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di John W. Robbins  Traduzione a cura di di GP.G.

Nota dell’Editore: Questo saggio è apparso per la prima volta ne The Church Effeminate and Other Essays, curati a John W. Robbins e pubblicati nel 2001 dalla Trinity Foundation. Il Dr. Robbins presentò inoltre parte del contenuto di questo saggio a un incontro della Evangelical Theological Society nel 2000.

Molti osservatori si sono lamentati della mancanza di discernimento tra i cristiani professanti, della scomparsa dell’“antitesi” nel pensiero dei cristiani contemporanei, e della mondanità delle chiese. Alcuni scrittori hanno fatto delminimizzare questa mancanza di discernimento una fonte di guadagno, tuttavia le loro stesse dichiarazioni di discernimento sono molto spesso esagerate; altri osservatori, più Scritturali, hanno tentato di analizzare il problema e suggerire come possa essere risolto. Uno dei più perspicaci tra questi ultimi è il Dr. Jay E. Adams, che ha scritto Un’Appello al Discernimento: Distinguere la Verità dall’Errore nella Chiesa Contemporanea. Il dr. Adams cita quattro fattori che considera contribuiscano alla attuale mancanza di discernimento da parte dei cristiani:

  1. La scomparsa della disciplina di chiesa
  2. Il pensiero “in continuum”che ha rimpiazzato l’antitesi
  3. De-enfatizzazione della Teologia Sistematica
  4. Liberazione dei laici.

Questi quattro, egli scrive, “sono sufficienti a dimostrare che molti fattori intimamente connessi vi giocano un ruolo”1.

Ora, i molti libri del Dr. Adams sono tra i migliori scritti da un cristiano negli ultimi 40 anni. Egli ha cercato di applicare il principio del Sola Scriptura alla psicologia e alla consulenza pastorale2. Tuttavia la sua analisi delle cause della attuale mancanza di discernimento da parte dei cristiani appare confusa. Il Dr. Adams non discute la ragione fondamentale per la mondanità delle chiese; e qualche lettore sarà sicuramente rimasto disorientato dall’inclusione del fattore 4, la “liberazione dei laici”, perché non sembra aver nulla a che fare con le cause della contemporanea mancanza di discernimento. Le “Organizzazioni Paraecclesiali”, che il Dr. Adams e molti altri denunciano, non sono messe teologicamente peggio delle chiese. Il nome di ogni organizzazione paraecclesiale in errore può essere associato al nome di una chiesa in errore. Molto più importante, e più fondamentale, i cristiani non dovrebbero far sembrare di avallare una concezione della chiesa che implichi il totalitarismo ecclesiastico. La chiesa istituzionale è solo una istituzione tra molte in una società libera e cristiana: ci sono anche le famiglie, le scuole e i licei, le aziende, le opere pie, club e organizzazioni sociali, partiti politici e governi. Tutte queste sono organizzazioni paraecclesiali e tutte loro sono legittime. Nessuna di loro necessità del permesso della chiesa istituzionale per organizzarsi e gestirsi3. Cerchiamo di non patrocinare il totalitarismo ecclesiastico solo per evitare quello che il Dr. Adams chiama “anarchia”. Ricordiamoci che proprio come i Marxisti trovano il libero mercato “anarchico”, e i fascisti trovano le elezioni e i parlamenti “anarchici”, così i totalitaristi ecclesiastici come la Chiesa-Stato Cattolico-Romana, trovano le organizzazioni paraecclesiali “anarchiche”4. Nel Nuovo Testamento ci sono almeno due passaggi che sono rilevanti in ogni discussione di organizzazioni paraecclesiali:

Allora Giovanni, rispondendo, gli disse: «Maestro, noi abbiamo visto un tale che non ci segue scacciare demoni nel tuo nome e glielo abbiamo proibito, perché non ci segue». Ma Gesù disse: «Non glielo proibite, perché nessuno può fare un miracolo nel mio nome, e subito dopo dire male di me. Perché chi non è contro di noi, è per noi.» (Marco 9:38-40)

La maggior parte dei fratelli nel Signore, incoraggiati dalle mie catene, sono più audaci nel proclamare il verbo senza timore. Vero che alcuni predicano Cristo anche per invidia e contesa, e altri anche con buona volontà. Il primo predica Cristo per contesa, non sinceramente, supponendo di aggiungere afflizione alle mie catene, ma l’altro lo fa per amore, sapendo che sono stabilito alla difesa dell’Evangelo. … Che importa? Comunque sia, in ogni modo, o per pretesto o in verità, Cristo è predicato; e di questo gioisco, sì, e gioirò. (Filippesi 1:14-18)

Nel primo passaggio, tratto dal Vangelo di Marco, Cristo rende chiaro che i legami istituzionali sono relativamente poco importanti, mentre lo è invece “nel nome di chi” viene compiuta l’opera. Egli proibisce ai discepoli di interferire con queste attività paraecclesiali. Il secondo passaggio da Filippesi ci informa che la motivazione per predicare il Vangelo è relativamente poco importante per Paolo, e anche se il Vangelo viene predicato per ambizione personale, una ragione certamente peccaminosa, Paolo ne gioisce. Così né i legami organizzativi né le motivazioni sono la questione fondamentale; la considerazione importante è il messaggio predicato. Tutta la discussione intorno alle organizzazioni paraecclesiali è uno specchietto per le allodole. Se le chiese non predicano il Vangelo, Dio lo farà fare alle pietre. La questione importante è pertanto: cosa viene predicato? Paolo e Cristo comandarono che l’Evangelo fosse predicato, e gioirono quando veniva predicato, anche se da uomini che non erano parte della compagnia dei discepoli, uomini che agivano mossi da motivi peccaminosi. Né Gesù né Paolo criticarono mai o fecero in modo di fermare questa incipiente attività paraecclesiale, ma al contrario ne gioirono. La loro preoccupazione era la dottrina e la sua diffusione.

Lutero ben comprese l’importanza per il benessere della Chiesa e della chiesa, della dottrina e del diritto del cristiano ordinario di giudicare la dottrina. Egli scrisse:

Una volta che il diritto di giudicare la dottrina viene negato agli ascoltatori, cos’è che può o potrebbe osare un insegnante quand’anche egli fosse (se possibile) peggiore di Satana stesso? E viceversa, se giudicare una dottrina è permesso, anzi, comandato, cos’è che può o potrebbe osare un insegnante quand’anche egli fosse migliore di un Angelo dal Cielo…? Infatti, nulla di tutto ciò che il Papato rappresenta sarebbe mai venuto a esistere se questo giudizio [degli ascoltatori] fosse stato operante. Pertanto costoro [i papi e i concili] si sono fatti molto bene i loro interessi, arrogandosi il diritto esclusivo a questo ufficio.5

Non facciamo pertanto l’errore di esaltare l’autorità degli uffici di chiesa oltre la limitata autorità ministeriale concessa dalle Scritture, per la semplice ragione che il Cristianesimo ne viene perverso e distorto da ogni lato. Questo è l’errore che la chiesa istituzionale fece nel primo millennio quando prima cedette alle argomentazioni episcopali e in seguito alle pretese di Roma papale di governare sulle chiese.

Gli altri tre fattori che il Dr. Adams discute sono piuttosto rilevanti alla questione della mancanza di discernimento nelle chiese contemporanee, ma invece di spiegare la nostra difficile situazione, sono gli effetti in sé a necessitare di una spiegazione: Perché la disciplina di chiesa è virtualmente scomparsa? Perché tutti tendono a pensare “in continuum”? Perché la teologia sistematica è stata de-enfatizzata nei seminari e nelle chiese? Se rispondiamo a queste domande correttamente, potremo allora spiegare la mancanza di discernimento che spiega tutte queste cose. Il Dr Adams ha attirato la nostra attenzione sulle varie tendenze nella chiesa, ma non sembra però averne spiegato le cause. Eppure egli è uno dei migliori teologi tra quelli che discutono la mancanza di discernimento tra i fedeli.

La definizione di discernimento

Prima di inoltrarci in una discussione sul discernimento, può esser utile definire i nostri termini6. Secondo il dizionario online Treccani, “discernere” significa:

1. a. Vedere chiaro, con la vista (per estens., ant., anche con altri sensi) o con l’intelletto: la notte era sì buia e sì oscura che egli non poteva d. ove s’andava (Boccaccio); l’errante fantasia mi porta A d. il vero (Foscolo).

b. Più comunemente, distinguere: d. le differenze, le somiglianze; d. il bene dal male, il vero dal falso; o distinguere e riconoscere insieme: non è chi, al primo vederlo [il Resegone], non lo discerna tosto, a un tal contrassegno (Manzoni).

2 . ant. Giudicare: Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno Che tu mi segui (Dante).

“Discernimento” è “l’atto di discernere o percepire con l’intelletto, percezione intellettuale o comprensione… discriminazione, giudizio, acutezza della percezione intellettuale; penetrazione, intuito…” Le parole Ebraiche usate nelle Scritture, nakar shama, significano “scrutare” e “conoscere”. Le parole Greche anakrino e diakrino significano “separare completamente”, “discriminare”. Arndt e Gingrich elencano questi significati per giudicare (krino): “Separare, distinguere, pensare, considerare, decidere, trascinare davanti a un tribunale, condannare, amministrare giustizia, vedere che sia fatta giustizia, passare un giudizio su, criticare, trovare una colpa”. Queste definizioni dimostrano quanto siano strettamente collegati giudizio e discernimento, dandoci così un’idea di come avvicinarci alle cause dell’odierna mancanza di discernimento.

La Prima Causa della Mancanza di Discernimento

La Bibbia ci dà diverse risposte alla domanda: Perché le persone mancano di discernimento? La risposta fondamentale: la volontà di Dio, è una risposta impopolare e sgradita, e gli uomini moderni non vogliono sentirne parlare. Tra i pagani Greci e Romani c’erano proverbi simili. “Dio fa prima impazzire quelli che vuol perdere”7 Publilio Siro (42 a.C.) scrisse: “La Fortuna fa prima impazzire quelli che vuol perdere”. Licurgo (820 a.C.) scrisse: “Quando l’ira degli dei si riversa sull’uomo / l’intelletto essi gli revocano per primo.” Il poeta inglese del diciassettesimo secolo John Dryden ripetè questi proverbi ne The Hind and the Panther (1687) “Color che Dio rovinar intende, a lor fato prepara, gli distrugge la mente”. Al netto dei significati pagani di questi proverbi, rimaniamo tuttavia con dell’ottima teologia: “Dio fa prima impazzire quelli che vuol perdere”, o messo in altro modo, “Dio prima ottunde quelli che vuol perdere”. Questo è esattamente quello che insegnano passaggi come Romani 1 :

Essi sono senza scuse perché, anche se conoscevano Dio, non l’hanno glorificato come Dio né gli sono stati grati, ma sono diventati vani nelle loro immaginazioni e il loro cuore stolto è stato ottenebrato. Professando di essere sapienti, sono diventati stolti… e siccome non gli è piaciuto ritenere Dio nella loro conoscenza, Dio li ha abbandonati a una mente reproba… senza discernimento[intendimento]…

L’apostolo Paolo, scrivendo ai Tessalonicesi, così avverte:

La venuta del malvagio sarà, secondo l’opera di Satana, con tutta potenza, segni e prodigi bugiardi; e con tutta l’ingannevolezza della perversione in coloro che periscono, perché non hanno accolto l’amore della verità per esser salvati. Per questa ragione Dio manderà loro efficacia d’errore, perché credano alla menzogna e perché siano dannati tutti coloro che non hanno creduto alla verità, ma si non compiaciuti nella perversione. (2 Tessalonicesi 2:9-12)

Il messaggio coerente della Bibbia è che Dio dà conoscenza e sapienza a coloro che devono essere salvati e trattiene conoscenza e sapienza da coloro devono essere distrutti. Considerate questi versi:

E tu dirai loro: “Così dice il Signore: ‘Ecco, io riempirò tutti gli abitanti di questo paese, e anche i re che siedono sul trono Davide, e i sacerdoti, e i profeti, e tutti gli abitanti di Gerusalemme, di ubriachezza! E li sbatterò l’uno contro all’altro, padri e figli insieme’, dice il Signore, ‘Io non avrò pietà, non risparmierò, non userò misericordia, ma li distruggerò’”. (Geremia 13:13-14)

