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ISTITUZIONI DELLA LEGGE BIBLICA

13. La legge nel Nuovo Testamento

1. Cristo e la legge

Una delle dichiarazioni bibliche più importanti e più travisate concernenti la legge è quella di nostro Signore nel Sermone sul Monte:

Non pensate che io sia venuto ad abrogare la legge o i profeti; io non sono venuto per abrogare, ma per portare a compimento. Perché in verità vi dico: Finché il cielo e la terra non passeranno, neppure un iota, o un solo apice della legge passerà, prima che tutto sia adempiuto (Mt. 5:17-18).

Per l’idea di portare a compimento/adempiere sono usate due parole. Quella tradotta con “compiere” nel verso 17 è plerosai, correlata a pleroma: significa rendere pieno, fino in cima, riempire, diffondere, far abbondare o pervadere. I cristiani sono definiti plervusthai, riempiti con la potenza dello Spirito santo (Cl. 2:10; Ef. 3:19). Cristo “riempie” l’universo col suo potere e la sua attività (Ef. 4:10, pleroun). La parola significa riempire e mantenere riempito, cioè implementare come una cosa continua. Pertanto, nostro Signore dichiarò di essere venuto ad attuare la legge e a mantenerla in vigore.

Nel verso 18, la parola usata è genetai, da ginomai, diventare, far avvenire, accadere. La legge quindi diventerà la realtà della vita del mondo fino alla fine del mondo. Questo dà una prospettiva molto diversa al significato di “compiere” da quelle interpretazioni che vedono il suo significato come terminata, ovvero il compimento della legge come la fine della legge. Nel testo non c’è suggerimento di tale significato.

Anzi, Cristo in quanto Messia o Re, perché è venuto, ha dichiarato di nuovo la validità della legge e il suo scopo nel metterla in atto. Questo  fu dichiarato poderosamente in “Un Sermone Predicato davanti alla Casa dei Comuni in Parlamento al loro Pubblico Digiuno, 17, Novembre, 1640” da Stephen Marshall:

Primo. …
Questo è lo scettro con cui Cristo governa: il dimorare della sua parola con un popolo è la prova più grande che essi lo posseggono come loro principe, e il suo riconoscerli come suoi soggetti. Qualsiasi nazione, è essa considerata una parte del Dominio di un Principe se non è governata dalle sue Leggi? Neppure può alcuna terra essere considerata il Regno di Cristo, dove non sia stabilita la predicazione della Parola che è la Verga del suo potere. E il Signore ha sempre considerato quelli che avversano la sua parola, essere quegli uomini che non vorrebbero avere Cristo a governare su di loro.

In secondo luogo, se venissero fatte tutte le buone Leggi del mondo, senza questo, non servirebbero a nulla; ordinate ciò che potete, lasciate questo da fare, e non farete mai le cose cui mirate. Magistrati e Ministri di Giustizia non le eseguiranno e la gente non le obbedirà. I luoghi tenebrosi della Terra sono sempre pieni di abitudini malvagie. Ma se Cristo colpisce la terra con la verga della sua bocca, il Lupo dimorerà con l’Agnello, e il Leopardo si accovaccerà col capretto, il vitello, il giovane leone e l’animale da ingrasso staranno insieme e un piccolo bambino li condurrà. Nulla farà del male o distruggerà dove governa lo scettro di Cristo: Le vostre leggi non possono dare agli uomini cuori nuovi, né nuova forza; quello è il privilegio delle Leggi di Cristo [1].

Il fatto che il Re stesse venendo per implementare il suo regno e la sua legge fu dichiarato schiettamente da Giovanni Battista. Egli parlò “dell’ira a venire” (Mt. 3:7; Lu. 3:7), ovvero del giudizio del Re. “E la scure è già posta alla radice degli alberi; ogni albero dunque che non fa buon frutto, sarà tagliato e gettato nel fuoco (Mt. 3:10; Lu. 3:9). Il Re intendeva giudicare, “ripulire interamente” il suo reame (Mt. 3:12). Quando le persone che credettero chiesero a Giovanni “Che faremo noi dunque?” (Lu. 3:10), Giovanni rispose che avrebbero dovuto fare due cose: prima, obbedire la legge e, seconda, manifestare carità verso i bisognosi (Lu. 3:11-14).

