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bibbiaapertaROMANI 1: 1-13

Il Vangelo Purissimo

di Joe Morecraft III

Lungo tutta la storia della cristianità il libro di Romani ha sempre giocato un ruolo chiave e talvolta un ruolo esplosivo. 1500 anni fa, Agostino, fu convertito leggendo il libro di Romani. Martin Lutero fu convertito quando venne alle prese col libro di Romani. Sentite cosa dice Lutero nella sua prefazione al Commentario ai Romani con il suo caratteristico stile iperbolico: L’Epistola ai Romani è il vero capolavoro del Nuovo Testamento e il vero vangelo purissimo. “In questa epistola cogliamo il pensiero centrale del Nuovo Testamento, il Vangelo nella sua espressione più pura. Sarebbe bene che un cristiano non imparasse soltanto l’epistola a memoria, parola per parola, ma che la meditasse continuamente come pane quotidiano dell’anima. L’epistola non può mai venire letta e meditata con sufficiente attenzione. Più la si legge, più la si ritiene preziosa e più la si gusta.”

Si può dire che la Riforma del 500 fu causata dall’esplosione di una nuova e diffusa comprensione del libro di Romani. Agli inizi del 20° Secolo, la re-interpretazione di Karl Barth dell’Epistola ai Romani colpì la chiesa d’occidente come una bomba atomica. La sua interpretazione era differente dall’interpretazione storica perché cercò di ridefinire le parole della Bibbia con la propria filosofia esistenzialista.

Diamo un’occhiata ad alcune dichiarazioni introduttive al libro di Romani. Quando fu fondata la chiesa di Roma e chi la fondò?

Ebbene, prima di tutto siamo sicuri che non furono ne Pietro ne Paolo. Paolo dice apertamente di non aver fondato quella chiesa e non ci sono prove nel NT che Pietro ne sia stato il fondatore. E dunque, come nacque la chiesa di Roma? Atti 2 verso 10 dice che nel giorno di Pentecoste Gerusalemme era piena di persone, Giudei e proseliti, da ogni parte del mondo, e alcuni di questi provenivano da Roma. Ed è ragionevole credere che molti di quelli che udirono Pietro predicare il suo famoso discorso di Atti 2  e che credettero e furono battezzati quel giorno siano tornati a Roma e abbiano dato vita alla chiesa di Roma.

Questa lettera fu scritta da Paolo, probabilmente mentre era a Corinto (nel porto di Cencrea) nel primi anni 50, 20 anni prima della distruzione di Gerusalemme.

Un’altra domanda da porsi è perché Paolo abbia scritto questa lettera a questa chiesa visto che non era mai stato lì e perché proprio una lettera  come Romani. Sono state suggerite diverse ragioni per questa domanda, ma la più convincente è che Paolo voleva prepararli per una sua visita. Paolo non era mai stato a Roma e già da un po’ di tempo avrebbe voluto fare questa visita ma la provvidenza di Dio gli aveva ogni volta impedito di farlo. Ora egli sta pianificando un viaggio  missionario in Spagna e spera di visitare Roma nel suo tragitto verso la Spagna in modo da esercitare il suo ministero lì; li vuole visitare, vuole trasmettere loro il suo insegnamento, vuole predicare l’Evangelo nella città più grande del mondo e vuole raccogliere del sostegno per proseguire il suo viaggio missionario. Perciò scrisse il libro di Romani per renderli edotti su ciò che predicava, cosa credeva e com’era.

Possiamo dunque dire tre cose su Paolo e ciò che voleva compiere attraverso questa lettera. Uno, Capitolo 1 verso 13  dice che stava preparando questa visita, due, Capitolo 15 verso 24 dice che voleva raccogliere un po’ di sostegno finanziario in più per il suo viaggio missionario spagnolo, e tre, 15: 30 dice che desiderava le loro preghiere per lui affinché fosse liberato dalle minacce degli increduli della Giudea e che il dono che stava portando a Gerusalemme risultasse gradito. Andiamo insieme al Capitolo 1:13 “Or fratelli, io non voglio che ignoriate che molte volte mi sono proposto di venire da voi per avere anche tra voi qualche frutto, come tra gli altri gentili; ma finora ne sono stato impedito”. E poi, Capitolo 15. 24 “Quando andrò in Spagna, verrò da voi; passando spero infatti di vedervi e di essere  accompagnato da voi fin là, dopo aver prima goduto un po’ della vostra compagnia” e infine 15: 30-32 “Or vi esorto, fratelli, per il Signor nostro Gesù Cristo e per l’amore dello Spirito, a combattere con me presso Dio nelle vostre preghiere per me, e perché il mio servizio per Gerusalemme sia accettevole ai santi, affinché, se piace a Dio, io venga con gioia da voi e sia ricreato insieme a voi”. vediamo dunque che Paolo aveva un forte desiderio di andare a Roma e scrisse dunque questa lettera per prepararli per questa visita.

