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3156024128a0e5f707b4d010.LLEGGE E POLITICA NEL NUOVO TESTAMENTO

di Greg Bahnsen

 

“Se non viene riconosciuta nessuna legge divina al di sopra della legge dello stato, allora la legge dell’uomo è diventata assoluta agli occhi degli uomini – non c’è allora più nessuna barriera logica al totalitarismo”.

 

Gli anni recenti hanno portato un rinnovato interesse fra evangelici e cristiani riformati per un atteggiamento e un approccio distintamente cristiano a tutte le aree di vita e di comportamento, incluse le etiche socio-politiche. Così abbiamo chiesto quale possa essere il criterio di tale distinta prospettiva per il credente cristiano biblico. Nel vecchio Testamento è evidente che il popolo scelto di Dio, Israele, doveva governare la propria attività politica secondo la legge rivelata di Dio data per mezzo di Mosè e spiegata dai profeti. Esaminando la cosa, ne è risultato che perfino le nazioni dei gentili intorno ad Israele venivano da Dio ritenute responsabili di obbedire alla sua legge nell’epoca del Vecchio Testamento. La legge di Dio trattava tutti gli aspetti della vita, inclusa la giustizia criminale, e quella legge non fu presentata dal Legislatore come un criterio razziale o tribale di giusto e sbagliato. Era l’universale ed eterno criterio di Dio di giustizia per le questioni dell’umanità.

In un senso, abbiamo già offerto una risposta implicita alla nostra questione circa il criterio per una prospettiva distintamente cristiana sull’etica politica. Dio ha trattato questioni di giustizia sociale e di politiche pubbliche nei confronti del crimine nella sua legge. C’è un punto di vista divino sulla politica, ed è stato espresso nella legge del Vecchio Testamento. Bisogna dire due cose riguardo a quella legge. Primo, essa continua ad essere un criterio generale di comportamento etico oggi secondo le Scritture – come abbiamo visto innumerevoli volte in capitoli precedenti[1]. Secondo, la legge del Vecchio Testamento non aveva una validità morale ristretta alla razza Giudaica, ha inteso essere il criterio di condotta fuori dalla comunità redenta quanto dentro. Conseguentemente, se la legge di Dio del Vecchio Testamento esprime (tra le altre cose) il punto di vista di Dio sull’etica politica, e se quella legge possiede validità universale e costante, dovremo aspettarci che la prospettiva del Nuovo Testamento su legge e politica, affermi allo stesso modo il criterio della legge di Dio per le politiche pubbliche. Differenze di tempo e di luogo, differenze di dispensazione e di razza, differenze in cultura e statuto redentivo non richiedono, ne implicano differenze nel criterio morale.

Dovremo dunque aspettarci che l’approccio distintamente cristiano all’etica politica sia definito dall’intera Parola di Dio, inclusa la legge di Dio rivelata per mezzo di Mosè e spiegata dai profeti nel Vecchio Testamento. Quando ci volgiamo a studiare gli stessi scritti del Nuovo Testamento su questa questione, troviamo che è esattamente così.  C’è una precisa continuità tra l’etica politica del Nuovo Testamento e l’etica politica del Vecchio. C’è completa armonia tra ciò che Paolo dice dello stato, per esempio in Romani 13, e ciò che abbiamo trovato essere insegnato nel Vecchio Testamento, e cioè:

 

  1. Siccome ordinati da Dio, i governanti non si devono resistere.
  2. Rivestendo un titolo religioso, i governanti sono vendicatori dell’ira di Dio.
  3. Quindi i governanti devono costituire un deterrente al male governando in accordo con la legge di Dio.

 

Proprio questi punti, fatti dal Vecchio Testamento riguardo ai magistrati Giudei e Gentili (redenti e non redenti) entrambi, sono chiaramente espressi da Paolo in Romani 13:1-6. Essi sono le premesse su cui un atteggiamento distintamente cristiano nei confronti della giustizia pubblica può e deve essere formulato.

 

Romani 13

 

Se i tre punti esposti sopra sono ciascuno presi seriamente, allora, forse, riusciremo ad evitare di cadere in uno sfortunato eccesso di due approcci interpretativi conflittuali riguardo all’insegnamento di Romani 13 concernente lo stato. Da un lato abbiamo interpreti della Bibbia che contendono che Romani 13 dovrebbe essere letto descrittivamente, ponendo in questo modo un’enfasi quasi esclusiva sull’esortazione pratica di Paolo ai cristiani. Questo significa che quando Paolo dice che il magistrato civile “è un ministro di Dio, un vendicatore con ira contro colui che fa il male” (v.4), alcuni interpreti lo comprendono come se stesse dando una reale descrizione di tutti i governanti della terra nel loro carattere e funzione effettiva. Tutti gli uomini di stato verrebbero in questo modo descritti come ministri di Dio che vendicano l’ira sugli elementi malvagi della società – indipendentemente dalla reale qualità e comportamento del governante che si possa avere in mente. Anche Hitler e Idi Amin sarebbero descritti come genuini ministri di Dio. In quel caso, la spinta pratica di Paolo in Romani 13 sarebbe semplicemente di istruire i credenti che devono sottomettersi obbedientemente a qualsiasi magistrato Dio ha posto su di loro nella società (con la clausola, ovviamente, che non possono obbedire agli uomini quando i governanti umani ordinino loro di disobbedire Dio: Atti 5:29).

