di Joel McDurmon
Johannes Piscator (1546-1625) potrebbe non essere un nome noto al grande pubblico oggi, ma ciò non è certo dovuto alla mancanza di un’eredità internazionale e multigenerazionale. I suoi scritti, e in particolare la sua posizione chiara e ferma sulla giustizia di Dio, così come rivelata nelle leggi giudiziarie di Mosè, hanno influenzato i giganti della teologia riformata per quasi due secoli. Anche laddove non esplicitamente citato per nome, la particolare formulazione di Piscator su questo tema compare nella predicazione puritana fino all’epoca della ratifica della Costituzione americana [1]. Come il lettore apprenderà presto, le idee di Piscator erano condivise da diverse figure chiave e contribuirono a plasmare i movimenti e i governi puritani sia in Inghilterra che in America. È giunto il momento che questo teologo quasi dimenticato, e la sua dottrina della legge, vengano riscoperti e ricevano il giusto riconoscimento tra i grandi riformatori.
A tal fine, abbiamo presentato la parte dell’opera di Piscator sulle leggi giudiziarie di Mosè più frequentemente citata dai pensatori successivi: l’Appendice al suo commentario sull’Esodo. Questa Appendice, originariamente intitolata “Osservazioni sui capitoli 21, 22 e 23, ovvero una spiegazione delle questioni controverse sull’abrogazione delle leggi giudiziarie di Mosè”, sembra essere stata pubblicata per la prima volta già nel 1605. L’abbiamo tratta da un’edizione del 1646 e pubblicata come libro a sé stante: Dispute sulle leggi giudiziarie di Mosè.
Per comprendere l’impatto di questo trattato, sarà utile ripercorrere l’opera e l’eredità di Piscator nel loro contesto storico e teologico.
VITA E OPERA [2]
Johannes Fischer ricoprì diverse posizioni accademiche ed ecclesiastiche prima di trovare una collocazione stabile presso la neonata accademia di Herborn nel 1584. Vi insegnò per quattro decenni, fino alla sua morte nel 1625.
Nei suoi primi anni, uno dei docenti di Fischer si rivolse a lui – come era consuetudine all’epoca – con la forma latina del suo nome, “Piscator”, con cui è stato comunemente conosciuto da allora. Iniziò gli studi di teologia all’Università di Strasburgo all’età di 17 anni. Nel giro di un anno si guadagnò l’ammirazione dei suoi professori.
Nel giro di pochi anni, Piscator teneva lezioni come docente ospite all’Università di Tubinga, e la sua carriera crebbe di pari passo con la sua reputazione di conferenziere. Sorse tuttavia un problema: Piscator iniziò ad avere una stima eccessiva per Calvino, in contrasto con i gusti dell’establishment luterano. Più citava Calvino, più cresceva il sospetto che potesse negare la dottrina luterana della presenza reale nella Cena del Signore, e forse sostenere la dottrina calvinista dell’elezione. Un professore fin troppo zelante scrisse alla dirigenza di Strasburgo avvertendo che doveva tenere Piscator sotto stretta sorveglianza affinché “non importasse l’eresia zwingliana”. Piscator confermò prontamente quel sospetto: nelle sue lezioni negò apertamente la presenza reale e sostenne una visione rigorosa di un numero fisso e limitato di eletti. La dirigenza non perse tempo a reagire: gli proibì di tenere lezioni e poi lo allontanò.
Un aneddoto, tuttavia, rivela un barlume di giustizia poetica per Piscator, seppur in una triste occasione. Nel 1574, tornò a Strasburgo per il funerale di sua madre. Il diacono incaricato dell’elogio funebre era a conoscenza della presenza di Piscator e, con crudeltà, progettò di sfruttare l’occasione per predicare contro lo zwinglianesimo. Ma proprio mentre stava per iniziare a predicare, qualcuno gridò: “Al fuoco!” e tutti si precipitarono fuori dall’edificio in preda al panico. Il sermone non fu mai predicato.
