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33. Romani 10 

“Cristo il Fine della Legge”

Di Joe Morecraft III

 

Il nostro testo di oggi è Romani 9:30 – 10:8. Che non è un brano completo, ma si tratta di un brano molto lungo che si protrae e non parleremo di questo, oggi. Perciò 9:30 — 10:8

9: 30 Che diremo dunque? Che i gentili, che non cercavano la giustizia, hanno ottenuta la giustizia, quella giustizia però che deriva dalla fede,

31 mentre Israele, che cercava la legge della giustizia, non è arrivato alla legge della giustizia.

32 Perché? Perché la cercava non mediante la fede ma mediante le opere della legge; essi infatti hanno urtato nella pietra d’inciampo.

33 come sta scritto «Ecco, io pongo in Sion una pietra d’inciampo e una roccia di scandalo, ma chiunque crede in lui non sarà svergognato».

10:1 Fratelli, il desiderio del mio cuore e la preghiera che rivolgo a Dio per Israele è per la sua salvezza.

Rendo loro testimonianza infatti che hanno lo zelo per Dio, ma non secondo conoscenza.

Poiché ignorando la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria giustizia non si sono sottoposti alla giustizia di Dio

perché il fine della legge è Cristo, per la giustificazione di ognuno che crede.

Mosé infatti descrive cosí la giustizia che proviene dalla legge: «L’uomo che fa quelle cose, vivrà per esse».

Ma la giustizia che proviene dalla fede dice cosí: «Non dire in cuor tuo: Chi salirà in Cielo?». Questo significa farne discendere Cristo.

Ovvero: «Chi scenderà nell’abisso?». Questo significa far risalire Cristo dai morti.

Ma che dice essa? «La parola è presso di te, nella tua bocca e nel tuo cuore». Questa è la parola della fede, che noi predichiamo;

Ora, si presenta  un nuovo aspetto della situazione. Ricordate cosa Paolo stava trattando nel capitolo 9 di Romani; stava parlando dell’incredulità dei Giudei. E la validità delle promesse di Dio. E che perché i Giudei non hanno creduto non significa che le promesse di Dio siano cadute in terra, perché Dio non fece le sue promesse di salvezza ad ogni giudeo nella carne, le fece agli eletti tra i giudei etnici, e così, nel capitolo 9 parla dell’incredulità dei Giudei e della validità delle promesse di Dio e dell’elezione della grazia sovrana di Dio.

Ora, nel capitolo 9, versi 30-33, Paolo enfatizza che la sovranità di Dio non elimina la responsabilità umana. Le due non sono incompatibili. E perciò, dopo aver parlato della sovranità di Dio nella maggior parte del capitolo, ora sposta l’attenzione sulla responsabilità umana. E comincia con una domanda e dice: “Che diremo dunque?” E questa domanda sorge da ciò che è andato dicendo in connessione con i primi tre versi del capitolo 9. Lo vedremo in un minuto. Ricordate che nei primi tre versi del capitolo 9 Paolo era crucciato per l’incredulità dei Giudei e poi verso la metà del capitolo 9, parallelamente a quell’incredulità, egli parla della fede dei Gentili, ed ora fa la domanda. E noi proveremo a parafrasarla un po’: “Che ne facciamo di tutto questo?” Questo è ciò che sta chiedendo “Che ne facciamo di tutto questo?” I Giudei non credono, i Gentili credono. Come lo spieghiamo? E la risposta è una risposta strana. Un esito strano. Notate cosa dice: 

I Gentili, che non cercavano la giustizia, hanno ottenuta la giustizia, mentre Israele, che cercava la giustizia, non hanno ottenuto la giustizia.

Cosa significa tutto questo? Ebbene, quando dice che i gentili non cercavano la giustizia sta alludendo al fatto che i Gentili erano fuori dell’appannaggio della rivelazione speciale di Dio e della vita pattizia. Erano fuori dal patto. La rivelazione speciale pervenne ai Giudei, non venne ai Gentili e perciò, in quel senso, queste nazioni esterne al patto con Israele non stavano cercando la giustizia che Dio promise all’interno di quel patto.

E ritorna al tema principale di tutta l’epistola ai Romani: Non cercarono la giustizia della giustificazione. Ricorderete che interamente i primi 8 capitoli, incluso il nono in realtà hanno per tema la giustificazione per fede in Cristo. Il libro di Romani comincia con una spiegazione del bisogno per la giustificazione, l’ultima parte del capitolo 3 parla della natura della giustificazione per sola fede, e poi nel quarto capitolo è data la descrizione della fede che giustifica; il quinto capitolo i benefici della giustificazione per fede; il sesto capitolo il combattimento che la persona giustificata per fede attraversa come cristiano; e poi Romani 8 gli effetti santificanti della giustificazione e l’opera dello Spirito santo; e poi nel capitolo 9, fin qui, il fondamento per la giustificazione per fede che è l’elezione sovrana.

E così, ora ritorna al soggetto della giustificazione, descrive come i Gentili non hanno ricercato la giustificazione come fu offerta nella Scrittura, ma l’hanno trovata. Mentre i Giudei ricercarono la giustificazione, era centrale alla loro religione, e non la trovarono mai. Non furono giustificati. Da un lato, i Giudei ai quali appartenevano gli oracoli di Dio, ricordate Romani 3 i primo due o tre versi, gli oracoli di Dio furono affidati ai Giudei, ed essi cercarono, diligentemente, la giustizia, quello era l’aspetto centrale della loro religione, ma la tragedia è, che contrariamente ai Gentili, i Giudei non riuscirono ad ottenere proprio quella stessa giustizia che ricercarono. Guardiamo alcune parole:

Che i gentili, che non cercavano la giustizia, hanno ottenuta la giustizia, quella giustizia però che deriva dalla fede, mentre Israele, che cercava la legge della giustizia, non è arrivato alla legge della giustizia.