Dall’altro lato abbiamo interpreti della Bibbia che argomentano che Romani 13 dovrebbe essere letto prescrittivamente, in questo modo enfatizzando che Paolo stava dando il criterio morale per il magistrato civile e con ciò stava indicando quale governante dovesse ricevere sottomessa obbedienza da parte del cristiano. Questo significa che quando Paolo dice che il magistrato è “un ministro di Dio, un vendicatore con ira contro colui che fa il male” (v.4), alcuni interpreti intendono che Paolo sta esponendo una prescrizione morale per i governanti civili – dicendo loro cosa devono essere. I magistrati devono essere ministri di Dio che vendicano l’ira di Dio su chi fa il male. Di conseguenza, l’approccio prescrittivo a Romani 13 non sottolinea la sottomissione pratica da parte del credente; si erge piuttosto in un giudizio di valutazione su tutti i magistrati, mostrando al cristiano quali meritino la loro sottomissione ed obbedienza. Entrambe queste interpretazioni di Romani 13 hanno portato verso conseguenze pratiche che sono molto chiaramente inaccettabili, dato ciò che il resto della Scrittura dice ai cristiani riguardo alla moralità e alla politica. Il punto di vista descrittivo di Romani 13 ha portato molti cristiani nella storia passata ad essere indifferenti ai mali politici concreti e perfino ad accondiscendere passivamente alle ingiustizie di tiranni politici, come Hitler. Dall’altro lato, il punto di vista prescrittivo di Romani 13 ha spesso incoraggiato uno spirito di ribellione nei confronti del magistrato civile, portando credenti a prendere alla leggera il comando biblico contro la rivoluzione o la disobbedienza civile.

Si può dire a difesa di ciascun approccio che queste conseguenze pratiche sono di fatto abusi dei rispettivi punti di vista – abusi che non tengono conto di altri insegnamenti biblici, precisazioni fatte, e dell’intero contesto. Può succedere, ma se si tiene in mente lo sfondo del Vecchio Testamento delle istruzioni di Paolo riguardo al magistrato civile in Romani 13, è possibile interpretare il passo in un modo che rende giustizia sia alla necessità che il cristiano resista l’ingiustizia politica sia all’obbligo cristiano di essere sottomesso alle autorità che esistono.

Quando Paolo dice che le autorità governanti sono ministri di Dio che vendicano l’ira contro chi fa il male, sta spiegando cosa i magistrati debbano essere e simultaneamente sta spiegando perché i credenti debbano mantenere un atteggiamento sottomesso verso i loro governanti. I tre punti delineati sopra dimostrano questo duplice ruolo esplicativo dell’insegnamento di Paolo riassumendo ciò che l’apostolo dice in Romani 13. Il cristiano non deve avere un atteggiamento ribelle verso il magistrato civile perché il magistrato è istituito da Dio. Istituito a quale scopo, però? Istituito per essere vendicatore dell’ira divina, nel cui caso i magistrati possono portare titoli religiosi come “ministro di Dio”.

Se ciò è vero, allora i governanti devono onorare i bravi cittadini e dissuadere dal male punendo gli elementi criminali della società, usando il criterio della legge di Dio come loro guida (per quanto concerne bene e male). Questo spiega perché i cristiani debbano quasi sempre essere sottomessi al governante civile: quel governante è obbligato nella sua funzione pubblica a servire il Signore del cristiano, e dunque lealtà al Signore richiede lealtà al re. Però, quando tale servizio è ripudiato dal re (o dalle altre autorità di governo) e la legge del Signore è violentemente e continuamente trasgredita, in modo tale che i cittadini buoni sono terrorizzati dal governante e i malvagi sono tollerati o esaltati, il cristiano non deve adeguarsi alle politiche del tiranno ma lavorare invece per la riforma nel nome del Signore e di criteri divini per la giustizia pubblica.

Il fatto che la legge di Dio sia vincolante sul magistrato civile contemporaneo spiega sia perché il cristiano debba evitare atteggiamenti di ribellione nei confronti dei governanti, e sia perché i cristiani non possono cooperare con regimi ingiusti. Assoluta sottomissione sotto qualsiasi e ogni circostanza, o assoluta indipendenza dal magistrato in riguardo a ciascuna ed ogni decisione egli faccia, possono essere posizioni semplici e facili da seguire, ma il più complesso atteggiamento di sottomissione generica per amore del Signore, ma di resistenza quando la legge di Dio sia oltraggiosamente violata, è più fedele all’insegnamento biblico e più aderente alle realtà politiche. È questo approccio equilibrato che Paolo presenta in Romani 13 e che è riassunto nei tre punti delineati precedentemente.

Romani 13:1-7 dichiara ciò che Dio richiede dai credenti nei confronti dei loro leader civili, e dichiara ciò che Dio richiede dai governanti riguardo alle loro funzioni civili. La sottomissione ai superiori è essenziale ad entrambe le dichiarazioni dei doveri. Il Signore si aspetta che il suo popolo si sottometta obbedientemente ai loro governanti, perché il Signore si aspetta che questi governanti si sottomettano obbedientemente alla sua legge. Per ragione di coscienza, quindi, i cristiani possono sottomettersi alle loro autorità civili, sapendo che indirettamente si stanno sottomettendo all’ordine morale di Dio stesso.

