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ISTITUZIONE DELLA LEGGE BIBLICA

Nono Comandamento

8. Falsa testimonianza

Nel discutere la “falsa testimonianza” stiamo trattando con una variazione dello spergiuro e, in un senso, potremmo dichiarare chiuso il caso semplicemente dicendo che la falsa testimonianza, in tutte le sue forme, è proibita. Però, le sottili ma importanti varietà di falsa testimonianza sono citate nella legge e le dobbiamo riconoscere. Esaminando il contesto specifico della legge, a volte si scopre molto del suo significato. Ecco che il significato di Esodo 23:1, 2, 7, diventa più chiaro se si esaminano i versi da 1 a 9:

Non spargerai alcuna voce falsa e non darai alcun aiuto all’empio per essere un ingiusto testimone.
Non seguirai la maggioranza per fare il male; e non deporrai in una vertenza giudiziaria schierandoti dalla parte della maggioranza per pervertire la giustizia.

Non favorirai neppure il povero nel suo processo.
Se incontri il bue del tuo nemico o il suo asino smarrito, glielo riporterai.
Se vedi l’asino di colui che ti odia steso a terra sotto il carico, guardati bene dall’abbandonarlo, ma aiuterai il suo padrone a slegarlo.
Non distorcerai il diritto del tuo povero nel suo processo.
Rifuggirai da ogni falsità; non ucciderai l’innocente e il giusto, perché io non assolverò il malvagio.
Non accetterai alcun regalo, perché il regalo acceca chi vede e perverte le parole dei giusti.
Non opprimerai lo straniero, poiché voi conoscete l’animo dello straniero, perché siete stati stranieri nel paese d’Egitto.

Prima di esaminare questo passo prendiamo nota di ciò che Isaac Barrow ha detto tanto tempo fa del nono comandamento:

È nell’ebraico: “Non risponderai (cioè, se esaminato o sotto giuramento in giudizio) contro il tuo prossimo come falso testimone; talché sembra che principalmente sia proibito rendere falsa testimonianza contro il nostro prossimo (specialmente in questioni per lui d’importanza capitale); tuttavia che non sia proibito solo questo grande crimine ma tutto ciò che d’ingiurioso (anche extra giudiziale) pregiudichi la reputazione del nostro prossimo e di conseguenza la sua sicurezza e il suo benessere di qualsiasi tipo, può essere dedotto da quella spiegazione della legge, o da quella legge parallela che abbiamo in Levitico: Non andrai in giro, sta scritto lì, calunniando fra il tuo popolo, né prenderai posizione contro la vita del tuo prossimo: come chiacchierone, ovvero mercante scambiatore di cattive informazioni o storie riguardanti il tuo prossimo, a suo danno; diffamandolo, o sminuendolo, o coltivando nella mente degli uomini una cattiva opinione di lui; pratica vile e malevola che è alternativamente condannata e riprovata sotto nomi diversi …[1].

La legge contro la falsa testimonianza fa quindi principalmente riferimento ad una corte di giustizia, e secondariamente alla vita in una comunità. Esodo 23:1-9 colloca la legge sulla falsa testimonianza, in ambedue i suoi significati, nel contesto di una più ampia richiesta di giustizia. Rylarsldaam ha definito i versi 1-9 un “gruppo di principi e ammonizioni” designati a dare “lo spirito della giustizia” e a “permeare tutte le decisioni giuridiche” [2].  In queste leggi compaiono diversi principi. Primo, un uomo pio si deve muovere nei termini della legge di Dio, non in quelli della turba o della “moltitudine” perché lo spirito della turba, per quanto sia potente nel governo degli uomini, è raramente o forse mai la legge di Dio (v. 2). Un uomo deve avere coraggio e fede; deve essere governato non dal potere dell’uomo ma dal potere di Dio. Secondo, proprio come non può essere mosso dalla turba, neppure può essere governato da considerazioni personali, ad esempio pietà per il povero (v. 3), né da simpatia per il ricco (v.6). Le corruzioni sono casi anche più gravi di distorsione della legge perché accecano un uomo alle questioni reali talché egli rende deliberatamente una falsa testimonianza, che sia come testimone o come giudice (vv. 7, 8). Uno straniero o forestiero deve ricevere la stessa giustizia di un amico (v. 9), e a un nemico è dovuta la stessa giustizia e la stessa assistenza di un amico nel reale bisogno (vv. 4, 5). Terzo, la testimonianza maligna è condannata, come lo sono le notizie false, nel primo verso, e possiamo inferire che tutti i versi che seguono diano casi di tali notizie false e testimonianze maligne. In breve, c’è una stretta e necessaria correlazione tra le parole e le azioni. La malignità nelle parole significa malignità anche nelle azioni. Un uomo che emetta una falsa e maligna notizia o testimonianza nei confronti del suo prossimo, dentro o fuori il tribunale, molto probabilmente non sarà disposto ad aiutare quella persona se il suo bue si smarrisce o se il suo asino è troppo carico. Un testimone disonesto è anche essenzialmente un vicino bacato.

