (nemmeno di fatto) alle leggi scritte di Dio, poiché o ignora tali leggi, o almeno non vi ha giurato obbedienza. Tuttavia, è obbligato alla legge naturale de facto, poiché de jure si può dire che è obbligato alle leggi scritte di Dio nella misura in cui è anche tenuto a studiare tali leggi e l’intera Parola di Dio.

Mentre il magistrato cristiano ha giurato obbedienza alle leggi scritte di Dio, per quanto molte insegnino riguardo ai suoi doveri. Se qualcuno dovesse chiedere: “Come e quando ha giurato obbedienza a quelle leggi?”, rispondo che ha giurato obbedienza nel santo Battesimo, quando ha promesso obbedienza a Dio e a tutte le sue leggi, per quanto molte insegnino riguardo ai suoi doveri pattizi. Chiaramente un magistrato cristiano ha giurato obbedienza non solo a quelle che insegnano riguardo ai doveri cristiani comuni, ma anche a quelle che sono particolari per la sua vocazione.

8. L’INSEGNAMENTO DI PAOLO IN ROMANI 13

Ottavo argomento: se le leggi giudiziarie di Mosè ci vincolassero, allora Paolo non avrebbe potuto affermare, in corretta pietà, che dovremmo obbedire alle ordinanze, cioè alla legge e all’onorevole costituzione del potere romano, del Console imperiale e del Pretore “per motivi di coscienza” (Rom 13:5).

Rispondo: in quel passo Paolo non dice che si debbano obbedire alle ordinanze del potere romano, ma dice: “chi resiste all’autorità, resiste all’ordine di Dio” (Rom 13:2). E quindi egli vuole che le ordinanze di Dio siano obbedite, cioè tutte le autorità che Dio può istituire, come dice il versetto precedente. Tuttavia, ammetto che in questo passo l’Apostolo esorta i cristiani all’obbedienza verso le leggi e le onorevoli costituzioni del potere romano. Lo vuole espressamente quando dice: “Ogni persona sia sottoposta alle autorità superiori” (Rom. 13:1), e, in effetti, “per motivo di coscienza” (Rom. 13:5).

Ma questo non dimostra nulla, tanto meno che Paolo proibisca di comandare ai magistrati cristiani di essere vincolati alle punizioni stabilite nelle leggi giudiziarie di Mosè. Tuttavia, nella sua corretta pietà, egli poté affermare che i cristiani dovevano essere subordinati e obbedire alle leggi di Roma, e ciò per motivo di coscienza. Infatti, la prima espressione “per motivo di coscienza” è tanto significativa quanto affermare che la ragione per cui Paolo esorta i cristiani a obbedire le leggi dei magistrati romani, anche se già obbedivano, era che potessero conservare una buona coscienza. La ragione di ciò è che Dio ha già istruito i cristiani a prestare obbedienza volontaria ai magistrati nel quinto precetto del Decalogo, e un cristiano non può conservare una buona coscienza camminando contro questo precetto.

Ma questa obbedienza, che va ben oltre il dovere, non impedisce nulla. Quanto meno impedirebbe al magistrato cristiano di essere vincolato all’obbedienza verso certe leggi giudiziarie di Mosè? Sebbene, in effetti, con questa obbedienza dovremmo sostenere e approvare le leggi romane nella misura in cui sono oneste e giuste. Il magistrato cristiano, tuttavia, non è così esonerato dal proprio obbligo, al quale Dio, suo Signore e sommo legislatore, lo ha vincolato. Considerando questo passo, l’Apostolo non si limita a richiedere tale obbedienza, ma ci esorta a obbedire solo nella misura in cui tali magistrati romani non comandino nulla di contrario alla Parola di Dio.

Né, del resto, Paolo aveva un’opinione diversa in questo ambito rispetto a Pietro o agli altri Apostoli. Ad esempio, quando i magistrati di Gerusalemme proibirono agli Apostoli di predicare il Vangelo, proprio ciò che Cristo aveva comandato loro di fare, gli Apostoli si opposero, dicendo: «Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini» (Atti 5:29). E come Paolo comanda ai figli in un altro passo di «ubbidire ai propri genitori, ma nel Signore» (Efesini 6:1), così si ritiene che si debba insegnare l’ubbidienza ai magistrati: che ad essi si debba obbedire, ma nel Signore.

