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ISTITUZIONI DELLA LEGGE BIBLICA

13. La Legge nel Nuovo Testamento 

4. La trasfigurazione

La relazione tra Gesù e Mosè è evidenziata dai vangeli. Come Mosè, Gesù promulga la legge da un monte. Mosè mediò tra Dio e Israele, esibendo con ciò la funzione del Mosè Maggiore. La profezia concernente il Messia era che sarebbe stato come Mosè (De. 18:18-19). Proprio come Mosè condusse il popolo di Dio dalla cattività alla libertà, così il Mosè Maggiore avrebbe condotto la razza pattizia di Dio.

Il paragone fatto tra Mosè e Cristo è particolarmente chiaro nel racconto della trasfigurazione (Mt. 17:1-9; Mc. 9:2-10; Lu. 9:28-36). Il paragone è marcato in diversi punti.

Prima di tutto, l’incidente avvenne su un monte. La maggior parte dei commentatori sono preoccupati d’identificare la montagna anziché analizzare il significato del fatto che si appartarono in montagna. La privacy sarebbe stata possibile anche in altri luoghi. È evidente che la scelta di una montagna invitava il paragone con Mosè, e Gesù, auto-consapevolmente adempì la profezia implicita nella tipologia. Proprio come Mosè salì sulla montagna, dopo il primo episodio disastroso, per tornare con rinnovate tavole della legge, ed egli stesso trasfigurato, così Gesù salì sul monte. Aveva già dato la legge da un monte, ovvero la sua conferma della legge nel Sermone sul Monte. Ora, come Mosè, sarebbe stato trasfigurato. Il Mosè trasfigurato diede le istruzioni per la costruzione del tabernacolo; il Cristo trasfigurato, in quanto Egli stesso la dimorante presenza di Dio, compì tutti i sacrifici del vecchio tabernacolo tipizzati. Il fatto che i discepoli tendessero ad aspettarsi la letterale restaurazione del potere politico d’Israele fu confermata dall’evento della trasfigurazione; nella cornice delle loro insistenti aspettative, la trasfigurazione sembrò confermare la loro speranza.

Secondo, Gesù fu “trasfigurato alla loro presenza”. Matteo ci dice che “la sua faccia risplendette come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce” (Mt. 17:2). Marco dice che “le sue vesti divennero bianchissime come neve; più bianche di ciò che potrebbe fare alcun lavandaio sulla terra” (Mc. 9:3), e Luca dice che “l’aspetto del suo volto cambiò e la sua veste divenne candida e sfolgorante” (Lu. 9:29). La trasfigurazione di Mosè è pertanto ripetuta e superata.

Or Mosè, quando scese dal monte Sinai (scendendo dal monte Mosè aveva in mano le due tavole della testimonianza), non sapeva che la pelle del suo volto era divenuta raggiante, perché era stato a parlare con l’Eterno.Così, quando Aaronne e tutti i figli d’Israele videro Mosè, ecco che la pelle del suo volto era raggiante ed essi avevano paura di avvicinarsi a lui (Es. 34:29-30).

Come Mosè ebbe finito di parlare con loro, mise un velo sul suo volto. Quando però Mosè entrava davanti all’Eterno per parlare con lui, si toglieva il velo finché usciva fuori; uscendo fuori, diceva ai figli d’Israele ciò che gli era stato comandato. I figli d’Israele, guardando la faccia di Mosè, vedevano che la pelle di Mosè era raggiante; poi Mosè rimetteva il velo sul suo volto, fino a quando entrava a parlare con l’Eterno (Es. 29:33-35).

L’esperienza di Mosè è ripetuta sul monte per indicare Gesù come Mosè Maggiore.

Terzo, “Ed apparve loro Mosè con Elia, i quali conversavano con Gesù” (Mc. 9:4). In persona, la legge e i profeti resero testimonianza al Grande Legislatore e Supremo Profeta.

