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politics of Guilt e PityII. 1 La Dottrina della Carità Secondo la Bibbia

Alla base di tutte le azioni ci sono idee che hanno un senso di verità, di necessità, o di inevitabilità che richiede l’azione, anche a detrimento della persona o della società. Quando le idee periscono, le azioni contingenti rapidamente scompaiono. Il XX secolo sta vedendo la fruizione di idee in sviluppo da tempo e che rivendicano l’approvazione non solo dell’umanesimo, ma anche del cristianesimo. Tra queste c’è l’attuale concetto di carità.

In vista del prevalere di un concetto anarchico e sentimentale della carità nei nostri tempi, è importante comprendere in contrasto la dottrina biblica della carità. Purtroppo, il tema è complicato dal fatto che il concetto contemporaneo rivendica di derivare dal cristianesimo stesso e di essere di fatto una rappresentazione della mente di Cristo. Questo concetto di carità e di pietà si presenta come dottrina basilare in ogni aspetto della vita politica e sociale. Nei programmi di aiuti umanitari esteri esso decreta che dobbiamo avere pietà per ogni bisogno umano. Nei programmi di sostegno sociale e di welfare, allo stesso modo mantiene che devono esserci una pietà ed una carità virtualmente promiscue  per ogni tipo di persone. Di fatto, quest’attitudine arriva al punto che, in particolare nella stagione del Thanksgiving, alcuni sermoni, editoriali e fumetti spesso dichiarano in effetti che non osiamo godere della nostra abbondanza mentre altri hanno fame.

È tale attitudine pia, e ha qualche fondamento nella Scrittura? Qual è precisamente il significato di pietà e di compassione? Il problema è sia di definizione sia di esegesi. Compassione letteralmente significa “soffrire con”. Nel Nuovo Testamento Greco, dove diverse parole sono utilizzate per comunicare questo particolare significato, spesso significa “avere viscere di struggimento”, come in Matteo 15:32; 20:34, e passi simili. Un’altra parola, tradotta con compassione, significa “soffrire con un altro” (Eb. 10:34; 1Pi. 3:8 ecc.). Pietà significa letteralmente “benignità”, “essere misericordioso”. Quest’attitudine, la pietà, da parte di Dio non è mai promiscua ma sempre selettiva, e, secondo la Scrittura, deve essere selettiva anche da parte dell’uomo. Pietà e carità perciò devono essere estese solo quanto Dio le estende e non di più. Pietà verso il povero è prestare a Dio (Pr. 19:17); dall’altra parte nessuna pietà deve essere mostrata al male, né la mostra Dio stesso, come testimoniano Deuteronomio 8:16, 13:8; 19:13, 21; 25:12; Zaccaria 11:6; Geremia 13:14; Lamentazioni 2:2, 17, 21; 3:43; Ezechiele 5:11, ecc. .

Le implicazioni di questo concetto promiscuo di pietà non sono mai state definite in modo migliore che da C.S. Lewis[1]:

La pretesa dei  senza-amore e degli auto-imprigionati, che dovrebbe essere loro permesso di ricattare l’universo: che finch’essi non acconsentano ad essere felici (nei loro termini) nessun altro gusterà la gioia, che il potere finale sarà loro, che l’inferno dovrebbe essere abilitato a porre veto al Paradiso … O dovrà venire il giorno in cui la gioia prevale e tutti i creatori di miseria non sono più abilitati ad infettarla, o altrimenti per i secoli dei secoli i creatori di miseria possono distruggere in altri la felicità che rifiutano per sé stessi. Lo so che suona grandioso dire che non accetterai alcuna salvezza che lasci anche una sola creatura al buio di fuori. Ma attento a questo sofisma o farai di un Cane in una Mangiatoia il tiranno dell’universo.

Qual è dunque la dottrina della carità secondo la Bibbia? La si trova, nella sua forma essenziale, in Levitico 19:9s.; Deuteronomio 12:6; 14: 22-27, e 26: 12-14.