9. DOBBIAMO PRIMA DIVENTARE EBREI?

Il nono argomento afferma quanto segue: se le leggi giudiziarie di Mosè possono obbligare il magistrato cristiano all’obbedienza, allora una repubblica cristiana deve necessariamente diventare una repubblica ebraica.
Rispondo: ciò ne consegue veramente solo se tutte quelle leggi obbligassero il magistrato cristiano, comprese quelle che riguardano questioni del popolo ebraico, adatte a quel tempo. In verità, non sostengo che siano le leggi specificamente ebraiche a obbligare il magistrato cristiano, ma piuttosto molte di quelle che riguardano questioni comuni a tutti gli uomini e immutabili nella loro natura, come ho già ampiamente spiegato in precedenza.

10. LA LEGISLAZIONE EBRAICA È TERMINATA CON L’AVVENTO DI CRISTO

Il decimo argomento: che dopo l’avvento di Cristo non vi è più la necessità di essere sottomessi a un legislatore o giurista ebraico; allo stesso modo, non vi è più la necessità di essere sottomessi alla legge di tale legislatore o giurista. Ma la prima proposizione è vera, quindi lo è anche la seconda. L’assunto è dimostrato in questo modo: perché era possibile che un legislatore o giurista ebreo esistesse solo fino all’avvento di Cristo, quando questi fu destinato ad abolirli (Genesi 49:10).

Rispondo: in primo luogo, questo si discosta dall’indagine. In effetti, questa indagine non ha nulla a che vedere con la legge emanata da un legislatore della tribù di Giuda, cioè da chi viene considerato semplicemente come un legislatore della tribù di Giuda. Un tale legislatore avrebbe determinato il destino delle leggi riguardanti questioni peculiari del suo tempo e del suo popolo. Sebbene le leggi scritte da Mosè fossero indubbiamente adatte a legislatori ebrei pii e prudenti, tuttavia l’indagine riguarda le leggi che sono state prodotte da Dio stesso, ma scritte da Mosè. Da ciò nego che sia una necessaria inferenza che, poiché un legislatore o un avvocato è così distante da noi, non possa vincolarci all’obbedienza, e che quindi, per forza di cose, le sue leggi debbano decadere con colui che le ha emanate. Di conseguenza, è stata fornita una risposta o un giudizio.

Inoltre, con un ragionamento simile si potrebbe concludere che la legge morale di Dio è così distante dai cristiani perché, certamente, i suoi interpreti e dottori che un tempo sedevano sulla cattedra di Mosè e spiegavano la legge morale al popolo, vale a dire gli scribi e i farisei, sono distanti da noi. Ora mettiamo alla prova queste ipotesi, tenendo presente che il termine ebraico usato nel passo citato (ovvero mehhokek) non significa avvocato, ma legislatore, che si tratti del re o del principe: chiunque si distinguesse a quel tempo per la sua voce autorevole che delineava e impartiva ordini riguardo al significato degli statuti; questo è il significato di questo termine. Da qui deriva anche il termine hhukkim, che designava gli statuti o le leggi civili degli Ebrei.

Quindi, da un confronto della sezione precedente, dove si menziona uno scettro, cioè il potere regale, si evince chiaramente: “Lo scettro non sarà rimosso da Giuda, né il mehhokek dai suoi piedi” (Genesi 49:10). Lo stesso è evidente anche da un confronto con altri passi delle Scritture in cui tale termine indica la voce di un legislatore. Come dice il Salmo 108:8: “Mio è Galaad, mio è Manasse, Efraim è la forza del mio capo, Giuda è il mio legislatore”. Queste sono le parole di Davide, che indica la sua speranza nell’instaurazione del suo regno. Lo stesso è detto dalla gloriosa ed eterna Sapienza, cioè il Figlio di Dio, in Proverbi 8:15: “Per mio mezzo regnano i re e i principi deliberano la (jehhokeku) giustizia”. Così la profetessa Debora, lodando i comandanti della guerra in cui Iabin, re dei Cananei, e il suo comandante Sisera furono sconfitti, chiama quei comandanti mehhokekim, dicendo: «Il mio cuore va [è davvero incline]  ai legislatori d’Israele» (Giudici 5:9).

11. GEREMIA E IL NUOVO GOVERNO

Undicesimo argomento: Geremia 31:31-32 afferma: «Ecco, dice il Signore, verranno giorni in cui stringerò un nuovo patto con la casa d’Israele e con la casa di Giuda, un patto nuovo, non come quello che avevo stretto con i loro padri». Pertanto, i cristiani non sono vincolati alle leggi giudiziarie di Mosè.