Dopo l’espulsione da Tubinga, Piscator trovò una nuova casa a Heidelberg. L’Elettore Palatino, Federico III, studiava a fondo la controversia tra luterani e calvinisti e si faceva promotore del calvinismo. Riunì il corpo docente che avrebbe redatto il Catechismo di Heidelberg nel 1563. Qui Piscator conobbe diversi famosi riformatori, tra cui l’autore principale del Catechismo, Zaccaria Ursino, nonché gli stimati ebraisti Emanuele Tremellio e Franciscus Junius, entrambi citati come influenze in questo libro. Qui strinse anche amicizia con il famoso predicatore Caspare Oleviano. Questa amicizia durò, ma l’atmosfera tornò a essere instabile alla morte dell’Elettore Federico III. Nonostante il testamento di Federico stabilisse che il Palatinato dovesse rimanere calvinista, il figlio maggiore Luigi favorì i luterani e licenziò immediatamente tutti i professori riformati dall’università.
Le lotte intestine e i tumulti protestanti continuarono a ostacolare la carriera di Piscator fino al 1584, quando il conte riformato di Nassau fondò una nuova accademia a Herborn. Chiamò Oleviano e Piscator, che risposero entrambi alla chiamata con la stessa rapidità con cui era stata rivolta. Ai due fu subito affidato il compito di redigere lo statuto della nuova scuola. Una volta avviata, la fama di Piscator si diffuse rapidamente. Studenti provenienti da tutta Europa accorrevano per ascoltarlo.
Sebbene fosse di dieci anni più anziano di Piscator, anche Oleviano frequentava spesso le lezioni del suo giovane collega. L’ammirazione era reciproca. Alla morte di Oleviano, nel 1587, Piscator ne scrisse la biografia, che fu pubblicata come prefazione all’opera postuma di Oleviano: God’s Covenant of Grace, nel 1590.
Durante la sua carriera accademica, Piscator produsse numerose opere di ogni genere e su tutti gli argomenti teologici. La bibliografia di Steubing sugli scritti di Piscator occupa 14 pagine e oltre 100 titoli. Piscator era profondamente interessato alla pedagogia e all’educazione, e per questo motivo diverse sue opere sono testi scolastici. Tra le più famose vi sono gli Aforismi della dottrina cristiana, tratti dalle Istituzioni di Calvino [3], che ebbero numerose edizioni. Inoltre, incaricò diversi suoi studenti di produrre opere che poi raccolse e curò: pubblicò quattro volumi di tesi teologiche e dispute su vari argomenti.
Tra le opere più importanti di Piscator si annoverano una traduzione tedesca della Bibbia e commentari su ogni suo libro. La traduzione di Piscator della Bibbia fu dal latino al tedesco. Sebbene oggi possa sembrare un’impresa arcaica, all’epoca non lo era. La principale traduzione latina utilizzata dagli studiosi era ancora la Vulgata di Girolamo, che godeva di cattiva reputazione tra i Riformatori. I venerabili Franciscus Junius e Emanuele Tremellio collaborarono alla realizzazione di una Bibbia latina favorevole al protestantesimo, che fu ampiamente accettata e ristampata per decenni. Mentre questo importante contributo agli studi biblici protestanti veniva portato a termine, diversi studiosi collaborarono a una nuova edizione tedesca della Bibbia, utilizzando varie fonti, tra cui il latino di Junius e Tremellio. Piscator intraprese la propria traduzione dell’opera dei suoi mentori per seguire più fedelmente la versione latina protestante. Questa edizione tedesca fu così apprezzata dai lettori riformati che venne ristampata fino ai primi anni del 1800, oltre due secoli dopo la pubblicazione di Piscator [4]. I suoi densi commentari coprono ogni libro della Bibbia, sia dell’Antico che del Nuovo Testamento, un’impresa non eguagliata neppure da Calvino, ma solo dal successivo ebraista John Gill. È da questi commentari, come già accennato, che è tratta la presente opera.