In Lui v’è la sapienza e la forza, Egli ha il consiglio e l’intendimento. Ecco, egli abbatte e non si può ricostruire; imprigiona un uomo, e non può esserci rilascio. Egli trattiene le acque, ed esse inaridiscono, egli le rilascia, ed esse sconvolgono la terra. In Lui v’è forza e sapienza; l’ingannato e l’ingannatore sono Suoi. Egli porta via scalzi i consiglieri, e rende i giudici stolti. Egli spezza le catene dei re e cinge i loro lombi con una cintura. Egli porta via i principi spogliati e rovescia il potente. Egli rimuove la favella ai degni di fiducia e porta via l’intendimento dei vecchi. Egli riversa il disprezzo sui nobili, e indebolisce la forza dei potenti. Egli discopre le cose profonde fuori dalle tenebre, e porta alla luce l’ombra della morte. Egli accresce le nazioni e le distrugge, allarga le nazioni e le restringe di nuovo. Egli toglie via il cuore dei capi della terra e li spinge a vagare in un deserto dove non vi è strada. Essi brancolano nelle tenebre senza luce, e li fa barcollare come un uomo ubriaco. (Giobbe 12:13-25)

Tu hai nascosto il loro cuore dall’intendimento, per questo tu non li esalterai. (Giobbe 17:4)

Tutto questo venne addosso a Re Nebucadnesar. Alla fine dei dodici mesi egli camminava nel palazzo del regno di Babilonia. Il Re parlò, e disse, ‘Non è questa la gran Babilonia che io ho edificata per palazzo del regno, con la forza della mia potenza e per l’onore della mia maestà?’ Mentre la parola era nella bocca del re, allora discese una voce dal cielo, dicendo: O Re Nebucadnetsar, a te si dichiara, Il Regno ti è tolto, ti scacceranno d’in mezzo gli uomini, e la tua dimora sarà con le bestie della campagna, ti faranno mangiare l’erba come i buoi, e sette tempi passeranno sopra te, fino a quando tu conoscerai che l’Altissimo domina sopra il regno degli uomini, e lo dà a chiunque vuole. Nella stessa ora la cosa fu adempiuta sopra Nebucadnetsar; ed egli fu scacciato d’in mezzo agli uomini, e mangiò l’erba come i buoi, e il suo corpo fu bagnato della rugiada del cielo, fino a che i suoi peli gli crebbero come le penne alle aquile, e le unghie come gli artigli degli uccelli. Alla fine dei giorni, io, Nebucadnetsar, alzai gli occhi al cielo, e il mio intendimento mi ritornò, e benedissi l’Altissimo, e lodai e onorai colui che vive per sempre, il cui dominio è un dominio perpetuo, e il suo regno è di generazione in generazione. E tutti gli abitanti della terra sono reputati come nulla; egli agisce secondo la sua volontà nell’esercito del cielo e tra gli abitanti della terra; e nessuno può fermare la sua mano, o dirgli: Che fai? Nello stesso tempo la mia ragione mi ritornò, e per la gloria del mio regno il mio regno, il mio onore e splendore mi ritornarono, e i miei consiglieri e i miei governatori mi cercarono e io fui stabilito nel mio regno, ed eccellente maestà mi fu aggiunta. (Daniele 4:28-36).

Questi passaggi mostrano chiaramente che il discernimento è una funzione intellettuale, che Dio controlla le menti di tutti gli uomini, dando intendimento e discernimento a quelli che favorisce, e trattenendo intendimento e discernimento a coloro che punisce.

In Proverbi, è l’uomo che comprende, l’uomo che ottiene sapienza, quello che vive e prospera; è l’uomo che non comprende, lo stolto, quello che muore. Dio confonde le loro menti, le rende ottuse, così che non possano distinguere il bene dal male, il vero dal falso. Il discernimento è la capacità intellettuale di giudicare correttamente. Giudicare significa valutare una persona, un gruppo, un evento o un idea particolare, secondo un principio o uno standard generale. A quelli che Dio desidera salvare egli dà luce, a quelli che desidera punire, infonde confusione. Un messaggio tipico che mostra che la luce intellettuale procede da Dio è Efesini 1:15-18.

Perciò anch’io … non cesso mai di rendere grazie per voi, facendo menzione di voi nelle mie preghiere, perché il Dio del Signor nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, possa darvi lo Spirito di sapienza e di rivelazione, nella conoscenza di lui, e gli occhi del vostro intendimento siano illuminati, perché possiate conoscere…

Un’altro è Efesini 4:17-23:

Questo dunque attesto nel Signore, che non camminiate più come camminano gli altri gentili, nella vanità della loro mente, essendo ottenebrati nell’intendimento, essendo alienati alla vita di Dio, per via dell’ignoranza che è in loro e a causa della cecità del loro cuore… Ma voi non avete così imparato Cristo se davvero l’avete udito e siete stati da lui ammaestrati, perché la verità è in Gesù, … essere rinnovati nello spirito della vostra mente..

Questo insegnamento, che conoscenza, sapienza, discernimento provengono da Dio, viene ripetuto in molti versi delle Scritture. Eccone giusto alcuni:

C’è uno spirito nell’uomo, e l’inspirazione dell’Onnipotente dà loro intendimento. (Giobbe 32:8)

Chi ha messo la sapienza nelle parti interiori? O chi ha dato l’intendimento al cuore? (Giobbe 38:36)

Da’ dunque al tuo servo un cuore intendente per giudicare il tuo popolo, che io possa discernere il bene dal male…

Perché tu [Salomone] hai chiesto questa cosa… intendimento per discernere il giudizio.. ecco, io ho fatto secondo le tue parole: Io ti ho dato un cuore saggio e intendente. (1 Re 3:9, 11-12)

Figlio mio, se riceverai le mie parole e custodirai i miei comandamenti dentro di te, e inclinerai il tuo orecchio alla sapienza e applicherai il tuo cuore all’intendimento; sì, se invocherai con forza la conoscenza e alzerai la tua voce per l’intendimento, se la cercherai come l’argento e la caccerai come un tesoro nascosto, allora intenderai il timore del SIGNORE, e troverai la conoscenza di DIO. Perché il SIGNORE dà sapienza; dalla sua bocca procedono conoscenza e intendimento. (Proverbi2:1-6).

Di queste cose noi parliamo, non con parole che sapienza umana insegna , ma che lo Spirito Santo insegna, confrontando cose spirituali con spirituali. Ma l’uomo naturale non riceve le cose dello Spirito di Dio: perché sono follia per lui, né pure può conoscerle, perché sono spiritualmente discrete8. Ma colui che è spirituale giudica tutte le cose ed egli stesso non è giudicato da alcuno. (1 Corinzi 2:13-15)

Risulta chiaro dalle Scritture che tutta la conoscenza, la sapienza, e il discernimento provengono da Dio solo. Ed è parimenti chiaro che è Dio che trattiene la conoscenza, la sapienza e il discernimento dalle persone. Dio ottenebra le menti e indurisce i cuori degli uomini; egli trattiene la sua conoscenza e sapienza e infonde allucinazioni e spiriti bugiardi agli uomini; egli riduce la capacità di alcuni uomini di giudicare correttamente, non semplicemente coloro che desidera distruggere eternamente, ma anche coloro che egli desidera distruggere temporalmente:

Ed egli disse: “«Perciò ascolta il Verbo del Signore: Io ho visto il Signore assiso sul suo trono, e tutto l’esercito del cielo gli stava intorno, alla sua destra e alla sua sinistra.

Il Signore disse: “Chi persuaderà Achab perché possa salire e cadere a Ramoth di Galaad?”. E uno disse in questo modo e un altro in quel modo.

Allora si fece avanti uno spirito, che si presentò davanti al Signore disse: “Io lo persuaderò”.

Il Signore gli disse: “In che modo?”.

Egli rispose: “Io andrò avanti e sarò uno spirito bugiardo nella bocca di tutti i suoi profeti”.

Il Signore gli disse: “Tu lo persuaderai e lo convincerai anche; va avanti e fa’ così”.

Ora perciò, ecco, il Signore ha posto uno spirito bugiardo nella bocca di tutti questi tuoi profeti; e il Signore ha pronunciato il male riguardo a te». (1 Re 22:19-23).

Con alcuni individui, come Nebucadnetsar e gli indemoniati, la trattenuta da parte di Dio e della conoscenza e della sapienza e la Sua restituzione dell’intendimento e del discernimento sono immediati: “Allora vennero a Gesù e videro colui che era stato posseduto da demoni e aveva avuto la legione, seduto e vestito e sano di mente”. (Marco 5:5; Luca 8:35). In questi casi Dio agì immediatamente, ottenebrando e illuminando le menti in un istante. Ma il metodo di operazione usuale di Dio è ottenebrare progressivamente le menti di coloro che intende avvilire e distruggere, e gradualmente (dopo l’improvviso cambiamento della rigenerazione/resurrezione) illuminare le menti di coloro che intende salvare. Egli ottenebra le menti sia oggettivamente che soggettivamente. Oggettivamente, mandando fame di predicazione e ascolto del Verbo di Dio:

“Ecco, i giorni vengono”, dice il Signore Dio, “che Io manderò la fame nel paese, non fame di pane né sete di acqua, ma di udire le parole del Signore. Essi vagheranno da un mare all’altro, da nord a est, correranno avanti e indietro cercando il verbo di Dio, e non lo troveranno” (Amos 8:11-12).

Egli ottenebra gradualmente non solo singoli individui, ma anche intere società. Egli nasconde il Suo Verbo in detti oscuri e parabole,

Allora i discepoli vennero e gli dissero: Perché parli loro in parabole? Egli rispose e disse loro: Perché è dato a voi di conoscere i misteri9 del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Perché a chiunque ha, sarà dato, ed egli avrà in sovrabbondanza; ma a chiunque non ha, a lui sarà tolto anche quello che ha. Perciò, parlo io loro in parabole, perché vedendo non vedano, udendo non odano, e né intendano. E in loro si adempie la profezia d’Isaia, che dice: Udendo voi udirete, ma non intenderete; vedendo voi vedrete, ma non percepirete. Perché il cuore di questo popolo è ingrassato, le loro orecchie sono sorde a sentire, e i loro occhi essi hanno chiuso; affinché non vedano con i loro occhi, e non odano con le loro orecchie, e non intendano col loro cuore, e non siano convertiti, ed io non li guarisca. (Matteo 13:10-15).

La mancanza di discernimento è la mancanza di sapienza e conoscenza, è una deficienza intellettuale. Le chiese e i cristiani professanti mancano oggi di discernimento perché non conoscono o non credono la verità, anche se professano di farlo. Quelli che denunciano la mancanza di discernimento nelle chiese contemporanee generalmente non riescono a vedere la causa prima di questa: lo scopo, il piano, e la provvidenza di Dio. Inoltre, sono incapaci a mostrare come Dio compie il suo piano, come egli ottenebri le menti e come trattenga la sua luce e il suo volto. Oggettivamente questo ottenebramento è la carenza di predicazione e pubblicazione del Verbo di Dio; soggettivamente, è il rifiuto della verità rivelata, che comprende al tempo presente, la verità rivelata sul pensiero logico.

La Logica e i Suoi Nemici

Ma è su quest’ultima causa che voglio ora concentrarmi, perché è questo rifiuto della logica, questa misologia, che spiega in larga parte la mancanza di discernimento, la de-enfasi sulla teologia sistematica, la prevalenza di quello che il Dr. Adams chiama “pensiero in continuum”, ed anche la scomparsa della disciplina di chiesa. Un’altra parte di questa spiegazione, la carenza della predicazione del Verbo di Dio nelle chiese contemporanee, è discussa in un altra parte in questo volume10. Queste due , il disprezzo per la logica e la soppressione del Verbo, sono le cause penultime della odierna mancanza di discernimento. La causa ultima, ovviamente, è la volontà di Dio.

Oggi, la logica, solitamente denigrata come “mera logica umana”, è guardata con sospetto, non solo negli ambiti umanistici, ma anche, e forse ancor più, negli ambiti religiosi: è disprezzata e rigettata nelle chiese liberali, Cattoliche Romane, Ortodosse, Arminiane, Neo-evangelicali e Carismatiche, e inoltre in molte chiese sé dicenti Riformate11. Tutte le chiese contemporanee sono state influenzate dal mondo su questo punto. Ne La Chiesa Effeminata12 ho indicato alcuni degli effetti dell’anti-intellettualismo nel diciannovesimo secolo e inizio ventesimo, che hanno condotto all’effeminamento della chiesa nel ventesimo secolo. Ma gli effetti della misologia moderna, il disprezzo per la logica, sono stati molto più estesi dell’effeminamento delle chiese. È proprio perché gli uffici della chiesa e i fedeli disdegnano la “mera logica umana” che la teologia sistematica è de-enfatizzata e una teologia disarticolata gli viene preferita. È a causa del fatto che i professori dei seminari e gli studenti detestano la “mera logica umana” che “manuali”, libri “pratici” nei seminari, e corsi “pratici” nelle chiese, sono preferiti a corsi dottrinali. È a causa del disprezzo da parte degli gli uffici di chiesa e dei fedeli per la “mera logica umana” che essi preferiscono a questa il “pensiero in continuum” per operare distinzioni ed esprimere giudizi. Costoro sono religiosamente e piamente avversi alla precisione e alla chiarezza13. È a causa della denuncia della “mera logica umana” da parte degli uffici di chiesa e dei fedeli che la disciplina di chiesa è scomparsa, perché l’esercizio della giusta disciplina richiede l’applicazione più rigorosa del nostro potere razionale di definizione, distinzione e giudizio. La disciplina di chiesa richiede chiarezza e precisione, due pie qualità denunciate dai moderni uomini di chiesa. Quelle cose che i moderni fedeli e uffici di chiesa trovano offensive del Cristianesimo, la sua pretesa di essere una religione esclusiva e di avere un monopolio sistematico sulla verità e la salvezza, la sua insistenza sulla chiarezza nelle espressioni orali e scritte; il suo requisito che il giudizio sia fatto rettamente, secondo degli standard ben definiti e oggettivi; il suo requisito che i cristiani discriminino tra il giusto e lo sbagliato, tra il bene e il male, tra il pio e l’empio; il suo requisito che i cristiani siano un popolo distinto, separato dal mondo, costoro ritengono tutte queste cose offensive a causa della loro radicata e peccaminosa antipatia verso il pensiero logico.

