image_pdf

Non occorre certo spiegare chi sia Clavis Staples Lewis. Divenuto ancor più popolare in tempi recenti grazie alla trasposizione cinematografica del suo Cronache di Narnia, è tuttavia noto nell’ambiente evangelico-protestante come probabilmente il più fine apologeta Cristiano del XX secolo. L’onore e la riverenza che gli sono tributati sono ben esemplificati nel fatto che due autori tradotti recentemente tradotti in italiano, Tim Keller con Il Dio Prodigo, e Tom (Nicholas Thomas) Wright con Semplicemente Cristiano, sono stati entrambi additati come “il nuovo C. S. Lewis”.

Nonostante questa popolarità, o forse proprio a causa di questa, poca o nessuna attenzione è stata rivolta ai suoi insegnamenti teologici. Questa brillante analisi di Robbins svolge finalmente questo tanto necessario ma ingrato compito. 


di John W. Robbins.

Questo documento è stato presentato all’incontro annuale della Evangelical Theological Society di Atlanta, Georgia, il 19 novembre 2003.

Clavis Staples Lewis è stato, se non il maggiore, di certo uno dei più influenti scrittori anglicani del XX secolo. Qualunque Cristiano occidentale ben informato non potrebbe aver vissuto a metà del secolo senza essersi imbattuto in Lewis, data la sua prolifica produzione e l’eco pubblicitaria che ha avuto. Da ragazzo io ero innamorato di Lewis come credo lo siano stati allora anche tanti altri giovani. Dopo la sua morte nel Novembre del 1963 (NdT, Lewis è morto lo stesso giorno dell’assassinio di J.F. Kennedy) il complesso letterario-teologico di Lewis sviluppato negli Stati Uniti, con decine se non centinaia di libri e migliaia di saggi su di lui, venne pubblicato, in larga parte dai suoi ammiratori. I suoi libri sono stati stampati in milioni di copie, e ne sono state vendute molte di più dopo la sua morte che in tutta la sua vita. Ma nonostante questo pochissima attenzione critica è stata rivolta alle idee teologiche che Lewis insegnava effettivamente nei suoi libri, perfino da coloro che si definiscono Protestanti ed Evangelici.

Ho dato questo titolo provocatorio alla mia lettura nel tentativo di indurre alcune di queste persone a ripensare criticamente la teologia di Lewis.

E farebbero bene a farlo, perché Lewis non era un evangelico. Scrivendo in We Remeber C.S. Lewis, James Houston, docente all’università di Oxford per 23 anni, e in seguito fondatore, preside e rettore del Regent College, a Vancouver, Columbia Britannica, disse:

“Lewis non aveva legami culturali con gli evangelici, non aveva alcun amico tra di loro… I suoi amici erano tutti Anglo-Cattolici o Cattolici… Lewis, come è noto, è stato adottato dagli Evangelici [in America] in un modo che lo avrebbe messo alquanto a disagio. Egli non si associava a essi, e non si riteneva affatto uno di loro.”1

Nonostante la diffusa ed entusiasta accoglienza di Lewis nei circoli evangelici [negli Stati Uniti], o forse proprio a causa di questa, urge porsi la domanda: Cosa credeva e insegnava in realtà C. S. Lewis riguardo Dio, l’uomo, il peccato, le Scritture, il governo e la società? Questo documento, una parte di un libro in divenire2, esamina i suoi insegnamenti su questi argomenti e conclude che Lewis non può accuratamente essere chiamato Evangelico e può essere definito Cristiano solo in senso storico o nominale. Su un punto dopo l’altro Lewis insegnò dottrine contrarie alle Scritture. Negò l’inerranza delle Scritture stesse, rigettò la dottrina dell’espiazione penale sostitutiva, ed enunciò una bizzarra concezione della resurrezione del corpo, per nominarne solo tre. In Locus dopo locus della teologia Cristiana, le idee di Lewis erano contrarie alla Bibbia e anticristiane.

Qualche anno fa, questa associazione esplorò i limiti del termine “Evangelico”. Se stabiliamo che quei limiti comprendano il credere nell’inerranza delle Scritture, allora C. S. Lewis non era affato evangelico e non gli sarebbe stato permesso di unirsi a questa associazione.3 A cosa è dovuta quindi questa grande ammirazione per Lewis nei circoli evangelici?