Ora, esaminiamo il primo verso: Paolo, servo di Gesù Cristo, chiamato ad essere apostolo, appartato per l’evangelo di Dio. Ora voi sapete cos’è un epistola; quando un individuo scrive ad un altro individuo scrive una lettera, un’epistola è invece una lettera scritta da un individuo ad un gruppo di persone, in questo caso una chiesa nella quale l’epistola deve essere letta. Usualmente all’inizio di ogni epistola Paolo ricorda loro, o stabilisce la propria autorità, scrive perché dovrebbero ascoltare questa lettera, perché dovrebbe essere letta in chiesa, perché infatti la sola cosa che dovrebbe essere letta in chiesa è la Parola di Dio. Si può leggere solamente la parola di Dio in chiesa come lettura autoritativa, e così Paolo sta dicendo loro perché dovrebbero leggere le lettere che egli scrive come parola autoritativa, la stessa autorità che possedevano le altre Scritture che già possedevano, quelle del Vecchio Testamento e quelle che già circolavano del Nuovo. E notate il modo unico con cui egli stabilisce la propria autorità in questo primo verso. Dice: Io sono un servo di Gesù Cristo, o sono uno schiavo di Cristo. Ora, che autorità può avere uno schiavo in se stesso e da se stesso? Nessuna! Non ha diritto al proprio tempo, non ha diritto di parlare, non ha diritto di avere proprie opinioni, non ha diritto di avere i propri pensieri. Egli fa e pensa e dice qualsiasi cosa il suo padrone gli comanda di fare. E Paolo qui sta dicendo, sono completamente dedicato al mio padrone, non ho intrapreso la stesura di questa epistola di mia scelta, o perché non avevo altro da fare. Sono il suo servo ed Egli dice quello che ha in mente per mezzo di me. Il ‘servo di Cristo’ è un’espressione del Vecchio Testamento, pensate di tutte le persone del Vecchio Testamento che furono chiamate servi di Dio, Abrahamo, Mosè, Davide, Isaia, i Profeti, e proprio come questi uomini dipesero da Dio e furono votati a Lui per proferire le sue parole, così era l’apostolo Paolo nel suo dipendere da Dio nel proferire le parole che Cristo gli aveva date.

E notate la seconda cosa che dice di se stesso. Fa riferimento a se dicendo di essere uno che è chiamato ad essere apostolo. Che Dio lo ha chiamato ad essere un apostolo. Quella parola: apostolo, aveva un significato preciso nel greco classico, significava mandatario, legale rappresentante. Un apostolo era qualcuno che mandavi in una corte di giustizia a parlare in vece tua, ti rappresentava, era legalmente te stesso per ogni situazione pratica. Poteva parlare per te, poteva firmare documenti per te. E così, la Bibbia prende quell’idioma dal greco classico e l’utilizza per definire quelli che Gesù Cristo ha mandato a parlare in vece sua, gli scrittori della Bibbia, i fondatori della chiesa, i veicoli della Rivelazione, sono chiamati da Dio ad essere apostoli. Questo è ciò che faceva di lui un apostolo. Non era un apostolo perché la chiesa lo aveva votato, non era un apostolo perché aveva deciso lui di esserlo, era un apostolo perché Dio lo aveva costituito apostolo chiamandolo a quella posizione, quell’ufficio, quella funzione, quella responsabilità. E ricordate ciò che Paolo dice in Efesini 2, verso la fine del capitolo, che il fondamento della chiesa è costituito dagli apostoli e dai profeti con Gesù Cristo la pietra angolare. Ora, non gli apostoli in quanto persone, ma in quanto veicoli della Rivelazione, in quanto strumenti attraverso i quali Dio avrebbe rivelato all’uomo la sua infallibile parola.