Questa stessa antipatia è dovuta alla loro ostilità a Dio, che è il Logos, la Logica che illumina la mente di ogni uomo:

Nel principio era il Logos, e il Logos era con Dio, e il Logos era Dio. Egli era nel principio con Dio. Tutte le cose furono fate per mezzo di Lui [il Logos], e senza di lui non fu fatto nulla delle cose fatte. In Lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini… La vera Luce che illumina ogni uomo che viene al mondo. (Giovanni 1:1-4,9)

Il mondo e la chiesa mondana odiano la “mera logica umana” perché questa è l’immagine di Dio nell’uomo, e costoro odiano Dio:

Non vi è alcun giusto, no, né pure uno. Non vi è alcuno che intenda, non v’è alcuno che ricerchi Dio. Tutti si sono sviati, tutti quanti sono divenuti inutili; non vi è alcuno che faccia bene, no, né pure uno. (Romani 8:7).

Perché la mente carnale è inimicizia contro Dio, perché non è soggetta alla legge di Dio, né anche può esserlo(Romani (8:7).

Dio è un essere razionale, e anche l’uomo, sua immagine, è razionale. Dio non stava scherzando o indulgendo in metafore quando così invitava i peccatori, tramite Isaia, a “venire, e ragionare insieme”. E siccome l’uomo è l’immagine di Dio, la sua logica è la logica di Dio, e Dio e l’uomo possono ragionare assieme. La verità di Dio e la verità dell’uomo non sono due differenti verità; il concetto di duplice verità, secondo il quale una cosa può essere vera in teologia e il suo contrario vero in filosofia, o che in teologia due contraddizioni possono essere entrambe vere, è una assurdità medievale e moderna. La logica di Dio e la logica dell’uomo non sono due logiche differenti; la nozione del polilogismo, molteplici logiche, è una assurdità. Il Logos divino illumina la mente di ogni uomo, così scrisse Giovanni. E dato che il Logos non è creato, la luce del Logos, la logica, non è creata. L’aritmetica dell’uomo e l’aritmetica di Dio non sono due differenti aritmetiche, la nozione di svariate aritmetiche è un assurdo matematico. Ci sono molti esempi di addizione, sottrazione, divisione e moltiplicazione rivelati nelle Scritture, e in ognuno di essi le risposte rivelate da Dio sono le risposte dell’uomo. Verità, logica e aritmetica sono una verità, una logica e una aritmetica, tutte sono non-create, tutte trovano origine in Dio, che è il Vero stesso, perché sono il modo con cui Dio stesso pensa. Qualunque cosa l’uomo ha da esse, egli l’ha da Dio solo, perché egli è fatto all’immagine di Dio, e perché Dio si rivela agli uomini. Non esiste una cosa chiamata “mera logica umana”, proprio come non esiste una cosa chiamata “mera aritmetica umana” o “mera verità umana”. L’uomo è logico perché egli è l’immagine di Dio, egli ha la capacità di pensare, di ragionare, proprio come Dio pensa e ragiona. Giovanni dice che il Logos divino illumina la mente di ogni uomo: Pietro e Giuda descrivono le bestie come “prive di logica”, aloga14. Queste non sono immagine di Dio.

Il “Postmodernismo”, che è semplicemente un termine di moda per l’antica idea del relativismo epistemologico, l’idea del sofista Greco Protagora che “l’uomo è la misura di tutte le cose”, è anche la concezione di coloro che asseriscono il relativismo epistemologico nella loro teologia. Il Postmodernismo nelle chiese, anche in molte delle chiese sé dicenti Riformate, assume svariate forme:

Gli uomini non possono conoscere la verità di Dio, ma solo una analogia alla verità di Dio.

L’uomo, essendo finito, non può comprendere l’infinito.

Dio non può essere compreso.

Dio è “Totalmente Altro”.

La Logica è creata e non è il modo con cui Dio pensa.

C’è una “infinita differenza qualitativa tra l’uomo e Dio”

La conoscenza di Dio e la conoscenza dell’uomo non coincidono in nessun punto.

La verità non è proposizionale ma personale.

Dio e il medium della concettualità sono mutualmente esclusivi.

Pensare Dio è non pensare Dio.

La vita è più profonda della logica.

Queste pie frivolezze sono relativistiche, agnostiche e Anti-cristiane fino alle midolla. Rinnegano esplicitamente l’idea centrale e fondamentale di Rivelazione Proposizionale, “Conoscerete la verità”. Cristo non disse “Conoscerete una analogia della verità”; né , “Incontrerete la verità”; né, “conoscerete qualcosa che si approssima alla verità”; né pure “conoscerete una probabile verità”. Le pie insulsaggini degli irrazionalisti religiosi rinnegano implicitamente le dottrine dell’onnipotenza di Dio e dell’uomo come immagine di Dio; rendono assurdo tutto il cristianesimo, perché lo rendono inconoscibile. È questo rigetto dello status ontologico ed epistemologico della logica, questo pio agnosticismo teologico, che giace alla radice della mancanza di discernimento, della mancanza di giudizio, e la mondanità delle chiese contemporanee.

Il Logos Creativo

Dio è un essere razionale, la logica è l’architettura della sua mente. Come il Logos funziona nel creare l’universo è reso chiaro in Genesi 1: Egli parla, egli distingue e giudica; egli separa, ed egli nomina.

“Nel principio era il Verbo”, e il Verbo, naturalmente, parla: L’affermazione “Dio disse” appare nove volte solo in Genesi 1. Nell’atto del parlare Dio rivela la sua razionalità: Le leggi del linguaggio sono le leggi della logica. Perché un termine, qualsiasi termine, umano o divino, significhi qualcosa (ed ogni parola di Dio significa qualcosa, perché Dio non pronuncia assurdità), quella parola deve anche non-significare qualcos’altro. Quando Dio dice, “Sia la luce”, lucenon significa tenebre o api, o materia: sia non significa non siacompradistrugga o mangi. Bereshith, il temine Ebraico tradotto “Nel principio”, non significa “nell’anno 2000”, o anche un solo secondo dopo il principio. Questa è la legge logica di contraddizione: Non entrambi A e Non-A. Se i suoni e i simboli scritti non obbediscono a questa regola fondamentale della logica, essi non sono che rumori nell’aria o semplici scarabocchi sulla carta; essi non sono parole, essi non sono linguaggio. Dio può parlare e infatti parla perché, come ci dice Giovanni, Dio è Logica.

Secondo, il Logos distingue e giudica: L’affermazione “Dio vide” appare sette volte solo in Genesi 1. Ovviamente, la visione di Dio non ha niente a che vedere con la visione fisica. Dio non ha bastoncelli e coni, né retina, né nervo ottico e globi oculari. “Vide” è una figura retorica per “Intese”. In Italiano abbiamo una metafora simile quando si sollecita qualcuno con “Lo vedi?” e rispondendo “Lo vedo”, magari ripetuto, per esprimere di aver capito. Nell’atto del distinguere, Dio rivela non solo la sua razionalità, ma anche la razionalità della creazione, che è implicata nell’affermazione di Giovanni “Tutte le cose furono fate per mezzo di Lui [il Logos], e senza di lui non fu fatto nulla delle cose fatte.” Le leggi della logica non sono semplicemente le leggi del pensiero e del linguaggio propri di Dio, ma anche dell’intera creazione. Tutta la creazione è razionale perché il Verbo di Dio che la creò è razionale. La vita non è più profonda della logica, come i poeti e i romantici ci narrano; la Logica è più profonda della vita, infatti ha creato la vita. Sono le concezioni pagane che insegnano, come fece il Romantico Tedesco Goethe, che “Nel principio era l’azione”15, o come fece Democrito: “Nel principio era la materia e il movimento”, o come fanno i moderni scienziati: “Nel principio era il Big Bang”. Sono queste concezioni pagane che fanno della logica non il progettista e il creatore dell’universo, ma un effetto, un sottoprodotto di ciechi eventi, senza scopo, senza intelligenza. È la visione pagana che rende l’universo, e l’uomo in esso, irrazionale. Quei movimenti all’interno delle chiese degli ultimi duecento anni che si sono gloriati nel vociare parole senza senso, chiamando ingannevolmente il loro ciarpame fonetico “lingue”, ovvero linguaggi, stanno semplicemente imitando i borbottìi incomprensibili dei selvaggi pagani, che nel loro odio per Dio e perla logica hanno tentato di negare e distruggere la capacità umana per il pensiero razionale e il discorrere16, sostenendo che quel “gramelot” estatico sia una forma di discorso.

Ma se tutta la creazione non può imitare e non imita Dio nel pensiero e nel parlare, obbedisce tuttavia alle leggi della logica. Un cane è un cane, non un gatto o una macchina: una cosa è essa stessa. Questa è la legge logica dell’identità: A è A, ed è inoltre proprio il nome di Dio “Io Sono l’Io Sono”. Quei teologi e filosofi che asseriscono che la logica è un effetto della creazione (e le loro controparti, gli evoluzionisti, fanno della logica un effetto dell’evoluzione: entrambi concordando che la logica è un effetto, non una causa) rendono Dio illogico. Ma la logica non è un effetto; Logica è la causa, Giovanni ci dice, dell’universo. Siccome l’universo fu creato dal Logos, animali e piante si riproducono secondo le loro specie. Nel distinguere, il Logos rivela che la creazione non è una indefinita, amorfa, ineffabile matassa, di fatto Genesi 1 è il racconto di Dio che trasforma il vuoto privo di forma in un cosmos, un universo ordinato.17 Il cosmos è la creazione del Logos, e non la logica effetto del cosmos. Nel giudicare, il Logos rivela che una cosa differisce da un’altra, che il “bene” differisce dal “male”, e che il “molto buono” differisce dal “buono”. Non era l’originale vuoto amorfo che Dio pronunciò buono, ma la creazione dotata di distinzioni e separazioni fatta dal Logos. Da questo dovremmo apprendere, tra l’altro, che ci sono diverse forme di unità, e non tutte queste sono buone. Questi atti di discriminazione razionale, nei quali una cosa è distinta da un’altra, nei quali “buono” è distinto da “cattivo”, e “molto buono” da “buono”, sono atti del Logos. Questi atti di distinzione sono atti di valutazione e giudizio, sono atti di discernimento.

La Bibbia è piena di tali coppie di opposti. Eccone giusto alcune:

Luce / Tenebre

Giorno / Notte

Mare / Terraferma

Bene / Male

Vero / Falso

Obbedienza / Disobbedienza

Cristo / Belial

Rettitudine / Perversione

Vita / Morte

Cielo / Inferno

Elezione / Riprovazione

Benedizione / Maledizione

Via Stretta / Via Larga

Sapienza divina / Sapienza mondana

Giustizia di Dio / Auto-giustizia

Grazia / Merito

Credere / Operare

Questi opposti non possono essere sintetizzati, non possono essere integrati; sono per sempre un aut-aut e non un sia … sia… Non c’è alcun continuum, ma ci sono dicotomie, ci sono antitesi.

Terzo, il Logos in Genesi 1 separa: le espressioni “Dio separò”, “sia separato”, “separare”, “Dio raccolse”, “sia raccolto”, occorrono sei volte nella sola Genesi 1 Dio separa la luce dalle tenebre, separa le acque sotto il firmamento dalle acque sopra il firmamento, egli raccoglie insieme le acque sotto il firmamento, dividendo così i mari dalla terraferma, egli divide il giorno dalla notte. Separando una cosa dall’altra, Dio esibisce tanto la sua razionalità quanto la razionalità della creazione. Sono solo queste divisioni che danno forma, struttura e unità alla creazione, e ogni divisione che Dio fa, rende possibile una più complicata struttura, una più complicata unità. Separare i mari dalla terraferma rende possibile la creazione di creature marine, delle piante e degli animali terrestri. Senza queste separazioni e divisioni, non ci potrebbe essere nella creazione alcuna struttura, nessun progetto, nessuna cooperazione tra le parti, nessuna funzione. Tutto sarebbe un agglomerato privo di forma e significato. Nella creazione, Dio fa il mondo conforme agli schemi della sua mente, come dice la lettera agli Ebrei.

