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ISTITUZIONI DELLA LEGGE BIBLICA

Ottavo Comandamento

6. Usura

Poche leggi sono più travisate delle leggi della bibbia sull’usura. La stessa parola usura arreca confusione all’argomento. Nell’uso biblico non fa riferimento a interessi esorbitanti, ma a un interesse qualsiasi. Le legge dice quanto segue:

Se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, all’indigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio: voi non dovete imporgli alcun interesse.
Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai al tramonto del sole, perché è la sua sola coperta, è il mantello per la sua pelle; come potrebbe coprirsi dormendo? Altrimenti, quando invocherà da me l’aiuto, io ascolterò il suo grido, perché io sono pietoso (Es. 22:24-26).

Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria ed è privo di mezzi, aiutalo, come un forestiero e inquilino, perché possa vivere presso di te. Non prendere da lui interessi, né utili; ma temi il tuo Dio e fa vivere il tuo fratello presso di te. Non gli presterai il denaro a interesse, né gli darai il vitto a usura. Io sono il Signore vostro Dio, che vi ho fatto uscire dal paese d’Egitto, per darvi il paese di Canaan, per essere il vostro Dio (Le. 25:35-38).
Non farai al tuo fratello prestiti a interesse, né di denaro, né di viveri, né di qualunque cosa che si presta a interesse. Allo straniero potrai prestare a interesse, ma non al tuo fratello, perché il Signore tuo Dio ti benedica in tutto ciò a cui metterai mano, nel paese di cui stai per andare a prender possesso (De. 23: 20-21).

Prima di tutto, in due delle tre dichiarazioni di questa legge, è specificamente dichiarato che la legge fa riferimento ai poveri e, inoltre, ai poveri confratelli credenti o membri del patto. Deuteronomio è parzialmente un riassunto di quella legge e sembra assuma lo stesso fatto. Questo punto è molto importante perché molto del fraintendimento di questa legge proviene dall’errata interpretazione della parola “fratello”. Per secoli la chiesa ha assunto che “fratello” facesse riferimento ad ogni credente, e pertanto, conseguentemente bandì qualsiasi interesse tra cristiani. Il Talmud seguì un’interpretazione simile: ogni pagamento d’interessi tra israeliti fu proibito. Però, comparve una varietà di evasioni e divenne pratica per un israelita ascrivere “il proprio denaro ad un Gentile che a sua volta lo girava ad un israelita con interesse”.[1]  Furono sviluppati anche tecnicismi giuridici mediante i quali l’interesse poteva essere esatto senza che fosse considerato interesse. Fu così anche nella teoria e prassi medievale.

Calvino alterò questa tesi di fratellanza. Nella curiosa terminologia di Nelson, egli “tracciò la via al mondo dell’Alterità Universale, nella quale tutti divennero ‘fratelli’ nell’essere egualmente ‘altri.’”[2]  La conclusione del Nelson è altamente discutibile. Calvino chiaramente riconobbe che la legge non aboliva l’interesse ma piuttosto chiamava ad aiutare i fratelli poveri meritevoli. Nel commentare Esodo 22:25, Calvino dichiarò:

La questione qui non riguarda l’usura, come alcuni hanno falsamente pensato, come se ci avesse comandato di prestare gratuitamente e senza nessuna speranza di guadagno; ma, siccome nel prestare il più delle volte ricerchiamo il vantaggio privato, e perciò trascuriamo i poveri, e prestiamo solo ai ricchi dai quali ci aspettiamo qualche forma di compenso, Cristo ci ricorda che se cerchiamo di ottenere il favore dei ricchi, non concediamo in questo modo nessuna prova della nostra carità o misericordia; e di qui Egli propone un altro tipo di liberalità, che è completamente gratuita, nel dare assistenza ai poveri, non solo perché il nostro prestito è rischioso, ma perché essi non possono fare una restituzione in natura.[3]

Il punto che Calvino arditamente fece al tempo, rompendo con l’intera tradizione che proveniva da Aristotele che sosteneva che qualsiasi interesse fosse una malvagità, fu che l’interesse non è malvagio in se stesso. Calvino non aveva simpatia per l’interesse, o per i prestiti di denaro. Era consapevole del peso del pregiudizio contro di esso, e dichiarò che avrebbe preferito un mondo che ne fosse esente: “Ma non oso pronunciare su un punto così importante più di quello che la parola di Dio trasmette.”[4]