E dunque questo è ciò che un apostolo era, il portavoce di Gesù Cristo. Gesù aveva detto infatti: quando accoglieranno voi accoglieranno me, quando rigetteranno voi rigetteranno me; e perciò, quando leggiamo della tradizione apostolica nel Nuovo Testamento, sappiamo che è investita con l’autorità di Cristo stesso. La tradizione apostolica non è qualcosa che gli apostoli fecero e perciò noi facciamo, la tradizione apostolica è posta in contrasto con la tradizione umana nella Scrittura, con la tradizione rabbinica. La tradizione apostolica è una frase tecnica che significava che la sua informazione era un corpo di verità che era ricevuta da Cristo per mezzo dell’ispirazione dello Spirito santo, ora Paolo trasmette quel corpo d’informazioni che ha ricevuto da Cristo e a motivo della guida dello Spirito santo quel blocco d’informazioni non è passibile di errore. E dunque questa è la tradizione apostolica, è sostenuta dall’autorità di Cristo stesso, e Paolo, ovviamente, è consapevole di questa autorità, egli comprende di avere autorità che è derivata dalla commissione che  Cristo gli ha dato di essere un apostolo e questo spiega il modo in cui egli dice le cose attraverso tutta la sua epistola. La gente che non capisce cosa sia un apostolo di Cristo cosa sia uno schiavo di Cristo, vede in queste parole di Paolo, arroganza. Ma non c’è niente del genere quando si comprende che Paolo è consapevole d’aver ricevuto autorità divina quale santo apostolo.

Vediamo insieme alcune di queste istanze. Andate a 1 Corinzi 5 versi 4-5 “Nel nome del nostro Signore Gesù Cristo, essendo riuniti insieme voi e il mio spirito, con il potere del Signor nostro Gesù Cristo, quel tale [dico], sia dato in mano di Satana a perdizione della carne, affinché lo spirito sia salvato nel giorno del Signor Gesù”. Ora, nessun predicatore e nessun anziano osa parlare in questo modo e dire questa persona deve essere scomunicata perché io ho deciso che debba essere scomunicato. Eppure Paolo parla con quel tipo d’autorità. Andiamo al capitolo 7, verso 12 “Ma agli altri dico io, non il Signore: se un fratello ha una moglie non credente, e questa acconsente di abitare con lui, non la mandi via”, Ora, questo è un modo insolito di parlare se non si comprende il modo di parlare che l’apostolo Paolo ha nella consapevolezza di essere un apostolo. Guardate il verso 10, “Ma agli sposati ordino, non io, ma il Signore, che la moglie non si separi dal marito”, e nel verso 12 dice, “Ma agli altri dico io, non il Signore, così e così”. Così i liberali dicono che al verso 12 Paolo dice: non siete obbligati a fare come dico io, vi sto solo dando la mia opinione personale. Ebbene, non se è un apostolo. Ciò che dice nel verso 10 è: ora, su questo ho un detto specifico di Cristo stesso per sostenere ciò che sto per dire, ma nel verso 12, in ciò che continuo a dire, non ho un’espressa dichiarazione dal Signore Gesù Cristo, ma non ho bisogno d’averne, dato che sono un apostolo ispirato dallo Spirito santo, e sono investito della sua autorità. Vedete che non è questione d’arroganza, è questione dell’autorità che egli possiede. Andiamo adesso al verso 17, “Ma ognuno continui a vivere nella condizione assegnatagli da Dio, nella condizione in cui il Signore lo ha chiamato, e così ordino in tutte le chiese”. Ora, cosa direste se io mi alzassi un giorno e dicessi: Così ordino in tutte le chiese, fatelo immediatamente. Direste: Chi credi di essere? Ma non lo dite a Paolo, perché Paolo non sta parlando come un uomo arrogante, sta parlando in qualità di apostolo di Gesù Cristo ripieno e ispirato di Spirito santo. O guardate il verso 40: “Tuttavia, secondo il mio avviso, essa sarà più felice se rimane così; or penso d’avere anch’io lo Spirito di Dio”. Ora, dire penso, non vuol dire non sono sicuro, credo di esserlo, dice io so di avere lo Spirito di Dio, ascoltatemi!  Ora andiamo al 14° capitolo di 1 Corinzi, versi 37-38. “Se uno si stima essere profeta o spirituale, riconosca che le cose che vi scrivo sono comandamenti del Signore. E se qualcuno non lo riconosce, neppure lui è riconosciuto” (CEI)” (da Dio e  dalla chiesa). E perciò Paolo dice: poiché io sono uno schiavo di Cristo, poiché sono un apostolo di Cristo e il suo portavoce, sotto ispirazione dello Spirito santo, ciò che io scrivo, sotto ispirazione dello Spirito santo ha la stessa autorità dei comandamenti di Dio scritti sulle tavole, e se non vuoi riconoscere questo, allora tu non sei riconosciuto dalla chiesa come cristiano.