In ultimo, il Logos in Genesi 1 chiama: le espressioni “Dio chiamò” o “Dio nominò” appaiono cinque volte in Genesi 1, e Dio nomina tutte le creature che fa, erba, piante semi, alberi, giorni, anni. Nel dare nomi, Dio non solo rivela la sua razionalità e la razionalità della creazione, il fatto che concetti e proposizioni posso essere usati per riferirsi accuratamente a cose (un idea che alcuni sé dicenti filosofi cristiani negano), Dio rivela pure il suo dominio su tutte le cose, incluso l’uomo, a cui Egli dà il nome. Il dominio divino è, prima di ogni altra cosa, abilità intellettuale, perché è per il Verbo che l’universo è creato ed è per il Verbo che ogni parte riceve un nome. In altri passaggi delle Scritture, Dio chiama uomini individuali: Abramo diventa Abrahamo, Sarai diventa Sarah, Giacobbe diventa Israele; il figlio di Elisabetta diventa Giovanni; il figlio di Maria diventa Gesù.

Quando giungiamo ai capitoli 2 e 3 di Genesi, è l’uomo, l’immagine di Dio, che compie le funzioni che Dio operò inGenesi 1. Ad Adamo è comandato di parlare e comprendere, di distinguere tra obbedienza e disobbedienza, di giudicare tra bene e male, di dar nome agli animali, e di separare i suoi figli in famiglie, Adamo chiama sua moglieEva. Ad Adamo e tutti gli uomini, come creature razionali, è comandato di esercitare giudizio. Ci è comandato di distinguere tra il bene e il male, di discriminare una cosa dall’altra, di discernere quel che è vero da ciò che è falso, di emettere giudizi su ogni cosa. Ci è comandato di agire come creature razionali, di usare il dono della razionalità che Dio ci ha dato.

Giudizio

Dato che siamo creature con il dono della razionalità, fatti a immagine del Dio razionale, il Logos, rifiutarsi di giudicare è impossibile. Tutte le espressioni dichiarative, il gatto è nero, l’aborto è omicidio, il cioccolato è veleno, sono giudizi. Tutta la nostra conoscenza consiste di tali giudizi. Questo è il senso con cui Paolo usa il termine in 1 Corinzi 1:10 dove scrive:

Ora vi imploro fratelli, nel nome del nostro Signore Gesù Cristo che voi tutti parliate della stessa cosa e che non ci siano divisioni tra di voi, ma che siate perfettamente uniti insieme nella stessa mente e nello stesso giudizio.18

Il termine giudizio è usate nelle scritture molte volte con questo significato:

Ti celebrerò con rettitudine di cuore quando imparerò i tuoi retti giudizi..

Con le mie labbra ho dichiarato tutti i giudizi della tua bocca. (Salmo 119:7,13)

I giudizi del Signore sono veri e retti tutti quanti. (Salmo 19:9)

O profondità delle ricchezze sia della sapienza e della conoscenza di Dio! Quanto imperscrutabili sono i suoi giudizi, e inesplorabili le sue vie! (Romani 11:33)

Il verbo giudicare ha tre significati, con uno più fondamentale degli altri: distinguere, un primo significato derivato del quale significa valutare secondo uno standard, e un secondo derivato che significa condannare o assolvere. L’attacco al giudicare deve essere quindi considerato innanzitutto e soprattutto come un attacco alla facoltà che intende, che distingue, un attacco all’immagine di Dio nell’uomo. È un attacco alla facoltà razionale, e implicitamente un attacco a Dio, che è il Vero egli stesso. Lo Spirito Santo, scrivendo tramite Paolo, dice che i cristiani dovrebbero essere tutti perfettamente uniti “nella stessa mente e nello stesso giudizio”. Devono concordare con le stesse proposizioni, avere gli stessi credi, ritenere la stessa fede, credere la stessa dottrina. La fede cristiana, talvolta chiamata dottrina cristiana o teologia cristiana, è una collezione di giudizi, un sistema di proposizioni come “Gesù Cristo è sia Dio sia uomo”; “Cristo morì secondo le Scritture e risorse dopo tre giorni secondo le Scritture”. Questi sono alcuni dei giudizi che ci si aspetta che tutti i cristiani credano. È il loro accordo su questi giudizi che crea, o meglio, è l’unità della chiesa. Paolo ripetutamente ci esorta a essere “della stessa mente”, di “non conformarsi a questo mondo ma di essere trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente”(Romani 12:2). Di “essere della stessa mente l’uno verso l’altro” (Romani 12:16)19, di “state fermi in uno spirito, con una mente lottando assieme per la fede dell’evangelo” (Filippesi 1:27). Non vi è alcun comando nelle Scritture di avere una sola organizzazione o una sola istituzione, ma di avere una sola mente, la mente di Cristo. I cristiani devono essere unificati nella loro dottrina, nei loro giudizi.

I giudizi morali, che sono oggi da molti condannati, devono essere compresi come una specie del genere “giudizio”. Alcuni teologi, seguendo pateticamente la scia del mondo, hanno tentato di separare i “giudizi morali” dai “giudizi cognitivi”, come se la moralità non fosse una questione di conoscenza, ma piuttosto di sentimento, desiderio ed emozione. Quando esprimiamo un giudizio, come per esempio, “l’omicidio è peccato”, noi stiamo stabilendo una verità, è un atto intellettuale tanto quanto la risoluzione di un’equazione di secondo grado. Quando esprimiamo un giudizio “Stalin era un assassino”, stiamo stabilendo una verità. I giudizi morali sono una forma di giudizio e come tali sono o veri o falsi. Se i giudizi morali sono espressi correttamente, ovvero, secondo i principi del Verbo di Dio, assieme a una rigorosa applicazione delle leggi della logica, allora essi sono giudizi veri. E dato che siamo creature razionali, noi non abbiamo la capacità di evitare giudizi morali. La questione non è se noi esprimeremo giudizi o no, ma se i giudizi che emetteremo saranno corretti o meno. La razionalità è la capacità di giudicare, essere razionali vuol dire esprimere giudizi, compresi i giudizi morali. Perciò, rifiutarsi di esprimere giudizi morali è impossibile, perfino per quelli che citano a sproposito le parole di Cristo “Non giudicate”, dato che giudicano in errore coloro che emettono giudizi morali. Tutti i giudizi morali sono giudizi, ovvero, sono questioni di vero e falso, giusto e sbagliato.

Siccome siamo esseri razionali fatti a immagine di Dio, noi non possiamo evitare di esprimere giudizi morali. L’agnosticismo morale, che sostiene che non possiamo sapere cosa sia giusto o sbagliato, cosa sia vero o falso in questioni di etica e moralità, è tanto autocontraddittorio e Anticristiano quanto l’agnosticismo teologico. La radice Greca di agnostico è agnosis, che letteralmente significa “senza conoscenza”. L’equivalente latino è ignoramus. L’Agnosticismo non è una posizione, è una confessione di ignoranza, e dalle persone ignoranti, in particolar modo da quelle che si vantano della loro ignoranza, non c’è nulla da imparare, anzi sono loro che necessitano di farlo. Ma sfortunatamente gli agnostici, alcuni dei quali sono persone ignoranti e arroganti, controllano sia le chiese che l’accademia. Come abbiamo visto, dal loro punto di vista l’ignoranza della verità è cosa lodevole, perché dimostra che siamo umili, finite creature. Quando gli agnostici morali insegnano che non si deve mai giudicare gli altri o le loro azioni, stanno con questo attaccando la conoscenza e la verità, quando insegnano che è male distinguere il bene dal male, essi stanno così esprimendo un giudizio morale. È impossibile evitare di emettere giudizi morali e intellettuali, la vera questione è se tali giudizi verranno espressi correttamente o meno.

Giudicare idee, gli uomini e le loro azioni è una questione estremamente seria. Ecco la dichiarazione di Cristo riguardo al giudicare, che è così citata a sproposito dagli agnostici morali religiosi:

Non giudicate, perché non siate giudicati. Perché con il giudizio col quale giudicate, voi sarete giudicati; e con la stessa misura che usate, sarà pure misurato a voi. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello e non consideri la trave che è nel tuo occhio? O, come puoi dire a tuo fratello: “Fammi togliere la pagliuzza dal tuo occhio “, ed ecco, c’è una trave nel tuo occhio? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi vedrai chiaramente per togliere la pagliuzza dall’occhio di tuo fratello.

Non date ciò che è santo ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino sotto i loro piedi e si rivoltino e vi sbranino. (Matteo 7:1-6)

Vale la pena analizzare l’affermazione di Cristo, perché Cristo non avalla affatto l’agnosticismo morale; non ci comanda di non giudicare simpliciter, e la sua dichiarazione mostra chiaramente sia la modalità sia lo scopo per esprimere giudizi morali.

La prima cosa da notare è che Cristo conclude questa affermazione comandandoci di non dare ciò che è santo ai cani, aspettandosi quindi che noi giudichiamo quel che è santo da quel che non lo è, chi sia cane e chi no. Egli ripete l’idea: non gettate le vostre perle davanti ai porci, aspettandosi che noi giudichiamo quali cose siano perle e quali no, e chi sia porco e chi no. Tutto questo richiede giudizio, e il giudizio morale è un atto intellettuale. Non si può obbedire alle ingiunzioni di Cristo senza effettuare giudizi morali. L’agnostico morale vorrebbe farci credere che non ci siano né cani né porci, “Io sono OK; tu sei OK”; “Non esistono ragazzi cattivi”, e non ci sono perle, e né alcunché di santo. L’agnostico morale non può obbedire a Cristo.

Ora Cristo non solo si aspetta che i cristiani esprimano giudizi morali, ma ci dice anche come farli: “Non giudicate secondo l’apparenza, ma giudicate con retto giudizio” (Giovanni 7:24) Il peccato di Adamo ed Eva nel Giardino d’Eden era stato di giudicare secondo l’apparenza: il loro peccato non stava nel fatto di aver giudicato, né di aver usato la loro facoltà umana di giudizio nel decidere se obbedire o no a Dio. Come esseri razionali, noi tutti dobbiamo costantemente esercitare i nostri giudizi: ciò fa parte dell’idea di razionalità.20 Il peccato di Adamo ed Eva non consisteva nel giudicare, ma nell’usare lo standard sbagliato nel farlo. Invece di giudicare secondo lo standard della rivelazione proposizionale di Dio, essi scelsero di giudicare dall’evidenza dei loro sensi, “secondo l’apparenza”:

Quando la donna vide che il frutto dell’albero era buono da mangiare, e ch’era piacevole agli occhi e che l’albero e un albero desiderabile per rendere uno saggio, prese del frutto, e ne mangiò, e ne diede anche a suo marito che era con lei, ed egli ne mangiò. (Genesi 3:6)

Il peccato di Adamo non fu il loro uso del giudizio privato, come alcuni teologi totalitari hanno suggerito, ma il loro abbandono della rivelazione proposizionale come il solo standard col quale effettuare ogni giudizio. Adamo ed Eva non credettero al Verbo di Dio e la loro incredulità li separò da Dio assieme ai loro figli nati per generazione naturale.21 Giudicare secondo apparenza era stato anche il peccato dei Giudei in Giovanni 7, quando Cristo comandò loro di “giudicare un retto giudizio”, e non secondo l’apparenza. Emettere giudizi morali è un affare molto serio. Noi dobbiamo usare il Verbo di Dio come il nostro solo standard per esprimere tali giudizi, dobbiamo impegnarci per comprendere quel Verbo, pregando che Dio ci dia sapienza nell’applicare i principi del suo Verbo a persone specifiche, a idee specifiche e a eventi specifici.

Diversamente dal primo Adamo, il secondo e ultimo Adamo, secondo Isaia, non giudicherà secondo apparenza:

Poi una verga uscirà dal gambo di Jesse e un ramo spunterà dalle sue radici. E lo Spirito del Signore riposerà su lui: lo spirito di sapienza e d’intendimento, lo spirito di consiglio e di potenza, lo spirito di conoscenza e di timore del Signore. Ed egli lo renderà di pronto intendimento nel timore del Signore e non giudicherà secondo la vista dei suoi occhi, né riproverà secondo quanto udito dalle sue orecchie, ma con rettitudine giudicherà il povero e riproverà con equità per il mansueto della terra, ed egli colpirà la terra con la verga della sua bocca e col soffio delle sue labbra ucciderà il malvagio. (Isaia 11:4).