1. La racimolatura costituiva la forma fondamentale di carità nella legge biblica. Ai proprietari terrieri era proibito un raccolto totale, gli angoli del campo dovevano essere lasciati, il grano nei fossi doveva essere lasciato, i frutti al di fuori della portata dovevano essere lasciati sull’albero, e così, un certo ammontare di frutto della terra sarebbe rimasto non raccolto. Quindi, il proprietario terriero poteva permettere ai poveri della comunità di entrare nei campi a racimolare. Questo privilegio non era aperto a tutti, il proprietario terriero aveva la responsabilità di determinare chi ai suoi occhi fosse degno di accedere a questo privilegio. Troviamo, ad esempio, Boaz selezionare Ruth come persona particolarmente meritevole e comandare che privilegi speciali le fossero concessi dai suoi mietitori. La racimolatura coinvolgeva perciò un principio fondamentale: questa era di fatto carità, ma una carità nella quale il ricevente doveva lavorare poiché racimolare i campi era un lavoro duro che spaccava la schiena. Era più duro della mietitura normale nel fatto che il grano raccolto o il frutto staccato era più difficile da prendere in ragione della scarsità, ciò nonostante la persona che racimolava aveva come risultato del proprio lavoro abbastanza da provvedere per sé e qualcosa da vendere come fonte di reddito. Vedove e orfani erano generalmente i principali beneficiari del privilegio della racimolatura. In questo modo, il lavoro, col quale il beneficiario guadagnava dignità ed aveva la soddisfazione di prendersi cura di se stesso nel procedimento, era essenziale.  In conformità con lo stesso principio fondamentale, Paolo dichiarò, in II Tessalonicesi 3:10, “Se qualcuno non vuol lavorare, neppure mangi.” Alla racimolatura è fatto riferimento in Levitico 19:10; Deuteronomio 23:24,25, dove si dichiara che il viandante, quando affamato e bisognoso, può, senza permesso, mangiare del prodotto di un campo ma gli è proibito portarne via, né può usare coltello o falce, ma può svellere solo quanto basta per soddisfare la fame immediata. Questo provvedimento compassionevole teneva in considerazione le difficoltà di viaggiare e le fatiche che a volte ne sopraggiungevano in quell’epoca.

2. La legge della decima era un aspetto essenziale della legge biblica. La legge della decima stipulava anche che ogni terzo e sesto anno di ciascun ciclo di sette anni fosse messa da parte una seconda decima dai fedeli allo scopo di avere un banchetto comune. A questo banchetto comune venivano invitati i poveri del vicinato insieme ai Leviti. Da notare che coinvolgeva un investimento in denaro di una certa portata. Si consideri  l’implicazione di una decima, il 10% del reddito; tradotto in termini  moderni, significa che un uomo con un reddito di 25.000 Euro sarebbe stato obbligato ogni terzo e sesto anno a spendere 2.500 Euro per dar da mangiare ai poveri e ai bisognosi meritevoli della comunità nella sua propria dimora. In più, la presenza dei Leviti costituiva un memorandum dell’orientamento religioso. In qualità di un popolo sotto Dio, si prendevano cura dei bisogni l’uno dell’altro. Così, questa era sicuramente carità, ma coinvolgeva qualcosa di più nel fatto che insisteva sull’unità di ricchi e poveri in qualità di un popolo sotto Dio. Il fondamento della carità perciò non era anarchico o sentimentale ma designato a rafforzare e proteggere la santa federazione nei suoi legami di fede. In questo modo la legge biblica della carità per mezzo della racimolatura stabilì la natura lavorativa del ricettore e la sua dignità, e poi, per mezzo del banchetto comunitario richiesto ogni terzo e sesto anno  promuoveva la solidarietà della comunità. La carità biblica in questo modo non era promiscua: andava ai meritevoli e serviva a unire la società sia nel lavoro che nel riposo.