Ora, Paolo usa la parola legge, lo abbiamo già visto in precedenza, in diverse maniere. Tornate a Romani 8, versi 1 e 2. “Ora dunque non vi è alcuna condanna per coloro che sono in Cristo Gesú, i quali non camminano secondo la carne ma secondo lo Spirito, perché la legge (o potere o principio) dello Spirito della vita in Cristo Gesú mi ha liberato dalla legge (potere o principio) del peccato e della morte.” Così, molte volte nel libro di Romani, la parola ‘legge’ non ha semplicemente riferimento alla legge mosaica, o la legge della bibbia, ma significa semplicemente ‘principio’. E dunque cosa dice qui? Che i gentili, che non cercavano la giustizia, hanno ottenuta la giustizia, quella giustizia però che deriva dalla fede, mentre Israele, che cercava il principio della giustizia, non è arrivato a quel principio. E poi nei versi 32 e 33 ci dice perché. Dice: “Perché? Perché la cercava non mediante la fede.” Ma come se fosse per opere. E così, Paolo sta reiterando e riassumendo Romani 3 e Romani 4, il loro equivoco fu totale, e come risultato di quel fraintendimento non furono giustificati perché cercarono la giustizia, cercarono il perdono, cercarono la giustizia da Dio, la cercarono — ma pensarono che fosse per meriti. Pensarono che fosse facendo le cose giuste. Pensarono che questa giustizia sarebbe venuta facendo abbastanza buone opere per guadagnare il favore di Dio. E come risultato benché l’avessero cercata non la ottennero, mentre i Gentili che originariamente non facevano parte del popolo pattizio di Dio, quando fu loro predicato il vangelo, dopo che non avevano ricercato la giustizia essendo separati da tutto questo, ricevettero la giustizia per fede e trovarono ciò che i giudei avevano perso.

E nel verso 32 e 33 Paolo fa la sua dichiarazione e poi mostra che Cristo è la chiave di tutto questo.

Perché? Perché la cercava non mediante la fede ma mediante le opere della legge; essi infatti hanno urtato nella pietra d’inciampo.

Questi sono i Giudei. “come sta scritto” e poi ci da una citazione che è una miscela di Isaia 28 e Isaia 8  “«Ecco, io pongo in Sion una pietra d’inciampo e una roccia di scandalo, ma chiunque crede in lui non sarà svergognato».” Non leggeremo Isaia 8 e Isaia 28, ma Paolo li mescola insieme e dimostra che Isaia predisse entrambi gli esiti. Che il Vecchio Testamento predisse che i Gentili avrebbero ottenuto la giustificazione per fede e che i Giudei avrebbero mancato d’ottenerla perché la ricercarono per opere, non s’accorsero di Cristo. Cristo è quella pietra, quella pietra angolare. E notate questa cosa interessante riguardo alla sovranità di Dio nel verso 33, l’ultima parte del 32. Inciamparono su Cristo, dice, questa è la questione. I Giudei inciamparono su Cristo. “Come sta scritto” è il Signore che sta parlando

«Ecco, io pongo in Sion una pietra d’inciampo e una roccia di scandalo, ma chiunque crede in lui non sarà svergognato».

Perciò questa pietra, il Signore Gesù Cristo, fu mandato sulla terra, e l’intento del Dio sovrano fu che per mezzo di Cristo, alcuni sarebbero inciampati e sarebbero periti, avrebbero ricevuto quel che meritavano, quelli che indurirono il loro cuore Dio terminò il lavoro, ed altri avrebbero posato la loro vita e la loro fede su di Lui, perché Egli aveva dato loro il dono della fede. E così qui vedete Paolo spiegare perché i Giudei furono induriti ed è perché rigettarono il Signore Gesù Cristo.

Così, ora nel capitolo 10, e cominciando col verso 1 e giù fino al verso 3 Paolo ritorna alla sua preoccupazione per i suoi fratelli Giudei. Ricordate, quella fu la preoccupazione di Romani 9, torniamo un attimo a Romani 9:

Io dico la verità in Cristo, non mento, perché me lo attesta la mia coscienza nello Spirito Santo; ho grande tristezza e continuo dolore nel mio cuore.

Infatti desidererei essere io stesso anatema e separato da Cristo per i miei fratelli, miei parenti secondo la carne, che sono Israeliti, dei quali sono l’adozione, la gloria, i patti, la promulgazione della legge, il servizio divino e le promesse; dei quali sono i padri e dai quali proviene secondo la carne il Cristo che è sopra tutte le cose Dio, benedetto in eterno.

Ora ritorna su questa tristezza dicendo:

Fratelli, il desiderio del mio cuore e la preghiera che rivolgo a Dio” non ha solo il desiderio ma sto supplicando Dio che dia la salvezza anche ai Giudei, i miei parenti secondo la carne. “Rendo loro testimonianza infatti che hanno lo zelo per Dio, ma non secondo conoscenza. Poiché ignorando la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria giustizia non si sono sottoposti alla giustizia di Dio.