Si noti che in tutti questi passaggi non è il giudicare per sé a essere condannato, ma il giudizio secondo lo standard sbagliato. Questo è anche il modo in cui dovremmo comprendere le parole di Paolo in Romani 14:

Chi sei tu che giudichi il servo di un altro? Per il suo padrone egli sta in piedi o cade… Ma perché tu giudichi tuo fratello? O perché disprezzi tuo fratello? Perché noi tutti ci presenteremo davanti al tribunale di Cristo… e così ognuno di noi darà un resoconto di sé stesso a Dio. Perciò non giudichiamoci più gli uni gli altri ma piuttosto giudicate questo: che nessuno metta una pietra d’inciampo o un occasione di caduta sulla via del suo fratello.

In questo passaggio Paolo sta parlando delle “cose dubbie”, quelle cose su cui i fratelli possono avere idee discordanti. Quando non c’è una affermazione evidente delle Scritture o una chiara inferenza da queste in forza delle quali giudicare, di fatto non dobbiamo giudicare, anzi dobbiamo ricusare noi stessi, perché in questi casi faremmo delle nostre opinioni personali lo standard di giudizio. È questo tipo di giudizio che Paolo condanna in questo passaggio, egli non condanna affatto il giudizio secondo il Verbo di Dio. Paolo comanda ai cristiani, come fa ad esempio con i cristiani di Corinto, di giudicare i membri di chiesa per i loro scandali. Non è il giudicare, ma è il giudizio scorretto che Paolo condanna. Il travisamento delle parole di Paolo ha causato la virtuale scomparsa della disciplina di chiesa.

L’avvertimento di Giacomo contro il giudizio abusivo nel quarto capitolo della sua lettera è identico:

Non parlate male l’uno dell’altro, fratelli. Colui che parla male di un fratello e giudica suo fratello, parla male della legge e giudica la legge. Ma se tu giudichi la legge tu non sei un praticante della legge ma un giudice. C’è un solo Legislatore, che è in potere di salvare e di distruggere. Chi sei tu che giudichi un altro?

Giacomo ha in mente il giudice che stabilisce la sua opinione come suo standard di giudizio. Adottando un standard di giudizio diverso dal Verbo di Dio, questo genere di persona giudica la legge stessa. Ma Giacomo ci ricorda che c’è un solo Legislatore e nessun semplice uomo ha la competenza di stabilire le sue opinioni personali come legge.

Sono molti i comandamenti che ci sono dati di abbandonare le nostre immaginazioni e le nostre idee, e invece di pensare i pensieri di Dio, rivelatici nella sola Scrittura, e di condurre tutti i nostri pensieri prigionieri di Cristo. Ma da nessuna parte nelle Scritture troviamo un comandamento di abbandonare la logica, di abbandonare la mente, o disdegnare il dono della razionalità22. Infatti, per poter condurre tutti i pensieri prigionieri di Cristo, non dobbiamo diventare sempre meno razionali, ma al contrario, sempre più razionali, perché Cristo è il Logosla Logica e la sapienza di Dio. Le Scritture in centinaia di passaggi elogiano la conoscenza, la sapienza e l’intendimento, ed esortano, comandano, tutti gli uomini di cercarle con passione. Il libro dei Proverbi e il Salmo 119 lo dimostrano chiaramente. La preoccupazione centrale delle Scritture è epistemologica: Come possiamo conoscere Dio? Ma quelli che pensano che Dio (o l’universo) sia illogico o irrazionale pensano che gli uomini lo debbano essere altrettanto. Ma queste idee non solo sono Anticristiane, sono autorefutanti: nessuno può applaudire la virtù dell’irrazionalità senza usare le stesse leggi della logica che egli stesso disprezza. Per parlare, ma anche solo per pensare, il misologista deve usare la legge di contraddizione. Non può vincere la guerra contro la logica e la razionalità, peggio, non può neppure dichiararla. Nel momento che formula un pensiero, ha perso la guerra, e il Logos ha vinto. Ecco il perché il tizio che dice silenziosamente nel suo cuore, a maggior ragione ad alta voce, che non c’è Dio è uno stolto: egli deve usare la Logica che illumina ogni uomo per pensare che non c’è nessuna Luce.

Ora questa è una questione molto importante. La mancanza di discernimento nelle chiese contemporanee, la riluttanza a operare distinzioni, l’antipatia a formulare giudizi morali, tutto questo significa che non vengono fatte le dovute distinzioni e non vengono espressi i giusti giudizi. Questo non significa che le distinzioni e i giudizi non vengano operati affatto. Fin tanto ché si elaborano pensieri, si devono giocoforza operare distinzioni e esprimere giudizi. Esattamente come l’irrazionalista è fatalmente ignorante del fatto che egli deve usare la razionalità per propugnare il suo irrazionalismo, anche l’agnostico morale, colui che condanna il giudizio morale, è fatalmente ignorante del fatto che egli deve esprimere giudizi morali per affermare la sua posizione. Il giudizio che l’agnostico morale emette è: “Giudicare gli altri è sbagliato”. Ma l’agnostico morale non si accontenta di questo, ed entusiasta ne aggiunge un altro: “Coloro che giudicano gli altri sbagliano.” E in questi due giudizi morali possiamo vedere chiaramente la natura autorefutante, autocontraddittoria della nozione che dice che non si dovrebbe mai esprimere giudizi morali. Se quelli che giudicano gli altri sbagliano, come l’agnostico morale asserisce, allora gli agnostici morali sbagliano, perché essi stessi giudicano coloro che emettono giudizi. Questa è la ragione perché la Bibbia non condanna né loda coloro che non esprimono giudizi, perché tali persone non esistono, ma invece condanna quelli che emettono giudizi falsi, che chiamano male il bene e bene il male.

Guai a coloro che chiamano bene il male, e male il bene, che spacciano tenebre per luce e luce per tenebre, che spacciano amaro per dolce e dolce per amaro! Guai a coloro che sono saggi ai loro occhi e prudenti alla loro vista! (Isaia 5:20-21)

Rifiutandosi di distinguere il bene dal male, il giusto dallo sbagliato, il vero dal falso, ovvero, tentare di abbandonare la logica e la razionalità, un uomo riuscirà soltanto a emettere giudizi malvagi, e chiamerà bene il male, e male il bene. Costui è l’uomo che esprime giudizi perversi, che la Bibbia condanna. Ironicamente gli uomini più ipercritici sono proprio coloro che condannano chiunque osi esprimere un giudizio morale.

Le Scritture comandano ripetutamente ai cristiani di “esaminare”, “mettere alla prova”, “giudicare” tutte le cose. Per esempio in 1 Tessalonicesi 5:21, Paolo ci comanda di “provare ogni cosa e attenersi a ciò che è buono”. Isaia ci comanda con queste parole:

E quando vi diranno: Cercate quelli che hanno spiriti familiari e i maghi, che sbirciano e mormorano: ”un popolo non deve cercare il loro Dio? i morti per i viventi?” Alla legge e alla testimonianza: se non parlano secondo questo verbo, è perché non c’è luce in loro. (Isaia 8:19-20).

Giovanni ci dice, “Diletti, non credete a ogni spirito, ma provate gli spiriti, se sono da Dio, perché molti falsi profeti sono usciti fuori nel mondo” (1 Giovanni 4:1). E nel suo Evangelo: “Non giudicate secondo l’apparenza, ma giudicate con retto giudizio” (Giovanni 7:24). In Proverbi ci è comandato: “Apri la tua bocca, giudica rettamente, e perora la causa del povero e bisognoso” (Proverbi 31:9). Paolo, nel dare istruzioni per gli incontri di chiesa “Parlino due o tre profeti, e gli altri giudichino” (1 Corinzi 14:29). La Scrittura ci comanda di essere scettici di ogni cosa eccetto il Verbo scritto di Dio, e di giudicare tutte le cose mediante quel Verbo. I Bereani furono elogiati per aver esaminato mediante il Verbo scritto perfino la predicazione dell’Apostolo.

In tutto questo i cristiani esercitano la loro razionalità. Nelle sue lettere, Paolo emette ripetutamente giudizi morali. Per esempio in Romani 1 Paolo scrive: “Professando di essere saggi, sono diventati stolti” (v. 22), in 1 Corinzi 5 egli scrive “E vi siete gonfiati”. Dai versi 11 a 13 egli fornisce ulteriori istruzioni:

Ma ora io vi ho scritto di non accompagnarvi, se alcuno che è chiamato fratello è un fornicatore, o un avido, o un idolatra, o un calunniatore, o un ubriacone o un estorsore; con un tale così non dovete neppure mangiare. Che cosa ho da fare io, per giudicare anche quelli di fuori? Non giudicate voi quelli di dentro? Ma Dio giudica quelli di fuori, perciò cacciate via quella persona perversa da mezzo a voi.

Qui il comando di Paolo di giudicare, distinguere e valutare certe persone nella chiesa come fornicatori, avidi, idolatri, calunniatori, ubriaconi ed estorsori, è seguito da un comando di separarsi da tali uomini. È un comando di esercitare la disciplina di chiesa. Ma gli agnostici morali nelle chiese, essendo ostili alla formulazione di giudizi morali, si oppongo pertanto tanto alla disciplina che alla separazione, un punto su cui ritornerò tra breve.

Paolo continua la sua discussione sul giudicare:

Non sapete voi che i santi giudicheranno il mondo? E se il mondo sarà giudicato da voi, siete voi indegni di giudicare sulle minime faccende? Non sapete voi che noi giudicheremo gli angeli? Quanto più le cose che riguardano questa vita? (1 Corinzi 6:2-3)

Qui Paolo non solo si aspetta che i cristiani giudichino; egli comanda che essi lo facciano. Paolo stesso chiama gli uomini tanto “stolti” (Galati 3:1), “cani” e “operai malvagi” (Filippesi 3:2) quanto “santi”.

Ma qual è la motivazione dell’agnostico morale che ci sollecita a non giudicare gli altri e che ci condanna se lo facciamo? Non è né la benevolenza, né la tolleranza. Una motivazione è piuttosto chiara: L’agnostico morale vuole sfuggire egli stesso al giudizio. Egli crede che se a nessuno è permesso giudicare gli altri, allora egli stesso sfuggirà al giudizio. Paolo spiega in Romani 1 che gli uomini peccaminosi sopprimono la verità (che essi conoscono innatamente) nell’ingiustizia, dato che non piace loro ritenere Dio nella loro conoscenza, perché l’ira Dio è rivelata dal Cielo contro ogni empietà e ingiustizia. Gli uomini “conoscendo il retto giudizio di Dio, che coloro che praticano tali cose sono degni di morte, non solo fanno lo stesso ma approvano pure coloro che le praticano”. Il bando del giudizio morale è solo un vano tentativo di sfuggire il giudizio da parte dei peccatori. Paolo dice che l’agnosticismo morale è vano, sia che si condanni o si approvi le pratiche peccaminose degli altri:

Perciò tu sei inescusabile, o uomo, chiunque tu sia che giudichi: perché là dove tu giudichi un altro, tu condanni te stesso, perché tu che giudichi fai le stesse cose. Ma noi siamo certi che il giudizio di Dio è secondo verità contro coloro che commettono tali cose. E pensi tu questo, o uomo, che giudichi coloro che fanno tali cose, e tu fai lo stesso, che tu sfuggirai al giudizio di Dio? (Romani 2:1-3)

Una motivazione che giace dietro all’agnosticismo morale è il desiderio di sfuggire al giudizio di Dio per i propri peccati più diletti. Lo scopo che si prefigge è di permettere al peccatore impenitente di scampare alla condanna e alla punizione. Quando un agnostico morale argomenta che non dobbiamo giudicare tra il bene e il male, il suo consiglio, se seguito, beneficerà solo il male e danneggerà solo il bene. Rifiutarsi di giudicare con retto giudizio non è neutralità o tolleranza è un attacco al bene e un’omologazione del male.

C’è anche una motivazione a questa collegata ma leggermente differente: ogni qualvolta una persona esprime un giudizio, quel giudizio ne manifesta i valori e lo standard, e lo espone al giudizio degli altri. Se un uomo non giudicasse, così crede l’agnostico morale, allora non metterebbe a nudo i suoi valori, e sfuggirebbe nello stesso modo al giudizio degli altri. Le dichiarazioni della Bibbia sul principio che dice che nel giudicare si palesano i propri valori si trovano nell’Evangelo di Matteo:

Un uomo buono dal buon tesoro del cuore trae cose buone; ma l’uomo malvagio dal suo malvagio tesoro trae cose malvagie. Ma io vi dico che di ogni parola oziosa che gli uomini avranno detta essi renderanno conto nel giorno del giudizio. Perché per le tue parole sarai giustificato, e per le tue parole sarai condannato. (Matteo12:35-37)

Ancora una volta la Scrittura ci insegna che l’agnostico morale non può sfuggire il giudizio rifiutandosi di giudicare, perché egli non può evitare di giudicare. Le creature razionali devono giudicare, e dovremo tutti rendere conto dei giudizi che esprimiamo, le parole che diciamo, i pensieri che pensiamo. L’agnostico morale condanna il giudizio morale perché spera di evitare la responsabilità per i suoi peccati, egli non vuole renderne conto a Dio o a chiunque altro, desidera essere legge a sé stesso, e vuole essere un essere totalmente irresponsabile, completamente senza-legge.

