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L’Uomo “Rovo”   (Giudici 9)

Articolo contro lo Statalismo

 

Di R. J. Rushdoony

 

Quando Abimelech prese il potere in Israele, uccise tutti gli altri figli di Gedeone, meno uno, Jotham. Abimelech, la cui madre era una Sichemita, chiese aiuto ai parenti di sua madre e si costituì re sopra Israele, regnando in Sichem.

Durante la cerimonia di incoronazione, il giovane Jotham, da una posizione sicura su una cima di una collina vicina, disturbò il procedimento con una breve e significativa parabola:

 

«Ascoltatemi, abitanti di Sichem, e possa DIO ascoltare voi!

Un giorno gli alberi si misero in cammino per ungere un re che regnasse su di loro; e dissero all’ulivo: “Regna su di noi”.

Ma l’ulivo rispose loro: “Rinuncerò io al mio olio col quale DIO e gli uomini sono onorati, per andare ad agitarmi sopra gli alberi?”.

Allora gli alberi dissero al fico: “Vieni tu a regnare su di noi”.

Ma il fico rispose loro: “Rinuncerò io alla mia dolcezza e al mio frutto squisito per andare ad agitarmi sopra gli alberi?”.

Allora gli alberi dissero alla vite: “Vieni tu a regnare su di noi”.

Ma la vite rispose loro: “Rinuncerò io al mio mosto che rallegra DIO e gli uomini, per andare ad agitarmi sopra gli alberi?”.

Allora tutti gli alberi dissero al rovo: “Vieni tu a regnare su di noi”.

Il rovo rispose agli alberi: “Se volete veramente ungermi re per regnare su di voi, venite a ripararvi alla mia ombra; altrimenti esca dal rovo un fuoco, che divori i cedri del Libano!”.

Ma voi non avete agito con fedeltà e integrità proclamando re Abimelek, non vi siete comportati bene verso Jerubbaal e la sua casa e non lo avete trattato come meritava,

perché mio padre ha combattuto per voi, ha messo a repentaglio la propria vita e vi ha liberato dalle mani di Madian.

Oggi invece voi siete insorti contro la casa di mio padre, avete ucciso i suoi settanta figli sulla stessa pietra e avete proclamato re dei Sichemiti Abimelek figlio della sua serva, perché è vostro fratello.

Se dunque oggi avete agito con fedeltà e con integrità verso Jerubbaal e la sua casa, godetevi Abimelek, ed egli si goda voi!

Ma se la cosa non è così, esca da Abimelek un fuoco che divori gli abitanti di Sichem e la casa di Millo, ed esca dagli abitanti di Sichem e dalla casa di Milloun fuoco che divori Abimelek».

(Giudici 9 :7:20).

 

Abbiamo qui una potente parabola contro lo statalismo. La Bibbia è un libro antistatalista, perché Dio, come  Signore e sovrano rifiuta di dividere la Sua gloria con chiunque altro (Isa 42:8). Fin da Babele gli uomini hanno tentato di ottenere sovranità attraverso lo stato. In questa parabola abbiamo il commentario ispirato di Jotham su questo tentativo. È l’idea dello stato come rappresentato da Abimelech, la teologia dello stato anti-Dio, che è qui esposta.

La parabola ci dice che gli alberi decisero per un re. Nel farlo rigettarono Dio come re. Il punto centrale di Giudici è che gli uomini rifiutano Dio quale re e fanno di se stessi la loro propria legge  e  il proprio dio ogni qualvolta sono nel peccato e nell’apostasia. Non c’è qui un attacco ai buoni governanti; la parabola cita il governo di Gedeone come normale. Così, il primo aspetto da notare di questa parabola è che gli alberi, il popolo, cercarono governo e autorità separatamente da Dio e in ribellione contro di Lui. Ogni tentativo di vivere separatamente dalla legge di Dio costituisce una tale ribellione da parte di uomini e nazioni.

Secondo, gli uomini produttivi rifiutano di diventare parte di un ordinamento non santo e lo resistono. L’olivo, il fico, la vigna e Jotham ciascuno si tenne da parte da questo stato senza Dio. Possiamo pensare che Abimelech abbia cercato e corteggiato come collaboratori per il suo regno gli uomini capaci di quella zona. Ciascuno rifiutò di diventare parte di uno stato che cominciava con una carneficina di tutti gli altri eredi di Gedeone eccetto Jotham che sfuggì. Gli uomini produttivi non videro per se stessi un posto in uno stato improduttivo.

Terzo, il potere apostata vuole tutte le cose sotto la propria autorità e sotto se stesso in rango. Gli uomini rovi, bassi ed inferiori, comandano lo stato e richiedono che tutti gli uomini siano loro sottoposti. Jotham mostra il “re rovi” che dice “venite a ripararvi alla mia ombra” (chiaramente una richiesta di fede). Se avessero rifiutato avrebbe distrutto perfino “i cedri del Libano” cioè gli uomini più alti, importanti del reame. Quando l’uomo agisce come dio, cerca di imitare Dio il Signore. Come Signore assoluto Dio dichiara che vita e morte e il totale giudizio sono nelle sue mani.