Sebbene oggi possa sembrarci una figura oscura (come del resto accade per la maggior parte degli studiosi della scolastica post-Riforma), non possiamo sottolineare a sufficienza quanto Piscator sia stato importante e stimato ai suoi tempi. Non solo mantenne la sua carica accademica per 41 anni e produsse volumi di opere scientifiche, ma mantenne anche una fitta corrispondenza con la maggior parte dei grandi studiosi del suo tempo, tra cui Johann Heinrich Alting, Johannes Althusius e il celebre ebraista Johannes Buxtorf (il Vecchio), per citarne solo alcuni [5].
Oltre alla corrispondenza e alla collaborazione, Piscator partecipò anche a numerosi dibattiti (solitamente scritti) con eminenti studiosi della sua epoca. Tra questi, i confronti con Petrus Piscator (nessuna parentela) riguardo alla traduzione tedesca della Bibbia; Johann Taufrer, Rettore dell’Università di Strasburgo, sulla riprovazione; Daniel Hoffmann, un importante luterano, sulla Cena del Signore; e molti altri. Forse l’aspetto più significativo è che il discepolo di spicco di Piscator, Conrad Vorstius, chiese a Piscator di scrivere una confutazione del famoso cardinale gesuita Roberto Bellarmino, i cui “sofismi” sulla giustificazione Piscator confutò successivamente in due libri. Vorstius, tuttavia, poi contestò le opinioni di Piscator sui decreti divini e scrisse una confutazione del suo ex maestro. Nella sfortunata disputa che ne seguì, Piscator sconfesserà Vorstius definendolo un “discepolo ingrato e degenerato” [6].
Oltre all’aspra divisione tra calvinisti e luterani (per non parlare delle continue sfide provenienti da Roma), nonché alla crescente divisione tra gli stessi calvinisti, l’epoca fu funestata da spietate guerre di potere, per non parlare di guerre e tragedie reali. Non appena un principe o un sovrano deponeva tutti i luterani o i calvinisti dalla sua università, il suo successore annullava la decisione. Solo il nemico comune di Roma serviva a unire i protestanti, ma, a quanto pare, solo per permettere loro di sopravvivere e combattersi di nuovo in seguito. L’intero periodo fu afflitto da quella che Melantone definì “rabbia teologica” (e alla quale contribuì in modo significativo). Un opuscolo luterano del 1590 descriveva i calvinisti come una “diabolica… covata di vipere” e informava i suoi lettori che “non sono cristiani, ma solo ebrei e musulmani battezzati”. Un osservatore contemporaneo notò che i libri scritti da protestanti contro altri protestanti superavano di tre a uno quelli che attaccavano il cattolicesimo. In alcuni casi, i luterani misero Calvinisti a morte. In uno di questi casi, un cancelliere di Dresda fu decapitato per aver semplicemente modificato il rituale luterano e per aver sostenuto gli ugonotti. Più vicino alla zona di Piscator, il langravio calvinista Maurizio d’Assia-Kassel (nipote del famoso Filippo I) inviò truppe tra la folla per abolire le immagini nelle chiese luterane e bandire i predicatori spavaldi [7].
In generale, la posizione di Piscator rimase sicura dopo essersi stabilito a Herborn, sebbene, a causa del suo calvinismo dichiarato, l’università non ottenne mai l’autorità imperiale per diventare un’università a tutti gli effetti e quindi non poté conferire dottorati. Ciononostante, durante il periodo di Piscator, l’ateneo iscriveva costantemente dai 300 ai 400 studenti ogni anno. Fu quindi responsabile dell’invio di calvinisti formati secondo la sua teoria politica mosaica a posizioni di influenza in tutta Europa.