Ho pertanto ammonito gli uomini che il fatto stesso va semplicemente considerato, che tutti i guadagni ingiusti dispiacciono sempre a Dio, qualsiasi colore ci sforziamo di dare loro. Ma se vogliamo farci un giudizio equo, la ragione non ci permette di ammettere che qualsiasi usura debba essere condannata senza eccezione. Se il debitore ha allungato il tempo con falsi pretesti causando perdita o disagio al suo creditore, sarà forse regolare che tragga vantaggio dalla sua cattiva fede e rottura della promessa? Certamente nessuno, io credo, negherà che l’usura debba essere pagata al creditore in aggiunta al capitale per compensare la sua perdita. Se qualsiasi uomo ricco e danaroso, che desideri acquistare un pezzo di terra, prendesse parte della somme richiesta in prestito da un altro, chi presta non potrebbe forse ricevere parte dei proventi della fattoria fino a quando il capitale non sia stato restituito? Succedono quotidianamente molti casi in cui, per quanto concerne l’equità, l’usura non è peggiore dell’acquisizione. Né varrà quel subdolo argomento di Aristotele, che l’usura è innaturale perché il denaro è sterile e non genera denaro; perché un tale truffatore di cui ho accennato, può trarre un grande profitto compravendendo col denaro di un altro, e l’acquirente della fattoria può nel frattempo raccogliere la propria annata. Ma chi pensi diversamente può obbiettare, che noi dobbiamo attenerci ai giudizi di Dio quando Egli proibisce in generale qualsiasi usura verso il suo popolo. Io rispondo che la questione riguarda solo i poveri, e conseguentemente, se abbiamo a che fare coi ricchi, l’usura è liberamente permessa; perché il Legislatore, nell’alludere a una cosa sembra non condannarne un’altra, riguardo alla quale non dice nulla.[5]

La condanna totale dell’interesse ha portato a conseguenze morali molto brutte. Presta-denaro e banchieri sono stati una classe considerata con sospetto a causa del protrarsi della condanna dell’usura. Fin dal periodo medievale tali persone sono state viste viste come una forma di malvagia cospirazione contro l’umanità e quest’opinione è cresciuta anziché diminuire. Ci viene detto continuamente tanto dalla Destra che dai Socialisti che i banchieri internazionali e le banche centrali stanno cospirando contro l’umanità. Benché non vengano mai presentate le prove di questo fatto, la favola è stata ripetuta così spesso che viene considerata vera perché così tante persone la credono. Il preside di Durham, il Rev. Dr. Thomas Wilson, un vigoroso nemico di ogni interesse, rivelò chiaramente la confusione morale a cui ha portato questa posizione. Nel descrivere la malvagità dei presta- denaro, Wilson citò un esempio:

Conosco un gentiluomo nato proprietario di un podere di cinquecento campi, e che cadde in usura impegnando il suo terreno non ricevendo mai più di mille sterline nette, e che in un certo numero di anni, ancora sotto usura e doppia usura che i mercanti definiscono con un nome più pulito scadenza e doppia scadenza, si trovò a dovere infine al mastro usuraio cinquemila sterline, avendone prese in prestito solo mille; talché la sua terra era persa oltre l’eredità di cinquecento sterline, per mille sterline in danaro più l’usura per così pochi anni e quell’uomo adesso vive d’elemosina. Io non dirò che questo gentiluomo non fu uno sprecone in diverse maniere divertendosi o anche no; lo posso immaginare vestito d’abiti gai e costosi, pavoneggiarsi con più servitù del necessario, annaspare in un tunnel mostruoso di carte, dadi, e giochi alla moda. Eppure io dico che egli ha perso di più con l’usuraio che con tutti questi mezzi di speco: perché le sue spese vane non ammontarono a più che mille sterline perché di più non ne aveva, mentre l’usuraio non solo riebbe i suoi mille ma quattro volte di più, che è cinquemila sterline in tutto e in mancanza di questo pagamento il terreno di cinquecento campi divenne suo. E questo guadagno solo per del tempo.[6]