Rispondo: con lo stesso ragionamento si potrebbe sostenere che i cristiani non debbano essere vincolati alle leggi morali di Dio, poiché è certo che questo passo si riferisce alle leggi morali, come si evince chiaramente dal confronto tra i capitoli 19 e 20 dell’Esodo. Infatti, nel capitolo 19, Dio mostra al popolo per mezzo di Mosè che avrebbe rinnovato il patto con loro e che egli stesso voleva vincolarli alle leggi, alle quali li avrebbe convocati entro tre giorni, affinché egli stesso potesse stabilire le sue leggi in mezzo a loro, alla presenza del popolo.

Nel capitolo 20, tuttavia, con il popolo riunito presso il monte Sinai ad ascoltare, egli pubblica il Decalogo. Ma il Signore sta parlando di questo stesso patto (come è chiaro dalle parole stesse) nel passo citato da Geremia. Consideriamo ancora una volta il senso naturale di queste parole, sapendo che l’argomento trattato in quel passo non è l’abrogazione della legge, ma l’abrogazione del patto giuridico. Infatti, quel patto era subordinato alla perfetta obbedienza alla legge di Dio, adempiuta con le proprie forze. Tuttavia, il Nuovo Patto, promesso in quel passo, è un Patto Evangelico che consiste nella remissione gratuita dei peccati contro la legge e nella rigenerazione per opera dello Spirito Santo, il quale inscrive le leggi di Dio nei cuori di coloro che sono in comunione con Dio, come viene insegnato proprio in quel passo (Geremia 31:33-34).

12. IL VANGELO NON INFLUISCE SUI GOVERNI CIVILI.

Il dodicesimo argomento: il Vangelo non abolisce gli organi civili. Pertanto, permette a ogni repubblica di avere le proprie leggi e, di conseguenza, i governatori delle repubbliche cristiane non sarebbero vincolati alle leggi giudiziarie di Dio.

Io nego questa conseguenza. Infatti, sebbene il Vangelo non abolisca gli organi civili, nondimeno ne corregge i vizi, poiché ogni classe umana, essendo stata abbracciata dalla dottrina e dalla religione evangelica, riceve i propri doveri dalla legge di Dio.

Questo è lo stesso principio che si discerne chiaramente nel ministero del primo araldo del Vangelo, Giovanni Battista. Ad esempio, quando i pubblicani si recavano da lui per essere battezzati e gli chiedevano cosa dovessero fare, egli non li esortava certo ad abbandonare i loro posti di riscossione dei pedaggi, come se una buona coscienza non potesse coesistere con l’esigere tasse. Correggeva, tuttavia, i vizi che praticavano nell’esigere le tasse, ingiungendo loro di “non esigere più di quanto stabilito” (Luca 3:13). Allo stesso modo, quando i soldati chiesero cosa fossero tenuti a fare, egli non ordinò loro certo di rinnegare il servizio militare, come se non si potesse avere una buona coscienza senza abbandonare quella vocazione. Tuttavia, corresse i loro vizi, comandando loro di “non usare la propria carica per frodare nessuno o per accusare falsamente, ma di accontentarsi della paga militare” (Luca 3:14).

Per lo stesso motivo, se dovesse accadere che un certo popolo pagano abbracciasse la religione cristiana, il Vangelo non abolirebbe certamente quel governo, ma ne correggerebbe i difetti in tutti i ranghi. Ad esempio, quando un magistrato pagano si convince di avere il potere illimitato di emanare leggi a suo piacimento e di non avere alcun obbligo morale di obbedire alle leggi emanate da chiunque altro, il Vangelo corregge questo peccato, esortando tutti i cristiani ad assumersi i propri doveri imparando dalla legge di Dio.

13. CESARE HA L’AUTORITÀ DI EMANARE NUOVE LEGGI.

Il tredicesimo argomento: se Cesare al tempo di Cristo aveva il potere di prescrivere leggi ai suoi delegati, conferendo loro il potere di emanare leggi e di usare la spada, allora anche il magistrato cristiano ha tale potere ai nostri giorni. Ma se la prima proposizione è vera, allora la seconda è confermata. L’assunto è dimostrato in questo modo: poiché Cristo comandò agli Ebrei di rendere a Cesare ciò che è di Cesare (Matteo 22:21). Pertanto, rimane valido che Cesare abbia tale potere di emanare leggi in modo lecito e di usare la spada.