La tentazione di Cristo non può essere compresa separatamente dalla legge. Le tentazioni offerte da Satana richiedevano una dichiarazione d’indipendenza da Dio e dalla sua legge e la scelta della volontà della creatura come legge ultima. La risposta di Cristo a ciascuna tentazione fu una citazione dalla legge: Deuteronomio 6:16; 8:3 e 10:20 (cfr. Gs. 24:14; 1 Sa. 7:3). La direzione per la storia avrebbe dovuto derivare non dalla volontà dell’uomo ma dalla legge di Dio. Come Re, Gesù dichiarò la via di Dio o “torah” e, come Re cacciò demoni (Lu. 4:31-37). Nel procedimento i demoni riconobbero la sua regalità (Lu. 4:34; cfr. Isa. 49:7). Gesù dichiarò di essere “il Figlio dell’Uomo” e “Signore” del sabato (Mt. 12:8; Lu. 6:5; Mc. 2:28).

In particolare il Sermone sul Monte identifica Cristo come Re e Legislatore. Egli invitò il paragone con Mosè dichiarando la legge da un monte (Mt. 5:1); rese chiaro di essere più grande di Mosè, di essere Dio il Re dichiarando non “Così dice il Signore” ma: “Io vi dico” (Mt. 5:18) [2].  In Deuteronomio, Dio pronuncia le maledizioni e le benedizioni; nel Sermone sul Monte, Gesù pronuncia le benedizioni o beatitudini (Mt. 5:3-11). Come Re universale e sovrano Gesù è anche la fonte di tutta la legge, ed Egli stesso la legge o la direzione dell’esistenza. Perciò in quanto il principio della legge e la fonte di ogni benedizione dichiarò di essere il nuovo scibboleth di Dio: “E in nessun altro vi è la salvezza, poiché non c’è alcun altro nome sotto il cielo che sia dato agli uomini, per mezzo del quale dobbiamo essere salvati” (At, 4:12).

Come Re, Gesù sottolineò enfaticamente la sua legge sovrana:

Chi dunque avrà trasgredito uno di questi minimi comandamenti e avrà così insegnato agli uomini, sarà chiamato minimo nel regno dei cieli; ma colui che li metterà in pratica e li insegnerà, sarà chiamato grande nel regno dei cieli. Perciò io vi dico: Se la vostra giustizia non supera quella degli scribi, e dei farisei, voi non entrerete affatto nel regno dei cieli (Mt. 5:19-20).

Siccome Gesù è il Legislatore, determina anche le maledizioni e le benedizioni della legge; qui parlò delle conseguenze temporali ed eterne della legge e dichiarò di essere colui che determina quelle conseguenze. Questa fu un’esplicita identificazione di Cristo sia con Dio che con la legge.

Cristo poi procedette a sviluppare le piene implicazioni della legge, le implicazioni loro personali e anche quelle civili, i loro requisiti tanto del cuore che della mano. Essere adirati “senza motivo” con un fratello pattizio è avere l’omicidio nel cuore (Mt. 5:21-24). L’adulterio è proibito tanto nel pensiero che come azione (Mt. 5:27-28). Contro la lassa pratica del tempo viene riaffermata la legge biblica sul divorzio (Mt. 5:31-32). Il terzo comandamento è attuato ed evidenziato in contrasto con l’uso disinvolto dei giuramenti (Mt. 5:33-37). Le limitazioni della legge nel trattare con una potenza aliena che controlla le leggi sono citate in Matteo 5:38-42; la legge non può essere implementata dai nemici della legge. Anche in quella situazione il nostro obbligo è d’osservare la legge, e l’amore è il compimento della legge verso i nostri nemici (Mt. 5:43-48).

Anche le leggi della carità sono analizzate nei termini della loro obbedienza interiore, come lo sono i requisiti dell’adorazione e della preghiera (Mt. 6:1-23).