Una spiegazione può essere che i moderni circoli Evangelici [Americani] non sono più evangelici. I moderni Evangelici, a differenza di quelli del sedicesimo secolo,o non credono più o non enfatizzano le dottrine del Sola Scriptura o Sola Fide, che storicamente sono i tratti dottrinali distintivi di un Evangelico. Questo è diventato dolorosamente palese nell’ultimo decennio, con l’avvento di movimenti come Evangelici e Cattolici Insieme,  a cui prestano la loro voce uomini che sono largamente stimati come Evangelici, alcuni dei quali sono membri di questa associazione, e con uno di loro, Charles Colson, che attribuisce le sue attività ecumeniche proprio all’influenza di C.S. Lewis.4

Una spiegazione meno plausibile è che C.S. Lewis fosse davvero un evangelico nel suo cuore. Ma qualunque fosse il contenuto del suo cuore, quello dei suoi libri non era dottrina evangelica, e se le affermazioni pubbliche di Lewis non sono evangeliche, possono queste o lui stesso essere considerati tali? C’è un minimo credo richiesto per entrare in Cielo, o abbiamo forse accettato la nozione anticristiana che Dio ama tutti gli uomini e desidera salvarli tutti, non importa in cosa credano? O l’Universalismo, implicito nell’Arminianesimo, che è stato il rapporto di maggioranza delle chiese [Americane] per quasi due secoli, e che ultimamente è esploso nella controversia sulla “Apertura di Dio”, ha indotto i Protestanti [Americani] ad accettare Lewis come un fratello Cristiano senza porsi questioni?

Qualunque sia la soluzione all’enigma della venerazione di Lewis nei circoli Evangelici, è mio dovere qui oggi di dirvi che Lewis non era Evangelico, e può essere chiamato Cristiano sono in un senso molto vago. Lasciatemi brevemente discutere i suoi insegnamenti sulle maggiori dottrine essenziali per il Cristianesimo. Comincerò con la dottrina con cui questa società è più preoccupata: la dottrina delle Scritture.

L’opinione di Lewis delle Scritture

Lewis concesse che “tutta la Sacra Scrittura sia in qualche modo – per quanto non tutte le parti nel medesimo senso, [è] la Parola di Dio”5. Mettendo da parte la questione di quali libri Lewis denotasse col termine “Sacra Scrittura”, è davvero così, che la frase “Parola di Dio” è usata equivocamente in varie parti delle Scritture? Sono i Salmi Parola di Dio in un senso differente da Romani? Se è così, quali sono questi differenti sensi? In una lettera che Lewis scrisse a Clyde Kilby il 7 Maggio 1959, egli sostenne che

Se ogni buono e perfetto dono proviene dal Padre dei Lumi, allora ogni scritto vero e ispiratore, che sia nella Scrittura o meno, deve in un certo senso essere ispirato6.

Ecco ancora quella frase “in un certo senso”, senza ulteriore spiegazione, associata all’affermazione che scritti che non sono Scrittura sono “ispirati”, ovvero che provengono da Dio. Il lampante risultato di anche solo un breve esame delle affermazioni di Lewis sulla Scrittura è di lasciarci ancor meno sicuri sul fatto che Lewis abbia mai dichiarato qualcosa di distintamente Cristiano o Biblico riguardo le Sacre Scritture. Uno studioso di Lewis in linea con le sue vedute concluse che:

Lewis non confina le sue vedute religiose alla Bibbia ma riconosce la rivelazione di Dio nei capolavori della letteratura, nelle altre religioni, nei miti del mondo antico, e attraverso la ragione e l’intuizione umana. Il Cristianesimo è vero, non semplicemente perché la Bibbia così dice, ma perché Dio sceglie di rivelarsi tramite molti differenti modi, anche se lo fa supremamente mediante Cristo7.