 

  1. Poiché istituiti da Dio, ai governanti non bisogna opporre resistenza.

 

Paolo comincia con la generalizzazione che il governo civile è un’istituzione divina: “Non c’è autorità se non da Dio” (Romani 13:1). Dio ha di fatto “istituito” le autorità che esistono. Ovviamente, quindi, la supremazia appartiene a Dio e non allo stato. Il rispetto per le autorità statali non deve mai raggiungere tali proporzioni per cui il credente da allo stato quella cieca obbedienza che dovrebbe essere riservata a Dio solo. Sommo, nella mente di Paolo, è il fatto che, anche se i cristiani sono sotto gli ordini dello stato, lo stato stesso è sotto gli ordini di Dio sopra di esso. Poiché Dio ha istituito i magistrati che governano nello stato, questi magistrati non sono solo stati posti in autorità sopra altri, ma anche sotto l’autorità di Dio.  I magistrati sono sotto obbligo morale nei confronti delle prescrizioni del Signore. John Murray ha osservato:

 

Il magistrato civile è non solamente il mezzo decretato nella provvidenza di Dio per la punizione di coloro che fanno il male, ma è lo strumento istituito, autorizzato e prescritto da Dio per il mantenimento dell’ordine e per punire i criminali che violano quell’ordine. Quando il magistrato civile attraverso i suoi agenti esegue giusto giudizio sul crimine, egli non sta solo eseguendo la volontà (dispositiva) ‘decretiva’ di Dio ma sta anche adempiendo la volontà prescrittiva di Dio, e astenersi dal farlo sarebbe per lui peccato.[2]

 

Poiché tutti i magistrati civili non hanno autorità a meno che non sia loro stata data dall’alto – come Cristo dichiarò, anche stando davanti a Pilato (Giovanni 19:11) – essi hanno la responsabilità di onorare e obbedire Dio Onnipotente. Quando, come con Erode, accettano gloria come un dio, essi vengono a trovarsi sotto l’ira terribile di Dio, e possono essere deposti dal potere: “Nel giorno stabilito Erode, vestito del manto regale e seduto sul trono, teneva loro un discorso. Il popolo lo acclamava, dicendo: «Voce di Dio e non di uomo!». In quell’istante un angelo del Signore lo colpì, perché non aveva dato gloria a Dio; e morì roso dai vermi”. (Atti 12:21-23).

L’obbiettivo appropriato di tutta l’etica comportamentale è la gloria di Dio, e i magistrati civili, essendo istituiti da Dio per governare, non sono esenti dall’obbligo morale di governare per la gloria di Dio. Quelli istituiti da Dio risponderanno a Dio per il tipo di governo che prestano nella società. Questa non è nient’altro che la dottrina del Vecchio Testamento. Il Vecchio ed il Nuovo Testamento entrambi, dunque, cominciano la loro “filosofia dello stato” con la supremazia di Dio, al quale tutti i governanti debbono onore ed obbedienza.

 

Sottomissione e Preghiera

 

In quel contesto Paolo procede insistendo che ai governanti civili, essendo istituiti da Dio, non si deve opporre resistenza. “Perciò chi resiste all’autorità, resiste all’ordine di Dio, e quelli che vi resistono attireranno su di sé la condanna” (Romani 13:2). Il retroterra Veterotestamentario di questa affermazione di Paolo è il miglior commentario al versetto. Affermazioni parallele si trovano anche nel Nuovo Testamento in Tito 3:1 (“Ricorda loro di essere sottomessi ai magistrati e alle autorità”) e in 1 Pietro 2:13 (“Sottomettevi dunque ad ogni autorità umana”). Attraverso tutte le Scritture  vediamo che Dio non approva uno spirito ribelle, irrispettoso o disobbediente nei confronti di coloro che sono stati istituiti da Dio in qualità di nostri capi civili. L’onore deve essere dato a chi dovuto, dice Paolo (Ro. 13:7), e poiché la legge del Vecchio Testamento stipulava: “Non bestemmierai Dio e non maledirai il principe del tuo popolo” (Es. 22:28), Paolo stesso mostrò uno spirito di pentimento quand’egli ebbe (involontariamente) parlato male di un governante (Atti 23:5).