L’erede in questione spese tutta la rendita della sua proprietà, più il prestito di mille sterline in una vita movimentata e finì a mendicare. Spese dunque più della somma del prestito e Wilson era quindi in errore qui. L’interesse sembra alto ma non possiamo giudicare su questo perché non conosciamo l’epoca precisa della vita di questo capriccioso erede. Il sedicesimo secolo vide molta inflazione in Inghilterra; le percentuali d’interesse durante l’inflazione salgono proporzionatamente e le cifre degli interesse sono pertanto relative. Il prestito fu probabilmente un prestito legittimo; molto chiaramente, la moralità dell’erede era cattiva. La malvagità in questo caso fu molto chiaramente principalmente quella dell’erede e forse interamente sua. Wilson non fornisce prove di una chiara malefatta da parte del presta-danaro; invece, la sua posizione è che prestare danaro è malvagio in sé. Di conseguenza egli passa sopra con leggerezza all’ovvio degrado morale del giovane gentiluomo che meritò di diventare un accattone.

Quest’abitudine di condannare altri per i nostri peccati è diventata profondamente radicata nell’uomo occidentale come conseguenza di questa ostilità nei confronti dei prestiti di denaro. È stata anche terreno fertile per l’antisemitismo.

Secondo, la natura del prestito ai poveri merita accurata attenzione. Secondo Rylaarsdam, commentando Esodo 22:24-26

Il punto vero è che nel regolarsi con un povero, verosimilmente un proprio operaio, un israelita deve essere generoso. Se gli dà un anticipo del salario giornaliero non deve insistere sul pagamento entro sera al rischio che l’uomo debba fare a meno del mantello che ha dato come pegno del prestito (v. 26). L’ammonizione in origine non era tanto una proibizione dell’interesse quanto una richiesta che si sia pronti a “rischiare in anticipo” senza sicurezza materiale. Amos 2:6 condanna gl’israeliti per aver usato tali pegni in modo strettamente giuridico anche al costo di far diventare schiavo il povero. Mano a mano che un’economia di baratto mutò in economia di moneta il problema dell’interesse divenne sempre più acuto (De. 23:19-20; Le. 25:26); tra israeliti fu proibito l’interesse su prestiti commerciali. (In ebraico la parola “interesse” significa “morso”!) Prendere il mantello del prossimo come pegno per un periodo più lungo delle ore lavorative del giorno, quando non lo indossa, equivale a fargli dare in pegno la sua vita (cf. De. 24: 6, 17). Questa proibizione in ultima analisi rende impossibile la schiavitù per debito.[7]

La fede evoluzionista di Rylaarsdam lo porta d assumere una data più tarda per le leggi di Levitico e Deuteronomio, e quindi un significato differente. Per questo non ci sono evidenze. Egli è corretto, invece, nell’assumere questa legge come evidenza di pagamento anticipato di salario. Veniva preso in pegno il vestiario esterno o mantello nel quale il povero lavoratore dormiva. Il rifermento è alla gente povera che stava col prestatore, a qualcuno del mio popolo l’ “indigente che sta con te”, le persone che lavoravano la sua terra con lui. Lo stesso significato compare in Levitico 25:35-38, ed è spiegato. Se un individuo credente povero che è impiegato dal credente benestante si trova in difficoltà finanziarie a causa di qualche problema deve ricevere la stessa ospitalità dovuta a un forestiero o un viaggiatore. La carità deve quindi essere marcata dalla grazia e il prestito essere senza interesse. Il commento di Wright su Deuteronomio 23:19, 20 lo evidenzia:

Nessun interesse deve essere addebitato su prestiti a un confratello israelita, benché sia permesso nel caso di uno straniero. Siccome la maggior parte dei prestiti in Israele servivano lo scopo di superare difficoltà, il principio alla base di questo comandamento era che il bisogno di un altro non doveva essere occasione di profitto. L’uso di prestiti per il commercio internazionale serviva uno scopo diverso. Ecco perché lo straniero era escluso da questo requisito.[8]

È lodevole che un ricco presti a poveri confratelli credenti, ma questo è un atto di carità volontario, mentre la legge, come rende chiaro il linguaggio usato da Levitico, richiede questa carità come obbligatoria verso propri operai. Nessun credente ricco ha la capacità di prestare a tutti i poveri credenti. Ha però la capacità d’aiutare quelli che occupa. La sua responsabilità qui è di anticipare loro dei prestiti senza interesse, di fronte al loro salario, e di dare prestiti d’emergenza in tempi di crisi. La legge contro l’interesse è pertanto limitata ad un tipo specifico di casi e implica più che una mera proibizione perché richiede un dovere attivo verso quelli che sono sotto la nostra autorità.

