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 politics of Guilt e Pity IL RITORNO DELLA SCHIAVITÙ

 

Uno tra gli errori più prevalenti è la tendenza a considerare la schiavitù come fondamentalmente un aspetto della storia passata, che sopravvive nel Ventesimo Secolo solamente come cimelio. Ma la schiavitù, un fatto cospicuo in tutta la storia, non è un fatto terminato. La schiavitù è un fatto rilevante della condizione umana, un fatto in essere, e un aspetto ineludibile della scena presente.

         Si devono distinguere tre forme di schiavitù. Ma prima che le forme di schiavitù possano essere analizzate, è importante innanzitutto definire cosa sia la schiavitù. La definizione comune è: “la proprietà dell’uomo nell’uomo”. Questa definizione, comunque, come ha indicato John Murray, è fallace; inoltre, il matrimonio e la potestà dei genitori, come pure i poteri di uno stato sui propri cittadini, coinvolge una proprietà dell’uomo nell’uomo. Ma la definizione è troppo ampia, ed evade l’aspetto basilare della schiavitù: il lavoro.  Secondo Murray: “La schiavitù è la proprietà dell’uomo nel lavoro di un altro”. Sotto certe condizioni, tale proprietà nel lavoro di un altro è appropriata e legittima. “Dovremmo dire che sia improprio per il creditore avere proprietà nel lavoro del debitore finché il debito è stato ripagato?” Inoltre:

 La proprietà di alcuni uomini nel lavoro di altri e la proprietà di istituzioni nel lavoro di coloro che sono ad esse associati non si può eliminare. Il datore di lavoro ha proprietà nel lavoro del proprio dipendente, la presenza di un contratto non elimina questo fatto. Una volta che il contratto è ingaggiato il dipendente è vincolato a fornire il lavoro come da contratto. Lo stato ha proprietà nel lavoro dei cittadini. In questo caso non è per contratto; è una necessità inerente all’istituzione. A volte gran parte della cittadinanza è costretta per lunghi periodi di tempo a rendere servizio allo stato a tempo pieno sotto condizioni molto più severe, e che coinvolgono un pericolo ben maggiore per la vita e la proprietà, delle condizioni sotto le quali a degli schiavi può essere richiesto di servire i propri padroni. Non è necessario moltiplicare gli esempi. La proprietà nel nostro lavoro da parte di altri è un fatto della nostra struttura sociale. E non dobbiamo essere così ingenui da pensare che possiamo astrarre il nostro lavoro dalle nostre persone. Se un altro ha proprietà nel nostro lavoro c’è un grado in cui, o un aspetto da cui, questo deve essere considerato come proprietà nella nostra persona. E sappiamo molto bene che questo non costituisce violazione del nostro essere, della nostra personalità, dei nostri diritti o dei nostri privilegi. È una necessità della nostra natura e dell’organizzazione sociale della razza umana. Non è necessario pensare che la proprietà di un altro nel nostro lavoro o, nella misura in cui c’è nella persona di uno implicato in un servizio obbligatorio come tale, sia una violazione di ciò che è intrinseco alla personalità, e siamo in grado di vedere la riserva del Nuovo Testamento dettata dai principi dei quali la Scrittura è la Magna Carta. [1]

 

Nei termini di questa definizione, esaminiamo le tre forme di schiavitù, prima di tutto nella forma del possesso privato di schiavi.

         Nella forma Biblica, la schiavitù era piuttosto una forma di servizio obbligatorio. Il termine “servo” o “schiavo” era usato per descrivere chiunque dovesse un servizio ad un altro, permanentemente o temporaneamente. Così, Davide e Daniele descrissero se stessi come servi di Dio (Sl. 27: 9; Da. 9: 17), e la vergine Maria descrisse se stessa come “la serva del Signore” (Lc. 1: 38). La schiavitù Biblica era una forma di associazione  e di protezione feudale. Trafugare uomini a scopi di commercio era strettamente proibito dalla legge, talché ciò che è comunemente conosciuto come schiavitù era fuori legge (De. 24:7), e Paolo dichiarò nuovamente questa condanna e associò “rapitori” (“rubatori d’uomini” Diodati) con fornicatori, omosessuali, falsi, spergiuri ed eretici (1 Tm. 1.10). A meno che il fuggiasco fosse un ladro, uno schiavo poteva lasciare la casa del proprio padrone e poteva rimanere legalmente con chiunque nella cui casa avesse trovato rifugio (Dt. 23: 15, 16). Lo schiavo doveva essere trattato con rispetto e cura (Le. 25: 39). Il principio Biblico “L’operaio è degno del suo salario” (1 Tm. 5: 18; De. 25: 4; 1 Co. 9: 9; Le. 19: 13; De. 24. 14 s; Mt. 10. 10; Lc 10: 7), non è limitato al solo lavoro libero, si applica a tutti, schiavi o liberi.