C’era, era ovvio, un unico accoppiamento in ciascun caso. Uno era il grande rappresentante della legge, il quale fu un “precettore” o “servo- tutore” nel portare uomini a Cristo, l’altro dell’intera considerevole compagnia dei profeti. Dell’uno era stato detto che “un profeta come lui” sarebbe venuto in un tempo successivo (De, xviii. 18), al quale tutti gli uomini avrebbero dovuto dare ascolto; dell’altro, che sarebbe venuto di nuovo per “far ritornare il cuore dei padri ai figli” (Ml. iv. 5). La conclusione del ministero di ciascuno non fu “secondo la morte comune a tutti gli uomini”. Nessuno conosceva la sepoltura di Mosè (De. xxxiv. 6), ed Elia era salito in cielo col carro e cavalli di fuoco (2 Re ii. 11). Ambedue erano associati nella mente degli uomini con la gloria del regno del Cristo. Il Targum di Gerusalemme (a Ex. xiii.) collega la venuta di Mosè con quella del Messia. Un’altra tradizione giudaica predice la sua comparsa con quella di Elia. La loro presenza era ora un’attestazione che la loro opera era finita, e che Cristo era venuto [1].

Però, anziché testimoniare che la loro opera era terminata, di cui il testo non dà indicazione, la presenza di Mosè ed Elia con Gesù attesta la loro unità. La loro opera e ministero era una parola e un ministero; non si può fare nessuna divisione tra Gesù e la legge e i profeti. Mosè ed Elia “apparvero in gloria” (Lu. 9:31), e Gesù stesso fu trasfigurato e glorificato talché i tre rivelano insieme la gloria di Dio.

Quarto, “Essi parlarono del suo decesso (dipartita, ND) che doveva compiere a Gerusalemme” (Lu. 9:31), letteralmente “il decesso o dipartita di Lui”. La parola tradotta “decesso” (dipartita) in greco è exodon, la nostra parola in italiano “esodo”. La scelta di parole di Luca non fu accidentale. Mosè condusse il popolo di Dio nel loro esodo dall’Egitto; Elia testimoniò della loro apostasia e dunque implicitamente dell’esodo a venire dalla terra promessa. Ora Gesù stava per compiere il vero esodo a Gerusalemme. Con la sua morte espiatrice e la sua resurrezione, Gesù avrebbe condotto il popolo di Dio dalla terra di schiavitù alla vera libertà. Ebrei 4 sviluppa questo stesso punto contrastando Giosuè e Gesù ciascuno nel suo condurre il popolo di Dio nel loro sabato o riposo. L’enfasi qui è nell’esodo che sta per compiersi a Gerusalemme, non nella visione in sé. Ecco perché quando Pietro cercò di concentrare l’attenzione sul fatto della visione piuttosto che sulla sua chiamata ad agire nella storia, la sua affermazione fu ignorata (Lu. 9:33).

Nixon ha richiamato l’attenzione sull’uso esteso del tema dell’esodo nel Nuovo Testamento. Alcuni dei molti eventi citati sono il battesimo di Gesù da parte di Giovanni, una “rappresentazione sacramentale dell’esodo storico d’Israele e, allo stesso tempo, un’introduzione al nuovo esodo di salvezza”; i quaranta giorni della tentazione nel deserto “sono una miniatura dei quarant’anni che Israele trascorse nel deserto. … Le tentazioni poste a Cristo sono basilarmente quelle a cui Israele cedette”:

Ove furono insoddisfatti con la manna che Yahweh provvide, Gesù è tentato di trasformare le pietre in pane. Ove misero Dio alla prova a Massa richiedendo una prova della sua presenza e potere, Egli fu tentato di gettarsi dal pinnacolo del tempio per costringere Dio a onorare le sue promesse. Ove dimenticarono il Signore che li aveva fatti uscire dall’Egitto e lo sostituirono con un vitello fuso, Gesù è tentato di prostrarsi e adorare Satana. Cristo viene mostrato che affronta le tentazioni non arbitrariamente ma deliberatamente dal riassunto che Mosè fa in Deuteronomio della storia d’Israele nel deserto. Se Gesù era realmente il vero rappresentante del popolo di Dio, doveva essere mostrato che aveva avuto il suo viaggio nel deserto e aveva sostenuto il test che provò la sua persona, solo senza peccato [2] .