Ora, prima che consideriamo questi versi voglio che notiate cosa la verità dell’elezione divina e della predestinazione e della riprovazione fece a Paolo. Ricordate che disse: “Ho amato Giacobbe ma ho odiato Esaù” e che fu l’amore di Dio e l’odio di Dio che lo mosse, come un vasaio, a fare vasi di misericordia delle persone da Lui scelte, e vasi d’ira delle persone scelte per ricevere la punizione che meritano. Notate cosa produce in Paolo quella verità dell’elezione e riprovazione divina. Non produsse una malinconia senza speranza, non produsse nessun tipo d’inattività, né un qualche tipo di freddo fatalismo senza vita. Produsse in Paolo una passione per la salvezza delle persone che consumava la sua vita. E questo è ciò che la dottrina dell’elezione ti fa una volta che la credi, e la credi correttamente. Guardando a te stesso, se la dottrina dell’elezione ti ha mosso a inattività (se Dio vuole salvare peccatori può farlo da sé, io non devo fare niente), se ti ha mosso a qualche tipo di fatalismo in modo tale da renderti inattivo nell’evangelismo e nella missione mondiale, queste cose dimostrano che non credi veramente nell’elezione e predestinazione. Perché quando sono comprese correttamente infiammano la tua anima cosicché hai un lancinante desiderio per la salvezza delle persone e preghi per la loro salvezza e coinvolgi la tua vita nella salvezza di persone.

Ora, nei versi da 1 a 5 del capitolo 10 vediamo che Dio è perfettamente giusto quando indurisce e punisce persone, come fece coi Giudei per i loro peccati. Ciò che valse per l’Israele etnico vale per qualsiasi persona che faccia ciò che fece Israele. Così, leggiamo e vediamo cosa possiamo imparare da questi versi. Prima di tutto nei versi 1 e 2:

Fratelli, il desiderio del mio cuore e la preghiera che rivolgo a Dio per Israele è per la sua salvezza.

Rendo loro testimonianza infatti che hanno lo zelo per Dio, ma non secondo conoscenza.

Queste persone molto zelanti, essi erano zelanti per Dio, ceravano la giustizia, ed erano persi. E Paolo sta pregando per la loro salvezza e dunque impariamo che sincerità e zelo non sono sufficienti per portarci a Dio. Voglio dire che cercare, e rincorrere, ed esercitare tutto quello sforzo nella ricerca della giustizia implica un qualche tipo di sincerità. Ed erano zelanti in ciò che credevano e ciò che facevano. Ma la loro sincerità e il loro zelo non fu sufficiente per salvarli dai loro peccati. Non c’era potenza di salvare nel loro devoto legalismo. E che cos’è il legalismo? Il legalismo è il tentativo di conquistare l’accettazione di Dio mediante lo zelo nel fare buone opere, e nell’amare la gente, e nell’avere cura degli animali, e nell’obbedire la legge di Dio. Tuttavia, lo zelo da solo, o motivato da una conoscenza errata o diretta ad un obbiettivo errato non merita lode. Ricordate tempo addietro quando c’erano Moonies dovunque. Erano zelanti, erano sinceri, erano dovunque. Lo stesso vale per i Comunisti, per i Mormoni, per i Testimoni della Torre di Guardia. Zelo, valori etici, sono determinati dai loro motivi e dai loro obbiettivi, non dalla loro intensità. Perché sia pio, lo zelo deve essere accoppiato con amore per Cristo, voluto per la gloria di Cristo, per l’avanzamento del regno di Cristo, regolato dalla parola di Cristo. Perciò, se tu sei una persona zelante, assicurati che il tuo zelo nel servizio di Cristo sia secondo conoscenza; perché molte persone, da uno zelo cieco e buone intenzioni, hanno fatto molto nocumento al popolo di Dio. Hanno uno zelo per Dio, vogliono essere usati da Dio, fanno ciò che possono per esprimere questo zelo e questo desiderio, ma è senza conoscenza, è senza la direzione della parola di Dio, e purtroppo abbattono proprio quella stessa cosa che amano. Assicuratevi che il vostro zelo nel servizio di Cristo sia secondo conoscenza. Solo perché hai un forte sentimento nei confronti di qualcosa da fare non significa che sia la cosa giusta da fare. Lasciati governare dalla parola di Dio. Israele ebbe uno zelo cieco che la portò sempre più lontana dalla verità, dalla salvezza e da Dio.

La seconda cosa che impariamo in riferimento alla condizione di perduto dell’uomo si trova nel verso 3:

Poiché ignorando la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria giustizia non si sono sottoposti alla giustizia di Dio