Nego la prima proposizione del sillogismo principale, perché il Cesare romano al tempo di Cristo e il magistrato cristiano ai nostri tempi non si trovano nella stessa situazione. Infatti, quell’illustre Cesare era un pagano, e quindi non era obbligato (certamente de facto, come ho spiegato sopra) [4] alle leggi scritte di Dio; ma solo alla legge non scritta di Dio, veramente impressa nel cuore di ogni uomo. Mentre il magistrato cristiano è vincolato alle leggi scritte di Dio, per quanto molte di esse riguardino questioni immutabili e diano istruzioni su cose comuni a tutti gli uomini. Ciò vale a maggior ragione per coloro che sono stati battezzati e hanno quindi giurato obbedienza. Perciò io nego anche la proposizione su cui si basa la prova.

Né, del resto, ne consegue che se Cristo ha comandato di rendere a Cesare ciò che è di Cesare, cioè di essere pronti a obbedire a Cesare pagando il tributo del censimento e sopportando altri oneri simili, il nostro Signore abbia per questo approvato l’esazione di Cesare (così come altre parti di quel governo) come se fosse legittima. Infatti, una cosa è insegnare riguardo al dovere dei subordinati e un’altra cosa è insegnare riguardo al dovere di un magistrato. Così come una cosa è insegnare riguardo al dovere degli schiavi e un’altra cosa è insegnare riguardo al dovere dei padroni. Non ne consegue nemmeno che, poiché Pietro esorta gli schiavi all’obbedienza, persino verso padroni corrotti (1 Pietro 2:18), egli autorizzi la corruzione di tali padroni.

14. LA LEGGE GIUDIZIARIA ESISTÌ SOLO PER DISTINGUERE ISRAELE FINO ALL’ARRIVO DELLA DISCENDENZA BENEDETTA.

Quattordicesimo argomento: la legge giudiziaria di Dio fu istituita solo fino al tempo in cui sarebbe venuta la discendenza benedetta, e analogamente affinché, con questo segno, la repubblica ebraica si distinguesse dalle altre nazioni e repubbliche. Ma la discendenza benedetta è già venuta e il muro di separazione tra gli ebrei e le altre nazioni è stato abbattuto (Efesini 2:14). Pertanto, la legge giudiziaria di Dio è già diventata obsoleta. A sostegno di questa affermazione, si può citare il discorso di Stefano in Atti 7.

Rispondo: l’affermazione è vera solo per quelle leggi giudiziarie che trattano argomenti specificamente ebraici e mutevoli. Ma il discorso di Stefano non prova questa tesi, poiché in quel sermone non si parla nemmeno della legge giudiziaria di Dio (così come non si parla nemmeno di quella morale), ma solo di quella cerimoniale. Inoltre, ciò è inequivocabile dall’argomento del discorso, cioè dall’accusa contro cui Stefano si difende, come si può desumere dalle parole stesse del discorso. L’accusa è riportata in Atti 6:14 con queste parole: “I nemici di Stefano dissero per mezzo di falsi testimoni al Sinedrio: «Lo abbiamo infatti sentito dire che questo Gesú, il Nazareno, distruggerà questo luogo [ovviamente questo luogo santo, dal versetto precedente] e muterà i riti che Mosé ci ha dato”». Dimmi: a quali cerimonie ci si riferisce? Naturalmente, ci si riferisce alla circoncisione, ai sacrifici e, in breve, all’intera forma esteriore di culto che veniva celebrata pubblicamente nel luogo santo della città di Gerusalemme e in particolare nel tempio. Questo non menziona la legge giudiziaria di Dio, ma solo il culto cerimoniale.

Come vedete, la controversia di Stefano con coloro che erano annoverati nella setta degli ebrei non riguardava la forma di governo, ma la religione o il culto di Dio. Infatti, quel discorso non può essere addotto per dimostrare questo punto, perché Stefano insegnava la religione cristiana e la confermava con i miracoli, come si può vedere in Atti 6:7-10. Ora, in tutti gli argomenti trattati nel discorso di Stefano, non c’è una sola parola che menzioni la legge giudiziaria di Dio, ma si fa riferimento al culto cerimoniale che si svolgeva nel tempio, che Stefano menziona quando dice: “Fu invece Salomone quello che gli edificò una casa. Ma l’Altissimo non abita in templi fatti da mani d’uomo”. (Atti 7:47-48).

15. PAOLO CONFUTA GLI EBIONITI GIUDIZZANTI E DIFENDE COSÌ I DIVERSI COSTUMI CIVILI.

Quinto argomento: Paolo, in Efesini 2:14-15, Galati 3:28 e Colossesi 3:11, contesta diverse usanze presenti in questi passi e (come ci informa lo storico Isidoro)[5] critica gli Ebioniti, originari della sinagoga dei Libertini, affermando che non c’è né Giudeo né Greco, ma che tutti sono uno.