Terzo, mentre la carità è chiaramente il proposito di questa legge, la carità non viene qui confusa con un dono, una perdita e la stupidità. Un pegno può essere richiesto benché non sia obbligatorio. Come evidenzia Gary North, questo proibisce la riserva frazionaria bancaria nel fatto che la garanzia collaterale non può essere usata per negoziare un secondo prestito in quanto in possesso del prestatore durante il giorno. Il requisito del pegno era una protezione contro l’irresponsabilità da parte del povero operaio. Se il povero operaio era un uomo affidabile il datore di lavoro non avrebbe richiesto il pegno. Il pegno o collaterale era dunque un’assicurazione contro la mancata restituzione in denaro o in lavoro. La carità in questo caso è un dono dell’interesse, non del prestito.

Le accuse contro l’usura nei profeti sono incriminazioni di prestiti ad operai a interesse, per appropriarsi delle loro piccole proprietà di terreno. Nel Salmo 15:5 tale usura è accoppiata coll’ “accettare doni contro l’innocente” cioè con la corruzione. In Proverbi 28:8 ci è detto che “Chi accresce i suoi beni con usura e guadagni ingiusti, li accumula per colui che ha pietà dei poveri”, ovvero, l’uomo che richiede interessi ai suoi poveri operai che sono credenti sarà infine giudicato da Dio e la sua ricchezza data a coloro i quali hanno compassione dei loro fratelli poveri. Geremia affrontò l’ostilità di uomini che schiavizzavano i loro compagni credenti anziché aiutarli (Gr. 15:10). Ezechiele fece riferimento allo stesso tipo d’oppressione (Ez. 22:12; 18:13). Nehemia richiese un ritorno alla legge biblica (Ne. 5:1-13).

Gesù fece di passaggio un riferimento allo stesso tipo di prestito senza interesse in Luca 6:34-35. La sua approvazione dell’interesse su prestiti commerciali è chiaramente evidente in Luca 19:23 e Matteo 25:27.

L’affermazione riassuntiva di Unger è pertanto nel complesso chiaramente corretta:

Non essendo gl’israeliti un popolo di commercio, il denaro non veniva prestato spesso allo scopo di concludere affari ma piuttosto per aiutare il povero che arrancava. Quest’ultimo è l’unico tipo d’interesse proibito nella legge, e l’evitarlo è a volte dato tra le caratteristiche dell’uomo pio (Sa. 15:5; Gr. 15:10; cf. Pr. 28:8).

La pratica di ipotecare le terre, talvolta a interesse esorbitante, crebbe tra i giudei durante la cattività, in diretta violazione della legge (Le. 25:36; Ez. 18:8, 13, 17); e Nehemia strappò un giuramento per assicurare che la pratica terminasse (Ne. 5:3-13). Gesù denunciò tutte le estorsioni e promulgò una nuova legge d’amore e sopportazione (Lu. 6:30, 35). Richiedere un’usura nel senso di un ragionevole interesse per l’uso del denaro impiegato nel commercio è diverso e non è proibita da nessuna parte; e ne è fatto riferimento nel Nuovo Testamento come una pratica perfettamente compresa e permissibile (Mt. 25:27; Lu. 19:23).[9]

Non c’è motivo per definire la dichiarazione di nostro Signore “una nuova legge di amore e sopportazione” quando non è niente di più che un riassunto della legge del Vecchio Testamento.

Quarto, mentre l’interesse è permesso su prestiti commerciali, tutti tali prestiti sono soggetti alle restrizioni della legge del sabato, ovvero la loro durata è limitata a sei anni. Secondo Deuteronomio 15:1-6:

Alla fine di ogni sette anni concederai la remissione dei debiti. E questa sarà la forma della remissione: Ogni creditore condonerà ciò che ha dato in prestito al suo prossimo; non esigerà la restituzione dal suo prossimo e dal suo fratello, perché è stata proclamata la remissione dell’Eterno. Potrai richiederlo dallo straniero; ma condonerai al tuo fratello quanto egli ti deve. Non vi sarà tuttavia alcun bisognoso tra di voi, poiché l’Eterno ti benedirà grandemente nel paese che l’Eterno, il tuo DIO, ti dà in eredità, perché tu lo possieda, solo però se tu ubbidisci diligentemente alla voce dell’Eterno, il tuo DIO, avendo cura di mettere in pratica tutti questi comandamenti, che oggi ti prescrivo. Poiché l’Eterno, il tuo DIO, ti benedirà come ti ha promesso; allora farai prestiti a molte nazioni, ma tu non chiederai prestiti; dominerai su molte nazioni, ma esse non domineranno su di te.

