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Il Cristiano e la Legge

di Gordon H. Clark

 

 

 

Non solo le denominazioni differiscono tra di loro nelle loro interpretazioni di varie dottrine Bibliche, ma anche nell’ambito di ciascuna denominazione ogni membro ha le sue peculiarità personali. Perciò se dei ministri si riuniscono in una irenica conferenza accademica o se degli studenti del liceo si radunano in un “incontro tra uomini”, e dovesse esser sollevata una questione su una dottrina Biblica, la discussione si rivelerà certamente interessante.
Poco tempo prima che scrivessi questo articolo hanno avuto luogo due di questo genere di incontri, uno quasi esclusivamente tra ministri e professori, e l’altro quasi esclusivamente tra studenti. Può non sorprendere che l’argomento della guida divina e della corretta condotta sia stato affrontato in entrambi gli incontri, ma è tuttavia degno di attenzione il fatto che nel primo incontro un ministro di una denominazione di tradizione liturgica e quindi piuttosto formale, e nel secondo un gruppo di studenti provenienti da ambienti molto più informali, abbiano espresso opinioni simili a proposito della relazione del Cristiano con la Legge di Dio. Può valer la pena anche segnalare che solo alcuni tra i ministri concordassero con il loro collega, mentre la maggior parte degli studenti approvassero i loro compagni.
Le opinioni espresse enfatizzavano la salvezza per grazia e la vicinanza di Dio all’anima individuale; ma quest’enfasi si è spinta al punto di negare che i comandamenti di Dio, che sono ovviamente legge, abbiano una qualunque rilevanza per la vita Cristiana. Non siamo sotto la legge ma sotto la grazia, così dicevano, e avendo così iniziato nello Spirito, saremmo ora perfezionati nella carne? (Galati 3:3) La legge non è la fede. Quando eravamo nella carne, le passioni peccaminose, mosse dalla legge, agivano nelle nostre membra per portare frutto per la morte, ma ora siamo stati liberati dalla legge… per servire nella novità dello Spirito e non nella vetustà della lettera. (Romani 7:5-7). Perché la lettera uccide, ma lo Spirito dà vita (2 Corinzi 3;6).

Dal capovolgimento operato da questo ripudio della legge ne consegue che le nostre decisioni quotidiane devono essere dirette immediatamente dallo Spirito. La nuova nascita ci ha dato una nuova natura, e in questa nuova natura lo Spirito ci istruisce su cosa fare. Il Signore ci guiderà col suo occhio vigile, e né la legge nel Vecchio Testamento, né i comandamenti nel Nuovo Testamento pongono degli obblighi su di noi. Non sono né prerequisiti per la salvezza né una direzione per la vita. Questa, sostanzialmente e senza alcuna esagerazione era la posizione affermata.

In più di un occasione e su più di un argomento, uomini devoti hanno espresso opinioni dalle quali altri hanno tratto sconcertanti conclusioni. Conoscevo un uomo che aveva preso così sul serio la guida divina che una sera rimase in piedi per un ora nel suo pollaio in attesa che lo Spirito gli dicesse se dare o no il mangime alle galline. Ho pure sentito parlare di persone che pregano per una guida sull’opportunità di obbedire o no ad alcuni comandamenti biblici. In remote epoche della storia della chiesa (per esempio, i primi Gnostici) il ripudio della legge aveva condotto al peccato più sordido. Qualcuno ha caratterizzato questo antinomismo con una parodia di un inno Gospel: “Liberi dalla legge, o beata condizione, posso peccar quanto voglio, e ancor ricever remissione”.

Una tale conclusione non era certo nelle intenzioni del ministro e degli studenti sopra citati, ma pur essendo distante dai loro propositi, ognuno di noi deve determinare da sé se questa concezione della legge e della direzione divina, logicamente conduca o no all’assurdo o al peccare. Ognuno di noi deve altresì determinare quale rilevanza abbiano per noi i Dieci Comandamenti e le varie direttive e ordinanze del Nuovo Testamento.

Forse un generale punto di accordo dal quale si può partire è l’insegnamento biblico che Cristo ci salva non solo dalla punizione del peccato, ma dal peccato stesso, o come nel linguaggio dell’innodia “Egli morì perché noi potessimo essere perdonati, Egli morì per renderci buoni”, o in linguaggio Scritturale “Rimarremo nel peccato perché la grazia abbondi?” (Romani 6:1) “Non regni il peccato nei vostri corpi mortali” (Romani 6:12) “perché noi siamo opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone” (Efesini 2:10)

Se si è d’accordo su questo, se tutti riconosciamo che non dobbiamo esser più i servi del peccato ma dobbiamo presentare le nostre membra come strumenti di giustizia a Dio, le successive questioni che logicamente sorgono sono: Cos’è il peccato? Cosa sono le buone opere? Cos’è la giustizia/rettitudine? Noi vogliamo compiere buone opere, vogliamo evitare le opere malvagie. Come possiamo distinguere tra queste?