Rispondo: questo primo sillogismo è avanzato da una falsa premessa, come se si ammettesse che ai cristiani sia permesso, in base a questi passi, di avere diverse usanze civili. Pertanto, si dovrebbe concludere che il magistrato cristiano ha un potere indipendente di punire i crimini e quindi non è vincolato alle leggi giudiziarie di Dio che prescrivono pene per determinati reati.

Pertanto, i passi citati dalle epistole di Paolo non servono a dimostrare tale ipotesi, poiché Paolo in esse non contesta assolutamente nulla riguardo alle usanze civili, ma solo le cerimonie del culto divino. Questo è evidente dalle parole stesse dei passi, come quelli dell’epistola agli Efesini:

Egli [Cristo, naturalmente] infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due popoli uno e ha demolito il muro di separazione, avendo abolito nella sua carne l’inimicizia, la legge dei comandamenti fatta di prescrizioni, per creare in se stesso dei due un solo uomo nuovo, facendo la pace. (Ef 2:14-15).

Fin qui le parole dell’Apostolo.

Ora io chiedo: quale legge ha abolito Cristo con la sua carne? Certamente, si tratta solo della legge cerimoniale: ovviamente qualsiasi legge che prescriva sacrifici, in quanto prefigurano il sacrificio di Cristo, come l’Apostolo indica chiaramente in questo passo. In effetti, la legge che è stata abolita è quella che la carne stessa di Cristo ha sostituito come vero sacrificio. Le parole ai Galati lo affermano così: “Non c’è né Giudeo né Greco, non c’è né schiavo né libero, non c’è né maschio né femmina, perché tutti siete uno in Cristo Gesú” (Galati 3:28). Il significato di queste parole è che per i cristiani, le diverse condizioni degli uomini non contano nulla, poiché consideriamo che qualunque sia la nazione, la condizione o il sesso di qualcuno, per fede in Cristo tutti sono uno, e si trovano nella stessa posizione davanti a Dio, e tutti sono ugualmente amati.

Così, nella stessa epistola, si dice:

Poiché in Cristo Gesú né la circoncisione, né l’incirconcisione hanno alcun valore (e l’Apostolo usa questo termine al posto della proposizione: essere Giudei), ma la fede che opera mediante l’amore (Galati 5:6).

Questo è il legame per cui tutti i fedeli in Cristo sono uno, in quanto hanno un solo Capo e Salvatore. Ma chi potrebbe dedurre dal pensiero dell’Apostolo che i magistrati cristiani non siano vincolati ad alcuna delle leggi giudiziarie di Dio? In verità, sebbene per i cristiani non significhi nulla se qualcuno sia ebreo o greco, schiavo o libero, maschio o femmina, tuttavia tutti i cristiani imparano i loro doveri dalle leggi di Dio, ed essi devono essere pronti a far sì che quelle leggi vengano obbedite, ciascuno nel proprio posto e rango, e naturalmente possiamo concludere anche nelle loro vocazioni.

Ora, le parole ai Colossesi sono queste: “Qui non c’è più Greco né Giudeo, né circoncisione né prepuzio, né barbaro né Scita, né schiavo né libero, ma Cristo è tutto in tutti” (Col 3:11). Il significato di queste parole è chiaramente lo stesso di quello in Galati. Né in questo passo si menziona l’abrogazione della legge giudiziaria di Dio, né espressamente né implicitamente.

16. L’INTERA LEGGE FU ABROGATA DOPO

GIOVANNI BATTISTA

Il sedicesimo argomento: in Matteo 11:13, Cristo dice: “Tutti i profeti e la legge stessa, profetizzarono fino a Giovanni”. Pertanto, l’intera legge, e non solo quella cerimoniale, ma anche quella giudiziaria, è stata abrogata.

Rispondo: con lo stesso ragionamento si può certamente concludere che anche la legge morale di Dio sia stata abrogata, perché non c’è motivo per cui il termine LEGGE, nella suddetta affermazione di Cristo, considerato in sé, debba unire la legge cerimoniale e quella giudiziaria, escludendo quella morale.

Tuttavia, pur sapendo che in questo passo Cristo non sta parlando dell’abrogazione della legge, come alcuni avrebbero voluto che avesse detto: “L’obbligo della legge continuò solo fino a Giovanni”. Altrimenti sarebbe stato corretto che la legge fosse stata abrogata con la venuta di Giovanni. Ma non fu così. Cosa fare, dunque? In quel passo, Cristo sta parlando di come il ministero di Giovanni Battista superò di gran lunga quello di Mosè e dei profeti, intendendo che Mosè e i profeti, per quanto fossero stati ispirati da Dio fino al tempo di Giovanni, profetizzarono solo di Cristo. Tuttavia, Giovanni era veramente Elia, colui che doveva essere il precursore di Cristo, e non era degno di sciogliere i suoi sandali, come risulta chiaro dal confronto non solo dei versetti precedenti (vv. 9-12), ma anche del versetto successivo (v. 14).