E il principio che vediamo qui, o almeno un principio, è che l’uomo, l’uomo peccatore, l’uomo caduto, l’uomo non rigenerato, è dominato da un’ignoranza colpevole. Quale fu il problema d’Israele? Aveva zelo ma non secondo conoscenza perché si stavano sbagliando riguardo al metodo di Dio per salvare peccatori. Pensarono che fosse giustificazione per opere e non giustificazione per sola fede. Cercarono la giustizia per meriti umani, non mediante la fede nel Signore Gesù Cristo. E la loro ignoranza, che era irrazionale, e ingiustificata e colpevole, implicava ignoranza in tre aree fondamentali di verità. I Giudei erano ignoranti del carattere santo di Dio. Riuscite a crederlo? Con tutto il Vecchio Testamento, con tutta la storia del Monte Sinai, erano ancora ignoranti della santità di Dio, dimenticarono quanto Dio è santo e quanto odia l’empietà. Erano ignoranti delle richieste della legge di Dio, pensarono: il trucco è semplicemente portare l’esterno della mia vita in conformità con la legge di Dio. Ed erano ignoranti del fatto che la legge di Dio è spirituale, vale a dire che richiede la conformità esteriore ma primariamente richiede la conformità del cuore e dell’anima e della mente e di tutta la vita interiore. E richiede la perfezione! Sapete, è interessante, se cominciate a credere nella salvezza per opere, mediante la fedele obbedienza alla legge di Dio, dovrete ridurre le richieste della legge di Dio. Per esempio, nella Federal Vision, nei loro scritti, credono che si è giustificati per fedele obbedienza alla legge di Dio, E poi tu chiedi loro, come ho fatto io: Questo significa che devi essere perfetto per essere giusto? Rispondono: No, la legge di Dio non richiede la perfezione. La legge di Dio richiede un’obbedienza generale ma non la perfezione. Se devono credere nella giustificazione per legge devono dire questa cosa, se alcuno abbia da essere salvato. Ma, invece, la legge di Dio richiede la perfezione. E, questi Giudei, come molti italiani oggi, non solo erano ignoranti del carattere santo di Dio e non ottennero giustificazione, ignoranti delle richieste della legge di Dio, ma erano ignoranti anche della loro propria depravazione peccaminosa e della loro inabilità. Non avevano idea di quanto peccaminosi fossero. Avrebbero dovuto, avevano la bibbia. Ma non avevano idea della depravazione della loro anima e non avevano idea di quanto inabili fossero a fare qualsiasi cosa in alcun modo che portasse all’approvazione di Dio. Dimenticarono, erano ignoranti del fatto che tutta la loro giustizia era “panni sporchi.” E, come ho detto, non c’è scusa per questo tipo d’ignoranza né allora né oggi. Ma c’è perdono per questa colpevole ignoranza nel Signore Gesù Cristo. I Giudei, come i moderni conservatori, vogliono moralità senza Cristo; Torah senza Messiah, ma la legge senza Cristo condanna solamente. I moderni umanisti, sia conservatori che liberali, come gli antichi Giudei si aspettano una salvezza prodotta da sé, ma la salvezza è impossibile senza Cristo. E ciò che fu vero dei Giudei di quei tempi è vero degli increduli dei nostri, e sono segnati da una colpevole, inescusabile ignoranza.

La terza cosa che impariamo sull’uomo perduto, verso 3

Poiché ignorando la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria giustizia non si sono sottoposti alla giustizia di Dio.

L’uomo, l’uomo peccatore, l’uomo non rigenerato, non si sottoporrà alla volontà di Dio per la vita o per la salvezza. Israele si rifiutò deliberatamente di sottoporsi al metodo di Dio per la giustificazione. Hanno preferito farcela da soli, così potevano cantare, insieme a Frank Sinatra: “I did it my way!” Voglio dire che quella canzone è una confessione di fede dell’America moderna. È una della canzoni più importanti che mai siano state scritte; noi abbiamo la nostra Confessione di fede, abbiamo il Credo degli Apostoli, loro hanno il credo di Sinatra. “I did it my way” l’ho fatto a modo mio, non m’interessa se andrò all’inferno oppure no, quello che voglio è poter dire alla fine della mia vita: L’ho fatto a modo mio! E quella fu l’attitudine dei Giudei, e quella è l’attitudine di tutti i non credenti.

Ebbene, qual’è la risposta di Dio all’uomo un tutta la sua perdizione? È misericordia! Non è quel che vi aspettereste. Vi potreste aspettare, alla luce di Romani 1:18 dove dice che Dio rivela tutta la sua ira contro l’empietà e l’ingiustizia degli uomini, vi potreste aspettare giudizio e abbandono che sarebbero perfettamente giustificati. Ma anziché giudizio e abbandono nel libro di Romani la risposta di Dio al rifiuto dell’uomo di sottoporsi al suo metodo di salvezza è una di perdono e di misericordia. Egli salva dal peccato mediante il vangelo del Signore Gesù Cristo. E qual’è il messaggio di quel vangelo? Perché il vangelo perdona e salva peccatori? Qual’è il messaggio del vangelo che noi abbiamo abbracciato e bramiamo vedere abbracciato da altre persone? Qual’è? Qual’è il suo messaggio? È semplicemente questo:

Cristo è il fine della legge per la giustizia di tutti quelli che credono in Lui.

Questo è il riassunto del vangelo che Dio manda per salvare l’uomo caduto. Cristo è il fine della legge per la giustificazione di ognuno che crede.

Ora, cosa significa questa frase. Significa che Cristo è la [vedi nota]  fine della legge e perciò noi non ci preoccupiamo più della legge di Dio? Tutto ciò di cui ci dobbiamo preoccupare da qui in poi è la fede in Cristo, ma la legge è finita, è fuori dal quadro, Cristo è la fine della legge, non c’è più alcuna legge per noi da obbedire. Ebbene, voi sapete bene quanto me che ci sono molti lì fuori che insegnano questa particolare visione che noi chiamiamo antinomismo, ma Paolo non dirà mai in un capitolo qualcosa che contraddica ciò che ha detto in un altro. Per esempio, se avete notato nell’ultimo verso di Romani 3, Paolo, nel parlare di giustificazione per fede, conclude, nel capitolo 3:

Annulliamo noi dunque la legge mediante la fede? Cosí non sia, anzi stabiliamo la legge.