Non c’è bisogno di andar a tentoni per trovare le risposte a queste domande. La Scrittura parla in maniera risoluta, e ci dice precisamente cos’è il peccato. “Il peccato è la trasgressione della legge” (1 Giovanni 3:4). “Dove non c’è legge non c’è trasgressione” (Romani 4:15) “Mediante la legge è data la conoscenza del peccato” (Romani 3:20). Deve essere chiaro allora che il peccato è sempre definito dalla legge. A meno che non si abbia conoscenza della Legge di Dio, non si potrà sapere cosa sia giusto, malvagio o peccaminoso.
È sbagliato adorare Maria e prostrarsi davanti agli angeli? È sbagliato sottrarre di soppiatto merce da un supermercato? È sbagliato lavorare nel Giorno del Signore? Non abbiamo certo bisogno di rimanere impalati in un pollaio ad aspettare una risposta per queste domande. La guida divina è una cosa meravigliosa, ma ancor più meraviglioso è che Dio ci ha già dato la Sua guida in locuzioni facilmente comprensibili.

Ne consegue che vale anche il contrario: se il peccato è quello che la legge proibisce, le buone opere sono quelle che la legge comanda. Non c’è bisogno di tirare a indovinare, le Scritture ci dicono con precisione cosa siano le buone opere. Queste sono quelle che Dio ha comandato nel Suo Santo Verbo, e non quelle prive di avallo delle Scritture, escogitate da uomini animati da cieco entusiasmo o con la scusa delle buone intenzioni. Quelli che adorano vanamente Dio, insegnando come dottrine i comandamenti degli uomini posso avere certamente zelo, ma non secondo conoscenza. “Egli ti ha mostrato, o uomo, ciò che è buono” (Michea 6:8). Dovrebbe essere perciò evidente che il bene e il male sono definiti solo dalla legge di Dio.

Questa conclusione è maggiormente stabilita dal rigore con cui Dio ingiunge l’obbedienza. “Questa è la via, camminate per essa” (Isaia 30:21) “non devierai né a destra né a sinistra da alcuna delle parole che oggi vi comando” (Deuteronomio 28:14) . Non si deve pensare che questi principi del Vecchio Testamento non si applichino a noi oggi, e nessuno dovrebbe inoltre supporre che tutto questo sia incompatibile con la Grazia. La Salvezza è dottrina del Vecchio Testamento: Paolo l’ha presa da Habacuc. La Rigenerazione, che Nicodemo avrebbe dovuto conoscere, è spiegata inEzechiele 36. Se quindi la Grazia e la Legge non sono incompatibili nel Vecchio Testamento, non c’è alcuna ragione a priori perché non debba esser così anche nel Nuovo Testamento.

Tuttavia, per essere assolutamente certi e non appoggiarsi completamente sul Vecchio Testamento, si possono aggiungere alcuni passaggi del Nuovo Testamento. Gesù disse “Se mi amate, osservate i miei comandamenti” (Giovanni 14:15). E inoltre “Chi dice: ‘Io l’ho conosciuto’, e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e la verità non è in lui” (1 Giovanni 2:4) “Chi osserva i suoi comandamenti dimora in Lui” (1 Giovanni 3:24) “Da questo sappiamo che amiamo i figli di Dio: quando amiamo Dio e osserviamo i suoi comandamenti” (1 Giovanni 5:2)

Queste affermazioni specifiche dovrebbero essere accettate come decisive.

C’è da fare ancora una osservazione conclusiva. Qualcuno potrebbe ora riconoscere che sì siamo sotto l’obbligo di obbedire ai comandamenti di Dio, ma potrebbe argomentare che in aggiunta alla Bibbia noi abbisogniamo di una guida ulteriore. La Bibbia va benissimo certamente, ma la vita Cristiana va ben al di là delle Scritture, ci ritroviamo spesso in situazioni non considerate dai comandamenti Biblici e pertanto dobbiamo rivolgerci a Dio per ulteriori informazioni su cosa fare. Dopo tutto, che problema c’è se aggiungiamo qualcosa alle Scritture, posto ovviamente che da queste non si sottragga nulla?

Ma questo genere di ragionamento, tuttavia, contraddice le esplicite affermazioni delle Scritture, e perciò disonora Dio. Noi tutti abbiamo senz’altro familiarità con la frase “Tutta la Scrittura è data per ispirazione da Dio” (2 Timoteo3:16), ma abbiamo letto con attenzione il seguito? Certamente, le Scritture “sono utili per la dottrina, per l’istruzione alla giustizia/rettitudine”, ma con quale scopo? Notate il verso successivo: “perché l’uomo di Dio possa esser perfetto [o perfezionato], completamente equipaggiato per ogni buon opera”. Questa è un ‘affermazione totalizzante: essa abbraccia ogni buona opera. Non c’è buona opera per la quale le Scritture non ci preparino perfettamente. Ed è la Legge di Dio, espressa nelle Scritture, che definisce cosa sia il peccato e cosa siano le buone opere.

Dio ci ha già dato tutta la guida che ci occorre. Non abbiamo bisogno della tradizione Cattolica, non abbiamo bisogno di visioni mistiche, non ci servono rivelazioni addizionali. Ma abbiamo bisogno, un disperato bisogno, di un bel po’ di studio Biblico. Nella Bibbia, e in essa solamente, troviamo le regole di vita.

P.S. Se avete galline, o un cavallo, o un cane, studiatevi Esodo 20:10; 23:5, 12; Deuteronomio 25:4; Proverbi 12:10; Matteo 12:11

 

Usato con permesso da HIS, periodico degli studenti de Inter-Varsity Christian Fellowship. © 1957
Da The Trinity Review, Marzo 1979. © 1979,2014 The Trinity Foundation