Bianco, Nero e Grigio

Uno dei modi più comuni con cui l’agnosticismo morale prende forma è illustrato in queste frasi: “Non c’è né bianco, né nero, solo sfumature di grigio”; e “Ci sono sempre due aspetti in ogni questione”. Il grigiore morale, così ci viene detto, si applica a ogni cosa: persone, idee, azioni, eventi, principii, movimenti e organizzazioni, insomma, a ogni questione morale. “Non c’è né bianco, né nero” è la controparte etica della falsità epistemologica “Ogni verità è relativa”. L’affermazione etica, infatti, dipende logicamente dall’affermazione epistemologica, perché i giudizi morali sono una specie del genere “giudizio”. Ma entrambe le asserzioni sono irrimediabilmente contraddittorie. L’affermazione “Ogni verità è relativa” è proclamata come una verità assoluta, vera per tutti e per sempre, contraddicendosi così da sola: se fosse vero che “ogni verità è relativa” e questa è una verità, allora deve essere falso che “ogni verità è relativa”. D’altra parte, se la verità è assoluta, allora è falso che la verità è relativa. In ogni caso l’affermazione “ogni verità è relativa” è falsa. Allo stesso modo, se è vero che “non c’è né bianco, né nero”, allora non può esserci grigio, perché il grigio è una miscela di bianco e nero. Coloro che ripetono a pappagallo “Non c’è né bianco, né nero” intendono far capire l’affermazione come “bianca”, come corretta, cioè senza alcuna miscela di errore o di male. Se l’affermazione stessa fosse grigia, allora sarebbe parzialmente errata, e non si può poi pretendere che qualcuno la creda. Quelli che asseriscono “Non c’è né bianco, né nero, solo sfumature di grigio”, non la intendono certo come una asserzione malvagia o falsa, o una mescolanza di giusto e sbagliato, no, vogliono che la prendiamo per bianca, e questo nonostante essi neghino l’esistenza del bianco. Fuor di metafora, se non ci fosse nulla di bene o di male, nulla di giusto o sbagliato, niente di vero e niente di falso, allora non ci sarebbe letteralmente niente di niente, compreso il principio del “ci sono solo sfumature di grigio”.

Prima che si possa valutare o giudicare una persona (come abbiamo già visto il giudizio non si può evitare, la sola questione è se si giudicherà correttamente o no), un idea o un’azione come “grigia”, cioè prima che si possa legittimamente concludere che sia una mescolanza di bene e male, si deve prima aver distinto il bene e il male nella persona, nell’evento, o nell’azione e averli giudicati tali. Ma se si ha già distinto, discreto23, il bene e il male, allora non c’è scusante per insistere che esiste solo il grigio, questa è una bugia nera oltre ogni immaginazione. Non c’è neppure scusa per scegliere un po’ di male assieme al bene, né per denigrare il bene chiamandolo grigio, né per condonare il male chiamandolo grigio. Se col detto “ci sono sempre due aspetti in ogni questione” si vuol semplicemente intendere che sia saggio e prudente ascoltare tutti gli argomenti prima di decidere su una faccenda, allora questo è senz’altro vero, ma non è però quello che intendono gli estimatori di questo luogo comune. Costoro intendono dire che ci sono sempre due aspetti in ogni questione, ed entrambi sono corretti. Non esistono il giusto o lo sbagliato, ci sono solo il “giusto” e il “giusto”, non esistono vero o falso, ci sono solo “vero “e “vero”. Non dovremmo giudicare mai nulla buono o cattivo, giusto o sbagliato, perché ci sono sempre due aspetti in ogni questione.

Gli agnostici morali, proprio come i loro cugini teologici, non dichiarano il loro agnosticismo in modo incerto, non dicono umilmente “Io non so”, perché questa sarebbe una candida ammissione della loro ignoranza. Ma quel che ammettono non è la loro ignoranza, al contrario, essi si vantano della loro onniscienza. Essi sostengono che nessuno può sapere, essi dicono (traducendo le loro parole nel loro effettivo significato), con vociferante sicumera “Nessuno sa, e nessuno può sapere”. Essi sono molto dogmatici nel loro agnosticismo, e sono molto arroganti nell’accusare di arroganza e orgoglio chiunque osi affermare di sapere. In genere essi interrompono gli altri esclamando, “Non starai forse pensando in termini di bianco e nero?” E la vittima di un tale attacco, se non è ben sicuro dei suoi principi epistemologici e morali, viene spesso intimidito dal tono sicuro di sé degli agnostici che espongono una obiezione così ovvia, un principio così assoluto, non esistono bianchi e neri, che solo uno sciocco potrebbe non esserne a conoscenza. Ma invece di farsi intimidire, quel che la vittima dovrebbe fare è di tradurre l’obiezione agnostica in linguaggio letterale: “Non starai forse pensando in termini di giusto e sbagliato?”, o Non starai forse pensando in termini di bene e male?”, o “Non starai forse tentando di distinguere tra bene male?” o “Non starai forse osando di giudicare qualcosa giusta e qualcos’altro sbagliato?”, o “Non starai forse discriminando tra giusto e sbagliato?”. Quando questa insulsa obiezione viene tradotta in linguaggio chiaro e letterale, si può cominciare a capire quanto malvagia sia l’idea di grigiore morale, di agnosticismo morale. Non sono gli uomini buoni a usare queste idee, lo fanno coloro che coccolano il loro peccato e vogliono sfuggire alla loro giusta condanna. L’agnosticismo morale, in modo simile all’agnosticismo teologico non è una posizione indipendente, è il male camuffato, l’incredulità mascherata da ignoranza, il peccato travestito da neutralità24

Il Peccato del Silenzio

Ora dato che al cristiano è comandato di provare tutte le cose per il Verbo scritto di Dio, egli deve essere preparato per questo. Il timore degli uomini, la dottrina dell’agnosticismo morale, e la popolare condanna del giudicare non dovrebbero indurlo o a concordare con il mondo o a rimanere in silenzio. Ogni qualvolta il cristiano affronta una situazione nella quale la Bibbia e le sue dottrine vengono attaccate, egli deve alzare la sua voce; come parlerà dipenderà dalla situazione, ma quello di farsi sentire rimane sempre il suo dovere.

Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque saggi come serpenti e innocui come colombe… Quello che io vi dico nelle tenebre, ditelo nella luce; e ciò che udite all’orecchio, predicatelo sui tetti. E non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima. Ma temete piuttosto colui che è potente di distruggere l’anima e il corpo all’Inferno… Chiunque perciò mi confesserà davanti agli uomini, lui Io confesserò pure davanti a mio Padre che è in Cielo. Ma chiunque mi rinnegherà davanti agli uomini, io pure lo rinnegherò davanti a mio Padre che è nei cieli. (Matteo 10)

In alcune situazioni una semplice obiezione, come “Questo non è quel che la Bibbia dice”, o “Questa affermazione non è vera” sarà sufficiente. Altre situazioni necessiteranno di riposte più approfondite, di repliche, o di confutazioni. Ma in tutte quelle situazioni nelle quali la fede è sotto attacco alla presenza di un cristiano, il cristiano deve alzare la sua voce. Non può adottare una posizione neutra rimanendo in silenzio, senza esprimere assenso o dissenso, perché tacere quando falsità vengono insegnate e la verità è negata, non è neutralità, è alleanza con la falsità e tradimento della verità. In una tale situazione il silenzio è assordante: “Non c’è differenza tra il giusto e lo sbagliato; non c’è differenza tra il vero e il falso”. Evitare di obiettare quando viene insegnato l’errore e la verità viene negata significa condonare l’errore trattando verità ed errore come se fossero la stessa cosa.

È un imperativo morale non solo conoscere, discernere e giudicare, ma anche alzare la propria voce; ci è richiesto non solo di applicare i principi Biblici a tutti i pensieri e a tutte le azioni, ma anche di esprimere quel giudizio quando le idee Bibliche vengono negate. E non solo ci è richiesto di esprimere il nostro giudizio, ma anche di difenderlo. Lutero scrisse:

Confessare Cristo è l’attività più importante nella vita cristiana, per questo bisogna essere disposti a mettere a repentaglio la propria vita, la propria incolumità fisica, i propri beni e il proprio onore. Lo spirito malvagio non assale con grande impeto colui che crede le cose giuste e vive una vita di bontà in isolamento in privato. Ma uscir fuori nelle piazze e propagare, confessare, predicare e proclamare ai quattro venti la propria fede per beneficio degli altri, è qualcosa che egli non può sopportare.25

Nel difendere la fede un cristiano deve fissare il suo obiettivo su quel che è più importante: dottrine e idee. Egli non deve permettersi di farsi distrarre da attacchi personali, che siano fatti a lui stesso, o da lui fatti ad altri. Ecco ancora Lutero:

Non mi interessa il modo di vivere, mi interessano le dottrine. Una vita malvagia non fa un gran danno se non a sé stessa. Ma un insegnamento malvagio è la cosa più perniciosa sulla faccia della terra, perché conduce moltitudini di anime all’Inferno. Che tu sia una brava o cattiva persona non mi interessa, ma io attaccherò il tuo insegnamento velenoso e malvagio che contraddice il Verbo di Dio, e con l’aiuto di Dio, mi opporrò vigorosamente26.

C’è un altra ragione perché dobbiamo sempre discernere e sempre parlare: mantenere ben delineato il confine tra bene e male, bianco e nero, verità ed errore è vitale, non solo per quello di coloro che potrebbero ascoltarci, ma per il nostro stesso benessere. Se trascuriamo di esercitare il nostro giudizio, noi nati peccatori per natura, scivoleremo indietro verso il crepuscolo morale nel quale tutti i principii e azioni sono grigi. “Il cibo sodo”, dice lo scrittore agliEbrei, “spetta a quelli in età matura, a quelli che, a ragione dell’uso, hanno i loro sensi esercitati a discernere sia il bene sia il male” (5:14). Se non esercitiamo i nostri sensi (cioè le nostre facoltà razionali, non certo il naso o le orecchie), allora non saremo in grado di distinguere il giusto dallo sbagliato, il vero dal falso, il bene dal male. Trascurando di giudicare e di far sentire la nostra voce noi non solo rinneghiamo Cristo, noi danneggiamo il nostro prossimo e noi stessi. Non esercitando le nostre facoltà razionali, noi regrediamo o non riusciremo a svilupparci, a crescere come cristiani. Perdiamo così la capacità di distinguere il bene dal male.

Il Peccato della Collaborazione

Come abbiamo visto, una delle funzioni, la funzione base, delle menti razionali è conoscere. Conoscere richiede di distinguere e di separare cose che sono differenti. Le leggi della logica comportano il discernimento di A e non-A, dove A rappresenta una parola qualunque e qualsiasi cosa. La legge dell’identità, A è A, una cosa è essa stessa, richiede di identificare quella cosa. La legge di contraddizione, non entrambi A e non A, una parola, per poter significare qualcosa, deve anche non significare qualcosa, richiede che noi distinguiamo tra qualcosa e tutto il resto. La legge del terzo escluso, A esclude non A, elimina il “pensiero in continuum” e la palude del grigiore morale. La logica è indispensabile nella conoscenza e nel discernimento.

Tutto quello che abbiamo detto sopra riguardo la mancanza di discernimento, la carenza di conoscenza, la condanna del giudizio, e il grigiore morale che sono così prevalenti nella chiesa e nella società si applica anche a problemi molto pratici. Quale chiesa si dovrebbe frequentare, se ve n’è alcuna? Quali opere caritatevoli si dovrebbero sostenere, se ve ne sono alcune? A quale denominazione ci si dovrebbe affiliare, se ve n’è alcuna? Con chi si dovrebbe cooperare nell’evangelizzazione, se v’è qualcuno? E nell’azione politica? Molta gente non si interessa per niente a queste questioni. La nozione che ci siano alcuni principi teorici, Biblici che ci aiutano a prendere decisioni pratiche è sconosciuta a molte persone. Costoro hanno adottano la concezione pragmatica: Fare qualunque cosa funzioni.