3. Un’altra forma di carità era costituita dalle opere di misericordia a uomini e bestie in casi d’emergenza. La Scrittura, come comunemente fa coi suoi principî   legali, cita il caso minimo come mezzo per stabilire un principio. In Deuteronomio 22:1-4 e in Esodo 23: 4-5 è stabilito il principio dell’assistenza perfino del bestiame del prossimo o di un nemico, e con ciò il principio basilare della misericordia al prossimo è più che assicurato. Troviamo questo concetto affermato nella parabola del Buon Samaritano, Luca 10: 25-27. Il termine ‘opere di misericordia’ è una designazione moderna. Il termine biblico nei due ordinamenti Mosaici sono due diverse parole col significato di ‘aiuto’ o assistenza. Nella parabola del Buon Samaritano il termine usato è ‘compassione’, ‘avere viscere di misericordia’. C’è quindi una distinzione tra le opere di misericordia e la carità. La carità ha per scopo il rafforzamento della società e la sua protezione. Il suo proposito è di unificare persone di fede comune e di abilitare gli sfortunati sia di prendersi cura di sé stessi che di mantenere la loro partecipazione nella vita della santa federazione. Lo stesso procedimento della racimolatura aiutava a determinare il calibro di una persona e Ruth fu rapidamente individuata come donna di grandissimo carattere ed integrità, che il ricco Boaz si sentì onorato di sposare.

Nelle opere di misericordia la relazione è diversa. Il Buon samaritano, come tutti gli altri samaritani aveva in disprezzo i Giudei in quanto tali, ma ebbe compassione del bisogno di un Giudeo, il quale mentre viaggiava verso Gerico era stato derubato di tutto e abbandonato mezzo morto.  Egli si fece carico della cura del Giudeo e garantì per ogni costo aggiunto al ritorno dal suo viaggio, e proseguì. Egli non fu in obbligo di cambiare i suoi concetti religiosi o di avere ulteriori relazioni col Giudeo. In questo modo, l’opera di misericordia è un’azione d’umanità, che non richiede ulteriore coinvolgimento, mentre la carità presuppone una fondamentale identità affermata e favorita dal donatore. Inoltre, poiché la carità è un’asseverazione di queste comuni vita e fede, deve essere personale o cessa di avere significato.  Per quanto riguarda sia la racimolatura che la decima, appare un altro aspetto fondamentale. Mentre la carità era personale, era anche sovra-personale, in quanto il suo aspetto fondamentale era religioso. Ai pii era richiesto di evitare una mietitura totale; era loro richiesto di utilizzare una seconda decima ogni terzo e sesto anno per un banchetto comune, e le richieste provenivano da Dio, in modo che il dare era essenzialmente  a Dio piuttosto che all’uomo. Il denaro non poteva essere usato per qualsiasi altro proposito senza derubare Dio, e trattenere dal dare a Dio ciò che gli era dovuto era un peccato spaventoso. La seconda decima era impura per qualsiasi altro uso ed era consacrata al suo scopo particolare e il credente doveva giurare la sua fedeltà a questo riguardo per essere accettevole a Dio (De. 26: 12-16).  Il soccorso per la carestia di Atti 11. 27-30 fu un’opera di misericordia all’interno della chiesa, mentre Atti 6:1 e 9: 39 fanno riferimento alla carità. Le vedove dovevano essere sostenute da qualsiasi parente vicino o lontano (I Ti. 5:8,16), o il parente sarebbe stato considerato come “peggiore di un non credente”.  Le vedove di buona reputazione, senso comune e devozione, e non più giovani di sessant’anni, potevano entrare nel servizio della chiesa come “vedove” vedendosi assegnati vari doveri, incluse visite tra donne (Tito 2:3), in cambio del loro sostentamento. Così, i principî del Vecchio Testamento sono decisamente le basi della vita di chiesa nel Nuovo Testamento. Le vedove ricevevano carità, ma carità biblica, nei cui termini erano attive, abili e profittevoli lavoratrici per la chiesa fino a quando erano fisicamente abili e poi sostenute di diritto fino alla morte. La carità verso gli uomini non è specificata al di là dell’avvertimento di non sfamare nessuno che non volesse lavorare ma si occupasse di cose vane (II Tess. 3. 10-15), il che indica che qualche requisito che lavorassero chiaramente prevaleva.