Notate ora la susseguente frase che egli usa nel verso 1; non solo è servo di Gesù Cristo, non solo è chiamato ad essere apostolo, ma è separato per l’evangelo di Dio. Ora questo equivale all’essere chiamato ad essere apostolo; ed essere appartato per l’evangelo di Dio non fa rifermento alla predestinazione, fa riferimento a quell’effettiva consacrazione che è avvenuta quando Dio lo ha chiamato ad esser apostolo. Quando Dio mi ha chiamato ad essere un apostolo ispirato dallo Spirito santo sono stato in quel luogo e in quel momento consacrato da Dio per l’evangelo di Cristo, per predicarlo, difenderlo, e scriverne in modo infallibile per il resto della mia vita. E dunque queste frasi, quando le mettiamo insieme, nel modo in cui il libro comincia, Paolo, servo di Gesù Cristo, chiamato ad essere apostolo, appartato per l’evangelo di Dio, queste frasi sottolineano l’origine divina e il carattere divino di ciò che si sta per leggere nel libro di Romani. Che il libro di Romani, in tutto il suo contenuto, non ha avuto origine da un autore umano, ha avuto origine da colui che l’ha mandato.

Andiamo a Galati Capitolo 1 e vediamo Paolo spiegare questa cosa in maggior dettaglio, riguardo al libro di Galati, ma si può applicare nello stesso modo al libro di Romani. Galati 1: 11-12. “Ora, fratelli, vi faccio sapere che l’evangelo, che è stato da me annunziato, non è secondo l’uomo, poiché io non l’ho ricevuto né, imparato da alcun uomo, ma per la rivelazione di Gesù Cristo”. Versi 15- 17 “ma quando piacque a Dio, che mi aveva appartato fin dal grembo di mia madre e mi ha chiamato per la sua grazia, di rivelare in me suo Figlio, affinché l’annunziassi fra i gentili, io non mi consigliai subito con carne e sangue, né salii a Gerusalemme da quelli che erano stati apostoli prima di me, ma me ne andai in Arabia e ritornai di nuovo a Damasco”. Ciò che sta dicendo qui è “quello che vi sto scrivendo qui in questa epistola non l’ho ricevuto dall’uomo in nessun modo, l’ho ricevuto da Dio in quanto suo apostolo, suo schiavo, appartato per l’evangelo di Dio”. Perciò, perché dovreste  dare alla lettera ai Romani la vostra attenzione? Perché è la Parola di Dio. Con le parole di Dio. Non è l’opinione di un uomo. Non ha avuto origine nei pensieri di un rabbino del primo secolo. È la Parola del Dio vivente.

Permettetemi di dare tre ragioni per studiare il libro di Romani.

Primo, perché il libro di Romani punta al rinnovamento della chiesa. Che in ogni luogo ove il libro di Romani è stato predicato, compreso, abbracciato e vissuto c’è stata rivitalizzazione spirituale e riforma spirituale. Questa è la prima ragione. La seconda ragione è che il libro di Romani è la presentazione sistematica e pratica del vangelo; che è la potenza di Dio per la salvezza. È sistematico, è ordinato, è internamente coerente. Il tema del libro è la giustificazione per fede in Cristo, per mezzo della fede in Cristo. E ci sono due sezioni nel libro di Romani come ci sono in molte Epistole. Nei primi 11 capitoli abbiamo l’esposizione dottrinale; e poi da 12 a 16 abbiamo le applicazioni pratiche nella vita di tutti i giorni dell’esposizione dottrinale dei primi 11 capitoli. I primi 3 capitoli dichiarano il nostro bisogno della giustificazione. Capitoli 3 e 4 specificano la natura della giustificazione, ciò che essa significa e che è il cuore del Vangelo. Capitoli da 5 a 8 espone gli effetti santificanti della giustificazione per fede nella vita di una persona che crede l’Evangelo. Da 9 a11 ci fornisce la base per la giustificazione, com’è che Dio può fare una cosa del genere, poi dal capitolo 12 abbiamo l’inizio della sezione pratica, e questa sezione ha a che vedere con la dedicazione a Cristo in ogni area di vita. Il capitolo 13 parla della relazione tra l’amore e la legge. Nel capitolo 14 abbiamo una poderosa esposizione della libertà cristiana, di cosa significhi essere liberi in Cristo. Nel capitolo 15 è specificato in dettaglio il nostro servizio a Cristo e l’uno verso l’altro. E infine il Capitolo 16 comprende i saluti finali, promesse e chiude glorificando il Dio vivente.