Se fosse vero che non ci sono bianco e nero ma solo sfumature di grigio, non avrebbe davvero alcuna importanza quale chiesa si frequenti. Spesso a coloro che nutrono riserve sulle dottrine della loro chiesa viene detto: “Non esiste la chiesa perfetta, pertanto puoi benissimo stare qui da noi”. Caro lettore, sei in grado di discernere il dogma delle “sfumature di grigio” in questa affermazione? È come voler dire “Non esistono donne (o uomini) perfette pertanto non importa con chi ti sposi”. O anche “Non esistono cibi incontaminati, dunque non importa cosa mangi”. Quello del “non esiste la chiesa perfetta” è una variazione dell’argomento delle “sole sfumature di grigio”. È concepito e inteso per impedire di esaminare la dottrina della chiesa, per frustrare il discernimento della verità e dell’errore nell’insegnamento della chiesa, e purtroppo sono in molti ad accettare questo argomento. Gente che neanche per sogno agirebbe così stoltamente nell’assumere impiegati o nel consumare un pasto, una volta varcata la soglia della chiesa consegna il loro raziocinio al guardaroba assieme al loro cappotto. Per secoli ci è stato ripetuto che il Cristianesimo riguarda il cuore, e come risultato oggi molti cristiani non usano più la loro testa27. Così noi applaudiamo la stolidità e l’imprecisione come pietà o vera spiritualità o profondità teologica, quando non hanno niente a che vedere con tutto questo. La stolidità nella religione è un peccato anche più grande della stolidità negli affari o in famiglia. Nelle questioni teologiche la posta in gioco è molto più alta che nelle faccende finanziarie.

Ora, questi sono principi, principi Biblici, che rispondono alle domande fatte sopra riguardo la cooperazione e la collaborazione con gli altri. Il primo principio è questo: Non collaborate con alcuno, cristiano o non-cristiano, per un proposito non-cristiano. Che cosa intendo con questo? Intendo un obiettivo, uno scopo che non sia esplicitamente cristiano ed espresso in modo tale dall’organizzazione. Portare conforto alle vittime di un uragano, per esempio, è un proposito non-cristiano, se quel conforto non è dato nel nome di Gesù Cristo, assieme al Vangelo. Cristo non disse affatto che è cosa buona dare un bicchiere d’acqua fresca, ma che lo è darla “nel nome di Cristo”28. Lo scopo deve essere esplicitamente cristiano. Ora come cittadini dobbiamo tutti cooperare con i governanti, ci viene persino detto di fare un altro miglio in più se essi voglio farcene fare uno solo.29 Gli schiavi sono istruiti a obbedire ai loro padroni30. Questi sono esempi nella quale la collaborazione è obbligatoria. Nella famiglia cristiana, gli sposi cristiani non devono lasciare gli sposi non-cristiani, ma devono collaborare con loro. Il contratto matrimoniale è legalmente e moralmente vincolante. I figli devono obbedire, ovvero cooperare, con i genitori non-cristiani. Gli impiegati devo obbedire ai loro datori di lavoro. Ma perfino in queste situazioni la cooperazione si estende solo entro quei propositi che non siano peccaminosi. Se un governante, uno sposo, o un genitore comandasse di commettere qualcosa di peccaminoso, si deve disobbedire, ovvero rifiutarsi di cooperare.

In economia, i cristiani sono liberi di cooperare con chiunque, quando si danno al commercio, non è richiesto loro di commerciare solo con altri cristiani. Questa è una delle implicazioni dell’insegnamento di Paolo riguardo la carne offerta agli idoli. Ma cooperazione e collaborazione sono due cose differenti.31 In una economia di mercato si coopera quotidianamente con persone che neppure si conoscono. La Cooperazione non richiede neppure la conoscenza degli altri, e tanto meno unità di intenti. L’acquirente intende acquistare le merci per il suo proprio tornaconto. Il rivenditore intende vendere le merci, per il suo proprio tornaconto. Dio ha strutturato l’economia di mercato così: produttori e consumatori, sconosciuti l’uno all’altro, cooperano l’uno con l’altro, anche se i loro obiettivi sono differenti come il giorno dalla notte. C’è nell’economia una ripartizione del lavoro tale che ciascuna persona beneficia, anche se non se ne rende conto, la maggior parte delle persone con cui coopera.

La collaborazione, a differenza della cooperazione, richiede l’unità di intenti. Si può collaborare con persone sconosciute, ad esempio in una grande organizzazione politica e sociale, ma solo per uno scopo comune. Il principio che governa la collaborazione è: Non collaborate con quelle organizzazioni, progetti, o propositi che abbiano finalità non-cristiane. Noi non dobbiamo metterci nello stesso giogo degli increduli.

Non siate aggiogati disegualmente con gli increduli, perché che partecipazione ha la giustizia con l’ingiustizia? E che comunione ha la luce con le tenebre? E quale concordia ha Cristo con Belial? O che parte ha colui che crede con l’infedele? E che accordo ha il tempio di Dio con gli idoli? Perché voi siete il tempio del Dio vivente… Perciò uscite fuori d’in mezzo a loro e siate separati, dice il Signore (2 Corinzi 6:14-17)

Si noti che la ragione per cui i cristiani non si devono aggiogare disegualmente con gli increduli è fondamentale: Luce e tenebre, giustizia e iniquità, Cristo e Belial non hanno niente da spartire. Qui la motivazione per non esserci collaborazione non è l’evitare conflitti di personalità, ma il fatto che i sistemi di pensiero ai quali credenti e non credenti aderiscono sono antitetici l’uno verso l’altro. Ora può succedere che sia credenti sia increduli, dato che a volte sono logicamente incoerenti con i loro valori più fondamentali, risultino avere qualche concezione in comune, ad esempio possono entrambi credere in Dio. Ma Giacomo ci dice che i demoni credono in un Dio solo, e tremano. Pertanto i cristiani non sono liberi di unirsi a organizzazioni fondate con finalità ecumeniche, per la semplice ragione che anche i demoni sono monoteisti, e quantunque alcuni scrittori religiosi abbiano negli ultimi decenni patrocinato l’alleanza di tutti i monoteisti per opporsi agli atei32. La cosa che conta non è l’accidentale coincidenza di qualche concezione, ma i differenti sistemi di pensiero ai quali credenti e increduli aderiscono, e che richiede ai primi di rimanere separati.

Il principio di non-collaborazione implica che i cristiani non dovrebbero frequentare o affiliarsi a una chiesa che non crede e non insegna l’intero consiglio di Dio. I cristiani non dovrebbero contribuire col loro tempo o con le loro risorse a quella chiesa o a ogni altra organizzazione che non crede alla Bibbia, in particolare alla dottrina della giustificazione per sola fede, includendo quindi organizzazioni caritatevoli, educative, politiche e sociali. Tutto quello che i cristiani fanno deve essere fatto nel nome di Cristo. Offrire il loro tempo o denaro per qualunque scopo che non sia esplicitamente cristiano è una violazione del principio di non collaborazione.

Le leggi dell’Antico Testamento tentavano di insegnare agli Ebrei l’idea di separazione, non-collaborazione, in molte maniere: nessun seme ibrido, nessun tessuto misto, nessun matrimonio con increduli, etc. Le lezioni spesso non facevano effetto, molti ebrei proprio non riuscivano a vedere la ragione teologica per la non-collaborazione. E tremila anni dopo, ancora in molti sono incapaci a capirla. Dio è separato dalla creazione; egli è trascendente. Dio è santo, e desidera un popolo santo, ovvero, separato. Nell’Antico Testamento la separazione era fisica e politica, nel Nuovo né l’una né l’altra: è intellettuale e istituzionale. Abramo fu chiamato a uscire da Ur dei Caldei, a lasciare la sua famiglia, così ché Dio potesse formare un nuovo popolo. Dio separa:

Voi dunque distinguerete tra le bestie pure e impure, tra gli uccelli impuri e puri, e non renderete le vostre anime abominevoli per le bestie, o i volatili per ogni sorta di essere vivente che striscia sulla terra e che io ho separato da voi come impuri. E voi sarete santi per me, perché io il Signore sono santo, e vi ho staccati dagli altri popoli perché foste miei. (Levitico 20:25-26)

Cristo oggi separa le persone, non geograficamente, ma spiritualmente, una per una:

Pensate voi che sia venuto a mettere pace sulla terra? No, vi dico, ma piuttosto divisione; perché, d’ora in poi, ci saranno cinque in una casa, divisi; tre contro due e due contro tre. Il padre sarà diviso contro il figlio e il figlio contro il padre; la madre contro la figlia e la figlia contro la madre; la suocera contro la sua nuora e la nuora contro la sua suocera (Luca 12:51-53).

Non è solo la famiglia di Abramo a essere divisa; nel Nuovo Patto sono tutte le famiglie. Cristo sta edificando la sua chiesa, e per costruirla egli deve prima separare le pietre dal mondo e in seguito assemblarle in un edificio. La chiesa non può essere radunata, non può essere unificata se prima non avvengono molte separazioni.

Nel Giorno del Giudizio, ci sarà la separazione finale:

Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti i santi angeli con lui, allora si siederà sul trono della sua gloria. E davanti a lui saranno radunate tutte le nazioni; ed egli li separerà uno dall’altro, come il pastore divide le sue pecore dai capri. E porrà le pecore alla sua destra e ma i capri alla sinistra. (Matteo 25:31-33)

C’è un’altra ragione correlata per il principio di non-Collaborazione: quando i cristiani collaborano con i non-cristiani in organizzazioni non-cristiane, il Cristianesimo viene diluito se non negato, e le false opinioni dei non-cristiani finiscono col prevalere. La collaborazione continuata tra credenti e non credenti in una organizzazione non-cristiana conduce sempre a ulteriori negazioni della verità. Se la causa comune nella quale sia cristiani e non-cristiani sono impegnati non è esplicitamente cristiana, i cristiani opereranno per promuovere una causa non-cristiana. Sono quelle persone in sintonia di vedute con l’organizzazione, a detenere l’egemonia morale e a disporre di un vantaggio psicologico, mentre i cristiani saranno fuori sintonia con le finalità dell’organizzazione. Il cristiano non ha nulla da guadagnarci a lavorare per una organizzazione non-cristiana, e il non-cristiano ha tutto da guadagnarci a sfruttare il tempo, le risorse e la reputazione dei cristiani per scopi non-cristiani. I cristiani presteranno l’aureola di rispettabilità e razionalità all’impresa non-cristiana, con le idee e i propositi non-cristiani che ne beneficeranno. E cosa peggiore di tutte, le stesse idee del Cristianesimo ne risulteranno intorbidite, distorte e perverse. Da una tale situazione è solo l’incredulità a guadagnarci.

La causa di Cristo non ha nulla da guadagnare dalla distorsione, dalla deviazione, o dall’irrazionalità. Dato che il Cristianesimo è la sola religione razionale, la sola religione che insegna la verità, non ha nulla da nascondere. L’incredulità ha bisogno dell’oscurità, pretende la vaghezza, esige il grigiore; ha tutto da nascondere perché è malvagia. L’opera principale del diavolo è l’inganno, ed egli deve camuffare i suoi propositi sotto l’apparenza di una fede genuina. Non è certo nell’interesse del diavolo ammettere candidamente che il suo fine è l’inganno, le persone devono essere ingannate innanzitutto sull’inganno stesso. Paolo pregava intensamente che i suoi lettori e ascoltatori non fossero ingannati, e che egli insegnasse l’Evangelo fieramente e chiaramente. Fierezza significa senza risparmiarsi, senza timore degli uomini, una intransigente lealtà alla verità della Scrittura. Ci viene anche insegnato a insegnare l’intero consiglio di Dio, non semplicemente quelle parti che certe organizzazioni non-cristiane possono tollerare per un po’ di tempo. Il Cristianesimo è un sistema di pensiero, una concatenazione logica di premesse e conclusioni, e non un coacervo di fatti astratti, disgiunti e scorrelati. Il Verbo di Dio deve inoltre essere manipolato accuratamente, rettamente diviso, e insegnato chiaramente. Nessuno di questi requisiti può essere soddisfatto da cristiani che collaborano con non-cristiani per un proposito non-cristiano. E ancor meno potranno questi collaborazionisti presentare in tali situazioni il Verbo di Dio, avendo loro già compromesso le loro posizioni associandosi a organizzazioni non-cristiane. L’incredulità, l’irrazionalità hanno tutto da guadagnare dall’oscurare la verità del cristianesimo, e dal confondere i cristiani. Quando i cristiani collaborano con i non-cristiani per finalità non-cristiane, è solo l’incredulità a trarne profitto. Ecco perché i cristiani dovrebbero sempre sforzarsi di rendere le loro dottrine chiare e limpide, di definire i loro termini, di spiegare le idee della Bibbia nel modo meno ambiguo e più preciso possibile. L’incredulità ha di nuovo tutto da guadagnarci dalla mancanza di definizioni e dalla confusione; e il Cristianesimo ha tutto da perderci.