         Un Ebreo diventava uno schiavo sotto termini strettamente regolati che richiedevano che un compagno credente lo trattasse come un fratello (Le. 25. 39-43, 47-55). Un Ebreo diventava uno schiavo se, poiché trovava difficile mantenersi come cittadino indipendente, vendeva il suo lavoro ad un altro (Le. 25: 39). Poteva diventare uno schiavo anche per aver rubato, la legge richiedeva la restituzione da due a cinque volte il valore, e, se il ladro non poteva adempiere queste richieste, allora veniva venduto per il suo furto (Es. 22: 3). Egli veniva quindi venduto come servo obbligato finché fosse compiuta la restituzione indicata dalla legge. I figli assumevano la condizione dei genitori, schiavi o liberi (Es. 21: 14). Gli schiavi Ebrei venivano rilasciati ogni anno sabatico, ovvero ogni settimo anno (Es. 21. 2; De. 15: 12), e al servo doveva essere corrisposto un certo compenso che gli permettesse di cominciare la propria libertà con del capitale (De. 15: 13, 18). Mancare di osservare la legge dei sei anni era una trasgressione severa agli occhi di Dio (Ge. 34: 13-17). Se il servo Ebreo non aveva desiderio di essere liberato e considerava la casa del padrone come proprio rifugio, il suo orecchio veniva forato come pegno della propria soggezione ed egli rimaneva uno schiavo o servo obbligato ( Es. 21: 6; De. 15: 17). Al giubileo, tutti gli schiavi, Ebrei e non, venivano liberati, sembrerebbe anche quelli con l’orecchio forato (Le. 25: 10). Gli schiavi, Ebrei o non, potevano recuperare la propria libertà in qualsiasi momento, redimendola con denaro, o se il loro padrone li avesse feriti, anche se un solo dente fosse stato fatto cadere con un colpo (Es. 21: 26). L’omicidio di qualsiasi uomo, schiavo o libero, era un serio crimine (Le. 24. 17, 29, Nu. 35. 31-32). la legge Biblica perciò era tale che si può comprendere perché Lindsay preferisca chiamarlo servitù piuttosto che schiavitù.[2]

         Dal punto di vista Biblico, perciò, la schiavitù non è intrinsecamente malvagia, l’incapacità di vivere come uomo libero, la dipendenza o l’incompetenza della mente da schiavo è però considerata come una situazione inferiore. Il credente non può ribellarsi contro la propria situazione, ma non può diventare uno schiavo in buona coscienza, volontariamente, poiché qualsiasi forma di schiavitù è una violazione dei diritti totali che Cristo ha su di lui (1 Co. 7: 22-23).

         Il possesso privato del lavoro di schiavi nel Sud Americano è stato soggetto a massicce distorsioni. I Neri erano schiavi dei loro capi tribali in Africa, o prigionieri-schiavi di altre tribù. L’unità monetaria nell’Africa nera era l’uomo, lo schiavo. I Neri passarono da una schiavitù particolarmente dura, che includeva il cannibalismo, ad una forma più moderata. Molto è stato detto riguardo agli orrori delle navi negriere, molte delle quali erano molto dure, ma è importante ricordare che gli schiavi erano un carico di valore e quindi proprietà normalmente maneggiata con considerazione. Il membro di una commissione legislativa Canadese nel 1847 registrò che gli immigranti Irlandesi venivano trasportati su navi caricate col doppio dei passeggeri che la nave avrebbe dovuto contenere, accalcati nelle coperte, con troppo poco cibo ed acqua, e in condizioni “cattive quanto la tratta degli schiavi”.[3] La condizione degli immigranti Irlandesi al loro arrivo era molto peggiore di quella degli schiavi: essi non avevano un padrone che li sfamasse, li vestisse e desse loro un tetto. Gli Irlandesi passarono dalla semi-schiavitù in Irlanda alla libertà in America solo alcuni anni prima che i  Neri ottenessero l’emancipazione. Dopo un secolo e un quarto, o meno, gli Irlandesi sono una potenza preminente negli Stati Uniti, e i Neri rimangono nel ceto inferiore. La differenza basilare tra gli Irlandesi e i Neri non è stato il colore. È stato il carattere. I neri domandano più aiuti, cioè più schiavitù e più protezioni istituzionali, e si crogiolano nelle proprie sofferenze.[4] Gli Irlandesi hanno invece guardato al presente ed al futuro ed anno aiutato a dare forma all’America. È una differenza significativa che non può essere spiegata interamente col colore o con l’ambiente sociale. I Cinesi pure sono venuti negli stati Uniti sotto circostanze molto difficili e similmente le hanno superate.