Un falso concetto di pietà e carità è descritto nella Scrittura (Marco 14: 3-9, Giovanni 12:1-8) nell’attitudine di Giuda, ovvero, che l’azione di Maria costituiva un cospicuo spreco e un cattivo utilizzo di denaro per un articolo di lusso. Maria, dichiarò Giuda, dovrebbe pensare ai poveri; nessun lusso è permissibile finché esistono i poveri. Siamo informati da Giovanni che Giuda era sia il tesoriere che un ladro, una giustapposizione molto significativa. La falsa carità è sempre coinvolta nel ladrocinio. Gesù rispondendo dichiarò. “lasciatela fare, perché le date fastidio? Ella ha compiuto una buona opera verso di me,” continuando nel dire: “i poveri li avete sempre con voi, … ma me non mi avete sempre.” Gesù richiamò l’attenzione sull’azione di Maria, un atto di vera fede, di sentimenti onesti, di gioia nella sua opera di espiazione e fede nella resurrezione, mentre le parole di Giuda costituivano una fede falsa ed una religione ipocrita. La falsa carità odia gioia, lusso e abbondanza in ogni forma e pretende un’equa distribuzione: nega il diritto di una persona di usare la  propria proprietà e ricchezza nei termini della propria coscienza. I “diritti” dei poveri ai beni di un ricco  superano i  diritti e le volontà del possessore. Il successo diventa un crimine che deve essere espiato per mezzo di un  programma obbligatorio di condivisione dei beni.

È evidente da ciò che è stato detto fin qui che i moderni concetti di pietà e di carità non derivano affatto dalla Bibbia. Al contrario, la legge biblica parla con ostilità verso la pietà indiscriminata. Come possono dunque gli uomini rivendicare di aver tratto il concetto dalla Bibbia? Ciò viene fatto, non per diretto appello alla Scrittura, ma in una pretesa fedeltà al senso “più alto” della Scrittura, il concetto di Dio come amore, e all’amore che Gesù Cristo ha apparentemente dimostrato nella sua vita e nei suoi insegnamenti. Che Gesù cristo abbia insegnato l’amore di Dio, e l’amore per il prossimo è fuori dubbio, ma che si trattasse di questo anarchico  concetto dell’amore è sicuramente da dubitare. Di fatto, la stessa natura dell’amore che Gesù Cristo insegnò era sia esclusiva che divisiva. Nelle sue stesse parole (Luca 12: 49-53):

“Io sono venuto a gettare fuoco sulla terra e quanto desidero che fosse già acceso.

Ora io ho un battesimo di cui devo essere battezzato, e come sono angustiato finché non sia compiuto. Pensate voi che sia venuto a mettere pace sulla terra? No, vi dico, ma piuttosto divisione; perché, d’ora in avanti, cinque persone in una casa saranno divise, tre contro due e due contro tre. Il padre sarà diviso contro il figlio e il figlio contro il padre; la madre contro la figlia e la figlia contro la madre; la suocera contro la sua nuora e la nuora contro la sua suocera”.

Il solo modo con cui si possa mantenere ed ascrivere a Gesù Cristo il concetto sentimentale della pietà e della carità è distruggendo il suo fondamentale contrasto tra Dio e satana, tra il bene ed il male, tra la verità e l’errore e tra la rettitudine e la malvagità. E, in effetti, il risultato finale di ogni falsa pietà e carità è precisamente la distruzione di questa distinzione. Pietà, dopo tutto, significa identificazione, ed proprio per questo fatto dell’identificazione che la pietà è proibita da Dio in così tanti casi, rifiutata da Dio stesso e da Dio proibita al suo popolo. La moderna identificazione implica la confusione del bene e del male. Implica un favore al male e una promozione dello stesso che è una manifesta ostilità a Dio e alla sua giustizia. La falsa carità, perciò, è essenzialmente anti-cristiana, perché colpisce di fatto alla vera natura di Dio e al suo Essere.