PISCATOR SUL DIRITTO MOSAICO
Le vedute di Piscator sul diritto non sono altro che teonomia prima che la Teonomia diventasse di moda. In questo breve libro, Piscator anticipa praticamente ogni argomento delineato dai teonomisti moderni, con la differenza che, invece di volumi elaborati come Theonomy in Christian Ethics di Greg Bahnsen, Piscator condensa tutto in poche pagine.
Nonostante la brevità, qui troverete l’argomentazione di Bahnsen basata su Matteo 5:17: Cristo non è venuto ad abolire la legge, ma a compierla, e questo significa che essa fa parte del dovere cristiano. Inoltre, il riferimento di Cristo a ogni iota e a ogni apice implica che Egli abbia incluso il diritto giudiziario nell’ambito di tale dovere. Allo stesso modo, troverete la mia argomentazione secondo cui le pene civili dell’Antico Testamento sono eternamente giuste e che, pertanto, nessun’altra pena può esserlo a meno che Dio non la modifichi. Questa argomentazione si fonda sull’eterno principio morale della lex talionis, che è centrale nell’opera di Piscator. Egli anticipa anche l’argomentazione relativa alla prevenzione dell’arbitrarietà della giustizia da parte del magistrato (ovvero, la disposizione di Dio per legare le mani dello stato e proteggere la libertà).
Allo stesso modo, come indicato nell’indice, si scoprirà che quasi tutte le obiezioni serie alla Teonomia sollevate in epoca moderna erano già state confutate da Piscator all’inizio del XVII secolo. Tra queste, le classiche repliche secondo cui la legge era valida solo per Israele, che la legge non è vincolante se non ripetuta nel Nuovo Testamento, che Daniele e Neemia non cercarono mai di imporre la legge mosaica ai loro sudditi pagani, che tutte le leggi civili odierne si dice provengano da Dio (solo nella sua rivelazione comune, non in quella speciale – un classico argomento dei “due regni”), e tra le tante altre, una che ho sentito di recente da un noto apologeta battista: “Dobbiamo prima diventare ebrei?”.
Eviterò di svelare dettagli importanti e lascerò che il libro si presenti da sé, ma è utile vedere come Piscator avesse sviluppato le sue vedute altrove. Già nel 1589, egli le espose nei suoi già citati Aforismi della Dottrina Cristiana, tratti dalle Istituzioni di Calvino. Scrive:
Le leggi giudiziarie sono leggi del diritto contrattuale e della punizione di coloro che hanno commesso un reato, emanate affinché la giustizia tra il popolo e la tranquillità pubblica possano prosperare e affinché le leggi di Dio siano vendicate dal disprezzo [8].
Con ciò aveva stabilito che le leggi giudiziarie includono le pene ad esse connesse. Ma queste leggi sono ancora in vigore oggi o no? Piscator afferma di sì, ed ecco perché:
L’abrogazione delle leggi giudiziarie è una questione complessa. Non si può semplicemente affermare che siano perdurate dall’abolizione del sistema politico mosaico, eppure non si può nemmeno affermare che siano state tutte abrogate, poiché molte leggi, il cui scopo e fine sono perpetui, continuano a essere in vigore. Tuttavia, sembra che sia stato stabilito che il magistrato cristiano non è vincolato dalla legge giudiziaria di Mosè per quanto riguarda le circostanze particolari del popolo d’Israele; per quanto riguarda, tuttavia, i tipi di punizioni sancite per proteggere l’autorità dei Dieci Comandamenti di Dio, sembra certo che il magistrato di un popolo cristiano debba esserne vincolato oggi non meno di quanto lo fosse il popolo d’Israele in passato [9].
In seguito, Piscator riassume il dovere del magistrato cristiano:
La legge giudiziale, nella misura in cui è stata debitamente adattata al popolo ebraico, non vincola il magistrato di un popolo cristiano. Tuttavia, nella misura in cui determina le pene per i crimini, vincola il magistrato cristiano oggi non meno di quanto vincolasse i magistrati ebrei in passato [10].