Nella prospettiva moderna, le parole sono spesso trattate teoreticamente come se non fossero nulla. Libertà di parola è interpretata a significare il totale diritto d’espressione senza conseguenze, un ideale mai pienamente stabilito in pratica.

Il sogno dell’assoluta libertà di parola è un mito e un’illusione. Nessuna società l’ha mai concesso. Non si riconoscere il diritto di gridare “fuoco!” In un teatro affollato, né di invocare l’uccisione del presidente, né di pubblicare affermazioni totalmente false e maligne riguardo ad una persona. La parola deve essere responsabile per essere libera, e che la parola responsabile sia libera è una necessità sociale. I sostenitori della libertà di parola sono logici nel richiedere anche la libertà d’azione, libertà da ogni responsabilità in parola e azione. Nessuna società può esistere se sia permessa tale libertà dalla responsabilità. Non sorprende che i sostenitori che più alzano la voce per la libertà di parola oggi siano quelli che sostengono una rivoluzione che negherà domani la libertà di parola a tutti gli altri. Sopprimono la libertà di parola nella reale paura del mondo responsabile quanto di quello irresponsabile. Il fondamento della loro paura delle parole contrarie è in parte precauzione politica e in parte timore religioso.

Nelle antiche convinzioni pagane la parola aveva poteri magici. Parola e azione erano correlati creativamente. Poiché l’uomo è il dio di tutto l’umanismo e il paganesimo era umanista, di conseguenza la parola dell’uomo è creduta avere potere creativo. Di qui l’antica ricerca per la parola magica che governava azioni particolarmente potenti: “apriti sesamo”, “abracadabra”, e simili. Col possesso della parola l’uomo possedeva poteri speciali. Questa convinzione è ripesa oggi dall’occultismo e dalle logge segrete con le loro parole d’ordine e termini nascosti.

Non manca, comunque, dall’umanesimo secolare e pubblico dove l’identificazione magica di parola e azione è spesso implicita. La preferenza per il parolaio politichese è probabilmente evidente nel fatto che i liberali americani preferirono l’impotente John F. Kennedy, che parlava il linguaggio degli intellettuali, alle conquiste socialiste molto sostanziali di Lyndon B. Johnson che era privo dei poteri verbali nei quali godono i liberali.

Un esempio più chiaro è dato dalla fede degli umanisti nel potere dei piani e delle idee concepite razionalmente. Poiché la parola creativa dell’uomo è considerata avere poteri divini, talché la parola è l’atto, come con Dio, così gli intellettuali umanistici assumono che una volta che i loro piani razionali o scientifici siano concepiti debbano solamente essere dichiarati dallo stato perché diventino realtà. Il risultato è una grande fede umanistica nel potere della legislazione.

Van del Leeuw l’ha abilmente riassunta:

È la parola che decide la possibilità. Perché è un’azione, un’attitudine, un prendere una posizione e un esercizio di potere, e in ogni parola c’è qualcosa di creativo. È espressiva, ed esiste prima della cosiddetta realtà [3].

Per l’umanista, le parole del non-umanista, del non-informato, del non- illuminato, sono parole vuote; le parole dell’élite sono parole creative, divine.

La posizione biblica è che l’uomo, creato a immagine di Dio, parla, non una parola creativa, ma una parola analogica, vale a dire che può pensare e parlare i pensieri di Dio dopo di lui (o nella sua cornice di pensiero N.d.T.), e in ciò consiste il potere dell’uomo. L’uomo esercita potere e dominio sotto Dio nella misura in cui parla e agisce nei termini della parola creativa di Dio.

La tentazione di Satana fu che l’uomo potesse parlare la propria parola divina e creativa: “Sarete come Dio, conoscendo il bene e il male” (Ge. 3:5). L’uomo, secondo Satana, a quel punto avrebbe stabilito la propria parola divina, detto e dichiarato da sé ciò ch’è bene e ciò ch’è male; la realtà sarebbe stata ri-ordinata e ri-creata dalla parola propria dell’uomo. Nel mondo di Satana, la parola dell’uomo è l’azione, e il nuovo mondo nasce quando l’uomo si separa dalla parola che proviene da Dio.

Poiché è creato ad immagine di Dio, il linguaggio è importante per l’uomo. Le parole sono il soggetto di due comandamenti, il terzo e il nono. Quando l’uomo fa falsa testimonianza, quando usa il nome del Signore invano o agisce in violazione d’esso, a quel punto l’uomo nega l’immagine in favore della rivendicazione di Satana che l’uomo si crea da sé. Quando Sartre insiste che che l’uomo crea la propria essenza, ovvero che l’uomo definisce se stesso e che si porta in esistenza dal nulla, sta affermando la posizione di Satana. Ma ovunque l’uomo renda vera testimonianza nel pieno senso della parola, ivi egli cresce nei termini della restaurata immagine di Dio.

Il contesto di Esodo 23:1-9 rende dunque chiaro che una testimonianza fedele è parte di un modo di vivere, di uno spirito di giustizia. Una testimonianza fedele trascende questioni personali come amicizia o inimicizia nei confronti di un uomo. Ove gli uomini non abbiano diritto alla verità non è perché non ci piacciono ma perché sono in guerra contro la legge di Dio e cercano di estrarre da noi la verità per fini malvagi e illegittimi.

