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COS’È IL VANGELO?

Iain H. Murray

Ciò che segue è stato tratto dal libro “Evangelicalism divided, a Record of Crucial Change in the Years 1950 to 2000” pubblicato da Banner of Truth.

Il caso che voglio presentare in questo capitolo è che la scelta tra, o inclusione o isolamento [in invito all’ecumenismo]era una presentazione delle alternative comprensibile ma sbagliata. C’era un’altra soluzione aperta. E’ il corso verso cui la definizione di Cristianità dello stesso Nuovo Testamento indica che è lo stesso che è stato ripetutamente seguito nei grandi giri di boa  della storia della chiesa. Quando le chiese perdono la loro influenza, quando il messaggio Cristiano non fa più riflettere l’indifferente e l’incredulo, quando il declino morale è ovvio in luoghi che un tempo hanno posseduto principi biblici, quando sintomi come questi sono evidenti, allora la prima cosa da fare non è cercare di raggruppare insieme ciò che rimane del cristianesimo professante. E’ piuttosto da chiedere se il declino spirituale non sia causato da un fallimento fondamentale della comprensione e della pratica di ciò che la Cristianità realmente è.

Pensare in questi termini conduce molto velocemente a un argomento che è stato sempre impopolare col mondo e che è ora lontano dall’essere popolare nella chiesa.

Non è offensivo e intollerante supporre che chiunque possa distinguere i cristiani veri dagli altri? Si dice: i seguaci di Cristo sono di molti tipi e l’amore non comanda forse  che li consideriamo tutti come “compagni Cristiani”?

Questa obiezione spesso procede sulla base di un altro argomento, generalmente non dichiarato, vale a dire che il Nuovo Testamento stesso non ci illumina abbastanza da essere conclusivi. E se la Scrittura non risolve la questione: “cos’è un Cristiano?” allora dobbiamo tollerare e giustificare una vastità di opinioni sul soggetto. Ma se il Nuovo Testamento determina la questione allora non abbiamo la libertà di ridefinire “Cristiano” in termini che né Cristo né gli apostoli hanno mai autorizzato. L’evangelicalismo è stato storicamente distinto per le sue convinzioni che la Scrittura parla chiaramente su questa questione fondamentale; ci dà tutta la luce della quale abbiamo bisogno per discernere tra cristiano vero e falso, tra  nominale e reale.

Ci rivolgiamo, quindi, principalmente alla Scrittura. Lì leggiamo un tema comune: diventare un cristiano significa sperimentare il potere di Cristo per il perdono del peccato e nel ricevere una nuova vita. E’ una cambiamento compiuto da Dio e completamente separato dagli sforzi o dal merito dell’uomo, poiché la vera fede che è lo strumento che unisce Cristo al peccatore è essa stesso un dono : “Voi infatti siete stati salvati per grazia, mediante la fede, e ciò non viene da voi, è il dono di Dio” (Ef. 2:8)”. Inoltre, l’obbedienza e l’amore risultano dal dono della fede, queste grazie seguono piuttosto  che contribuire in alcun modo cosa alla nostra accettabilità con Dio. È l’opera finita di Cristo da sola che assicura per sempre lo stato di giustizia [la giustificazione] e di “non condanna” del credente.

Le Scritture mostrano diversi modi con cui un individuo dà l’evidenza di esser così stato portato “dalla morte alla vita”. La maggior parte ha a che fare col contenuto della fede che esercita, poiché la vera fede è fondata sulla conoscenza; “essere salvati, e venire alla conoscenza della verità” sono una e la stessa cosa nella cristianità apostolica  (1 Tim. 2:4). Essere “salvati”, secondo il Nuovo Testamento necessariamente implica credere un messaggio. Così Luca descrive il primo marchio della chiesa nascente in Gerusalemme, che  “Essi erano perseveranti nel seguire la dottrina degli apostoli” (Atti 2:42); e ci dice che fu attraverso la conoscenza dello stesso messaggio riguardo al “Signore Gesù” che “I discepoli furono in Antiochia chiamati cristiani per la prima volta” (Atti 11:36). Cristianesimo significa conoscere Cristo e credere in Lui come una Persona vivente; è una relazione che cattura ambedue la mente e il cuore del credente talché da quel momento in poi conoscere Cristo, apprezzare Lui e le sue parole, diventa il vero motivo della sua esistenza (1 Pi. 2:7). Più prezioso certamente di tutti i beni terreni o perfino della vita (Lu. 14:26). Un Cristiano è qualcuno che non vive più per se stesso ma comprende, con Paolo, perché Cristo è la sua giustizia, la sua vita, il suo tutto.