È richiesta la fiducia nel governo del re (Mt. 6:24-34). Dio il Re conosce i nostri bisogni; noi non osiamo dubitare il suo governo, né essere “di poca fede” (Mt. 6:30).

I criteri personali non possono essere fatti diventare principi di giudizio; la legge di Dio è l’unico criterio (Mt. 7:1-5). Vengono dati avvertimenti per capacitarci a giudicare, e ci è comandato di avere fiducia in Dio il quale verso di noi è più fedele dei nostri stessi genitori.

Il test di cittadinanza nel regno di Dio è l’obbedienza a “queste mie parole” (Mt. 7:24). Edificare su Cristo e sulla sua parola-legge è edificare sulla “roccia” (un antico simbolo per Dio), ma edificare sulla parola dell’uomo è edificare sulla sabbia. L’una direzione porta a sicurezza, l’altra al disastro (Mt. 7:21-27).

Ci è detto dello stupore dei suoi ascoltatori: “perché egli li ammaestrava, come uno che ha autorità, e non come gli scribi” (Mt. 7:29). La parola tradotta con “autorità” è exousia, che significa potere di scelta, autorità, e libertà di fare a proprio piacere: il potere del diritto. Gesù insegnava con autorità; dichiarò essere egli stesso il principio delle maledizioni e delle benedizioni; gli uomini si reggono o cadono nei termini di Lui. Deuteronomio 28 è rinforzato nella sua persona perché egli è la legge incarnata, Dio incarnato, la “via” (Gv. 14:6).

I farisei e i capi compresero tutto questo meglio dei discepoli e della gente. In contrapposizione alle loro lasse interpretazioni della legge, Gesù si dichiarò il difensore della legge nella sua piena forza, e lui stesso il Legislatore. Cercarono, perciò, nel caso della donna colta in adulterio, di metterlo in imbarazzo costringendolo ad emettere una decisione che gli sarebbe stata impopolare (Gv. 8:11). Nei confronti della tassazione, di nuovo cercarono di metterlo pubblicamente all’angolo e costringerlo ad una dichiarazione che avrebbe danneggiato la sua posizione come baluardo della legge (Mt. 21:15-22; cfr. Mc. 12:14; Lu. 20:22). I sadducei cercarono di mettere in ridicolo la dottrina della resurrezione insieme a quella del levirato, e di nuovo Gesù li confuse dalle Scritture (Mt. 22:23-33).

Le ripetute sfide che i capi del popolo portarono a Gesù furono nei termini della legge. Fu fatto uno sforzo molto determinato per negargli la sua posizione come baluardo della legge, infatti, in quanto rappresentanti dell’ordine giuridico stabilito e in quanto governanti del loro tempo, le affermazioni di Gesù costituivano un’incriminazione di queste persone. Pertanto, la controparte delle beatitudini del Sermone sul Monte è la maledizione sui capi del popolo, su questi pervertitori della legge, che Cristo ripetutamente pronunciò, specialmente in Matteo 23. Sul capo di questi pervertitori della legge di Dio sarebbe sceso “tutto il sangue giusto sparso sulla terra” (Mt. 23:35), che avrebbe richiesto la piena vendetta della legge. Maledizioni più terribili non potevano essere pronunciate; ecco perché il loro giudizio fu il più severo di tutta la storia: “perché allora vi sarà una tribolazione così grande, quale non vi fu mai dal principio del mondo fino ad ora né mai più vi sarà” (Mt. 24:21). Questo fu il giudizio del Re il quale dichiarò che “Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra” (Mt. 28:18). Quel potere porta la maledizione totale su quelli che oppongono Lui, il suo regno, la sua legge; ma Egli stesso è la beatitudine del suo popolo pattizio.

Note:

1 Robin Jeffs, editore, The English Revolution, Fast Sermons to Parliament, vol. I, Nov. 1640; London: Cornmarket Press, 1970, p. 151 s. I testi del Marshall sono Salmo 74:20 e Isaia 11:4 s.

2 Su Mosè come re (De. 33:5) e il Messia come il Nuovo Mosè, vedi H. L. Ellison, The Centrality of the Messianic Idea for the Old Testament; London: The Tyndale Press, 1953, 1957, pp. 9, 15 s.

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