Ai credenti del Vecchio Testamento era stato detto di pregare per i loro governanti Gentili non credenti (Ger. 29:7; Ed. 6:10). Mentre in cattività a Babilonia dovevano ricercare la pace di Babilonia. Questo sarebbe stato chiaramente in contrasto con qualsiasi atteggiamento di resistenza. Allo stesso modo, nel Nuovo Testamento, il popolo di Dio viene esortato a pregare per i re e per tutti quelli che sono in autorità (1Ti.2:2), e Pietro scrive ai cristiani nella “dispersione” (1Pi.1:1) che affrontavano imminente persecuzione dall’alto comando Romano (1:6; 4:12; 5:13) che avrebbero dovuto imitare la pia forma di ricerca della pace come espressa in Salmo 34:14 (1Pi. 3:10-14). Ripetutamente troviamo una precisa continuità tra il Vecchio e il Nuovo testamento riguardo all’etica politica. Qui quella continuità è evidente poiché i santi sotto entrambi, il Vecchio e i Nuovo Testamento, dovevano rispettare i governanti civili come istituiti da Dio, pregare per loro, e ricercare la pace all’interno della loro società. Il popolo di Dio ha sempre avuto l’obbligo di sottomettersi al proprio magistrato, sapendo che quegli stessi governanti erano istituiti come parte del governo morale di Dio sulla creazione. Proprio perché il governante si trova sotto l’autorità di Dio, quelli che professano fedeltà a Dio devono rispettare il governante. Non è semplicemente per una convenienza pragmatica che il cristiano obbedisce le autorità civili – “non solo per timore dell’ira” che esse possono esprimere nei confronti dei dissenzienti (Ro. 13:5a). Deve obbedire anche “per ragione di coscienza” (Ro. 13:5b). Ciò vale a dire, per rispetto del Signore stesso, il quale sta sopra al magistrato civile suo delegato, il cristiano deve sottomettersi al governante – e nel farlo si sottomette al Governante supremo.

 

Coscienza

 

Dovrebbe essere ovvio, malgrado la miopia di alcuni commentatori, che la sottomissione data ai magistrati civili deve essere nel contesto del magistrato che sta ministrando per Dio, poiché questa sottomissione è esplicitamente comandata da Paolo per ragione di coscienza. Paolo utilizza frequentemente la parola ‘coscienza’ intendendo coscienza verso Dio (per esempio: Atti 23:1; 2Co. 4:2; 2Ti. 1:3). “Dio solo è Signore della coscienza e per questo fare una qualsiasi cosa dalla coscienza o per ragione di coscienza  significa farlo da un senso di obbligo morale nei confronti di Dio” (John Murray: Epistle to the Romans, vol. 2, p. 154). Inoltre, Paolo qualifica sempre l’obbedienza che deve essere data agli uomini come obbedienza data con fini pii – obbedienza data nel contesto di sottomettersi prima e soprattutto alle richieste morali di Dio stesso.

Charles Hodge ha espresso questo acume:

 

Allo stesso modo, Paolo fa rispettare tutti i doveri familiari e sociali su un piano religioso. I figli devono obbedire i loro genitori, perché è giusto agli occhi di Dio, e i servi devono essere obbedienti ai loro padroni, come a Cristo, facendo la volontà di Dio dal cuore, Efesini 6.1,5,6.[3]

 

Ciò è reso piuttosto chiaro in 1 Pietro 2:13, dove leggiamo che dobbiamo: “Essere sottomessi dunque, per amore del Signore, ad ogni autorità umana”. Così i credenti si sottomettono al magistrato civile per ragione di coscienza – che significa per amore del Signore – proprio perché il magistrato deve essere in sottomissione al Signore, ricercando la sua gloria, e obbedendo i suoi comandi.

La coscienza non può permettere uno spirito ribelle contro il governante istituito dal Signore, proprio come non può permettere acquiescenza con i dettami del governante che rifiuta d’obbedire la legge del Signore. L’insegnamento di Paolo colloca Cristo sempre come Signore su tutti, esattamente come nel primo comandamento del Decalogo.

 

La Supremazia di Dio

 

Perciò, la supremazia di Dio è una chiave per comprendere correttamente il concetto dello stato esposto da Paolo in Romani 13:1-7. Esattamente come insegnato nel Vecchio Testamento, Paolo insegna anche che i credenti sono sotto l’obbligo preciso di obbedire il magistrato civile perché l’Iddio Altissimo, che è supremo su tutti, ha istituito il governo del magistrato. Proprio perché il governante è concepito come sotto gli ordini di Dio che l’ha istituito, il cristiano deve rispettare il governante, come modo di mostrare sottomissione in ultima istanza a Dio Stesso. Poiché Dio è supremo su tutti ed ha dato autorità a quelli che esercitano il governo nella società, tali magistrati civili non sono agenti autonomi, liberi di fare come vogliono, e responsabili a nessuno. In qualità di deputati di Dio devono servire i suoi propositi. Quando e se sfidano la volontà di Dio, agendo in modo peccaminoso e satanico con il loro bruto potere, la “coscienza davanti a Dio” del cristiano non può acquiescere.

Poiché il signore è il Giudice supremo, il cristiano non deve resistere quelli che sono istituiti da Dio e ministrano (servono) per lui. Per la stessa ragione, la sottomissione data dai cristiani ai governanti è qualificata dalla loro primaria lealtà al Signore, e dalla comprensione che la sottomissione allo stato è per amore del Signore, la cui volontà i magistrati devono perseguire.

  1. Rivestendo titoli religiosi, i governanti sono vendicatori dell’ira divina.

 

La supremazia di Dio quale pre-supposizione indispensabile di Romani 13:1-7 diventa manifesta nei titoli assegnati da Paolo ai governanti civili. Nell’Israele del Vecchio testamento gli statisti venivano talvolta designati “sacerdoti”, e perfino nelle nazioni Gentili intorno ad Israele i capi civili venivano occasionalmente chiamati da Dio “Mio servo”, “Mio pastore”, e “Mio unto (Cristo)”. Questa tendenza a vedere il funzionario dello stato categorizzato come ufficiale religioso – uno responsabile a Dio Onnipotente – prosegue nel Nuovo testamento, dimostrando ancora una volta la continuità che esiste tra il Vecchio e il Nuovo Testamento riguardo alle autorità che esistono.