A questo punto è chiaro: il termine “legge”, nelle parole di Cristo, va inteso come una metonimia per Mosè stesso, e nella misura in cui egli ha insegnato di Cristo nei suoi libri, concetto reso evidente dall’altro termine usato in questo contesto, “profeti”. Il significato delle parole dovrebbe essere: i profeti hanno profetizzato di Cristo, e la legge (cioè Mosè) ha profetizzato allo stesso scopo.

17. I CRISTIANI SONO LIBERI DAL GIOGO

DELL’INTERA LEGGE (Atti 15)

Il diciassettesimo argomento: se i cristiani sono liberi dall’osservanza dell’intera legge di Dio, ne consegue che sono liberi anche dall’osservanza dell’intera legge giudiziaria. Ma se la prima proposizione è vera, allora la seconda è confermata. L’assunto è dimostrato in questo modo: la prima proposizione è avvalorata dalla testimonianza della sentenza e del decreto dell’illustre sinodo apostolico tenutosi a Gerusalemme, come narrato in Atti 15. In quel luogo, infatti, si discusse dell’osservanza dell’intera legge, come risulta chiaro dalle parole del versetto 5, dove si dice che alcuni si levarono (nella Chiesa di Antiochia, ovviamente) della setta dei farisei, i quali affermavano che i discepoli dovevano essere circoncisi e che era loro comandato di osservare la legge di Mosè. A quel punto, durante il sinodo, Pietro comprese che non si doveva imporre ai discepoli un giogo che né i padri né loro stessi erano stati in grado di portare (Atti 15:10). Ma la legge cerimoniale non è un giogo così gravoso, mentre la legge giudiziaria è certamente particolarmente pesante.

Nego l’assunto secondo cui i cristiani sarebbero certamente esenti dall’osservanza di tutta la legge; né tale idea è avallata dal passo citato. Infatti, se l’indagine di quel sinodo riguardasse la necessità di osservare la legge nella sua interezza, ne conseguirebbe che i cristiani non solo sarebbero esentati dall’osservanza della legge cerimoniale per decreto apostolico, ma anche dalla legge morale. Questo assunto è falso e antitetico all’insegnamento degli Apostoli, come chiunque può constatare nelle loro epistole, nelle quali essi esortano i cristiani a osservare la legge morale. Che dire, dunque? È certo che l’indagine condotta in quel sinodo non riguardava l’osservanza della legge di Dio, bensì la possibilità per gli uomini di essere salvati con le proprie forze o meriti, osservando questo scopo e obiettivo la legge di Dio. Lo stesso è inequivocabilmente chiaro dalle parole di Pietro nei versetti 10-11. In quel passo egli contrappone il giogo della legge alla grazia di Cristo, confermando che per mezzo di questa grazia saremo salvati; quasi come se avesse detto, infatti, non portando su di noi quel giogo, cioè non osservando la legge.

18. LA LETTERA AI GALATI STABILISCE L’ABROGAZIONE SIA DELLE LEGGI GIUDIZIARIE CHE DI QUELLE CERIMONIALI.

Diciottesimo argomento: l’Apostolo, scrivendo ai Galati, afferma che sia le leggi giudiziarie che quelle cerimoniali di Dio sono state abrogate.

Rispondo: nulla di simile può essere dimostrato dalla lettera ai Galati.

19. PAOLO E PIETRO RICHIEDONO AI CRISTIANI DI OBBEDIRE AI MAGISTRATI PAGANI.

Diciannovesimo argomento: Paolo, scrivendo ai Romani, ordina loro di obbedire anche al magistrato pagano, che a quel tempo era il potere romano. Pietro comanda la stessa cosa in 1 Pietro 2:13-14.

Rispondo: da ciò non consegue che né Paolo né Pietro pensassero che il magistrato cristiano non dovesse essere soggetto alle pene previste dalle leggi giudiziarie di Dio. Al contrario, da questo passo non si può nemmeno dedurre che i governatori romani fossero lodati come graditi a Dio o perfino legittimi.