Ora, mettiamo a fuoco la relazione dell’epistola ai Romani con Matteo, Marco, Luca e Giovanni. Le porzioni storiche della Bibbia vanno interpretate dalle sezioni giuridiche e didattiche della Bibbia e non viceversa. Nei Vangeli vediamo le azioni, i potenti atti umani-divini di Gesù Cristo nella storia per la nostra salvezza. E poi, nel Libro di Romani, e le altre epistole, ma primariamente nel libro di Romani, abbiamo l’interpretazione di Dio di questi atti potenti. E così, la seconda ragione per studiare l’Epistola ai Romani è perché essa  ci da una presentazione sistematica e pratica di come dobbiamo comprendere il vangelo.

E terzo, l’interesse primario dell’Epistola ai Romani è l’evangelizzazione e la conversione del mondo per mezzo del vangelo di Cristo. Paolo solleva quest’argomento diverse volte lungo il Libro. Egli stesso è in un viaggio missionario verso la Spagna. Vuole vedere i Romani per raccogliere lì qualche frutto così che altre persone siano salvate. L’intero tono, tenore, contenuto del libro di Romani è quello dell’evangelismo; di preparare il popolo di Dio ad evangelizzare i perduti, insegnando loro cosa dire, come dirlo, come rispondere a domande, come portare qualcuno a Cristo, perché sia importante farlo.

Ebbene, adiamo adesso a questo primo capitolo, dopo questa piccola introduzione. Andiamo al primo capitolo perché nei versi 1 fino a 4 abbiamo Paolo che espone il tema su cui disserterà nel libro di Romani.

“Paolo, servo di Gesú Cristo, chiamato ad essere apostolo, appartato per l’evangelo di Dio, come egli aveva già promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sante Scritture, riguardo a suo Figlio, nato dal seme di Davide secondo la carne, dichiarato Figlio di Dio in potenza, secondo lo Spirito di santità mediante la resurrezione dai morti: Gesú Cristo, nostro Signore”.

Qui abbiamo in sintesi l’enfasi basilare del vangelo del Signore Gesù Cristo. Notate prima di tutto ciò che dice nel primo versetto, verso la fine del verso, che questo libri di Romani è Il Vangelo di Dio. Lasciate che v’incoraggi a leggere questo libro almeno una volta al mese, come ha detto Lutero  “L’epistola non può mai venire letta e meditata con sufficiente attenzione”. E mentre la leggete, vi prego, notate questo: il libro di Romani è fondamentalmente un libro su Dio, non sull’uomo. Paolo è interessato a Dio e non all’uomo, i pensieri di Dio dominano l’intera epistola, la parola “Dio” compare 153 volte nel libro di Romani, mediamente una volta ogni 46 parole. Non c’è nessun libro del Nuovo Testamento che usi la parola “Dio” più spesso, fatta eccezione per i due piccoli libri di 1Pietro e 1 Giovanni. Non solo “Dio” compare nel libro di Romani più frequentemente che in qualsiasi altro scritto, anche come tema compare più spesso che in qualsiasi altro libro. Questi numeri attirano la nostra attenzione su un fatto: il grande tema di Romani è Dio. Paolo scrive su un certo numero di argomenti, ma li mette tutti in relazione a Dio. Romani è più di qualsiasi altro libro, un libro su Dio. O per usare le parole di Paolo è il Vangelo di Dio.

Dire che è il vangelo di Dio è dire 2 cose. Uno, dire che è il vangelo di Dio significa dire che ha la sua origine in Dio. Che l’origine del libro di Romani è dal creatore dell’universo, dal governatore dell’universo e perciò faremo bene a porre mente a ciò che dice. La sezione dottrinale di Romani che comincia nel Capitolo 1 e termina nel capitolo 11 comincia e termina con Dio. Paolo comincia il libro dicendo che è il vangelo di Dio e termina la sezione dottrinale nel capitolo 11 con queste parole: “Poiché da lui, per mezzo di lui e in vista di lui sono tutte le cose. A lui sia la gloria in eterno. Amen”. Ma dire che il libro di Romani è il vangelo di Dio, che ha origine in Dio è dire che Dio è anche il contenuto del vangelo. È la rivelazione del carattere di Dio,  della perfezione di Dio, della volontà di Dio, del modo di Dio di trattare con l’uomo, e il libro di Romani è interessato all’uomo solo con riferimento alla sua relazione con Dio. Il contenuto di Romani concerne  atti divini, divine decisioni, non il soggettivismo umano, o decisioni umane, è il vangelo di Dio. Ha origine in Lui ed Egli ne è il contenuto.