Le opinioni ormai dichiarate in queste pagine esprimono la possibilità che una persona non riceva il messaggio di Cristo, o perfino gli si opponga, eppure sia considerato un Cristiano. [1] Ciò è sicuramente contrario al Nuovo Testamento. Il primo e invariabile risultato della nuova nascita, secondo Cristo, è la “vista” (Gv. 3:4). Con questa rinascita un individuo appartiene al numero  del quale è scritto: “E tutti saranno ammaestrati da Dio” (Gv. 6:45). Egli possiede un’illuminazione che separa l’insegnamento di Dio dall’insegnamento degli uomini; per questa persona la promessa: “conoscerete la verità” (Gv. 8:32) è una realtà.

Questo non è come dire che diventare un cristiano sia primariamente un cambio di opinioni: è molto più profondo. Il Cristiano ha ricevuto una nuova natura. Inclusa in quella natura c’è la capacità alla verità, un’affinità con la verità, e un amore per la verità.  Gli è stato donato “lo Spirito della verità”; che il mondo non può ricevere (Gv. 14:17), con il risultato che la sua comprensione della salvezza non dipende più da esso stesso o dal pensiero di altri uomini : (1 Gv. 2:27). Quello che Gesù disse a Pietro è perciò vero per ogni cristiano: “Tu sei beato, o Simone, figlio di Giona, perché né la carne né il sangue ti hanno rivelato questo, ma il Padre mio che è nei cieli” (Mt. 16:17). O, come Paolo scrisse ai credenti di Efeso: “un tempo infatti eravate tenebre, ma ora siete luce nel Signore” (Ef. 5:8).

Sulla base di questi fatti, il Nuovo Testamento mostra che una prova sicura per una professione  Cristiana sia come quella persona reagisca alle Scritture. Gli uomini non rigenerati non solo non ricevono la Parola di Dio ma non hanno l’abilità morale per  farlo. Per natura sono ostili sia a Dio che alla sua verità. “Or l’uomo naturale non riceve le cose dello Spirito di Dio, perché sono follia per lui,” (1 Co. 2:14). Perciò Cristo disse ai Giudei increduli “A me invece, perché vi dico la verità, voi non credete. Chi è da Dio, ascolta le parole di Dio; perciò voi non le ascoltate, perché non siete da Dio” (Gv. 8:45, 47). Dall’altra parte, una credente accettazione della Sua parola è prova dell’appartenenza al Suo regno. Tutti quelli che odono la voce di Cristo sono membri del Suo gregge (Gv. 10:28).  Quindi Paolo poté scrivere ai cristiani di Tessalonica: “Anche per questo non cessiamo di render grazie a Dio perché, avendo ricevuto da noi la parola di Dio, l’avete accolta non come parola di uomini, ma come è veramente, quale parola di Dio” (1Te. 2:13).

In distinzione dalle affermazioni contemporanee, le quali affermano che il dogmatismo significa un’intolleranza non cristiana, le Scritture in questo modo ci danno un antitesi che è definita e tagliente. Una fede che salva  esige il potere dello Spirito Santo, e la sua presenza o assenza in un individuo si può capire dalla reazione o dall’assenza di reazione alle Sue parole: “Essi sono dal mondo; per questo parlano di cose del mondo e il mondo li ascolta. Noi siamo da Dio; chi conosce Dio ci ascolta; chi non è da Dio non ci ascolta; da questo riconosciamo lo Spirito della verità e lo spirito dell’errore.” (1Gv. 4:5,6).

Cosa accada quando queste verità fondamentali siano riacquisite e proclamate con potenza in un età di ignoranza e incredulità, non è argomento teorico o speculativo. La storia della Riforma Protestante nel 16° secolo è seconda solo all’epoca apostolica come dimostrazione di ciò che ci si può aspettare che accada. La vita dei Riformatori sono esempi di uomini che, non contenti di fidarsi dell’insegnamento della chiesa istituzionale dove erano cresciuti, ritornarono alle Scritture. Ciò che fu detto di Lutero poteva essere detto anche di loro tutti: “Egli si fortifica  ogni giorno nella sua convinzione per una costante dedicazione alla Parola di Dio”.[2] La definizione di Cristiano che trovarono lì, fu sorprendentemente nuova, prima per loro stessi, poi per gli altri, e questa li divise da una parte dai dotti del Rinascimento (come per Erasmo), e dall’altra dai sostenitori della teologia tradizionale della Chiesa di Roma.