L’idea di uno stato laico, uno stato che divorzia la propria autorità e i propri criteri dalla religiosa considerazione circa Dio e la sua volontà, è completamente alieno dalla rivelazione biblica. In realtà, era alieno a molto del mondo antico in generale. Tutte le politiche sono l’espressione di un punto di vista morale, che a sua volta è l’elaborazione di un concetto teologico dell’uomo, del mondo e di Dio. Il mondo moderno non è diverso, le sue filosofie politiche sono simultaneamente teologie politiche, e i suoi governanti civili sono spesso visti in un’ottica religiosa (anche se il vocabolario religioso viene evitato).

 

Magistrati come Ministri

 

Paolo, seguendo il Vecchio testamento, aveva un concetto o comprensione religiosa del magistrato civile. In Romani 13 egli categorizza due volte il magistrato nella società come un “ministro di Dio” (vss. 4,6). Se si chiede al cristiano ordinario oggi dove si possa trovare un “ministro” di Dio egli vi indicherà il pastore della chiesa locale. Non penserà di indirizzarvi dal magistrato cittadino, statale o federale, perché egli si è arreso alla mentalità dell’ umanesimo secolare. Paolo non lo aveva fatto, anche se gli imperatori Romani dei suoi tempi erano lontani dall’essere “religiosi” nel lodevole senso di quel termine. Comunque i Cesari potessero aver pensato di se stessi, Paolo pensava di loro come ministri di Dio. Essi erano gli strumenti stabiliti da Dio per il mantenimento dell’ordine e per la punizione di chi faceva il male secondo la volontà di Dio.

In Romani 13:6 Paolo usò il titolo di leitourgos per descrivere il magistrato come “ministro” di Dio. Nel mondo antico questo termine era usato per una funzione svolta per promuovere l’ordine sociale, lavoro eseguito quale servizio al divino-stato. Così Paolo usò il termine con una forzatura teologica. Il magistrato non è un ministro del divino-stato, ma piuttosto lo stato è il ministro di Dio Stesso. Nella traduzione greca del Vecchio Testamento (la versione dei LXX), questo termine è usato per descrivere il ministero di angeli, sacerdoti e profeti – e, tuttavia, è usato allo stesso modo per l’autorità civile.

In Romani 13:4 il termine di Paolo è diakonos o “diacono”. Fuori dal Nuovo testamento il termine è usato nel titolo: “diacono della città”, una funzione che puntava all’educazione alla buona cittadinanza. All’interno del Nuovo testamento il termine è chiaramente carico di connotazione religiosa, essendo applicato al “ministero” di Cristo (Mt. 20:28), di Paolo (1Ti. 1:12), e di un ufficio all’interno della chiesa (At. 6:1-6). Proprio come ci sono diaconi nella chiesa, Paolo dichiarò che ci sono diaconi nello stato: vale a dire, uomini che sono istituiti da Dio per amministrare la giustizia nel suo Nome.

Utilizzando questi due termini per “ministro”, e rendendo chiaro che il governante è un ministro di Dio, Paolo, inequivocabilmente insegna il carattere religioso dell’ufficio del leader civile. Nella prospettiva del Nuovo Testamento, i magistrati devono essere considerati servi di Dio. Il Suo governo è supremo, e i loro governi sono subordinati. I magistrati civili devono essere intesi come deputati di Dio stesso, non despoti liberi e indipendenti che possono fare semplicemente come piace loro.

 

Il Ministero della Spada

 

Che cos’è che Dio richiede da questi suoi ministri istituiti nello Stato? In che modo essi devono  rendere servizio a Lui? L’autorità del magistrato civile, distintamente da tutte le altre autorità (la famiglia, la chiesa, la scuola, ecc.), è autorità della coercizione. Il magistrato civile ha il diritto di punire quelli che non si conformano alle sue leggi, e di punirli con pene esteriori: sanzioni pecuniarie, pene corporali (lavori forzati o flagellazione), e perfino con la morte.

Altri settori della società possono in svariati modi imporre sanzioni ai trasgressori, ma mai la pena capitale. I genitori non possono giustiziare, i pastori non possono giustiziare, ma l’autorità del magistrato spicca chiaramente come l’autorità di giustiziare i criminali. L’autorità del magistrato è giustamente rappresentata simbolicamente nell’autorità della spada. La pena più estrema è stata messa a disposizione del magistrato: la pena di morte. Paolo parla del magistrato in Romani 13:4 come uno che “porta la spada”. (Per il significato di questo simbolo si può consultare Mt. 26:52, At. 12:2; Eb. 11:37; Ap. 13:10).