Anche l’invio dei settanta (Lu. 10:1 s.) è un eco dell’esperienza dell’Esodo (Nu. 11:16 s.). “Deve dunque esserci una nuova conquista di Canaan. Le sue città saranno distrutte in un giorno di giudizio (Mc. 8:12; Mt. 16:4; Mt. 12:39; Lu. 7:31 s.)” [3].

Quinto, Gesù fu comprovato dalla legge e dai profeti, e da Dio stesso, essere il Mosè Maggiore. La voce di Dio dalla nuvola (un simbolo di Dio in giudizio) dichiarò: “Questo è il mio amato Figlio in cui mi sono compiaciuto: ascoltatelo!” (Mt. 17:5). San Pietro ci dice esattamente ciò che questo significò:

Mosè stesso infatti disse ai padri: Il Signore Dio vostro susciterà per voi un profeta come me in mezzo ai vostri fratelli; ascoltatelo in tutte le cose che egli vi dirà. E avverrà che chiunque non ascolterà quel profeta, sarà distrutto tra il popolo (At.3:22-23).

Mosè diede la legge; quelli che rifiutarono di ascoltarlo rifiutarono di sottomettersi alla legge di Dio; rivelarono con ciò la loro natura non- rigenerata. Gesù assomiglia a Mosè; Egli è il grande e definitivo Legislatore incarnato. Ascoltare Lui è ascoltare tutta la legge e i profeti e molto di più. Rigettarlo è negare la legge e i profeti insieme alla sua persona. Ogni persona che non vuole ascoltarlo sarebbe stata “estirpato di mezzo al popolo (NR)”. In Deuteronomio 18:19, che Pietro citò, il testo dice: “io gliene domanderò conto”. La minaccia, o promessa di distruzione compare in Esodo 12:15, 19; Levitico 17; 4, 9, ecc. Il significato ultimo di “recisa” è richiesto qui ed è applicato da Pietro perché disobbedire la parola-legge di Gesù Cristo è essere una persona radicalmente senza-legge (empia).

L’ “Ascoltatelo” di Dio non chiamò ad ascoltare Gesù contrapposto a Mosè ed Elia, perché essi comparvero in gloria con lui. Il comando di ascoltare Gesù è di dare ascolto a Cristo, la cui parola è la totalità delle Scritture, in contrapposizione agli scribi e ai farisei, i capi del popolo. I discepoli devono ascoltare Gesù Cristo, che significa ascoltare Mosè ed Elia, contrapposti alle potenze di questo mondo, e contrapposti ai suoi filosofi e capi religiosi. Devono ascoltare Gesù anziché uomini di “una generazione incredula e perversa” (Lu. 9:41).

È pertanto una bestemmia separare la legge da Gesù Cristo. Il fatto che ciò venga fatto è un’evidenza di un declino religioso e di un collasso. Come evidenza di questo fatto, si prenda visione di una lettera di uno studente di primo anno di un prominente seminario che si gloria della propria “ortodossia”:

Il Dottor W. Colloca l’intera discussione (sull’aborto) nella sfera puramente accademica quando ha divorziato la moralità dalla società dicendo che siccome questa è una democrazia, lo stato sarebbe costretto a basare le proprie decisioni riguardo alle leggi sull’aborto sulla volontà della maggioranza delle persone. Se essi pensano che l’aborto danneggi la società, devono proibirlo, se no, lasciate che lei lo squarti!! Il suo antinomismo è raccapricciante.
Suppongo che quella sia la cosa che trovo più preoccupante qui (più negli studenti che nei professori, ma in quest’ultimi in una certa misura): l’antinomismo. La vecchia tiritera: “Io non mescolo mai religione e politica…” … Tra alcune delle persone è così terribile che quando ho cercato di discutere la legge di Dio in politica e nella società con uno degli studenti nella prima settimana che ero qui, lui mi ha detto che il problema con me è che sono troppo “bacchettone!”
Ora, ho associato parecchie cose col desiderio di osservare la legge di Dio, ma mai quella!
Una cosa che mi ha disturbato riguardo alla questione dell’aborto è stata che era più o meno presupposta da tutti qui, anche da quelli che osteggiano l’aborto generico, che l’aborto terapeutico sia moralmente giustificabile. …E dunque l’uccisione (di chiunque?) Per una “buona causa” è accettabile. È difficile capire perché non vedano la fallacia di questa cosa. L’omicidio è omicidio [4].

Una tale posizione è anti-biblica e anti-cristiana, come tutto l’antinomismo inevitabilmente è.

La salvezza è per grazia di Dio mediante la fede; la santificazione è mediante la legge di Dio. Quelli fuori dalla grazia sentono la legge come un’accusa; è una sentenza di morte contro di loro. Quelli che sono nel patto sono in un patto di grazia che è anche in patto di opere. La grazia li abilita a svolgere le opere che sono loro richieste. Il combattimento di Gesù non fu contro Mosè: fu contro gli scribi e i farisei che pervertivano Mosè. Separare la legge e i profeti da Gesù è una perversione delle Scritture. Il monte della trasfigurazione testimoniò della loro unità.

Foulkes ha giustamente indicato che il patto e la legge sono una unità, il patto in quanto principio della predizione, e anche base per la preghiera.

È significativo anche che per Israele la legge non è solamente un’affermazione di principi astratti, un codice di comportamento attentamente congegnato e formulato come tale. La legge è l’espressione della giustizia e della misericordia di Dio. È la dichiarazione dei principi del patto. La collocazione veterotestamentaria della legge è la promulgazione del patto al tempo dell’Esodo. Il Decalogo comincia: “Io sono il Signore Dio tuo che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla casa di schiavitù….”

La legge, pertanto, contiene non solo un codice che Israele doveva osservare, ma anche i principi che stanno alla base dell’azione di Dio nel passato, che rimangono gli stessi per il presente ed il futuro [5].

L’antinomismo ha favorito lo sviluppo di una legge umanistica, e la legge umanistica ha stimolato la crescita dell’antinomismo. Quando gli uomini hanno visto la legge umanistica assumere un carattere messianico e allo stesso tempo dissolvere le fondamenta della società, è stato facile per loro sviluppare un’ostilità teologica alla legge. Nelle Scritture, comunque, la legge è proclamata al popolo eletto, al patto di grazia; e il prologo della legge, come ha notato Foulked, celebra quella grazia.

Note:

1 C. J. Gloucester and Bristol, Commentary on Mattew XVII. 3, in Ellicott, VI, 104.
2 R. E. Nixon, The Exodous in the New Testament; London: The Tyndale Press, 1962, p. 14 s.

3 Ibid., p. 17.

4 Da una lettera del 17 ottobre, 1970. (Rispetto al caso dove ipoteticamente il dottore deva scegliere tra la vita della madre e la vita del bambino, non sono stato capace di trovare medici che potessero citare un caso del genere. Non posso credere che Dio metta mai un uomo in una situazione dove deve assumere il ruolo di Dio. L’intera questione dell’aborto terapeutico è un tentativo di creare situazioni dove l’uomo deve svolgere il ruolo di Dio. RJR)

5 Francis Foulkes, The Acts of God, a Study of the Basis of Typology in the Old Testament; London: The Tyndale Press, 1955, p. 17.

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