Contro i dotti che vedevano la Cristianità largamente in termini di una discussione su opinioni e sulla moralità, e che obiettarono tutte le dichiarazioni di certitudine, i Riformati sostennero la sufficienza e il valore ultimo della verità che Cristo aveva insegnato loro. Videro la differenza tra il Rinascimento e il cristianesimo Scritturale come la differenza tra il naturale e il soprannaturale. Così Lutero rispose ad Erasmo:

Lasciaci liberi di fare affermazioni, e di trovare nelle affermazioni la nostra soddisfazione e la nostra gioia; e tu potrai applaudire i tuoi Scettici e i tuoi Accademici, finché Cristo chiamerà pure te! La verità è che nessuno che non abbia lo Spirito di Dio vede una virgola di ciò che è nelle Scritture. Tutti gli uomini hanno il loro cuore ottenebrato, cosicché, anche quando discutono e citano tutto ciò che è nelle Scritture essi non ne comprendono o ne sanno realmente qualcosa . [3]

Filippo Melantone elabora lo stesso punto quando afferma cosa vuol dire essere un Cristiano nella prefazione del suo Loci del 1521:

Se un uomo non conosce nulla del potere del peccato, della legge, o della grazia, non vedo come io possa chiamarlo Cristiano. È lì che Cristo è realmente conosciuto. La conoscenza di Cristo è conoscere i suoi benefici, gustare la sua salvezza, e sperimentare la sua grazia; e non è, come dicono gli accademici, riflettere sulla sua natura e le modalità della sua incarnazione. Se tu non conosci il motivo concreto per cui assunse la carne e andò sulla croce, qual è il bene di conoscere la sua storia? Ci ha dato un rimedio, o in una frase della Bibbia: la nostra salvezza. E noi dobbiamo conoscerlo in un modo diverso da quello degli studiosi. Per conoscerlo con uno scopo dobbiamo conoscere la richiesta di santità della nostra coscienza, la fonte del potere per ottenerla, dove cercare la grazia  per il fallimento dei nostri peccati, come anteporre l’anima che sta affondando in sfida al mondo, alla carne e al diavolo, come consolare la coscienza ferita. E’ questo che alcuna delle scuole insegna? Quanto spesso Paolo dichiarava ai suoi credenti di pregare per loro affinché ottenessero una ricca conoscenza di Cristo. Prevedeva che un giorno avremmo lasciato i temi della salvezza e volto le nostre menti a discussioni fredde ed estranee a Cristo.  [4]

Lo stesso principio dell’autorità della sola Scrittura portò egualmente contro il Cattolicesimo Romano. Per la religione tradizionale, la salvezza era una cosa esterna, oggettiva, dove il discepolo non poteva possedere una conoscenza con qualche personale certezza da questo lato del Purgatorio. Tutto ciò che si poteva fare era credere nell’insegnamento della Chiesa e sottomettersi alle sue cerimonie.  Contro questo, i Riformati predicarono che attraverso il pentimento e la fede in Cristo c’era una completa e immediata accettazione con Dio, e che lo Spirito Santo stesso testimonia la realtà di questa accettazione nel cuore del credente. Unito al Salvatore risorto, il Cristiano ha la gioia del perdono e il possesso attuale della certezza.

All’universale obiezione del Cattolicesimo Romano che i Protestanti  erano caduti dentro tali credenze attraverso la mancanza della guida della Chiesa (l’unica vera interprete della Scrittura), gli evangelici replicarono che la comprensione della Scrittura viene dallo Spirito Santo. William Tyndale stimò le Scritture così tanto che perse la sua vita per darle ai suoi compatrioti. Ma egli sapeva  che era necessario molto più che possedere il Nuovo Testamento per fare di uomini dei cristiani. Né poteva alcuna chiesa provvedere ciò che era necessario. Come disse a  Tommaso Moro, il suo oppositore Cattolico Romano:

Benché la  Scrittura sia uno strumento esterno, e anche il predicatore lo sia per muovere gli uomini a credere, pure la causa principale del perché un uomo crede, o non crede, è interna nel cuore; ciò vale a dire che è lo Spirito di Dio che insegna ai suoi figli a credere; e il diavolo acceca i suoi figli e li tiene nell’incredulità, e li fa consenzienti alle menzogne, e fa  che pensino male del bene e bene del male.