Il punto è che ci deve governare la legge di Dio. Come Van Til ha osservato riguardo al pensiero filosofico: “Dio è l’originale e … l’uomo è derivato”[4]. Inoltre: “Se non si fa la conoscenza umana completamente dipendente dall’originale auto-conoscenza e conseguente rivelazione di Dio all’uomo, allora l’uomo dovrà cercare la conoscenza dentro di sé come punto finale di riferimento”[5].

Tradotto dentro al mondo della legge, questo significa che il punto di riferimento nel parlare non è l’uomo. La legge di Dio non ci permette di usare parole che fanno riferimento ai nostri amore e odio, cose che ci piacciono e non ci piacciono, o i nostri guadagno o perdita. La parola analogica significa parola obbediente. Le parole di Rahab e delle levatrici erano parole obbedienti, e anche Davide cita come l’uomo di Dio: “Anche se ha giurato a sua danno, egli non ritratta” (Sl. 15:4), ad esempio l’uomo che in tribunale rende una testimonianza onesta a proprio danno. Il Salmo intero, infatti, evidenzia l’importanza di una testimonianza totalmente verace:

O Eterno, chi dimorerà nella tua tenda? Chi abiterà sul tuo santo monte? Colui che cammina in modo irreprensibile e fa ciò che è giusto, e dice la verità come l’ha nel cuore, che non calunnia con la sua lingua, non fa alcun male al suo compagno, non lancia alcun insulto contro il suo prossimo. Ai suoi occhi è disprezzata la persona spregevole, ma egli onora quelli che temono l’Eterno; anche se ha giurato a suo danno, egli non ritratta; non dà il suo denaro ad usura e non accetta doni contro l’innocente. Chi fa queste cose non sarà mai smosso (Sl. 15).

Questo salmo è un commentario su Esodo 23:1-9. La parola analogica è la parola di un testimone fedele nell’atto d’obbedire. La vera testimonianza fa riferimento, dall’inizio alla fine, a Dio e alla sua giustizia, non all’uomo e ai suoi desideri.

Ove l’assoluta parola-legge di Dio non ci sia più, verità e testimonianza verace svaniscono rapidamente. Un libro di Sam Keen: To a Dancing God, inizia così:

Io, Sam Keen, ho scritto questo libro. La voce che vi parla in queste trattazioni è la mia. Non è la voce della filosofia o della teologia, o dell’uomo moderno. Ciò che offro è una serie di riflessioni personali su questioni, problemi e crisi con cui ho dovuto combattere. Le conclusioni cui sono giunto non sono inevitabili. Tanto i miei dubbi che le mie certezze potrebbero essere troppo intimamente collegate ad elementi unici nella mia autobiografia da essere tipici di quella creatura nebulosa chiamata “uomo moderno”. Quando parlo con sicurezza è perché ho scoperto alcuni elementi di uno stile di vita che sono soddisfacenti per me. Ad ogni modo, le affermazioni che faccio non hanno autorità se non scegliete di aggiungere la vostra voce alla mia. Per me è così. Non posso dire come sia per voi. Tuttavia io vi inviterei a sostituire l’ “io” di queste trattazioni col “noi” quando vi trovate d’accordo [6].

Senza la parola assoluta di Dio l’uomo può offrire solo uno “stile di vita”, non la verità; anche l’autorità se n’è andata quando se n’è andata la verità. Anche la capacità di distinguere tra bene e male, giusto e sbagliato se n’è andata perché, in un mondo esistenziale, tutte le cose sono relative e l’uomo è al di là del bene del male. Billy Graham, essendosi progressivamente spostato dentro ad un concetto esperienziale di verità, potè pertanto dire, come citato nel 1970 da Robert Davis nel suo “News Briefs”, che: “Egli rifiutava di discutere il comunismo benché un tempo egli fosse conosciuto come un grande nemico di quel sistema. ‘Per anni non ho parlato di questo’ disse. ‘Non posso girare il mondo e dire chi sia nel giusto e chi nell’errore’. I commenti di Graham furono fatti in un’intervista con Der Spiegel, un settimanale tedesco”.

Quando la verità e dire la verità sono ambedue divorziati da Dio e dalla sua assoluta parola-legge, scompaiono entrambi.

1 The Works of Isaac Barrow; New York: John C. Riker, 1845, III, 38.

2 J. Coert Rylarsdaam, “Exodous”, in Interpreter’s Bible, I, 1009 s.

3 G. Van del Leew: Religion in Essence and Manifestation; New York: Macmillan, 1938, p. 403.

4 Cornelius Van Til: A Christian Theory of Knowledge; Presbyterian and Reformed Publishing Co., 1969, p. 16.

5 Ibid., p. 17.

6 Citato nell’edizione Aprile, 1970 del Religioius Book Club Bulletin. Il libro del signor Keen fu la scelta del Club. Keen è un membro del Western Behavioral Sciences Institute and Center for the Study of Persons.

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