Il magistrato civile, secondo l’insegnamento di Paolo, deve essere visto come un ministro di Dio, un ministro le cui attività includono l’uso della spada nella punizione di trasgressori. I governanti civili hanno un ministero della spada dato loro da Dio. Ma questo equivale forse a dire che Dio getta la coperta della sua approvazione  su qualsiasi e su ogni uso della spada da parte di qualsiasi e di ogni magistrato civile lungo tutta la storia? Difficilmente! Sicuramente ci sono stati uomini che furono tiranni sanguinari, uomini che hanno abusato il potere messo nelle loro mani, uomini che hanno eseguito la pena capitale là dove farlo era immorale. Potere, arroganza, corruzione, gelosia, concupiscenza e pregiudizio hanno corrotto il ministero della spada come è stato dimostrato dal regno di molti magistrati nel corso della storia.

È qui che dobbiamo porgere attenzione a come Paolo formula Romani 13:4.

Egli non descrive qualsiasi e ogni uso della spada civile come ministero a Dio in una società. Paolo piuttosto distingue (implicitamente) tra un uso proprio ed uno improprio della spada, parlando di “portare la spada invano”. Proprio come ci direbbe il buon senso e l’esperienza storica, alcuni magistrati hanno brandito la spada in un modo che è vuoto di valore per quel che concerne un ministero a Dio. Alcuni hanno fatto della spada un uso futile, un uso che Dio non ha mai inteso avesse. Alcuni hanno portato la spada invano. In opposizione a tali usi vani della spada, Paolo descrive in Romani 13 il magistrato che veramente ministra in favore di Dio. Paolo ci presenta in Romani 13.4 il modello del ministro civile di Dio, uno che “non porta la spada invano”.

 

L’Ira di Dio

 

Cosa deve fare il “ministro di Dio” che “non porti la spada invano” come servizio di Dio per la società, secondo Paolo? Paolo dice che deve essere. “un ministro di Dio, un vendicatore con (dell’) ira contro colui che fa il male” (Ro.13:4 N.D.) L’ira di chi deve vendicare il magistrato?  Certamente non la propria. Poiché è proprio in tale personale dimostrazione d’ira che la spada è stata usata vanamente nel corso della storia. Piuttosto, Paolo indica che il magistrato deve vendicare l’ira di Dio, nel paragrafo che precede immediatamente quello ora in esame, Paolo aveva esortato i credenti ad essere in pace con gli uomini e a non vendicarsi dei torti subiti. In Romani 12:9 aveva appena detto: “Non fate le vostre vendette, cari miei, ma lasciate posto all’ira di Dio, perché sta scritto: «A me la vendetta, io renderò la retribuzione, dice il Signore»”. Due parole risaltano qui, vendetta e ira. Dio stesso vendicherà l’ira sui trasgressori, perciò i credenti non hanno bisogno di prendere questo compito nelle loro mani. Ma come vendicherà Dio la sua ira sui malfattori? Romani 13:1-7 risponde a quella naturale domanda. Dio ha ordinato il ministero della spada nella società. Quelli che Egli ha posto in autorità devono essere “vendicatori con (dell’) ira” che significa. Vendicatori dell’ira divina per conto di Colui che dichiara che ogni vendetta gli appartiene. Il ministro di Dio nello stato, quello che non porta la spada invano, opererà per vendicare l’ira di Dio contro i malfattori, contro “colui che fa il male” (Ro. 13:4) Questa è una parte importante della descrizione del magistrato civile. Egli deve assicurarsi che i buoni cittadini non abbiano nulla da temere dal suo governo e che gli elementi criminali della società abbiano molto da temere. Come Paolo dice: “I magistrati infatti non sono da temere per le opere buone, ma per le malvagie; … perché il magistrato è ministro di Dio per te nel bene; ma se tu fai il male, temi, perché egli non porta la spada invano; poiché egli è ministro di Dio, un vendicatore con ira contro colui che fa il male” (Ro.13:3-4). Il magistrato è sotto l’obbligo di distinguere correttamente attività virtuose e attività maligne dentro la società. Deve premiare le une e punire le altre.

Quelli che devono sottostare la sua ira giudiziale nella veste di portatore di spada per Dio sono descritti da Paolo come “facenti il male” in Romani 13:4. se facciamo un salto in giù di sei versi a Romani 13:10, leggiamo che l’amore non fa alcun male al prossimo. Sono precisamente questi cittadini, quelli che non amando trasgrediscono i comandamenti di Dio che sono designati a proteggere la vita, la libertà e la proprietà del prossimo, che sono quelli che “fanno il male” che Paolo vorrebbe che il magistrato punisca, fino alla morte (ove appropriata). Nella prospettiva Paolina, il magistrato civile oggi porta appellativi religiosi, essendo chiamato ad essere un vendicatore dell’ira divina contro i trasgressori della legge.