Seconda cosa, notate dov’è situato questo vangelo, dove si può trovare questo vangelo “come egli aveva già promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sante Scritture”. Dunque l’unico posto in tutto il mondo dove potete trovare questo Vangelo è nella Bibbia. E come chiama Paolo la Bibbia? La chiama “le sante Scritture”, ma in realtà, nel greco l’articolo “le” non c’è. In greco è scritto così: “Che egli aveva precedentemente promesso in sante Scritture”. Per l’apostolo Paolo esiste un corpo di scritti che possiede un’autorità unica, che lo distingue da ogni altro scritto. Questo corpo di scritti è santo. Questo corpo di scritti è sacro. Perché è alitato da Dio. In Timoteo leggiamo “Tutta la Scrittura è divinamente alitata, ispirata da Dio”, ha la sua origine in Dio. E Paolo crede che ci sia un corpo di scritti diverso da tutti gli altri, perché è santo, perché è sacro, perché ha la sua scaturigine in Dio. Ora, notate anche in questo verso che Paolo parla della promessa di Dio, e poi parla della santa scrittura tutto d’un fiato. In altre parole Paolo non distingueva tra la promessa, che è un altro modo di dire l’evangelo negli scritti di Paolo, Paolo non faceva distinzione tra la promessa di cui avevano scritto i profeti e le sacre Scritture. È importante. Egli non faceva alcuna distinzione tra la promessa e le sacre Scritture. Le sacre scritture sono il prendere corpo della promessa di Dio. La Parola scritta è la parola della promessa. Ma questo è ovvio, perché tutta questa eccitazione?

L’eccitazione è perché noi viviamo in una cultura evangelica in cui molti degli studiosi hanno seguito Karl Barth e la teologia dialettica anziché seguire Paolo. Perché la visione di Paolo della relazione tra il vangelo e la parola di Dio con la Scrittura è radicalmente diversa da quella di molti evangelici che hanno seguito questo teologo tedesco, Karl Barth, uno dei fondatori di quella che è chiamata teologia dialettica. Cosa credono? I teologi della dialettica, chi più, chi meno, cercano di inserire un cuneo tra la parola di Dio e la Scrittura. Direbbero cose come: “Le Scritture sono una testimonianza della Parola di Dio. Non sono la Parola di Dio in se stesse e da se stesse, ma sono una testimonianza di quella parola. E le Scritture furono scritte da uomini che furono colpiti dal fulmine della parola di Dio e che hanno espresso, al meglio delle loro capacità, cosa quell’esperienza aveva significato per loro. Non c’è questa distinzione con Paolo. Per lui, questa promessa che è la rivelazione di Dio, è incorporata nelle sante Scritture. Cosicché quando noi leggiamo la Bibbia provenuta d’autorità apostolica, la dobbiamo leggere come rivelazione di Dio espressa in proposizioni, incapace d’errore. Ha le sue origini in Dio stesso, non solo le idee che sono dispiegate nel libro di Romani e nel resto del  Nuovo Testamento, ma  anche le parole stesse che sono usate per spiegare queste idee hanno avuto origine in Dio. E questo è il motivo per cui Paolo dice, in 1 Corinzi 2 che la Bibbia è pensieri prodotti dallo Spirito con parole prodotte dallo Spirito (vs.13). Egli spiega l’ispirazione dicendo che ciò ch’è avvenuto a noi apostoli è che lo Spirito ha preso informazioni dalla mente di Dio e ha messo nelle nostre menti ciò che ha voluto esprimessimo al mondo e poi lo Spirito procedette nel guidarci nella scelta delle stesse parole che avremmo usato.

No, non in modo semplicistico; non significa che un giorno Paolo era lì che guardava la televisione e improvvisamente la sua mano cominciò a muoversi ed egli cominciò a scrivere fuori dal proprio controllo. E lo Spirito santo dettava. No. Lo Spirito santo non dettò le cose a Paolo e agli altri apostoli. Lo fece in modo più complicato. Lo fece in un modo in cui solo Dio poteva farlo. Lo Spirito santo prese i pensieri dalla mente di Dio, li mise nella mente degli apostoli, e poi mise nelle loro menti anche le parole che volle che usassero per esprimere questi pensieri, in modo che nello stesso momento essi stavano spontaneamente pensando questi pensieri e quelle erano parole che essi stessi avevano scelto e gli stili della Bibbia riflettono le loro lingue, i loro sfondi di provenienza, le loro culture, linguaggi, personalità, distinzioni, differenze negli stili e tutto il resto. Così quando leggiamo Paolo o Pietro o Giovanni è ovvio che non è stata la stessa persona a scrivere il libro. Hanno stili diversi, usano parole diverse, eppure Dio usò questi uomini per fare ciò che Paolo definisce pensieri prodotti dallo Spirito con parole prodotte dallo Spirito. Pensieri che furono presi dalla mente di Dio e parole che Egli voleva che essi usassero per esprimere questi pensieri. È dire che la Bibbia è la rivelazione in proposizioni della parola di Dio. Ciò che Paolo e gli altri vogliono dire è che la Rivelazione di Dio giunge a noi in frasi, soggetti, verbi, proposizioni, participi, grammatica e sintassi; e, qual’è la frase che Dio usa volta dopo volta, nei profeti dell’Antico Testamento? “Io ho posto le mie parole nella tua bocca”.  Questa è la ragione per cui la Scrittura è santa, separata da qualsiasi altra forma di scritto. E questo è lo stesso senso di  autorità apostolica.