Sono permessi solo prestiti a breve termine. Nessun uomo pio ha il diritto d’ipotecare il proprio futuro indefinitamente; la sua vita appartiene a Dio e non può essere volontariamente arresa nelle mani d’altri uomini. Pertanto, qualsiasi tipo di debito contratto da credenti, che sia per ragioni caritatevoli o per questioni d’affari, deve essere un debito a breve termine. Il sabato è basilarmente ed essenzialmente riposo piuttosto che adorazione, e alla base del riposo sabbatico c’è uno stile di vita libero da debiti. I debiti a lungo termine sono chiaramente una violazione del sabato, e molte chiese che professano di essere devote osservanti del sabato sono su questo punto flagranti violatrici del sabato. La vita normale dell’uomo pattizio è di essere libero da debiti, di rendere a ciascuno ciò che gli è dovuto: il tributo a chi dovete il tributo, l’imposta a chi dovete l’imposta, il timore a chi dovete il timore, l’onore a chi l’onore. Di non avere alcun debito con nessuno, se non di amarvi gli uni gli altri, perché chi ama il suo simile ha adempiuto la legge (Ro. 13:7-8). Se questa e tutte le altre leggi di Dio fossero osservate “non ci sarebbe povero” in mezzo al popolo di Dio. Questa è un’affermazione ferma a categorica: presuppone che l’uomo pio possa osservare la legge al grado necessario per ricevere questa benedizione.

Quinto, i non-credenti sono esclusi dalla carità richiesta da questa legge, tanto i prestiti senza interesse che il termine del debito nell’anno sabbatico. Gli empi sono già schiavi del peccato per natura; il vero schiavo non può essere svezzato dalla schiavitù, ed è stoltezza trattarlo come un uomo libero. I pii sono uomini liberi per natura; in tempo di difficoltà hanno bisogno d’aiuto per riguadagnare la loro libertà. La libertà non può essere data ad un uomo che ama la schiavitù, ed è stoltezza provarci mediante il denaro. La rigenerazione è la sola soluzione.

Sesto, nel citare la loro liberazione dall’Egitto, Dio rammenta al suo popolo che lo scopo della sua legge è portare l’uomo dentro la libertà proprio com’Egli li ha liberati dalla schiavitù alla libertà. Lo scopo delle leggi che governano l’interesse, e lo scopo dell’intera legge, è la libertà dell’uomo sotto Dio. Parlare di liberazione dalla legge è parlare di liberazione dalla libertà. La legge non può essere libertà per il peccatore, ma anzi è una sentenza di morte per il suo mancare d’osservarla. Il trasgressore della legge è un uomo in schiavitù al proprio peccato, un uomo incapace di vivere nei termini della libertà. La legge per lui è perciò una continua accusa e una sentenza di morte nel fatto che sottolinea la sua impotenza e la sua incapacità di governare se stesso: “Ciò che odio, quello faccio” (Ro. 7:15). Per il redento, invece, la legge è la via della libertà.

Settimo, il pegno, come abbiamo visto, era un collaterale o deposito di cauzione per un debito. Certi tipi di pegno erano proibiti:

Nessuno prenderà in pegno la macina inferiore o la macina superiore, perché sarebbe come prendere in pegno la vita di uno (De. 24:6). Non lederai il diritto dello straniero o dell’orfano e non prenderai in pegno la veste dalla vedova; ma ti ricorderai che sei stato schiavo in Egitto e che di là ti ha redento l’Eterno, il tuo DIO; perciò ti comando di fare questo (De. 24:17, 18).

Quando presti qualcosa al tuo vicino non entrerai in casa sua per prendere il suo pegno; rimarrai fuori, e l’uomo a cui hai fatto il prestito ti porterà il pegno fuori. E se quell’uomo è povero, non andrai a dormire avendo ancora il suo pegno. Dovrai restituirgli il pegno, al tramonto del sole, affinché egli possa dormire nel suo mantello e benedirti; e questo ti sarà messo in conto di giustizia agli occhi dell’Eterno, il tuo DIO (De.24:10-13).