Quella fondamentale, ovvero di come sappiamo qualcosa di accurato riguardo a Cristo a prescindere da una inerrante e rivelata Scrittura, non è una questione che Lewis affronta. Non sembra neanche sfiorare minimamente i suoi pensieri. Quando nelle Riflessioni Cristiane Lewis elenca le sue assunzioni per le sue successive argomentazioni, specifica “la divinità di Cristo, la verità dei Credi, e l’autorità della tradizione Cristiana”, ovvero un rigetto del principio Biblico e Riformato del Sola Scriptura. Non solo non ne è l’assunto o la base per i suoi ragionamenti, ma neanche Scrittura stessa vi è citata.

Questa Associazione ha una base dottrinale, che è il Sola Scriptura. Secondo la  dichiarazione nelle Riflessioni Cristiane, le basi teologiche non comprendono le Scritture, a meno che ovviamente in un qualche modo la “tradizione” possa includere le Scritture.

In quella lettera del 7 maggio 1959, scritta in risposta alla richiesta di Mr. Kilby che Lewis commentasse alla dichiarazione del Wheaton College riguardo all’ispirazione della Bibbia, Lewis si spinse a spiegare in maggior dettaglio:

Qualunque concezione intratteniamo sull’autorità divina della Scrittura, questa deve lasciar spazio per i seguenti fatti:

  1. La distinzione che San Paolo fa in I Corinzi vii tra [“non io, ma il Signore”] e [“dico io, non il Signore”].

  2. Le apparenti inconsistenze tra le genealogie in Matteo i e Luca iii; con i racconti della morte di Giuda in Matteo xxvii.5 e Atti i.18-19.

  3. Il racconto di San Luca di come egli ha ottenuto il suo materiale (i.1-4)

  4. La universalmente riconosciuta non storicità (non parlo ovviamente di falsità) di almeno alcune narrazioni della Scrittura (le parabole) che può estendersi anche fino a Giona e Giobbe.

  5. Se ogni buono e perfetto dono proviene dal Padre dei Lumi, allora ogni scritto vero e ispiratore, che sia nella Scrittura o meno, deve in un certo senso essere ispirato

  6. Giovanni xi.49-52. L’ispirazione può operare in un uomo malvagio senza che lo sappia, e può pertanto esprimere tanto la falsità che intende (la convenienza di fare di un uomo innocente un capro espiatorio politico) quanto la verità che non intende (il sacrificio divino).

Questi “fatti”, Lewis sostenne, “escludono la concezione che qualunque singolo passaggio isolato possa essere assunto inerrante esattamente nello stesso senso di ogni altro. Ovvero che i numeri degli eserciti nel Vecchio Testamento sono statisticamente corretti perché la storia della resurrezione è storicamente corretta”.

Lewis enuncia una concezione dell’ispirazione rigidamente soggettiva, quasi neo-ortodossa quando scrisse: “Che la funzione generale della Scrittura è di trasmettere la Parola di Dio al lettore (il quale pure necessita della propria ispirazione) che lo legge nel giusto spirito, io lo credo fermamente”.

In seguito Lewis negò quella che può essere chiamata ispirazione oggettiva: “Che essa [La Scrittura] ci dia anche vere risposte a tutte le domande … che egli [il lettore] possa farsi, io non [lo credo]. Lo stesso genere di verità che noi ci ritroviamo spesso a richiedere, secondo la mia opinione, non era neppure immaginato dagli antichi”

Questa menzione dei generi di verità, che Lewis ancora una volta non spiega, ci distoglierebbe verso più complessi problemi epistemologici, che non possiamo discutere qui oggi, cosa che però intendo fare nel mio libro. Ma è chiaro che Lewis negò che la Scrittura fosse totalmente vera nel senso ordinario della parola vero.

Secondo la sua opinione, l’Apostolo Giovanni agì quasi tanto abilmente quanto James Boswell8 nel descrivere i fatti così bene.

“O [il vangelo di Giovanni] è un resoconto – anche se può, senza dubbio, contenere errori – molto fedele ai fatti avvenuti, quasi come i resoconti di Boswell. Altrimenti è l’anticipazione clamorosa, da parte di uno sconosciuto scrittore del secondo secolo, senza precedessori o seguaci conosciuti, della tecnica narrativa delle moderne realistiche novelle9.

Con difensori come C. S. Lewis, l’Apostolo Giovanni non ha davvero bisogno di critici.