         È importante notare anche che i Sudisti difensori della schiavitù prima della Guerra Civile erano anche sostenitori della speranza dell’insediamento (Or. resettlement). In altre parole essi difendevano la legittimità dello schiavismo Americano mentre speravano di porvi fine con l’emancipazione e l’insediamento. Numerose tali società esistevano nel Sud. Il titolo di un libro del tempo è significativo: Difesa Biblica della Schiavitù, ovvero le Origini, la Storia, e le Fortune della Razza Nera, Di Josiah Priest, a cui è aggiunto un Piano di Colonizzazione Nazionale, adeguato all’intero trasferimento dei Neri liberi e di tutti coloro che da qui in poi potranno diventare liberi, del rev. W.S. Brown, 1853. Alexander H. Stephens, vice presidente della Confederazione, osservò che egli doveva lavorare per sostenere i propri schiavi, alcuni dei quali erano in effetti suoi pensionati e casi da compassione.[5]

         Un quadro della schiavitù privata nella sua condizione peggiore è generalmente una descrizione del mondo africano e Mussulmano. Gli abusi di queste aree sono molto reali.[6] D’altro lato, non pochi padroni sono governati dai propri schiavi perfino in queste culture. Così, Fortie osservò:

 

I miti vecchi arabi dell’Africa orientale erano governati dai loro schiavi. Essi accettavano i rimproveri e le infuriate delle loro donne Bantu come fossero visitazioni da parte di Allah. Queste donne erano spesso le madri dei loro figli. Considerate meri campi arati che fruttavano una progenie di razza pura, esse erano amabili esseri umani che possedevano e risvegliavano teneri sentimenti, cosicché ciò che era una finzione opportunistica lasciava il posto in pratica alle realtà di una lunga vita in comune.[7]

 

Il viaggiatore di passaggio o lo studioso vede gli ovvi mali, l’uomo che rimane vede i fattori umani che alterano ogni relazione.

         La proprietà privata di lavoro di schiavi è meno comune ed è generalmente stato l’aspetto minore della schiavitù umana. Negli Stati Uniti, la proprietà privata (di schiavi) fu abolita dal Tredicesimo Emendamento, 1865, il quale dichiarava, in sezione 1. “Né la schiavitù né la servitù non volontaria, eccetto come punizione per un crimine nel quale la parte sia stata debitamente condannata, esisterà dentro gli Stati Uniti, o in qualsiasi luogo soggetto alla loro giurisdizione”. Con questa legge, fu abolita la proprietà privata di schiavi, e col Sedicesimo Emendamento (1913), l’Atto della Federal Reserve, e dall’interpretazione della Corte Suprema, lo schiavismo fu fatto monopolio di stato.[8]

         Questa è la seconda forma di schiavitù, la proprietà di stato, che è molto più prevalente della prima, oggi, e in ogni area della storia. Le “glorie” del mondo antico erano i prodotti del lavoro da schiavismo di stato. Oggi, le nazioni comuniste fanno di tutti i loro cittadini degli schiavi. Poiché lo schiavismo è la proprietà nel lavoro di uomini, ogni dove quella proprietà nel lavoro divenga la forza necessaria e determinativa nelle vite di un popolo, si ha lo schiavismo. Virtualmente in tutto il mondo oggi, la cittadinanza sta diventando schiava allo stato. Gli obblighi di cittadinanza sono sostituiti da obblighi di schiavitù. Poiché la servitù involontaria è definita dalla Costituzione come equivalente alla schiavitù, ogni datore di lavoro che è costretto a tenere libri contabili e ad essere sostituto d’imposta per il Governo federale è in questo modo obbligato a svolgere servitù non volontaria ovvero lavoro di schiavo.