Che il riferimento in Deuteronomio 24:10-13 sia essenzialmente nei confronti di operai al servizio di un confratello credente ricco compare nel passo immediatamente successivo: Deuteronomio 24:14-16. Un pegno o garanzia non può coinvolgere nulla di necessario ad un uomo per lavorare o per vivere perché il farlo significherebbe mettere in pericolo ls “vita” dell’uomo, ovvero la sua libertà. Inoltre, la dignità di chi prende in prestito non può essere calpestata o ferita; la “veste della vedova” non le può essere presa, né un creditore può entrare in casa per scegliere il pegno. Anche la casa di un poveruomo ha una santità che il creditore non può sfidare. “La casa di uno è il suo castello”. La fonte di questo principio è Deuteronomio 24:10-13. La dignità del debitore non può essere violata da chi fa il prestito, che sia con o senza interesse. L’orrore per chi degrada un pegno è espressa in Giobbe 24:9, 10.

C’è, comunque, un obbligo analogo per chi prende in prestito. Nessuno ha la libertà di rischiare quelle cose che sono fondamentali per la sua vita e libertà, né di prendere in prestito su quelle cose anche se qualcuno sia disposto a fare il prestito. Il mantello del povero operaio, i suoi indumenti per dormire, è il massimo che un uomo può dare in pegno, e comunque solo per le ore diurne. La veste di una vedova non può essere impegnata.

Ottavo, la mancata restituzione di un pegno o collaterale quando la somma sia stata ripagata è furto, ed è collegata al culto pagano, all’adulterio, al furto e all’omicidio, lo stesso vale per l’esazione di usura da un confratello credente povero. Questo compare chiaramente in Ezechiele 18:10-13:

Ma se ha generato un figlio violento, che spande il sangue e fa a suo fratello qualcuna di queste cose (mentre il padre non ha commesso nessuna di queste cose), e mangia sui monti e contamina la moglie del suo vicino, opprime il povero e il bisognoso, compie rapine, non restituisce il pegno, alza gli occhi agli idoli, commette abominazioni, presta a interesse e dà ad usura, vivrà forse costui? Egli non vivrà. Poiché ha commesso tutte queste abominazioni certamente morrà; il suo sangue ricadrà su lui.

Ezechiele aveva qui in mente la prossima caduta di Gerusalemme, ma citò lo stesso il giudizio basilare di Dio su tutti quelli che mancavano di restituire un pegno.

Su questo punto la legge è stata soggetta a continui attacchi da parte del socialismo e da ogni forma di totalitarismo. Lo statalismo assume che la propria legge, anziché il potere rigenerante di Dio sia il principio della libertà. Di conseguenza legifera contro la legge di Dio. La moderna legislazione di “libertà civili” e di “diritti civili” richiede l’equalizzazione di tutti gli uomini talché un datore di lavoro quando assume non può farlo favorendo un credente facendo una distinzione col non-credente. Il risultato finale è la schiavitù allo stato di tutti gli uomini; la necessita della carità rimane, ma lo stato si fa ora la fonte della carità e il giudice di chi la debba ricevere. Un test impersonale e politico sostituisce il test della fede.

Note:
1 Baba Mezi’a: 61b; p. 367. Vedi S. Stein: “Interest Taken By Jews From Gentiles”, in Journal of Semitic Studies (1956), I, 141-164.
2 Benjamin N. Nelson: The Idea of Usury, From Tribal Brotherhood to Universal OtherhoodPrinceton,: Princeton University Press, 1949, p. 73.

3 Calvin: Commentary on the Last Four Books of Moses, III, 126 s.

4 Ibid., III, 132.

5 Ibid., III, 130 s.

6 Thomas Wilson: A Discourse Upon Usury (1572), New York: Augustus Kelley, 1963, p. 228. Con introduzione storica di R. H. Tawney.

7 Rylaarsdam: “Exodous” Interpreter’s Bible, I, 1008.
8 G. Ernest Wright. “Deuteronomy” Interpreter’s Bible, II, 472.

9 Unger’s Bible Dictionary, p. 1129.

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