E poi, più avanti, nel capitolo 6 Paolo dice: Semplicemente perché siamo sotto le risorse della grazia e non sotto le non risorse della legge, non significa che si può peccare come si vuole, perché il peccato non vi signoreggerà e voi potete non peccare perché siete sotto la grazia e non sotto la legge. Perciò Paolo chiarifica che la legge di Dio, che non possiede alcun ruolo nella giustificazione, ha tuttavia un ruolo molto importante e centrale nella santificazione e nel vivere la vita cristiana e nel conoscere quale sia la volontà di Dio per noi. Così, qualsiasi cosa stia dicendo qui Paolo, Cristo è il fine della legge per la giustificazione di ognuno che crede in Lui, non sta contraddicendo ciò che ha detto in Romani 3 o Romani 6. Perciò, qualsiasi cosa stia dicendo qui Paolo: “il fine della legge è Cristo per la giustificazione di tutti quelli che credono in Lui,” non sta contraddicendo ciò che ha detto in Romani 3; o Romani 6. Non sta dicendo: adesso che abbiamo Cristo non abbiamo bisogno della legge, ho recentemente parlato con qualcuno che crede così. Dove vuole dunque arrivare quando dice che Cristo è il fine della legge per la giustificazione? Lasciate che vi dia tre possibilità e concentratevi sulla terza, perché credo che quello sia il significato; ma ecco cosa potrebbe significare: Dire che Cristo è il fine della legge è dire che Cristo è il bersaglio e il proposito della legge di Dio, Egli è il fine della legge perché Cristo è il centro verso cui la legge punta. Cristo è il bersaglio delle richieste di Dio. Egli è il fine a cui il Vecchio Testamento dirige il peccatore. Ricordate cosa dice Galati 3:24?

Cosí la legge è stata nostro precettore per portarci a Cristo, affinché fossimo giustificati per mezzo della fede. Ma ora che è giunta la fede non siamo più sotto precettore.

Ebbene, questo verso potrebbe avere tale significato. Potrebbe significare che la legge di Dio che non è lo strumento della salvezza, è però come lo schiavo che nel tempo del Nuovo Testamento aveva la responsabilità di portare il ragazzo dalla porta di casa alla porta della scuola dove l’insegnante l’avrebbe educato. E perciò quello schiavo aveva il mandato di essere quanto ruvido fosse necessario  per condurre lo studente alla porta della scuola dove sarebbe stato istruito. E in quel senso, la legge è il precettore che ci porta a Cristo. Ci mostra il nostro bisogno di Cristo, ci mostra la profondità dalla nostra depravazione e quanto meritiamo d’andare all’inferno, ma non ci salva. E poi dice che una volta che viene la fede non abbiamo più bisogno di un precettore. Non dice che quando viene la fede non abbiamo più bisogno della legge, ma dice che una volta che è giunta la fede non abbiamo più bisogno della sua funzione di precettore perché ci ha portato a Cristo e Cristo ci ha salvati. Così, dire che Cristo è il fine della legge potrebbe significare che Egli è lo scopo a cui la legge ci doveva portare.

Secondo, dire che Cristo è il fine della legge potrebbe significare che Cristo è il compimento della legge. La legge condanna chi la trasgredisce o la trascura, ma Cristo, in quanto nostro sostituto ha compiuto tutte le richieste e i requisiti  e le pretese della legge contro di noi nella sua vita e nella sua morte. Il vangelo di Cristo pertanto dà proprio quella giustizia che la legge richiede ma non può dare. In quel senso Cristo è il fine della legge, il compimento della legge perché ha adempiuto perfettamente tutte le richiesta della legge con la sua vita e la sua morte e così adesso Romani 8:1: Non c’è dunque più alcuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù.

Ma io penso, e dimostrerò perché lo penso, che quando dice che Cristo è il fine della legge per la giustificazione di ognuno che crede, non cercare d’evitarlo, non lo si può evitare significa: termine, significa cessazione. Che Cristo è la cessazione della legge di Dio per la giustizia di tutti quelli che credono in Lui. Ora, ricordate che non lo si può interpretare in modo che contraddice 3:31 o capitolo 6 che dice che c’è ancora una funzione per la legge nella vita cristiana. Perché sono contrapposti qui, ciò ch’è contrapposto è il legalismo dei Giudei, i quali non hanno ottenuto la giustizia perché l’hanno cercata per opere e non per fede, contrapposti ai Gentili che furono in origine abbandonati da Dio ma hanno ottenuto la giustificazione perché l’hanno cercata per fede. Abbiamo quindi due principi di salvezza posti qui in contrasto. Abbiamo una giustizia per legge, una salvezza mediante le opere della legge contro una salvezza per fede. E in quel contesto, malgrado la legge di Dio non sia mai stata data come scala mediante la quale saliamo a Dio, la legge di Dio non è mai stata data come mezzo per guadagnare il favore di Dio, mai, mai, mai le è stata data quella funzione, tuttavia quella era l’attitudine dei Giudei che non ottennero la giustizia. La loro attitudine era che obbedendo la legge si può essere salvati. Un principio di opere contrapposto al principio della fede e al principio della grazia. Ed in quel senso, e si sta rivolgendo ai Giudei, Cristo mette fine alla legge per quanto concerne il raggiungimento della giustificazione, che è il vostro intendimento pervertito di essa. La legge non ha mai reso giusto nessuno, il suo scopo non fu mai di perdonare o di salvare, ma voi avete assunto che lo fosse. E vi siete fatti sfuggire la giustificazione perché vi siete fatti sfuggire Gesù che è la fine di tutto quel metodo di cercare d’essere salvati, la fine della giustificazione per opere. Cristo ha abolito la legge come mezzo di giustificazione. Un mezzo di giustificazione non lo è mai stata, ma i Giudei affermarono di sì e così si sono fatti sfuggire la salvezza. E così adesso Paolo sta dicendo loro: Cristo ha abolito la legge dall’essere qualcosa che voi pensate essere, un mezzo di giustificazione, uno strumento di salvezza; questo non fu mai insegnato nel Vecchio Testamento. La giustificazione è per sola fede. Perciò il contrasto, qui, e comprendetelo bene, perché questo è un passo che i nostri amici antinomisti amano citare contro di noi, il contrasto qui non è tra il Vecchio Testamento e il Nuovo Testamento. Paolo non sta dicendo il Vecchio Testamento insegnava salvezza per legge, nel Nuovo Testamento io insegno salvezza per grazia, non c’è nulla di tutto ciò in questo testo, non è nemmeno preso in considerazione in questo testo, sarebbe inserire nel testo qualcosa di cui il testo non dice assolutamente niente. Il contrasto, qui, è tra l’interpretazione legalistica, giudaica dello scopo della legge di Dio e il vero metodo di giustificazione in Cristo per fede. I giudei la mancarono perché mancarono di capire che Cristo abolì la legge come mezzo per essere salvati, che è ciò che i giudei pensavano.