Ma l’Apostolo, surclassato a malapena nell’accuratezza storica da Boswell, si rivela essere una rosa profumata confrontato ai Salmisti. Nel citarli come gruppo, Lewis parla di loro come uomini “feroci, autocommiseranti, barbari”10. Nel parlare dei loro scritti, i Salmi, Lewis ne ritrae alcuni come “fatale confusione”, “diabolici”, “spregevoli”, “meschini” e “volgari”11

Lewis ritrae alcuni Salmi come “fatale confusione”, “diabolici”, “spregevoli”, “meschini” e “volgari”

Ma Lewis non si fermò certo qui nel descrivere quello che egli chiamava “Sacre Scritture”. Egli scrisse:

[Vi] fanno capolino: … ingenuità, errori, contraddizioni, perfino la malvagità (come nei Salmi di maledizione). Il risultato totale non è “la Parola di Dio” nel senso che ogni passaggio, in sé e per sé, fornisca una scienza o un resoconto impeccabile. Tutto ciò porta la Parola di Dio…12

La Scrittura non è la Parola di Dio, essa “porta” la Parola di Dio. “È Cristo Stesso”, disse Lewis, “non la Bibbia a essere il vero verbo di Dio. La Bibbia, letta nello spirito giusto e con la guida di buoni maestri, ci porterà a lui13”.

La Scrittura non è il vero verbo di Dio secondo Lewis. Per poterci portare a Cristo deve essere letta nel giusto spirito (senza dirci quale esso sia) e con la guida di buoni maestri. Non parla di per sé stessa, ma solo mediante i suoi interpreti. In qualche modo, quando meno ce l’aspetteremo ma ne necessiteremo realmente per la nostra “vita spirituale”, noi sapremo

…se un particolare passaggio è tradotto correttamente o è un mito (ma ovviamente un mito specialmente scelto da Dio d’infra innumerevoli miti per trasmettere una verità spirituale) o storia… Ma noi non dobbiamo usare la Bibbia (come i nostri padri troppo spesso fecero) come una sorta di Enciclopedia dalla quale testi… possono essere presi per l’uso come arma.14

Dovrebbe esser evidente che Lewis negò l’ispirazione verbale e plenaria della Bibbia. Dopo aver considerato queste tre affermazioni, non si può più essere sicuri di cosa la parola “ispirazione”, o la frase “Parola di Dio”, per non dire “Sacre Scritture” significassero per Lewis. Ora, si potrebbe sostenere che una persona può ancora andare in cielo anche se respinge porzioni della Bibbia e rigetta la dottrina dell’ispirazione verbale. Gli autori della Confessione di Westminster tuttavia sembrano  dissentire, dicendo:

“Per questa fede un cristiano crede alla verità di tutto ciò che è rivelato nella Parola in quanto in essa vi parla l’auto­rità di Dio stesso”

Essi rigettarono la nozione che l’Apostolo Giovanni commise errori, che alcuni dei Salmi siano diabolici, che ci siano contraddizioni tra le affermazioni Bibliche, e che la mitologia è parte dell’Antico Testamento. I teologi di Westminster proseguono stabilendo che “gli atti principali della fede salvifica” si focalizzano su Cristo soltanto:

“Gli atti principali della fede salvifica, però, sono accettare e ricevere Cristo, trovandovi la nostra pace, essendo da Lui giustificati, santificati e ricevendone la vita eterna, in virtù del patto di grazia” (14.2)

Non è la sola persona di Cristo, ma anche la sua opera a essere il necessario oggetto della fede salvifica.

Lewis, come i demoni che Giacomo menziona, credeva in un solo Dio. Ci racconta della sua conversione al monoteismo nella sua autobiografia Sorpreso dalla Gioia. Nell’ultimo capitolo di quel libro egli discute brevemente la sua conversione al Cristianesimo.

Strettamente parlando, tuttavia, questa non è una conversione al Cristianesimo – per non dire al monoteismo – ma al credere che Gesù Cristo è il Figlio di Dio. Ma questa sembra anche la fede di un demone, che si rivolge a Cristo come “il Santo di Dio” che era venuto per distruggerlo. Riguardare a Gesù come il Messia o anche perfino come divino non è sufficiente per la salvezza, dato che i Giudaizzanti in Galazia sui quali Paolo pronuncia parole di maledizione, presumibilmente credevano tanto in Gesù come Messia quanto nella sua divinità.