E’ impossibile comprendere sia Paolo che Pietro o alcuna cosa affatto nelle Scritture, per colui che nega la giustificazione per fede nel sangue di Cristo. [5]

Per i Riformati, la Riforma non era solo una controversia e una disputa dottrinale. La chiesa di Roma, nella sua opposizione al metodo della salvezza chiaramente insegnata nelle Scritture, stava dimostrando la sua mancanza dello Spirito di Dio. Questo non è, ovviamente, dire che i Riformati abbiano creduto che l’insegnamento dello Spirito Santo faccia sì che i Cristiani pensino tutti in modo identico in ogni riguardo.  Ma lo Spirito insegna ad ogni Cristiano cos’è necessario per la salvezza. Il sistema della chiesa di Roma, richiedendo la fede nella Chiesa, e nel proprio sistema sacramentale, anziché nell’opera compiuta di Cristo, diede sicura dimostrazione che non era ammaestrata da Dio. I suoi seguaci, comunemente, non conobbero la testimonianza dello Spirito Santo.

Sullo stesso tema Giovanni Calvino scrisse:

Tuttavia quanti si sforzano di sostenere la fede nella Scrittura per mezzo di dispute invertono l’ordine….poiché i profani pensano che la religione consista solo di opinioni. E non volendo credere scioccamente o alla leggera, domandano si provi loro per mezzo della ragione che Mosè e i Profeti sono stati Ida Dio spirati a parlare. A questo io rispondo che la testimonianza dello Spirito Santo è più eccellente di ogni ragione e pur essendo Dio solo testimone di se stesso nella Parola, tuttavia questa parola non otterrà fede alcuna nei cuori degli uomini se non sarà suggellata dalla testimonianza interiore dello Spirito. È necessario dunque che lo stesso Spirito che ha parlato per bocca dei profeti entri nei nostri cuori e li tocchi al vivo onde persuaderli che i profeti hanno fedelmente esposto quanto era loro comandato dall’alto…[la forza palese della divinità] da questa forza siamo attirati ed infiammati ad obbedire scientemente e volontariamente con maggiore efficacia che in base alla volontà o alla scienza umana. …Non dico nulla di diverso da quanto ciascun credente sperimenta in se. [6]

Note:

[1]      Questa attitudine, bisogna dirlo, non ebbe origine nel 19° secolo. Al tempo della espulsione dei Puritani della Chiesa di Inghilterra nel 1662, Thomas Case parlò di ‘indifferenza per gli argomenti di fede e dottrina.’ … Abbiamo considerato che non importa  di quali opinioni o giudizi gli uomini siano in questi ultimi tempi. “ Questo è un dire universale: ‘non importa di che giudizio siano le persone  basta che siano sante’; come se la verità nel giudizio non contribuisse alla formazione di un santo tanto quanto la santità nella volontà e negli affetti…  come non fosse un problema, se Dio possiede il cuore, ma il diavolo il cervello.” Sermone del 17 Agosto 1662 in Farewell Sermons (London 1663)

[2]      Dietrich a Melantone, parlando di Lutero a Coburg, durante la Dieta di Asburgo.

[3]     Lutero, The Bondage of the Will, eds J.I. Packer and O.R. Johnston (Cambridge: James Clarke, 1957), p.70.

[4]      Citato da P.T. Forsyth, The Person and Place of Jesus Christ, (Londra: Independent Press, 1948), p 220-1.

[5]      Una risposta a Sir Thomas More (Cambridge; Parker Society, 1850) p, 139, 169.

[6]      Giovanni Calvino, Istituzione della  Religione Cristiana trad. Orianna Bert, Mario Musacchio, Giorgio Tourn. Torino; UTET , 1971, pp. 179-181 Vedi anche pp. 669 ss. Questo non significa che lo Spirito Santo mostri direttamente ad ogni individuo l’evidenza necessaria per la salvezza. Questa evidenza è già nelle Scritture ma la parola dello Spirito è necessaria a far si che la vediamo.

Traduzione Rachele Modolo 10.04.2009

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