Pertanto, il punto di 10:4

Perché il fine della legge è Cristo, per la giustificazione di ognuno che crede

è che la fede in Cristo, più nient’altro, è la fine della legge come modo per essere giusti davanti a Dio.

E poi procede con questo contrasto. E qui troviamo qualche problema.

Mosé infatti descrive cosí la giustizia che proviene dalla legge: «L’uomo che fa quelle cose, vivrà per esse».

Ma la giustizia che proviene dalla fede dice cosí: «Non dire in cuor tuo: Chi salirà in Cielo?». Questo significa farne discendere Cristo.

Ovvero: «Chi scenderà nell’abisso?». Questo significa far risalire Cristo dai morti.

Ma che dice essa? «La parola è presso di te, nella tua bocca e nel tuo cuore». Questa è la parola della fede, che noi predichiamo;

Così, adesso, dovete sapere esattamente cosa stava dicendo l’originale per comprendere il grande argomento che Paolo sta enunciando qui. Sta dicendo: questa grande salvezza non è qualcosa che dovete ricercare, non è qualcosa che dovete lavorare sodo per cercare d’ottenere, questa grande salvezza è a portata di mano di chiunque a morivo della condiscendente grazia di Dio. È così vicina e così disponibile e così prontamente ottenibile, che le persone c’inciampano pensando che vi sia un inghippo. Non dobbiamo salire al cielo per prenderla, perché Cristo è sceso giù da noi con essa, non dobbiamo immergerci nella profondità per raggiungerla, perché Cristo è resuscitato dai morti per darcela. Ciò che siamo chiamati a fare non è operare per averla, guadagnarla, ma semplicemente riceverla per fede in Gesù, credendo nel nostro cuore e confessando con la nostra bocca che Egli è il nostro Signore e salvatore. Allungate la mano, allungate la mano per prenderla, e per grazia di Dio la troverete. Così vicina è la salvezza per chiunque. E così, ciò che Paolo sta facendo qui, è usare due testi, nel verso 5 e un altro nei versi 6-7. Nel verso 5 allude a Levitico 18:5 e nei versi 6,7 e 8 allude a Deuteronomio 30: 11-14. Ora, voglio leggere questi versi perché c’è qui un problema che noi dobbiamo essere in grado di risolvere. Un grande problema.

Nel verso 5 Paolo allude a Levitico 18:5. Qui c’è ciò che dice Romani 10:5

Mosé infatti descrive cosí la giustizia che proviene dalla legge: «L’uomo che fa quelle cose, vivrà per esse».

Ovviamente questa è un’allusione a Levitico 18: 5 che dice: “ Osserverete i miei statuti e i miei decreti, mediante i quali, chiunque li metterà in pratica, vivrà. Io sono l’Eterno.” E poi nei versi 6,7 e 8 

Ma la giustizia che proviene dalla fede dice cosí: «Non dire in cuor tuo: Chi salirà in Cielo?». Questo significa farne discendere Cristo.

Ovvero: «Chi scenderà nell’abisso?». Questo significa far risalire Cristo dai morti.

Ma che dice essa? «La parola è presso di te, nella tua bocca e nel tuo cuore». Questa è la parola della fede, che noi predichiamo;

Allude a Deuteronomio 30: 11-14. Ora, se avete una Nuova Diodati, questo aiuterà perché questa versione mette tra freccette le citazioni. Leggiamo Deuteronomio 30: 11-14 e vediamo quanto aderente è la citazione, Deuteronomio 30: 11-14

11 Questo comandamento che oggi ti prescrivo non è troppo difficile per te, né troppo lontano da te.

12 Non è in cielo, perché tu dica: “Chi salirà per noi in cielo per portarcelo e farcelo ascoltare, perché lo mettiamo in pratica?”.

13 non è di là dal mare, perché tu dica: “Chi passerà per noi di là dal mare per portarcelo e farcelo ascoltare, perché lo mettiamo in pratica?”.

14 Ma la parola è molto vicina a te; è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica.”

Notate cosa Paolo sta facendo, seguitemi, perché se qualcuno vi interroga su questo e non avete la risposta, vi ha già stesi. Nel verso 5 Paolo allude a Levitico 18: 5 per dichiarare ciò che i legalisti credono, e nei versi 6,7 e 8 cita Deuteronomio 30: 12-14 per dichiarare ciò che dice il vero vangelo. Nel verso 5 allude a Levitico 18: 5  e dice: questo è ciò che dice il vangelo del legalismo, dice: se qualcuno vuole ricercare la giustizia mediante la legge deve vivere per quella giustizia, deve fare tutto ciò che quella legge comanda.  Con Deuteronomio 30, dice: il vero vangelo dice qualcosa d’interamente diverso. Non è qualcosa ch’è guadagnato, è qualcosa di così vicino che può essere ricevuto per sola fede.

Vedete il problema?