 

Concetti Veterotestamentari

 

La posizione del Nuovo Testamento verso la legge e la politica come troviamo in Romani 13:1-7 è risultata corrispondere nei punti cruciali con la posizione del Vecchio Testamento sia per quanto riguarda i magistrati Giudei che quelli Gentili. L’assunto fondante di Paolo fu la supremazia di Dio su tutti. Una volta dato per assodato, Paolo ha potuto dipingere i governanti come istituiti da Dio e perciò da non resistere. Infatti, Paolo ha potuto continuare ripudiando qualsiasi nozione laica del governo civile chiamando quelli che governano nello stato “ministri di Dio”, istituiti da Dio per vendicare la sua ira contro quelli che fanno il male violando le sue leggi. Come visto precedentemente, questa era precisamente la dottrina del Vecchio Testamento. In armonia con questa posizione si può formulare una prospettiva distintamente cristiana della giustizia pubblica. Pietro riassume molto degli insegnamenti del vecchio e del Nuovo Testamento riguardo al magistrato civile quando descrive i governanti come “mandati da Lui per la punizione dei malfattori” (1Pi. 2:14). Tale descrizione può condurre ad una sola conclusione:

 

  1. I governanti devono arginare il male governando secondo la legge di Dio.

 

Questa conclusione abbiamo notato essere la conseguenza degli insegnamenti del Vecchio testamento concernenti i governanti civili d’Israele quanto la conseguenza della prospettiva del Vecchio testamento sui governanti civili fuori da Israele. Visto che i governanti civili sono istituiti da Dio, visto che portano titoli religiosi, visto che sono mandati per essere vendicatori dell’ira di Dio, visto che devono punire quelli che sono genuini malfattori, il solo criterio appropriato per il loro governo nella società, il solo appropriato criterio di giustizia pubblica, dovrebbe essere la legge di Dio. Quelli che sono istituiti da Dio devono ubbidire i suoi dettami, non i propri. Quelli che sono chiamati “ministri di Dio” devono vivere all’altezza di questo titolo servendo la volontà di Dio. Quelli che devono vendicare l’ira di Dio devono essere istruiti da Dio Stesso per quel che autorizza tale ira e come debba essere espressa. Quelli che devono punire i malfattori devono avere un criterio affidabile per mezzo del quale giudicare chi sia e chi non sia un malfattore agli occhi di Dio.

Quindi tutto indica l’ovvia conclusione che il magistrato civile, secondo Romani13:1-7 (proprio come nel Vecchio Testamento), è vincolato ad obbedire le stipulazioni della legge di Dio quando hanno riferimento alla guida civile e alla giustizia pubblica. All’interno del proprio contesto letterario (specialmente 12:9 e 13:10), Romani 13:4 insegna specificamente che la legge di Dio deve essere la guida per il magistrato che non deve portare la spada invano. La legge di Dio definisce quelli che sono veramente malfattori, ed indica quelli su cui deve venire l’ira di Dio.

 

Quale Criterio Migliore?

 

Quelli che non sono favorevoli a prendere la legge di Dio quale criterio ultimo per la moralità civile e la giustizia pubblica saranno obbligati a sostituirla con qualche altro criterio di bene e di male. Il magistrato civile non può esercitare la propria funzione senza qualche guida etica, senza qualche criterio di bene e di male. Se quel criterio non deve essere la legge rivelata di Dio (la quale, dobbiamo prenderne nota, era diretta specificamente a problemi perenni in moralità politica), allora quale criterio sarà? In qualche forma o espressione dovrà essere la legge dell’uomo (o degli uomini), il criterio della legge fai da te ovvero dell’autonomia. E quando leggi autonome pervengono al governo di una società, la spada è certamente impugnata invano, poiché rappresenta semplicemente la forza bruta della volontà di alcuni uomini contro la volontà di altri. La “giustizia” diventa allora in realtà una copertura verbale per qualsiasi cosa serva gli interessi degli uomini forti della società (sia che la loro forza sia quella del potere fisico che quella della manipolazione mediatica).

Gli uomini sceglieranno o di essere governati da Dio o di essere governati da tiranni. A motivo della misericordiosa opera di arginamento operata dallo Spirito Santo nelle società, non vediamo ad ogni stadio della storia prendere forma queste crude polarizzazioni; la maggior parte delle società lotteranno in qualche misura per conformarsi alla legge di Dio, anche quando è ufficialmente negato. Comunque, in via di principio le scelte sono chiaramente tra la legge di Dio e la legge dell’uomo, tra vita e morte per una società. Se nessuna legge divina è riconosciuta al di sopra della legge dello stato, allora la legge dell’uomo è divenuta assoluta agli occhi degli uomini, a quel punto non c’è barriera logica al totalitarismo.

Quando la legge di Dio è accantonata, e la legge del politico perviene a regnare al suo posto, abbiamo la “bestia” descritta per noi dall’Apostolo Giovanni in Rivelazione 13. Indipendentemente dalla scuola di pensiero escatologica che uno abbia, e indipendentemente dalla complessiva struttura interpretativa che uno abbia per il libro di Rivelazione, tutti i lettori della Bibbia devono convenire che la “bestia” è il malvagio magistrato civile per antonomasia. Egli è proprio l’opposto di ciò che Paolo descrive in Romani 13, e per questo non ci sorprende che il libro di Rivelazione onori i cristiani per aver resistito i dettami della bestia, benché Romani 13 condanni la resistenza in via ordinaria.