Consideriamo le implicazioni della carità. I beni, vestiario e denaro dati a percettori della carità non sono mai create dal nulla, sono proprietà del donatore. La carità perciò implica il passaggio di una proprietà da una persona ad un’altra, e la falsa carità perciò diventa il rubare ai pii in modo da promuovere una persona o una causa malvagie. La falsa carità è un contributo al male, un auto-consapevole sposalizio col male, e a questo punto deliberatamente anti-Cristo e anti-Dio. Quando la falsa carità è carità coercitiva, come di fatto molta di essa è oggi, costituisce una posizione egualmente anti-Cristiana da parte del governo che la richiede, e indica con ciò che i pii e i previdenti devono essere derubati in modo da provvedere per i malvagi. Abbiamo qui, perciò, un nuovo tipo di Robin Hood, un Robin Hood che ruba ai pii e ai previdenti per poter provvedere ai malvagi e agli anti-sociali. Non solo una tale filosofia è in ribellione contro Dio e la sua giustizia, ma cerca di oscurare la distinzione tra Dio e Satana, tra il bene ed il male. Si consideri, ad esempio, quest’affermazione tratta da un mensile per giovani pubblicato da una chiesa maggiore: “Dio ama tutti in modo eguale – i Negri, i Mau-Mau, i Portoricani, i Messicani, i comunisti, tanto quanto i bianchi Americani”. Tali dichiarazioni, estremamente comuni, è assunto siano cristiane, eppure colpiscono proprio al cuore di tutta la Scrittura. L’amore di Dio non è mai descritto come promiscuo nella Scrittura. Dio decisamente indica il suo odio verso molte persone. Il suo amore e la sua grazia sovrana, il suo consiglio di predestinazione, le sue richieste di rettitudine, le sue richieste di obbedienza, sono strettamente legati. Dire che i Mau-Mau e i comunisti sono amati da Dio un modo eguale insieme ai suoi santi è contro ogni giustificazione biblica. Fino ad un certo punto c’è una comune provvisione per tutti di sole e pioggia (Mt. 5:45), e una comune opportunità di servirLo. Ma ci sono conseguenze per la disobbedienza a Lui, maledizioni (De. 27,28), e la giustizia retributiva. Dio odia il male e le azioni malvagie (Zac. 8:17), più specificamente, Egli odia “tutti gli operatori d’iniquità” (Sa. 5:5) e quelli che amano il Signore devono odiare il male (Sa. 97:10). Dio ha odiato Israele per la loro malvagità (Os. 9:15), ha odiato Esaù (Edom) e l’ha giudicato per la sua malvagità (Mal. 1:3). Nel Salmo 60 abbiamo una forte asserzione del particolarismo di Dio per quanto riguarda le nazioni, e in versetti troppo numerosi per essere citati, questa peculiarità è asserita. È impossibile leggere la Scrittura nei termini del suo significato dichiarato senza riconoscere che, mentre l’ “amore” di Dio con rispetto a certe comune provvisioni e opportunità è universale, il suo “amore”  con rispetto all’accettazione a alla benedizione è decisamente particolare. Insistere che Dio mostra un favore comune in tutti i rispetti a Comunisti, Mau-Mau, e cristiani è insistere che Dio ha un favore comune con rispetto al bene e al male. Tale dichiarazione è in flagrante disprezzo dell’interezza della Scrittura e può appellarsi a proprio sostegno solo a frasi e a espressioni isolate, strappate con violenza dal loro contesto.