Paolo colloca la propria autorità allo stesso livello delle sante Scritture e come parte delle sante Scritture. 2 Pietro capitolo 3; ora, qui c’è un apostolo, Pietro, che sta per parlare di un altro apostolo, Paolo, e dice in 2 Pietro 3:14 “Perciò, carissimi, aspettando queste cose, fate in modo di essere trovati da lui immacolati e irreprensibili, in pace. E ricordate che la pazienza del nostro Signore è in funzione della salvezza, come anche il nostro caro fratello Paolo vi ha scritto, secondo la sapienza che gli è stata data, e questo egli fa in tutte le sue epistole, in cui parla di queste cose. In esse vi sono alcune cose difficili da comprendere, che gli uomini ignoranti ed instabili torcono, come fanno con le altre Scritture, a loro propria perdizione”. Torcono Paolo come fanno anche con le altre Scritture. Cosa vi dice questa frase? Dice che per quanto concerne Pietro, le lettere che Paolo sta scrivendo sono nella stessa categoria delle sante Scritture, una parte di quell’unico corpo di scritti diverso da qualsiasi altro tipo di scritto perché sono ispirati da Dio.

C’è ancora qualcosa che dobbiamo notare prima di finire, riguardo a quel secondo verso. “Che Egli aveva in passato promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sante Scritture”. A cosa si riferisce quel “che”? All’evangelo di Dio! Cos’è il vangelo di Dio? Per che cosa l’apostolo Paolo sta usando questa frase? Per il libro di Romani. Per il resto delle sue epistole. Così Paolo sta dicendo che il vangelo di Dio che leggerete nelle mie epistole, non ha avuto origine da me, era stato promesso in passato da Dio per mezzo dei profeti nelle sante Scritture. Ora, di quali scritture sta parlando adesso? Del Vecchio Testamento. Paolo sta dicendo, il vangelo che leggerete nelle mie epistole, è il vangelo che ho ricevuto dal Vecchio Testamento. Che non ci sono due vangeli. Uno nel Nuovo Testamento di un Dio d’amore e uno del Vecchio Testamento di un Dio adirato. C’è un solo evangelo, ha avuto origine da Dio e riguarda Dio ed è un vangelo che Dio ha promesso nei Profeti, le sante Scritture del Vecchio Testamento. Ed ora, dice Paolo, sto completando, sto spiegando, sto chiarendo, proprio quello stesso evangelo.

Abbiamo qui in una frase, una delle più chiare espressioni dell’unità e continuità dei due Testamenti che si possa trovare. Il vangelo del Vecchio Testamento è il vangelo del Nuovo Testamento. Questo vangelo che Paolo sta propagando è un vangelo che è provenuto dal Vecchio Testamento. Guardiamo in Romani 3, Paolo solleva di nuovo questo fatto quando dice, cominciamo a leggere dal verso 19: “Or noi sappiamo che tutto quello che la legge dice, lo dice per coloro che sono sotto la legge, affinché ogni bocca sia messa a tacere e tutto il mondo sia sottoposto al giudizio di Dio, perché nessuna carne sarà giustificata davanti a lui per le opere della legge; mediante la legge infatti vi è la conoscenza del peccato. Ma ora, indipendentemente dalla legge, è stata manifestata la giustizia di Dio, alla quale rendono testimonianza la legge e i profeti che è il suo modo per dire l’Antico Testamento. Così, sta dicendo: questo vangelo della giustificazione, che è il tema del libro di Romani, è qualcosa ch’egli ha ricevuto e imparato dal suo studio della legge e i profeti, e dalla rivelazione del Signore Gesù Cristo stesso. Perciò, quando avete degli amici che credono che bisogni inserire qualche sorta di separazione, un cuneo tra il Vecchio ed il Nuovo Testamento: il Vecchio testamento era per un altro popolo, aveva un’altra via di salvezza, un altro vangelo dal Nuovo testamento, semplicemente leggetegli questo verso 2 di Romani 1. E chiedete, cosa ne fai di questo? E naturalmente ci sono un sacco di altri versetti, ma qui Paolo dice che il vangelo del Vecchio Testamento è il vangelo del Nuovo Testamento. Predicano lo stesso Cristo, predicano lo stesso Dio, presentano lo stesso vangelo, offrono lo stesso modo di salvarsi, per sola fede in Cristo. La stessa definizione di peccato e santità, lo stesso obbiettivo, che è la gloria di Dio. C’è un solo evangelo nel Vecchio e nel Nuovo Testamento e quello è il vangelo di Dio.