20. QUALSIASI LEGGE ESISTA PROVIENE DA DIO.

Il ventesimo argomento: le leggi che i legislatori propongono nelle proprie repubbliche e che i loro tribunali amministrano non provengono tanto da loro stessi, quanto da Dio. “A me” Dice l’eterna Sapienza del Padre: “appartiene il consiglio e la vera sapienza; io sono l’intelligenza, a me appartiene la forza. Per mio mezzo regnano i re e i principi deliberano la giustizia. Per mio mezzo governano i capi, i nobili tutti i giudici della terra.” (Proverbi 8:14-16).

Rispondo: la questione non si conclude con la prima argomentazione. La questione in esame riguarda le leggi di Dio scritte da Mosè, ma questa deduzione non si riferisce alle leggi scritte da Mosè, bensì a quelle dichiarate di origine divina con un altro metodo, poiché, in effetti, i legislatori tra quelli presi in considerazione sono guidati dallo Spirito di Dio.

Tale conclusione, quindi, non deriva dalle parole tratte dai Proverbi di Salomone e citate a sostegno di questa tesi. Il senso di quel passo è il seguente: tutto ciò che di retto consiglio, di giustizia, di vera prudenza e di valore si può riscontrare nelle leggi fondamentali, e quindi tutto ciò che esse decretano di giustizia, proviene interamente da quella Sapienza eterna, cioè dal Figlio di Dio, ed è da lui stabilito. Ciò non implica, tuttavia, che tutte le leggi che i legislatori delle rispettive repubbliche propongono e secondo le quali i tribunali vengono accuratamente istruiti, provengano da Dio, ovvero che siano state stabilite da Dio.

21. DANIELE, NEEMIA E MARDOCHEO NON

APPLICARONO LE LEGGI GIUDIZIARIE

NEI LORO INCARICHI NON-GIUDAICI.

Il ventunesimo argomento: Daniele, Neemia e Mardocheo, che giudicavano tra i Medi e i Persiani, non punivano i reati secondo le leggi del loro popolo, ma secondo le leggi legittime dei Medi e dei Persiani. Ma se questo era lecito per loro ai tempi della legge e di quella repubblica terrena, quanto meno dovremmo essere limitati da quei magistrati ora che quella repubblica terrena e le sue leggi sono decadute? Ma che ciò fosse stato fatto legalmente, la pietà e la sincerità esigono che gli uomini lo ammettano. Queste stesse virtù testimoniano anche che solo Israele stesso, e non tutte le nazioni, ricevette questa particolare forma di governo.

Rispondo: questo primo argomento dovrebbe essere confermato e presupposto con certezza, cosa che si vedrà essere impossibile da dimostrare. Certo, è ammesso che quegli uomini santi punissero secondo le leggi ricevute dai Medi e dai Persiani, che erano seguite in tutto il mondo e che certamente servivano da regola per i tribunali. Tuttavia, così come avrei ammesso la probabilità che quegli uomini pronunciassero sentenze secondo le leggi dei Medi e dei Persiani quando punivano i crimini, allo stesso modo si dovrebbe ammettere che i re di Media e di Persia non avrebbero permesso a nessuno di agire contro le loro leggi. Tuttavia, a questa considerazione affianco il fatto che tali leggi erano vincolanti solo se conformi alle leggi di Dio. In ultima analisi, questi uomini erano veramente capaci di comportarsi in modo onorevole.

In secondo luogo, aggiungo questa riflessione: quegli uomini santi, anche quando giudicavano secondo quelle leggi, non le consideravano una regola, ma solo nella misura in cui erano in armonia con le leggi divine, che sono l’unica regola. Ma se, in verità, ci fosse stata una legge particolare dei Medi e dei Persiani che fosse contraria a una qualsiasi legge divina, è giusto supporre che quegli uomini di fama si sarebbero rifiutati di giudicare secondo tale legge. Tuttavia, se obbedirono a leggi così ingiuste, affermo che peccarono. Né affermo ciò in modo inappropriato o a loro  ingiuria.

Questi uomini hanno, di fatto, lasciato un segno profondo su ogni generazione di uomini santi, e furono certamente i governatori più saggi, come si può vedere in Giuseppe, governatore d’Egitto, che non temette di giurare sulla vita del faraone (Gen 42,15), assecondando le consuete adulazioni degli Egizi (come sembra agli interpreti più eruditi). Ora, in verità, tali esempi non permettono a nessuno di inferire un significato come quello secondo cui i nostri giudici non siano vincolati al rispetto delle leggi scritte di Dio. Tuttavia, si può concludere quanto segue: se i loro principi ordinano loro di osservare leggi giuste (cioè leggi non contrarie alle leggi divine) nel punire i crimini, gli ordini dei principi non costituiscono il criterio per l’amministrazione della giustizia, ma sono criteri di giustizia solo nella misura in cui sono coerenti con la legge divina.