Ogni tale asserzione di favore comune è un tentativo di distruggere tutte le distinzioni perché tutte le distinzioni sono viste come odiose realtà, reminiscenti di leggi  morali spiacevolmente esigenti. Perciò, il mondo dell’idealista sentimentale non deve avere né alto né basso, né ricco né povero, né bene né male, ma tutti devono essere uno in questa mellifluità e indifferenza morale. Il mondo deve essere ri-ordinato in modo che essi possano viverci senza la necessità di cambiamento morale. Le distinzioni devono essere abolite per paura che in qualche maniera essi non siano rammentati di ciò che non possiedono e che moralmente rifiutano di possedere. Il falso concetto di carità e di pietà perciò non è una questione di indifferenza morale ma implica una fondamentale presa di posizione in favore del male. Non è solamente una questione di insolvenza finanziaria per la persona o la nazione che perseguono un corso di falsa pietà, ma la totale insolvenza morale. È precisamente  questa insolvenza morale che sempre più fronteggia l’uomo moderno. È il culminare di un lungo guerreggiare contro Dio e contro le sue leggi e deve essere riconosciuto come tale.

L’alternativa morale perciò deve essere affrontata con coraggio: l’uomo di Dio deve riconoscere che ha l’obbligo di essere senza pietà e senza carità nel trattare con alcuni, che questa attitudine, per quanto possa sembrare aspra nei termini del sentimentalismo moderno, costituisce forza morale e integrità spirituale. Deve riconoscere che non può derubare sé stesso o altri per poter sfamare gli immeritevoli del mondo, o gli improvvidi che esigono come loro diritto una porzione dei nostri beni. La proprietà e tutti i possedimenti sono in amministrazione da Dio, poiché secondo la Scrittura: “La terra è del Signore, e tutto ciò che contiene”. L’uomo non può usare i profitti di quell’ amministrazione né per sé stesso né per chiunque altro fatta eccezione per ciò che la parola di Dio permette. Di conseguenza, la sola efficace risposta al falso concetto di carità è un pio concetto di amministrazione. Inoltre, vera amministrazione significa un’umiltà per la quale l’uomo evita un peccato fondamentale comune alla falsa carità, quello di cercare di essere Dio. Nella falsa carità il mondo intero è ri-ordinato e la natura della realtà è emendata dall’uomo ribelle, uno che vorrebbe essere dio e la cui vita e forme societarie costituiscono un atto di guerra contro Dio e la sua parola. La falsa carità è perciò una guerra contro la realtà, ed ogni guerra contro la realtà è una follia preordinata alla distruzione. E quando una nazione ci coinvolge in tale corso, abbiamo un dovere di protestare, e più ancora di questo, rafforzare la sola fonte di resistenza a tale corso, la vera casa della fede.

Da: Le Politiche della Colpa e della Pietà – II Le politiche della Pietà  G.M.2014

[1] (N.d. T.) Ho scelto di fare la mia traduzione di questo passo perché la versione italiana  infelicemente rende: “La domanda di amore e l’auto-imprigionamento con cui essi sono stati in grado Di ricattare l’universo, fino a che essi consentano ad essere felici (nei loro propri termini) nessun altro potrà provare la gioia: questo potrebbe essere il loro potere finale grazia a cui l’Inferno riuscirebbe a vietare il Paradiso”

“Io non so che cosa cerco, Sir”

“Figliolo, figliolo, deve essere una cosa o l’altra. D’altronde, deve venire il giorno in cui la gioia prevarrà e tutti i facitori d’infelicità non avranno più la capacità d’infettarla. Altrimenti questi facitori d’infelicità potranno perennemente distruggere negli altri la felicità che respingono per sé stessi. So che è stupefacente dire che non vuoi accettare la salvezza che lasci anche una creatura fuori, nel buio. Ma rispetta questo uso dei sofismi oppure tu trasformerai un cane in una mangiatoia nel tiranno dell’universo”.

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