Dimostrerà perspicacia notare come Giovanni descrive il magistrato malvagio conosciuto come “la bestia”. In Rivelazione 13:16-17 leggiamo del “marchio della bestia” che deve essere posto sulla fronte e sulla mano di chi voglia commerciare nel mercato, il marchio identifica il nome o carattere della bestia stessa. Per poter avere un posto vitale nella società, la bestia richiede che il suo nome, la sua autorità – la sua legge – diriga il pensiero e il comportamento (fronte e mano) di tutti i cittadini. Chi è familiare con il vecchio Testamento percepirà immediatamente l’allusione di Giovanni a Deuteronomio 6:8, dove Dio disse che la sua legge deve essere legata sulla fronte e sulla mano del suo popolo. La bestia è dipinta nell’atto di eliminare la legge di Dio e rimpiazzarla con le proprie leggi umane. Rimanendo in armonia con questa descrizione, Paolo stesso descrive la bestia in 2 Tessalonicesi 2 come “l’uomo del peccato” (hamartia, violazione delle legge di Dio).

Il paradigma di un capo politico malvagio nella Bibbia, come abbiamo visto, è uno che rigetta la legge di Dio quale criterio di giustizia pubblica e si volge invece ad un criterio autonomo. Giovanni rende piuttosto chiaro su chi si potrà contare nella resistenza alla bestia, all’uomo del peccato. Quelli che gli resistono sono descritti in Rivelazione 12:17 come quelli che custodiscono i comandamenti di Dio ed hanno la testimonianza di Gesù Cristo, e in 14:12 come coloro che osservano i comandamenti di Dio e la fede di Gesù. L’opposizione tra i santi e la bestia è imperniata chiaramente attorno alla legge di Dio.

 

La Moralità Politica di Paolo

 

Il magistrato che guadagna l’approvazione di Paolo in Romani 13 è quello che è un ministro di Dio “nel bene”, ma un “terrore” per chi “fa il male”. Nel dire queste cose Paolo chiaramente non si stava allontanando dal suo modello di definizione del bene e del male secondo la legge di Dio. Infatti, quando Paolo stette davanti al Sinedrio dei Giudei affermando la propria innocenza dichiarò che non aveva fatto niente di male (Atti 23:9 e 25:11) – niente di contrario alla legge di Dio – altrimenti serebbe stato disposto ad accettare la giustizia della propria esecuzione. Per Paolo, la moralità politica doveva essere valutata dalla norma della legge rivelata di Dio. Egli non prese una posizione dispensazionalista nei confronti della giustizia sociale, considerando i criteri dell’Antico testamento come messi da parte riguardo a questioni di politica pubblica, crimine, e punizione, nell’era del Nuovo Testamento. Dio ha un immutabile criterio del bene e del male, anche per quanto concerne l’etica politica.

Nei termini dell’un criterio di Dio per la moralità pubblica, non è sorprendente scoprire che la predicazione e gli scritti del Nuovo testamento erano tutt’altro che apolitici. Giovanni Battista predicò contro l’illegittimità del matrimonio di Erode (Mc. 6:18), e Gesù chiamò Erode “quella volpe” (Lu.13:32), una denuncia tagliente. Giovanni disse ai soldati dei loro obblighi nei confronti della legge di Dio (lu.3:14), e Gesù richiese che Zaccheo facesse restituzione per aver fatto la cresta sulle tasse (Lu. 19:1-10). Paolo predicò “contro gli statuti di Cesare, dicendo che c’è un altro re, Gesù” (Atti 17:7), per la cui cosa fu bandito da tessalonica. Nello scrivere poi a alla chiesa lì, egli alluse all’antagonismo dei capi della città nei suoi confronti come l’impedimento di satana (1Tess. 2:18). In tutti questi incidenti vediamo che il Nuovo Testamento non tace riguardo a questi sbagli politici, e che pesa questi sbagli sulla bilancia della legge rivelata di Dio. Al livello più pratico ed applicativo, il criterio distintamente cristiano per la moralità politica fu trovato nei ben noti comandamenti di Dio.

 

Conclusione

 

Gli anni recenti hanno testimoniato una rinascita dell’interesse politico cristiano. Però, quella rinascita frequentemente non è stata associata con un ben definito concetto Biblico di etica socio-politica. Il criterio distintivo della politica cristiana è stato trascurato. Studiando il Vecchio testamento riguardo ai magistrati giudeo e Gentile e studiando la rivelazione del Nuovo Testamento riguardo alla legge e la politica, abbiamo scoperto una completa armonia su questi tre punti essenziali:

 

  1. poiché istituiti da Dio non bisogna opporre resistenza ai governanti.
  2. portando titoli religiosi i governanti sono vendicatori dell’ira divina.
  3. Quindi i governanti devono arginare il male governando secondo la legge di Dio

 

Questo ci fornisce un fondamento per il coinvolgimento cristiano nella filosofia e nella pratica politica. Da questa piattaforma può essere dato un contributo distintivo.

 

 

[1] Questo capitolo è tratto da “By This Standard” di Greg Bahnsen ora disponibile anche  gratuitamente in rete http://freebooks.entrewave.com/freebooks/docs/a_pdfs/gbbs.pdf Non è prevista per ora la traduzione dell’intero libro nel quale l’autore dimostra con dovizia ciò che afferma ora N.dT.)

[2] John Murray: “The Epistle to the Romans, 2 Vol, Grand Rapids, MI; Eerdmans, 1965, vol II, p. 149.

[3] Charles Hodge: A Commentary on Romans; Londra. Banner of Truth Trust, (1835), 1972, p. 408.

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