         Lo stato schiavista parla molto dei privilegi di essere una “nazione libera”. Gli stati Africani formati negli anni 50 e 60 furono liberati dal colonialismo, ma, benché siano divenuti tecnicamente nazioni libere, cessarono di essere popoli liberi. I loro cittadini diventarono schiavi allo stato.

         Lo scopo della Costituzione degli Stati Uniti era di confermare la libertà del popolo legando il nuovo governo federale con le catene della Costituzione. Il governo federale doveva essere legato affinché la gente potesse essere libera. Oggi, è la gente ad essere progressivamente schiavizzata.

         La terza basilare forma di schiavitù è la schiavitù spirituale, schiavitù al peccato e a Satana. Satana ha una proprietà nel lavoro del peccatore: è produttivo per lui e serve lui. Il fondamento della libertà è Gesù Cristo, il Quale dichiarò: “Se dimorate nella mia parola, siete veramente miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv. 8:31-32). Le radici della schiavitù sono spirituali: “Chi  pecca è schiavo del peccato” (Gv. 8: 34). Tali uomini sono schiavi interiormente, schiavi al peccato. Un vero schiavo cerca sempre un padrone e la sicurezza di un padrone. La mente schiava vuole sicurezza, la sicurezza di una vita senza problemi, dalla culla alla tomba, e richiede un padrone che la provveda. Dopo la Guerra Civile e l’emancipazione, molti Neri continuarono a richiedere che i loro ex padroni continuassero a curarsi di loro. Una famiglia del Sud traslocò nel New Jersey, ma vennero raggiunti lì dai loro ex schiavi. Fino al 1915, quando la morte e la partenza dei figli frantumò quella famiglia del New Jersey, ex schiavi e i loro figli e nipoti continuarono a dipendere da quella famiglia e a ritornare ad essa quando malati o disoccupati. Avevano bisogno di un padrone. Oggi, milioni di Neri, uniti a milioni di schiavi bianchi, stanno chiedendo che il governo federale divenga il loro padrone e provveda loro sicurezza e assistenza. Lo schiavismo è un’economia di welfare, la proprietà privata è un’economia di welfare mantenuta privatamente, ed economicamente parlando non è un sano modo di operare. Sotto la proprietà statale, lo schiavismo, una struttura di sicurezza sociale, è un’economia di welfare che manca della necessità di operare con successo,  ciò che il privato deve invece mantenere. Il proprietario privato deve fare un profitto da qualche parte, Alexander H. Stephens lo faceva come avvocato e con esso sosteneva i suoi schiavi. Lo stato proprietario di schiavi invece sopravvive per mezzo di una progressiva confisca fino a che la nazione è distrutta.

         Le menti schiave non sono solo menti peccatrici, sono anche colpevoli, tormentati dalla colpa e oppressi dalla vergogna e perciò bramosi per un rifugio e per la sicurezza. Le politiche della colpa coltivano la mente schiava per poter schiavizzare gli uomini, e perché sia la gente stessa a richiedere la fine della libertà. Gli schiavi, gli schiavi veri, vogliono essere salvati dalla libertà, la loro più grande paura è la libertà. La libertà impone su di loro un peso impossibile. Mancando di una pace interiore e di una buona coscienza, ricercano invece la malsana pace dell’accettazione a la coesistenza con ogni tipo di condizione e di male.

         L’inizio della vera libertà è Gesù Cristo, il Quale libera l’uomo dal potere del peccato e della morte e dal peso della colpa e della vergogna, cosicché gli uomini hanno una buona coscienza davanti a Dio e un’indipendenza in relazione agli uomini. “Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete veramente liberi” (Gv. 8: 36).

         La liberazione e la salvezza di Gesù Cristo è dal peccato e dalla morte. La salvezza di Cesare è dalla libertà. Il privilegio della vita in Cristo è la libertà, il privilegio della vita sotto Cesare è la sicurezza. La sicurezza del cristiano è in Cristo e in libertà sotto la legge di Dio. La sicurezza dello schiavo è nello stato e nella schiavitù. Ma l’ordinamento dello schiavo non è sicuro, né è permanente, poiché “il servo non abita nella casa per sempre”; la sua sicurezza termina, “ma il Figlio invece vi rimane per sempre” , e quelli che sono Suoi membri hanno la sua eterna sicurezza (Gv. 8: 35).