Per le tesi di Piscator il dado era dunque tratto. Non restava che una lunga carriera dedicata all’insegnamento e alla difesa di questa visione insieme ai suoi colleghi e studenti.
L’EREDITÀ DI PISCATOR
Questa visione delle leggi giudiziarie di Mosè si riflette negli scritti degli studenti di Piscator, così come in quelli di molti grandi teologi successivi. Quanto ai suoi studenti, si possono vedere nella già citata raccolta di saggi in quattro volumi curata dallo stesso Piscator, Tesi teologiche di disputa nell’illustre scuola di Nassau [11]. La prima edizione del 1596 conteneva 34 Tesi sulla legge di Dio scritta da un certo Johannes Textor di Allendorf. La tesi numero 20 afferma che le leggi giudiziarie di Mosè sono abrogate solo nella misura in cui appartengono solo alla speciale condizione di Israele. Per quanto riguarda la giustizia semplice, in particolare i Dieci Comandamenti, Textor scrisse che le punizioni divine per i crimini rimangono in vigore, poiché i suoi standard di giustizia sono eterni:
Poiché la natura del crimine è la stessa in tutte le epoche e tra tutte le nazioni, e Dio (la cui natura non cambia, ma è sempre la stessa) aborrisce il crimine allo stesso modo oggi come in passato, e allo stesso modo con questa nazione come con le altre, egli vuole che i criminali siano puniti allo stesso modo e con uguale misura [12].
Nella successiva edizione del 1607, altre due serie di tesi espressero queste opinioni in modo altrettanto esplicito [13]. Elia Aconzio fornì 41 tesi sulla legge di Dio, sostenendo nelle tesi 39-41 che la legge giudiziaria è in parte abrogata, in parte non abrogata. È abrogata solo nella misura in cui riguardava specificamente il governo di Mosè o di Israele. Non è abrogata, tuttavia, nella misura in cui si limita a prescrivere come dovrebbero essere puniti i reati pubblici contro i Dieci Comandamenti. Queste punizioni sono norme perpetue per il magistrato.
Allo stesso modo, le 60 tesi di Paolo Dubino sul Magistrato Politico trattano lo stesso argomento, assicurandosi di includere la corretta portata della legge biblica tra i doveri del magistrato, ma aggiungendo ulteriori dettagli chiarificatori. Le sue tesi specificano quali tipi di leggi sono intese come pertinenti solo a Israele e quali no. La tesi 35 afferma:
La legge giudiziaria è abrogata nella misura in cui è stata debitamente adattata al popolo ebraico (come la legge del diritto di primogenitura, la legge del matrimonio con la moglie di un fratello morto senza figli maschi, la legge del matrimonio con una donna della propria tribù, la legge del licenziamento dei servi dalla servitù e anche dell’assegnazione loro della servitù perpetua, e altre di questo genere).
La tesi successiva continua, chiarendo alcune delle specifiche sanzioni penali considerate perpetue:
Nella misura in cui determina le pene per i crimini come la legge della punizione del seduttore (Deuteronomio 13:5), la punizione dei bestemmiatori (Levitico 24:15-16), la punizione dei figli incorreggibili (Deuteronomio 21:12), degli assassini (Esodo 21:12, Levitico 24:17), degli adulteri (Levitico 20:10-11), dei ladri (Esodo 22:1 e seguenti), dei falsi testimoni (Deuteronomio 19:16 e seguenti)), affermiamo che un magistrato cristiano non ha oggi meno obblighi di un magistrato Ebreo del passato.