Il problema è che nel loro contesto originale nessuno dei due passi fa riferimento ad una giustizia legalista. Ambedue hanno per contesto il patto di grazia, sono indirizzati, non a peccatori, ma a persone redente. Non c’è assolutamente alcun legalismo in ambedue i testi. Così Levitico 18: 5 dice : “Mosé infatti descrive cosí la giustizia che proviene dalla legge: «L’uomo che fa quelle cose, vivrà per esse»,” al quale Paolo allude nel verso 5. Questo verso, nel suo contesto originale, non ha nulla a che vedere col legalismo. È indirizzato a persone redente, in patto con Dio, dice loro come devono vivere da redenti. Lo stesso vale per Deuteronomio 30. Questo non è problematico.

Com’è stato possibile che Paolo abbia usato Levitico 18:5 per illustrare il vangelo del legalismo quando nel suo contesto originale non dice assolutamente nulla di legalistico? Accusiamo Paolo d’aver citato un testo fuori contesto?  Sta Paolo citando qui, in Romani 10:5 un testo che nel suo contesto originale riguardava il patto di grazia ed era indirizzato ad un popolo redento per mostrare loro come vivere come popolo redento, e poi prende quel verso e lo usa per mostrare cosa credevano questi giudei non salvati che erano convinti di esserlo osservando la legge?

Ha Paolo preso questo testo fuori contesto per fare il suo punto? È una dura accusa se l’ha fatto. E ci sono due ragioni per cui non è quello che ha fatto. Numero uno, se Paolo prese questo testo fuori contesto lo fece anche lo Spirito santo, perché lo Spirito santo è l’autore ultimo di questo testo. E noi sappiamo che lo Spirito santo non userebbe mai un testo fuori contesto. La seconda cosa, in 10:5 Paolo non sta citando Levitico 18:5, ne sta usando le parole, ma non lo sta citando. C’è una grande differenza, voglio dire, quando si compara la citazione di Deuteronomio 30:12-14 con Romani 10:6-8, si può definire una citazione benché non sia pari-pari; ma quando trattiamo Levitico 18:5 non la si può considerare una esatta citazione in Romani 10:5. In nessuna delle due citazioni, per essere obbiettivi,  c’è una stretta aderenza all’ebraico o alla versione greca dei settanta. Questo è un punto molto importante da farsi. Quando qualcuno vi dica: qui Paolo sta dicendo che il Vecchio testamento insegna salvezza per opere, Levitico 18:5; ebbene, prima di tutto lo Spirito santo non farebbe mai una cosa del genere, non prenderebbe un testo fuori dal suo contesto, e secondo, Paolo non sta citando Levitico 18:5.

Ma allora, cosa sta facendo, Paolo? Apporta delle alterazioni al testo originale e vi sparge il proprio commento nel verso 5. Paolo sta semplicemente usando quest’affermazione formale di Levitico 18:5 perché la sua costruzione semantica stessa esprime il principio di giustizia per fede quando si consideri ciò che ha intorno. Le parole di Levitico 18:5, leggermente alterate da Paolo sono una definizione adeguata e stagna del principio del legalismo in contrapposizione alla giustizia per fede. In altre parole, Paolo non sta citando Levitico 18:5 come prova scritturale per ciò che sta dicendo, e non sta citando Deuteronomio 30 come prova scritturale, sta prendendo il linguaggio, quel linguaggio gli viene in mente, e sta prendendo il linguaggio, che egli reinterpreta, gli apporta alterazioni e dice: questo è ciò che intendo quando parlo di legalismo. Chiunque intenda essere salvato per la propria giustizia deve osservare tutte le opere della legge. E qui invece è ciò che intendo per giustizia per fede, non è qualcosa per cui devi operare, è vicina quanto la fede.

Ora, il modo in cui Paolo introduce Deuteronomio 30:12-14 sostiene questa prospettiva che Paolo utilizzi Levitico 18.5 per esprimere il principio di giustizia per legge, e utilizza Deuteronomio 30:12-14  e il suo linguaggio per esprimere il principio di giustizia per fede. In altre parole qui c’è un altro argomento a supporto che ciò che crediamo stia facendo è semplicemente usare le parole formali senza cercare di usarle come prova scritturale.

Notate nel verso 6.

Ma la giustizia che proviene dalla fede dice cosí:

Ora, questo è un modolo altamente inusuale per introdurre un testo del Vecchio Testamento. Normalmente direbbe: Come disse Mosè, o, come Dio disse, o, come dice la Scrittura. In quel caso sarebbe chiaro che sta citando un testo del Vecchio Testamento. Ma non è quel che dice qui. Dice: Qui c’è un esempio del principio della giustificazione mediante la fede. Che ci indurrebbe a pensare che nel verso 5 dica: Qui c’è un esempio, nella dicitura, del principio di giustificazione per opere. Non sta adducendo prove scritturali, ma sta facendo affermazioni indipendenti con le parole della bibbia e i suoi lettori originari lo avrebbero saputo alla luce di Romani 4, quando espone i due maggiori esempi di giustificazione per fede di cui può pensare dal Vecchio Testamento: Abrahamo e Davide. È un punto molto ostico da farsi, ma è un punto che deve essere fatto. Non sta contrastando il Vecchio col Nuovo Testamento, non sta prendendo un testo fuori contesto, egli vede in quelle parole, applica alcune alterazioni, aggiunge il proprio commento, e vede una chiara illustrazione nel come può usare quelle parole per mostrare cosa sia la giustizia delle opere contrapposta a quella della fede.