Ora vedete che io, io sono Lui, e che non vi è altro DIO accanto a me. Io faccio morire e faccio vivere, ferisco e risano, e non vi è nessuno che possa liberare dalla mia mano.Si, io alzo la mia mano al cielo e dico: lo vivo per sempre,quando affilerò la mia folgorante spada e la mia mano afferrerà saldamente il giudizio, farò vendetta dei miei nemici e ripagherò quelli che mi odiano.

(Dt. 32:39-41).

Quando Dio parla così, lo fa in assoluta perfetta e totale giustizia. Quando lo stato assume il potere indipendentemente da Dio e dalla sua legge agisce nei termini del potere, dell’ingiustizia e del male.

Quarto, Jotham contrasta la produttività degli alberi o uomini che sono fuori da questa apostasia con la non produttività della elite di potere dello stato. Gli uomini rovi sono improduttivi, ma cercano il potere sopra a uomini migliori di loro. L’idea di un olivo, un fico e una vigna che riposano all’ombra dei rovi e ridicola. Così è l’idea dello stato umanista, ridicola ed enormemente malvagia. Quando uomini rovi prendono la direzione di una società o del governo civile, la produttività in quella nazione diminuisce perché l’obbiettivo degli uomini rovi è di distruggere gli uomini migliori di loro. Allo stesso modo, quando gli uomini rovi conquistano la chiesa, le corporazioni, le scuole, le arti e le scienze si ha lo stesso risultato. La produzione lascia il posto alla distruzione e ai giochi di potere.

Il mondo degli uomini rovi è un mondo di interessi spinosi. Diogene riuscì a vedere l’arroganza di Platone, ma non la propria, ne che la propria era una vita essenzialmente di negazione. Diogene calpestò il mantello di Platone e annunciò: “Così io calpesto l’orgoglio di Platone”. Platone rispose: “Con maggiore orgoglio da parte tua”. Entrambi avevano ragione.

Joseph Parker vide chiaramente il nocciolo della questione. Quando fu offerto il potere regale agli alberi buoni, essi rifiutarono, riconoscendo la falsità della posizione ed il suo potere. Nelle parole di Parker: “Tutti gli uomini che meritano di avere il trono hanno già il trono nella loro vocazione, quali viceré di Dio ciascuno nella propria chiamata produttiva”.

Inoltre Parker notò: “Jotham comprese la grande filosofia che l’acqua non può alzarsi al di sopra del proprio livello: gli uomini non possono alzarsi al di sopra dell’onore che è in loro. Gli uomini piccoli non possono essere grandi, uomini ingrati non possono essere giusti; anime meschine non saranno mai maestose”. Lo stato non può mai alzarsi al di sopra del proprio livello morale. Se governa con leggi fatte dall’uomo, promuove aborto, omosessualità e umanesimo, il livello di moralità diminuirà continuamente a meno che i cristiani non rovescino quell’andamento. La disintegrazione presente è evidenza chiara di questo fatto. Come disse nostro Signore: “li conoscerete dai loro frutti. Si raccoglie uva dalle spine o fichi dai rovi?” (Mt. 7:16) Gli uomini rovi producono rovi.

Parker sollevò la questione: “ Abimelech è morto? È riapparso ai nostri giorni?” Più ancora che ai giorni di Parker (1830-1902) questo è vero dei nostri tempi. Gli uomini rovi sono sempre più in mezzo a noi. Lo stato moderno è un capolavoro di anti-produttività perché il suo obbiettivo essenziale è il potere.

George Orwell, nel suo 1984, richiamò l’attenzione su questo fatto. O’Brien, nel discutere la base razionale dello stato socialista, dichiarò: “Sappiamo che nessuno prende mai il potere con l’intenzione di rinunciarvi. Il potere non è un mezzo, è un fine. Non si stabilisce una dittatura per salvaguardare una rivoluzione, si fa una rivoluzione per stabilire la dittatura”. Poiché il peccato originale ed attuale dell’uomo è di essere il proprio dio ed egli stesso la fonte della legge e della moralità, l’opera principale dell’uomo nel suo stato Caduto è di ottenere potere sopra gli altri. Gli uomini Caduti sono uomini rovi. La loro espressione del loro desiderio di potere varia solamente nei termini del loro coraggio e delle opportunità. L’uomo caduto così diventa più improduttivo man mano che diventa più potente nel suo dominio sopra gli altri.

Orwell, nello scrivere 1984, espresse la propria valutazione del socialismo mondiale  basata sulla propria esperienza. Nella Cina Rossa, Lin Piao confermò la perspicacia di Orwell, dichiarando nel 1966: “Il potere politico è uno strumento col quale una classe opprime l’altra. È esattamente la stessa cosa con la rivoluzione e la controrivoluzione. Come io lo vedo, il potere politico è il potere di opprimere altri”.

 

Una tale conclusione è il fine logico  della Repubblica di Platone, potere nelle mani di una potente elite in modo che essi possano esercitare il potere. Platone, nello scrivere del suo filosofo-re nella sua repubblica ideale, non fece alcuno spazio per la legge. Il “fiat” dell’improvvisazione del filosofo-re avrebbe provveduto la parola di potere e quindi saggezza. Solo quando Platone e i suoi compagni tiranni persero ogni speranza di ottenere il loro potere di stato, Platone, vecchio, scrisse le sue Leggi.

 

Gli uomini rovi vedono il futuro come potere, il loro potere. Perciò essenzialmente la loro direzione è sempre “Ritorno a Babele”.

 

 

 

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