E infine, nella tesi 38, egli sostiene che lo standard della giustizia civile non cambia mai:
Il motivo è che ciò riguarda la custodia dei Dieci Comandamenti. Certamente, i crimini devono essere puniti oggi non meno che in passato, perché Dio li odia oggi non meno che in passato; inoltre, i crimini non devono essere puniti né in modo più severo né più mite oggi che in passato. Dio volle che il suo popolo li punisse in passato perché i crimini non perdono mai la loro natura; il furto è sempre furto: che sia commesso nell’Antico Testamento o nel Nuovo.
Magari avessimo seminaristi che scrivono così oggi! E sebbene queste lezioni provengano dal pensiero degli allievi di Piscator, la sua stretta supervisione e i suoi metodi scolastici assicurano che rappresentino in larga misura le sue vedute, come il lettore potrà certamente constatare più avanti.
L’eredità di Piscator in materia di legge biblica, tuttavia, non si limita ai suoi discepoli diretti. Infatti, come abbiamo già detto, si può riscontrare in uomini di spicco vissuti secoli dopo. Alcuni di questi sono stati inclusi tra i brani scelti nell’Appendice. Il lettore troverà citazioni di quest’opera di Piscator da parte di eminenti puritani come Thomas Edwards in Inghilterra, così come Thomas Shepard nel primo periodo della Compagnia della Baia del Massachusetts, che eguagliò John Cotton sia per le sue idee che per la sua prominenza.
Il lettore troverà anche citazioni da parte di membri di spicco dell’Assemblea di Westminster, tra cui George Gillespie, Francis Cheynell e Samuel Rutherford (sebbene Rutherford non sia sempre d’accordo su ogni punto con Piscator). Questo fatto dovrebbe indurre gli interpreti moderni della famosa clausola di “equità generale” della Confessione di fede di Westminster sul diritto giuridico mosaico (19.4) a comprendere che la sezione fu scritta o per esprimere direttamente il punto di vista di Piscator, o quantomeno per consentire la sottoscrizione da parte di quei membri influenti che condividevano (e condividono tuttora) tale opinione. Pertanto, dobbiamo estendere l’eredità di Piscator, allo stesso modo, oltre le figure di riferimento e alla Confessione di Westminster stessa, nonché alle successive confessioni basate su di essa.
Ciò deve includere la Confessione battista di Londra del 1689, che, pur attenuando il linguaggio della sezione equivalente a causa delle promesse più miti e moderate della Gloriosa Rivoluzione, trova comunque eminenti rappresentanti che lessero e ripeterono le opinioni di Piscator apparentemente quasi alla lettera. Penso al già citato battista riformato John Gill, che non fu solo il più eminente studioso battista della storia, ma anche uno dei più dotti ebraisti cristiani di sempre. Il nome di Piscator (insieme a quello di Junius e, in misura minore, di Tremellio) compare in numerose note a piè di pagina dei celebri commentari di Gill, ben 297 volte solo nei volumi dedicati al Pentateuco. Non sorprende quindi che la formulazione di Piscator per il diritto giuridico mosaico appaia chiaramente nel Body of Divinity di Gill. L’ho pertanto aggiunta anche all’Appendice.
Solo pochi mesi prima della pubblicazione di questo libro, American Vision pubblicò anche una raccolta di tre sermoni di puritani del New England, risalenti al periodo tra il 1742 e il 1788. In ognuno di essi compare la stessa formulazione per il diritto giuridico mosaico. Ciascuno afferma che le leggi civili relative alle condizioni specifiche di Israele sono effettivamente abrogate, mentre quelle relative alla giustizia civile generale, compresa la punizione dei crimini, rimangono in vigore come eterne norme di giustizia di Dio ancora oggi. Questi sermoni provengono tutti da ecclesiastici di spicco, tra cui il sermone del 1788 di Samuel Langdon, che fu presidente di Harvard e uno dei principali delegati alla convenzione costituzionale del New Hampshire.