         Basilare alle Scritture è la ripetuta dichiarazione dell’assoluta proprietà di Dio sul mondo, sull’uomo, e sul lavoro dell’uomo: “All’Eterno appartiene la terra e tutto ciò che è in essa, il mondo e i suoi abitanti” (Sl. 24: 1). Il credente non può diventare uno schiavo degli uomini, perché è proprietà di Dio, e questa è la sua libertà e la sua vita. Egli non deve ribellarsi se è  in schiavitù al tempo della sua salvezza, ma dovrebbe cercare di ottenere libertà legittimamente (1 Co. 7: 21-22). Ma egli non può diventare uno schiavo volontariamente: “Voi siete stati comprati a prezzo, non diventate servi degli uomini” (1 Cr. 7: 23). Il cristiano, essendo stato comprato al prezzo del sangue espiatorio di Gesù Cristo, non può permettere che il peccato, l’uomo, lo stato o la chiesa lo possiedano. Il cristiano solamente può essere un vero libertario, ed egli è sotto l’obbligo religioso di esserlo. La schiavitù è per lui un modo legittimo di vivere per un non credente. È la conclusione logica della mancanza di fede  e della schiavitù al peccato. Ma la vita del cristiano deve riflettere qui ed ora, in ogni suo atto ed ogni istituzione “la gloriosa libertà dei figli di Dio” (Rom. 8: 21).

         La schiavitù rimane, comunque, un modo legittimo di vivere, ma un modo di vivere inferiore. La schiavitù offre certe penalizzazioni quanto certi vantaggi. Oggettivamente, la penalizzazione è la resa della libertà. Soggettivamente, lo schiavo non considera la resa della libertà come una penalizzazione, poiché egli desidera sfuggire alla libertà. Proprio come un bambino timido e pauroso teme il buio, così la mente schiava teme la libertà. È piena dei terrori dell’ignoto. Di conseguenza, la mente schiava si attacca allo schiavismo statalista, previdenza statale dalla culla alla tomba, come un bambino timoroso si attacca a sua madre. Il vantaggio della schiavitù è precisamente questo: la sicurezza nel padrone o nello stato. Il socialismo è perciò uno stato di schiavitù, creato dalla richiesta da parte di schiavi di avere un padrone. Lo schiavo ha la mentalità del Fariseismo, vuole vivere per visione, per opere, opere visibili e manifeste che lo assicurino della salvezza. Lo schiavo salva se stesso creando uno stato di schiavi che offre un’assicurazione visibile di salvezza dalla culla alla tomba dai pericoli dell’essere uomo e della libertà.

         Anche la libertà offre penalizzazioni e vantaggi. La penalizzazione centrale ed essenziale della libertà è l’insicurezza e i relativi problemi. L’uomo libero vive in un mondo di libera iniziativa, di prove e di errori, di profitti e di perdite, di successi e di fallimenti. Deve essere preparato a incassare le conseguenze del fallimento quanto quelle della prosperità del successo. La sua sicurezza non risiede nei segni visibili di uno stato o padrone guardiano ma nell’ordinamento-legge del Dio Trino ed invisibile. Perciò, l’uomo libero deve camminare per fede, confidando che Proverbi e tutte le Scritture sono vere, che l’ordinamento-legge di Dio sostiene quelli che camminano per fede “come se vedessero colui che è invisibile” (Eb. 11: 27), i quali, credendo che Dio è, “e che è il rimuneratore di quelli che lo cercano” (Eb. 11:6), camminano in fede, sapienza,  prudenza e responsabilità. Non è facile camminare per fede, e la libera imprenditoria non sussiste molto senza un fondamento di fede. Allora, l’imprenditore, il lavoratore, l’agricoltore cercano l’intervento statalista; desiderano i privilegi della libertà con le sicurezza della schiavitù, e la conseguenza è socialismo e schiavitù. La penalizzazione della libertà è la necessità di camminare per fede, ma è anche un privilegio. Alla fine, la nostra fede deve essere o in Cristo o in Cesare, ed è di gran lunga meglio camminare per fede in Cristo che per visione sotto Cesare.

         Il vantaggio della libertà è la libertà stessa, la libertà della responsabilità e del proprio statuto di uomini, e la sicurezza della libertà. Gli uomini saranno o al servizio di Dio o saranno al servizio degli uomini, e il servizio a Dio è libertà dall’uomo e dal timore dell’uomo.