Ma c’è tuttavia un’altra possibilità: supponiamo che i cristiani collaborino con i non-cristiani in organizzazioni cristiane per propositi cristiani. Ci sono molte chiese in questa situazione: le chiese sono confessionalmente dedicate al cristianesimo, ma nella chiesa ci sono vari non-cristiani tra i cristiani. Secondo il principio di non-collaborazione, quei cristiani dovrebbero lasciare tali chiese? Niente affatto. In tali situazioni, dove la ragion d’essere dell’organizzazione è esplicitamente cristiana, allora ai cristiani non solo è permesso frequentarla e associarsi, ma anche sostenerla e condurla. In tali situazioni, poiché lo scopo dell’organizzazione è esplicitamente cristiano, sono i cristiani che hanno l’egemonia morale e il vantaggio psicologico, mentre sono i non-cristiani a essere fuori luogo. In queste situazioni, non deve esserci diluizione del cristianesimo, nessun compromesso col mondo, e se qualcuno proprio deve andarsene, questi devono essere i non-cristiani. Ed è qui che interviene la disciplina di chiesa. Naturalmente, se siamo stati fuorviati da un’errata comprensione dei comandamenti di Cristo intorno al giudicare, non ci sarà alcuna disciplina di chiesa. Martyn Lloyd-Jones ha fatto su questa alcune osservazioni pertinenti:

La disciplina, per i Padri protestanti, era un segno distintivo della chiesa, così come la predicazione del Verbo e l’amministrazione dei Sacramenti. Della disciplina, però, noi conosciamo ben poco, e ciò a motivo di questa idea salottiera e delicata, secondo la quale non si deve giudicare, e chiede: “Chi sei tu per giudicare?” La Scrittura, però, ci esorta a farlo.

L’esercizio del giudizio concerne anche la dottrina. Il Signore richiama la nostra attenzione sui falsi profeti, i quali vanno individuati ed evitati. Questo però non è possibile farlo se non si ha una conoscenza della dottrina e non si utilizza tale dottrina per discernere… [Paolo] scrive a Tito “Un uomo che è un eretico, dopo la prima e la seconda ammonizione, espellilo” (Tito 3:10) Come puoi sapere se un uomo è un eretico o no, se secondo alcuni basta che uno si dica ‘credente’ perché lo si debba accettare come tale, senza preoccuparsi di ciò in cui crede o non crede? Consideriamo anche le epistole di Giovanni, “l’apostolo dell’amore”… Se qualcuno viene a voi e non aderisce alla vera dottrina, non dovete riceverlo in casa vostra, non dovete augurargli successo, fornirlo di denaro per aiutarlo a predicare le sue falsità. Oggi, però, un credente che agisce così viene giudicato mancante d’amore, esageratamente puntiglioso e critico. Questa idea moderna, però è in totale contraddizione con l’insegnamento della Scrittura sulla necessità di non giudicare.33

Sfortunatamente molti cristiani Americani [ed Europei] hanno ignorato le istruzioni bibliche sulla disciplina e la non-Collaborazione con i non-cristiani. Un esempio di questa disobbedienza alle Scritture è il movimento Neo-evangelicale, che ripudiò la teologia separatista, bollata con spregio “isolazionista”, e cominciò a collaborare con coloro che non erano Evangelicali, tanto meno Protestanti, e men che meno Riformati. L’evangelista Billy Graham divenne una delle figure di spicco dei Neo-evangelicali del XX secolo, invitando i liberali, Cattolici Romani, e ecclesiastici di ogni genere a cooperare con lui nelle sue “crociate”. Oggi siamo circondati dai risultati di questo peccato di collaborazione: Cristianity Today, la pubblicazione principale dei Neo-evangelicali è un verminaio di femminismo, eterodossia, Arminianesimo, Pentecostalismo e liberalismo; l’apostasia è ampiamente diffusa nelle chiese evangelicali, femminismo e socialismo regnano sovrani nelle istituzioni educative Neo-evangelicali; i Neo-evangelicali promuovono l’unione con Roma mediante l’“Evangelici e Cattolici Insieme34”; quella Romana è oltremodo la più grande chiesa americana, e quella in più rapida crescita, e un gran numero di pastori Evangelicali disertano per unirvisi. I Neo-evangelicali credevano di essere più astuti di Dio e di poter infiltrarsi nelle istituzioni liberali e riuscire a conquistarle. Ma con la collaborazione con i non-cristiani, essi hanno smarrito il loro cristianesimo.

Conclusione

Le chiese e i fedeli contemporanei sono privi di discernimento perché mancano di conoscenza e sapienza, e questo per due ragioni: c’è fame di predicazione del Verbo di Dio in America [ed in Europa], ma i fedeli e i pastori disdegnano la logica, la chiarezza, la definizione e la precisione. C’è fame di predicazione e di ascolto del Verbo di Dio, e c’è disprezzo per la logica perché a quanto sembra Dio intende distruggerci, o temporalmente o eternamente, o entrambe le cose. Il solo modo di migliorare la situazione è ravvedersi dal peccato di incredulità, dal peccato di irrazionalità, dal peccato di agnosticismo morale, dal peccato del silenzio, e dal peccato di collaborazione, implorare il perdono di Dio e chiedendo a Dio, che è Verità egli stesso, la sapienza:

Se qualcuno di voi manca di sapienza, la chieda a Dio che dà a tutti gli uomini liberamente e non rimprovera, e gli sarà data. Ma che chieda con fede senza esitare, perché chi esita è come un onda del mare, sospinta dal vento e scossa. Non pensi infatti quell’uomo che riceverà qualcosa dal Signore. Un uomo dalla mente doppia è instabile in tutte le sue vie. (Giacomo 1:5-8).

1 Jay E. Adams, A Call for Discernment. Woodruff, South Carolina: Timeless Texts [1987] 1998, 40.

2 Martin e Deidre Bobgan hanno proposto le più convincenti e dettagliate critiche sia alla psicologia laica sia alla consulenza pastorale [counseling nell’originale NdT ] nelle chiese. Non si può discutere intelligentemente di questo soggetto senza aver studiato il loro lavoro.

3 Quando Cristo disse, “Io edificherò la mia chiesa, e le Porte dell’Inferno non prevarranno contro di essa”, non stava parlando di alcuna chiesa istituzionalizzata. Le Porte dell’Inferno hanno prevalso contro migliaia di chiese istituzionalizzate nei passati due millenni. Molte sono diventate apostate e in molti casi sono scomparse. Le chiese a cui Paolo scrisse le sue lettere, Efeso, Corinto, Tessalonica, Roma, Galazia, Filippi, Colosse, non esistono più come chiese cristiane. Le Porte dell’Inferno hanno prevalso contro la Chiesa Metodista, la Chiesa Presbiteriana e la Chiesa Luterana. La Chiesa di Cristo non deve essere confusa con nessuna organizzazione visibile.

4 Usando la parola anarchia, il Dr. Adams cade nella trappola dei Cattolici. Le alternative non sono anarchia o tirannia sopra i laici (e io sono sicuro che il Dr. Adams non stava certo incoraggiando la tirannia ma solo criticando le organizzazioni paraecclesiali); il modello Biblico è l’educazione dei laici da parte dei loro insegnanti eletti, i cui insegnamenti i laici hanno sempre il diritto e dovere di giudicare. Quando non c’erano organizzazioni paraecclesiali perché la chiesa era un istituzione totalitaria che non solo costituiva i governi civili, le congregazioni, le famiglie, ma si arrogava pure il monopolio della salvezza, c’era molto meno discernimento sia tra gli ufficiali ecclesiastici sia tra gli ordinari membri di quanto ce ne sia oggi. La chiesa istituzionale giustifica la sua egemonia sostenendo che solo lei ha discernimento. Si veda ad esempio, War Against the Idols di Carlos M. N. Eire. La Chiesa-Stato Romana, ovviamente, considera tutte le chiese Non-Cattoliche, come le parachiese, anarchiche.

5 What Luther Says,Plass, editor, 1234.

6 Per dimostrare che tipo di mancanza di discernimento è oggi prevalente, questo scrittore è stato recentemente rimproverato da un cristiano professante che ha esternato la sua preoccupazione per la precisa definizione di termini bollandola come “Fallacia Socratica”. Signori, se definire termini appare fallace, allora forse dobbiamo farcene una ragione.

7 La versione latina anonima è “Quos [or Quem] deus vult perdere prius dementat”.

8 NdT. Discreto, participio passato di Discernere. Fatto interessante, nel linguaggio tecnologico “Discreto” è in antitesi con “Continuo”. Questo può aiutare a capire il conflitto tra il discernimento e il pensiero “in continuum” che Robbins qui sta esplorando.

9Il termine greco significa segreti, non paradossi o contraddizioni.

10Si ricorda che il volume è The Church Effeminate , dello stesso Autore, di cui questo saggio è parte.

11Per un esempio di questa misologia si veda Douglas Wilson, The Paidiea of God, 1999, specialmente il capitolo 6: “Il Grande Inganno della Logica”. Wilson, un leader nel movimento scolastico “cristiano-Classico”, è un discepolo della medievalista Cattolica Dorothy Sayers, del medievalista Anglicano C.S.Lewis e di un variegato assortimento di gruppi Rock degli anni ’60 e ’70, che egli spesso cita. Non sorprende quindi che i suoi scritti rispecchino una radicata ostilità verso la logica.

12The Church Effeminate è il saggio che da il titolo al volume in cui compare, indicato in una nota precedente. Ne esiste la traduzione in italiano.

13Una difesa dell’imprecisionismo è Vem Poythress, Philosophy, Science and the Sovereignty of God., che scimmiotta in modo bizzarro la precisione numerando i paragrafi fino alla terza cifra decimale. Dr Poythress è uno studente di Cornelius Van Til e membro della facoltà al Westminster Theological Seminary. Si veda Clark speaks from the grave per il trattamento dell’irrazionalismo del Dr. Poythress.

14Si veda 2 Pietro 2:12 e Giuda 10.

15Questa è la traduzione di Giovanni 1 che Goethe offre nel Faust.

16“discorrere” l’infinito da cui il participio “discorso”

17Il filosofo della politica Leo Strauss scrisse: “La creazione è il facimento di cose separate, di cose o gruppi di cose che sono separate l’una dall’altra, che sono distinte l’una dall’altra, che sono distinguibili, che sono discernibili” (“On the Interpretation of Genesis,” L’Homme, 1981, 10)

18NdT. In tutte le versioni italiane non appare la parola “giudizio”, bensì “sentire”. Una differenza abissale, quella tra il mascolino giudicare e il femminile sentire.

19NdT A parte la Nuova Diodati, che usa “pensieri”, tutte le altre versioni italiane usano la parola “sentimenti” al posto di “mente”. Altra differenza abissale, altro segno di effeminamento.

20La Chiesa-Stato Romana inveisce e sbraita contro il giudizio privato; quel che essa teme più di ogni altra cosa è la razionalità.

21Questa, tra l’altro, è la ragione perché è il solo credere ad unirci a Cristo.

22Il comandamento in Proverbi 3:5 “Confida nel Signore con tutto il tuo cuore e non ti appoggiare al tuo intendimento”, non è un invito a diventare irrazionali, ma di accettare la verità come dono da Dio, invece di contare sulle proprie osservazioni e opinioni.

23Come già scritto in una nota precedente, discreto è il participio passato di discernere.

24Il peccato della chiesa di Laodicea sembra essere di questo genere: “E all’angelo della chiesa in Laodicea scrivi: queste cose dice l’Amen, il Testimone fedele e vero, il Principio della creazione di Dio. Io conosco le tue opere, che tu non sei né freddo né caldo. Io vorrei che tu fossi freddo o caldo. Così, perché sei tiepido e non sei né freddo né caldo, io ti vomiterò dalla mia bocca.” Apocalisse 3:14-16

25What Luther says, Plass, editor, 597

26What Luther says, 1224

27Ovviamente, la Bibbia non fa alcuna distinzione tra il cuore e la testa. Si veda “La Chiesa Effeminata”

28Perché chiunque vi darà un bicchiere d’acqua da bere , nel mio nome, perché siete di Cristo, io vi dico in verità, egli non perderà punto la sua ricompensa. (Marco 9:41)

29Matteo 5:41

30Colossesi 3:2

31Nella lingua italiana cooperare ha un significato più generico di collaborare.

32Due di questi scrittori sono stati Giovanni Paolo II e Peter Kreeft.

33Il Sermone sul Monte, Volume 2, pagine 198, 199, Edizioni Passaggio 2010. (Con due lievi adattamenti: Verbo perParola e Eretico per Settario)

34Evangelici e Cattolici Insieme” è una dichiarazione congiunta del 1994 tra leader evangelicali americani, tra cui J.I. Packer e Chuck Colson, e alti prelati della Chiesa Cattolica.

THE TRINITY REVIEW

For though we walk in the flesh, we do not war according to the flesh, for the weapons of our warfare [are] not fleshly but mighty in God for pulling down strongholds, casting down arguments and every high thing that exalts itself against the knowledge of God, bringing every thought into captivity to the obedience of Christ. And they will be ready to punish all disobedience, when your obedience is fulfilled. (2 Corinthians 10:3-6)

 

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