22. POICHÉ LA LEGGE GIUDIZIARIA FU DATA A ISRAELE, NON PUÒ VINCOLARE LE NAZIONI CRISTIANE.

Il ventiduesimo argomento: in Romani 9:4, l’apostolo Paolo si riferisce alla “legge”[6] (ovvero quella giudiziaria) che Dio assegnò a Israele come sua peculiare costituzione. Naturalmente, lì Paolo elenca quei segni distintivi con cui Dio differenziava le loro tribù da tutte le altre nazioni della terra. Pertanto, tali leggi giudiziarie non hanno alcun valore per noi tedeschi, né per le altre nazioni europee che professano il nome cristiano.

Rispondo: poiché il termine “legge” è generale, dovrebbe comprendere, oltre alle leggi giudiziarie, anche le leggi cerimoniali e morali.

Ammetto volentieri, tuttavia, che quel passo debba essere inteso come riferito alle leggi giudiziarie, poiché le restanti due categorie di leggi divine sono designate con termini distinti nello stesso passo, sia che si considerino le leggi morali con la denominazione di “Patto” [7]. Questo termine designa le due tavole del Patto, nascoste all’interno dell’Arca del Patto. Certamente, le cerimoniali sono designate con il termine “l’adorazione”[8]. Naturalmente, questo si riferisce alla forma di adorazione esteriore di Dio che Dio stesso volle insegnare per quei tempi.

Ammetto anche che l’Apostolo in quel passo enumera i segni peculiari che li distinguevano dalle altre nazioni. Nego, tuttavia, che si possa correttamente dedurre che le leggi giudiziarie di Mosè non abbiano alcun potere vincolante sulle nazioni cristiane che abitano l’Europa al giorno d’oggi. Infatti, le nazioni che prosperarono ai tempi della Repubblica d’Israele furono trattate in modo ben diverso da quel popolo. Queste parole, ad esempio, “erano senza Cristo” (come userò le parole dello stesso Apostolo in Efesini 2:12), “stranieri dalla repubblica d’Israele e estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio nel mondo”. Eppure, tali nazioni cristiane ai nostri tempi (come dice l’Apostolo proprio in quel passo) “Ma ora, in Cristo Gesú, voi che un tempo eravate lontani, siete stati avvicinati per mezzo del sangue di Cristo” (Efesini 2:13). Pertanto, solo il culto cerimoniale, che Cristo ha abolito con la sua stessa carne (Efesini 2:15), e altre usanze simili, adattate agli affari politici del popolo d’Israele di quel tempo, si sono estinte insieme a quell’organismo civile.

Le questioni che rimangono per le nazioni cristiane sono quelle comuni sia al popolo cristiano che all’antico popolo d’Israele. Ma se dovessimo affermare che la costituzione della legge di cui parla l’Apostolo in quel passo è semplicemente ciò che fu specificamente assegnato agli Israeliti, dovremmo quindi concludere che i cristiani non condividono assolutamente nulla con l’antico popolo di Dio. Per lo stesso ragionamento, ne consegue che anche le leggi morali di Dio non riservano nulla ai cristiani. Naturalmente, quindi, non si riservano neanche quei privilegi enumerati rispetto agli Israeliti.

Note:

1 Piscator usa qui la frase in greco κατα παντος.

2 2. Piscator usa il Greco ατεχνον: letteralmente “senz’arte ne parte”, non tecnico.

3 Il modo in cui Ulpiano tratta la questione è il seguente: “Un prevaricatore è, per così dire, una persona che non è coerente, ma che tradisce la propria parte aiutando l’altra; il nome Labeone deriva da Varia Gertatione, poiché chiunque prevarica prende posizione da entrambe le parti e, di fatto, dalla parte del suo avversario” The Enactments of Justinian, The Digest or Pandects (Continued), Book III, Title II, Section 4 in Corpus Juris Civilis, 3:9.

4 Vedi sopra p. 37.

5 Isidoro di Siviglia afferma: “Gli Ebioniti (Ehionita) prendono il nome da Ebion. Sono semi-ebrei e quindi accettano il Vangelo pur osservando formalmente la legge (cioè la Torah). L’Apostolo, nella sua lettera ai Galati, si esprime in loro critica”. Vedi The Etymologies of Isidore of Seville, Translated by Stephen A. Barney, (Cambridge University Press, 2006), 176.

6 τη` νομοθεσία.

7 αἱ διαθῆκαι.

8 ή  λατρεία.


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