Ci sono molti punti in cui Paolo stabilisce questo fatto nel libro di Romani. Per esempio, alla fine del terzo capitolo evidenzia cosa significhi credere in Gesù per essere salvati e poi dice all’inizio del quarto: voglio darvi le due migliori illustrazioni di cui sono a conoscenza, di cosa significhi credere in Gesù per essere salvati, Abrahamo e Davide. Ora, cos’hanno in comune Abrahamo e Davide? Sono figure dell’Antico testamento. Eppure Paolo in Romani 4 dice: Qui ci sono i due esempi migliori di cui sono a conoscenza, di cosa significhi credere in Gesù. Così, la promessa neo-testamentaria della salvezza è strutturata e riempita di contenuto dalle promesse pattizie del Vecchio Testamento. Paolo non usò qui la parola “Promessa” accidentalmente o senza pensarci sù, quando disse: “Che Egli (cioè Dio) aveva in passato promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sante Scritture” Molte volte, nel Nuovo testamento, il vangelo è chiamato “la promessa”. Ricordate il giorno di Pentecoste, quando Pietro predicò il suo sermone  e tremila presone furono salvate? E chiesero: cosa dobbiamo fare, siamo compunti nel cuore? “Ravvedetevi e ciascuno di voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo per il perdono dei peccati, … poiché la promessa è per voi e per i vostri figli e per tutti coloro che sono lontani, per quanti il Signore Dio nostro ne chiamerà”. Che cos’è la promessa? Pietro ha predicato a tutti questi Giudei da tutte le parti del mondo e usò parole che presumibilmente avrebbero compreso. Non dovette spiegare, perché la parola “promessa” è un allusione alla promessa centrale dei patti del Vecchio Testamento. Questa è la ragione per cui in Efesini tutti i patti dell’Antico testamento come quello con Abrahamo e Mosè e Davide e altri, che a tutti i patti dell’Antico testamento si fa riferimento in Efesini (2:12) come, cito: “i Patt[i] della promessa” la parola patti plurale la parola promessa singolare. Che ci sono molti tipi di manifestazioni storiche del patto di Dio ma sono tutte unite insieme da una singolare promessa, che non cambia mai. E questa è, la trovate dappertutto nella Bibbia: “Sarò il vostro Dio e voi sarete mio popolo, per tutte le generazioni, come patto eterno”. E di tutte le altre promesse che Dio fa nel Vecchio testamento, questa è il cuore, la promessa centrale, questa è la madre di tutte. L’unione e la comunione con Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo è il centro di tutte le promesse dei patti dell’Antico Testamento ed è la promessa centrale del vangelo del Nuovo Testamento.

Così, se si vuole comprendere il vangelo di Dio che Paolo sta predicando e di cui sta scrivendo in questo libro di Romani si devono comprendere le promesse che Dio fa al suo popolo nel Vecchio Testamento, perché sono queste promesse pattizie che informano, danno forma e contenuto al vangelo del Nuovo testamento. Ma anche l’altro lato è altrettanto vero. Se si vuole comprendere il Nuovo Testamento bisogna comprendere il Vecchio Testamento, e se si vuole comprendere il Vecchio Testamento bisogna comprendere il Nuovo Testamento, nel fatto che non leggiamo il Vecchio Testamento sprovveduti, non leggiamo il Vecchio Testamento oggettivamente, leggiamo il Vecchio testamento come cristiani. leggiamo il Vecchio Testamento con fede nel Signore Gesù Cristo comprendendo che il Vecchio Testamento parla di Lui. Così noi leggiamo il Vecchio Testamento con occhi cristiani, e più comprendiamo la promessa pattizia del Vecchio Testamento più sarà ricco e più sarà puro il vangelo di Dio nel Nuovo Testamento. Ed è credendo quel un vangelo della Bibbia per fede che una persona entra nella giusta relazione con Dio, ottiene il perdono dei peccati e vita eterna. Assicuratevi che crediate l’evangelo del libro di Romani.

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