         È necessario che ad ogni generazione sia ricordata la propria scelta: schiavo o libero? È una scelta morale. Un uomo deve scegliere tra la sicurezza della schiavitù e la sicurezza della libertà. La schiavitù è un modo di vivere. Se gli uomini la preferiscono, che siano onesti e vivano nei termini della loro scelta. Anche la libertà è un modo di vivere, e gli uomini che la desiderano devono essere pronti ad assumersi le relative penalizzazioni quanto i privilegi. Gli uomini non possono ricevere aiuti statali, passare attraverso la bancarotta o essere trovati colpevoli di attività criminali, e reclamare legittimamente e moralmente i privilegi della cittadinanza e il diritto a partecipare al governo civile. Tali uomini possono anche piacere a molti, a volte possono essere uomini affabili, falliti di buona volontà, e tali uomini devono essere trattati con ogni pia grazia e carità, ma non possono moralmente reclamare i privilegi della libertà. Anche un buon schiavo è pur sempre uno schiavo.

         E, per il cristiano, il comandamento è chiaro: “State dunque saldi nella libertà con la quale Cristo ci ha liberati, e non siate di nuovo ridotti sotto il giogo della schiavitú” (Gal. 5:1). Ogni usurpazione della libertà sia da parte di schiavi che da parte dello stato deve essere resistita, ed ogni tentazione personale di accettare la sicurezza della schiavitù deve essere vista per quello che è: peccato.

 

 

Tr. Reurn to Slavery di G.M. 9/ 2009

 

[1] John Murray: “Principles of Conduct, Aspects of Biblical Ethics”, pp 97-99. Grand Rapids, Michigan; Eerdmans, 1957.

[2] William Lindsay: “Slave, Slavery”, Patrick Fairbairn, Editor: “Fairbairn’s Imperial standard Bible Encyclopedia”, Vol. 6, pp. 190-193. 1891. Grand rapids, Michigan. Zondervan, 1957.

[3] Cecil Woodham-Smith: “The Great Hunger, Ireland 1845-1849”, p. 228. New York: Harper and Row, 1962.

[4] “Next: A ‘Marshall Plan’ for Negroes?” U.S. News & World Report, Vol. LX, N°. 10, 7 Marzo, 1966, p. 46 s.

[5] Vedi Myrta Lockett Avary, editore: “Recollections of Alexander H. Stephens” Il Suo Diario Tenuto Mentre Prigioniero a Fort Warren, Porto di Boston, 1865, p. 226 s. New York: Doubleday, Page, 1910.

[6] Vedi Sean O’Callaghan: “The Slave Trade Today” New York: Crown, 1961; Robin Maugham: “The Slaves of Timbuctu”, New York: Harper, 1961. Si può aggiungere, comunque, che I Neri sono sempre stati trattati più brutalmente da altri Neri, e questo è quanto mai vero oggi. Così, “alla conferenza dei capi di stato Africani di Casablanca, 1961, un delegato dalla repubblica del Mali chiese al rappresentante della Libia l’estradizione di un capo tribale del mali che era accusato di aver condotto la sua intera tribù in ‘pellegrinaggio’ e di averla venduta nella ‘terra santa’ e di essersi poi ritirato in Libia a godersi pacificamente i soldi guadagnati”; Youssef El Masry: “Daughters of Sin”, p. 127. New York: Macfadden, 1963. Per lo schiavismo in africa, vedi Gardiner G. Hubbard: “Africa, Its past and Future” The National Geographic Magazine, Vol. I, N° 2, 1889, pp. 99-124, un resoconto benevolo.

[7] Marius Fortie: “Black and Beautiful, a Life in Safari Land”, p. 72. Indianapolis: Bobbs-Merrill, 1938.

[8] La dottrina Liberale insiste nel considerare solamente la proprietà privata di schiavi come schiavismo. Da questa prospettiva lo stato diventa il salvatore. Per le analisi Liberali, vedi David Brion Davis: “The Problem of Slavery in Western Culture” Ithaca, New York: Cornell University press, 1966; e Barnett Hollander: “Slavery in America, Its Legal History”, London: Bowes & Bowes, 1962. Entrambi sono studi capaci ma con un concetto della schiavitú semplicistica.

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