L’eredità di Johannes Piscator si estende dunque dal suo tempo fino all’epoca della ratifica della Costituzione Americana, dalle migliaia di suoi allievi che sono poi scomparsi nel nulla, ad alcuni dei nomi più importanti nella storia della teologia riformata, nonché a figure politiche di spicco. Eppure, fino ad ora, ha continuato a ricevere solo un trattamento marginale, persino da parte degli specialisti. Ad esempio, i quattro volumi di Richard Muller sulla dogmatica riformata post-Riforma dedicano a Piscator solo una ventina di riferimenti fugaci, senza menzionare minimamente le sue opinioni su legge e governo. Eppure, un precedente saggio dello stesso autore dimostra che influenti puritani come William Erkins stimavano l’opera esegetica di Piscator pari, e talvolta superiore, a quella di Beza e persino di Calvino [14].
Il fatto che le opere di Piscator siano rimaste oscurate per così tanto tempo è quasi una tragedia, e altrettanto deplorevole è che le sue opinioni sulla legge dell’Antico Testamento siano state considerate nuove, senza precedenti o al di fuori della “tradizione riformata” quando espresse ai nostri giorni. Dovrebbero ora essere considerate non solo inaccurate, ma anche un fallimento della teologia riformata moderna nel conoscere se stessa, piuttosto che come un’aberrazione da parte di uomini che hanno riformulato tali opinioni in gran parte da zero ai nostri giorni. Si possa noi, come fratelli riformati, procedere con un rinnovato rispetto per la storia e il posto della tradizione teonomica.
Note:
1 Joel McDurmon, ed., God’s Law and Government in America: Three Historic Sermons (Powder Springs, GA: American Vision Press, 2015).
2 2. Materiale per questa sezione storica trae pesantemente da Hermann Steubing, “Lebensnachrichten von den Herborner Theologen. Aus dem literarischen Nachlasse des D. Johann Hermann Steubing. Erste Lieferung. Caspar Olevian und Johannes Piscator” in Zeitschrift für die historische Theologie, Issue 4 (Leipzig, 1841), 98-138.
3 Aphorismi Doctrinae Christianae, ex Institutione Calvini excerpti, citata in Müller, 73.
4 Thomas Hartwell Horne, An Introduction to the Critical Study and Knowledge of the Holy Scriptures, 4th Ed., 3 vols. (Philadelphia: E. Littell,1825 [1818]), 2:231.
5 Steubing, 113, elenca anche Menso Alting, Daniel Tossanus, David Pa-reus, Conrad Vorstius, Antonius Hovaeus, John Jonston, Amandus Polanus, Franciscus Junius, Georg Remus, e Balthasar Mentzer.
6 Steubing, 111-112.
7 Will and Ariel Durant, The Age of Reason Begins: A History of European Civilization in the Period of Shakespeare, Bacon, Montaigne, Rembrandt, Galileo, and Descartes: 1558-1648 (New York: Simon and Schuster, 1961), 551-6.
8 Aphorismi Doctrinae Christianae, ex Institutione Calvini excerpti (Herborn, 1589), 13.
9 Ibid., 17-18.
10 Ibid., 130.
11 Titolo completo: Thesium Theologicarum in Illustri Schola Nassovica, partim Hebornae, partim Sigenae diputatarum.
12 Thesium Theologicarum, Vol. 1, (Sigenae Nassivorium, 1596), 209.
13 Questi due gruppi di copie provengono quasi certamente dall’edizione del 1607 del Thesium Theologicarum, ma li ho trovati separati e catalogati a parte nella collezione di libri rari della Pitts Theological Library di Emory. Le pagine non sono numerate, ma recano la data del 1607.
14 Richard A. Muller, “William Perkins and the Protestant Exegetical Tradition: Interpretation, Style and Method in the Commentary on Hebrews 11,” in William Perkins, A Cloud of Faithful Witnesses: Commentary on Hebrews 11, ed. by Gerald T. Sheppard, Pilgrim Classic Commentaries, vol. 3 (New York: Pilgrim Press, 1990), 83-87.