Ebbene, ora c’è un altro problema. Uno grande. E potevate immaginare che c’era un problema perché non ho letto com’è nella New American Standard. Ecco cosa dice la NAS nei versi 5 e 6 e questo è un altro grande problema:

Mosè infatti scrive che l’uomo che pratica la giustizia che è basata sulla legge vivrà per quella giustizia. E la giustizia basata sulla fede dice così…

( For Moses writes that the man who practices the righteousness which is [a]based on law shall live [b]by that righteousness. But the righteousness [c]based on faith speaks as follows:)

E naturalmente il problema è nel dire che la giustizia, e sta parlando della giustificazione, è basata sulla fede. C’è un altro caso nel Nuovo testamento nel quale la NAS usa questa traduzione ed è in Filippesi 3:9 dove Paolo parla della, cito dalla Nuova Riveduta che traduce uguale:

la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede.

Ora, in Romani c’è una preposizione che cercano di tradurre “basata sulla fede” la parola “ek” e in Filippesi è la preposizione “epi”, ed in entrambi i casi la NAS (e la NR) parla della giustizia come basata sulla fede. Ora, nel caso voi leggiate gli scritti di “Federal Vision” o “The New Perspective on Paul”, per quelli che non li conoscono sono un movimento ereticale all’interno del Protestantesimo che cerca di riportare ad una comprensione Cattolico-Romana della giustificazione per fede e del battesimo. Quando leggete i loro scritti, essi amano parlare di giustificazione come “basata sulla fede,” trovate quella frase dappertutto, ma voglio darvi due ragioni per cui in questi passi la NAS (e la Nuova Riveduta) è probabilmente scaduta ai minimi. Questi due versi sono probabilmente i peggio tradotti di tutta la versione: direbbero che la giustificazione che abbiamo per fede è basata sulla fede, o che Dio ci giustifica in considerazione della nostra fede, o perché abbiamo fede e che la nostra fede è la base e la ragione per cui Dio ci salva e Dio ci giustifica. Ci sono due ragioni per cui questa è una traduzione pateticamente errata di quella preposizione. Una è che è teologicamente incorretta. Noi non siamo giustificati sulla base della fede, siamo giustificati su quale base? Cristo! Siamo giustificati sulla base della vita e della morte espiatrice di Cristo. La fede è sempre lo strumento, mai la base. Siamo salvati sulla base della vita e della morte di Cristo e quella salvezza è ricevuta mediante lo strumento della fede. Pertanto è teologicamente incorretto e devastante dire che la nostra salvezza sia basata su un qualche cosa che facciamo noi. Neppure la fede. Voglio dire, questo è un principio devastante che distrugge la fede riformata, che distrugge il cristianesimo storico, ci riporta indietro all’errore del giudaismo e di molte le altre eresie che dicono che siamo salvati, che siamo giustificati sulla base della nostra fede come se ci fosse qualcosa di meritorio nella nostra fede, ma invece siamo salvati per la vita e la morte di Cristo perché c’è qualcosa di meritorio nella sua vita e nella sua morte. La fede è solo la mano che riceve il dono. Perciò, la prima ragione per cui rigettiamo questa povera traduzione di questo verso, malgrado la NAS sia piuttosto accurata in tutte le sue parti, eccetto questi due casi è teologica. E la seconda ragione per cui rigettiamo questa traduzione è che la frase è linguisticamente e grammaticalmente incorretta. Che questo non è ciò che la preposizione “ek” o la preposizione “epi” significa. Lasciate che vi dia una lezione di greco molto sommaria. Nessuna delle due preposizioni significa “sulla base di”. Entrambe possono essere tradotte in molti modi ma la preposizione “ek” denota il tempo in cui qualcosa comincia, che quando usate la parole “ek” in riferimento alla fede questo denota il momento in cui la giustificazione è applicata alla vita di una persona: “ek” fede, previo aver creduto, nel momento della fede, queste sarebbero traduzioni molto migliori perché la parola “ek” denota il tempo in cui qualcosa comincia. Quando è stata applicata la giustificazione, da quando siete stati dichiarati giusti? Nel momento in cui avete creduto nel Signore Gesù Cristo. Previo esercizio della fede. E poi, quella parola “epi” in Filippesi 3:9 significa e sottolinea una regola o principio sottostante. Una regola o principio impliciti. Ed  spesso tradotta tenendone conto. Pertanto, Filippesi 3:9 sarebbe, come del resto traduce la Nuova Diodati “giustizia che proviene da Dio mediante la fede” o secondo il principio della fede, o potrebbe essere tradotta anche “previo aver creduto”, ma nessuno di questi due testi dovrebbe essere tradotto come fa la  Riveduta “basata sulla fede”. Toglie Cristo dal centro e vi colloca qualcosa che l’uomo fa al posto di Cristo.

Preghiamo.

Ti ringraziamo, Padre, per questo grande passo della Scrittura. Ti ringraziamo per ciò che abbiamo imparato sulla psiche dell’uomo che crede nella predestinazione e di come questa lo muove a bramare la salvezza delle persone. Ti ringraziamo, o Signore, per la giustificazione che è per fede. Ti ringraziamo che ci hai salvati, non solo dalla nostra ingiustizia ma anche dal seguire un principio di giustizia per legge. Noi sappiamo che lì non c’è salvezza e nel preciso senso della parola, Signore, ti ringraziamo che Cristo è il fine della legge per la giustizia per ogni uno che crede. Nel suo nome preghiamo.

Amen.

Nota: da questo punto in poi l’autore deve prendere del tempo a spiegare questa frase perché in Inglese c’è un solo articolo determinativo e le traduzioni suonano come se dicesse che Cristo è (la) fine della legge e non (il) fine della legge. Mentre in italiano il significato è più chiaro, non altrettanto lo sono le teologie che ci giungono dal mondo anglosassone e che sono prevalenti anche da noi.

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