Ecco come Lewis descrisse quella che riteneva essere la sua conversione al Cristianesimo.

L’ultimo stadio della mia storia, il passaggio dal semplice teismo al Cristianesimo, è quello che io oggi meno conosco15.

Divenuto teista, presi a frequentare la parrocchia alla domenica e la cappella del college durante la settimana; non perché credessi nel cristianesimo, o perché lo trovassi poco diverso dal semplice teismo, ma perché pensavo che la propria “bandiera” va sempre tenuta inequivocabilmente alta16.

Così frequentare la chiesa era diventata per me una pratica puramente simbolica e provvisoria. Se poi abbia contribuito a spingermi in direzione del cristianesimo è cosa che ignoravo e ignoro tuttora… La vera traccia mi era stata indicata dalle parole di quell’ateo ostinato: “Strana, questa vicenda del dio che muore. Si direbbe che sia veramente avvenuta” da lui e dall’invito di Barfield a tenere un atteggiamento più rispettoso, anche se non compiaciuto verso il mito pagano. Il problema non era più di trovare la unica religione semplicemente vera tra migliaia di religioni semplicemente false. Era, piuttosto: “Dov’è che la religione ha raggiunto la sua vera maturità? Dove, ammesso che così sia, si sono realizzate le attese di ogni paganesimo?”17 … Il paganesimo era solo stato l’infanzia della religione, o solo un sogno profetico. Dov’erano sbocciati i suoi frutti? O dov’era il risveglio? … In realtà, le risposte possibili erano solo due: o l’induismo o il cristianesimo…18

So benissimo quando, ma forse non come, fu fatto il passo finale. Un mattino di sole mi recavo in macchina a Whipsnade. Quando partimmo non credevo che Gesù Cristo fosse Figlio di Dio, ma quando raggiungemmo lo zoo ne fui convinto. Eppure non avevo passato il viaggio esattamente a pensare.19

La conversione di Lewis al Cristianesimo, secondo le sue parole, è equivalente all’accettazione della dottrina dell’Incarnazione. Ma è questa la fede che salva? È questo Cristianesimo? Se lo è, allora chiunque crede nella deità di Cristo è salvato. Ma noi abbiamo nelle stesse Scritture esempi di quanti accettano la deità di Cristo eppure non sono salvati. Perfino nel giudizio finale, ci saranno molti che si rivolgeranno a Cristo come Signore, riconosceranno la sua deità eppure saranno mandati all’Inferno (si veda Matteo 7:21-23).

L’Apostolo Paolo individua almeno una dottrina come il sine qua non del Cristianesimo: la giustificazione per sola fede. Non solo lo rende chiaro con la sua maledizione verso coloro che insegnano un altro Vangelo nella sua lettera ai Galati, ma fa di questa dottrina della giustificazione il fondamento del suo ragionamento nella sua lettera ai Romani.

La domanda che sorge è dunque: C.S. Lewis credeva e insegnava la dottrina della giustificazione per sola fede?

La risposta è che la ricerca di una qualunque asserzione della dottrina della giustificazione attraverso la sua alquanto voluminosa produzione si rivela un compito vano. È certamente assente nel suo Il Cristianesimo così com’è [Scusi qual’è il suo Dio? nelle edizioni GBU, NdT], nel quale discute e difende quello che egli definiva Cristianesimo. Né The C. S. Lewis Readers’ Encyclopedia20, né The C. S. Lewis ‘ Encyclopedia21, né pure C. S. Lewis A Companion Guide22 contengono una voce che sia una per “giustificazione”. Solo un volume, The C. S. Lewis Index23, contiene una singola voce per “giustificazione”, che ci conduce al commento di Lewis a una lettera del 21 dicembre 1941 a Bede Griffiths OSB,24 che qui riporto per intero:

Vede, quel che ho cercato di fare in queste discussioni radiofoniche è semplicemente di evidenziare ciò che abbiamo in comune noi tutti, e nel farlo mi sono sforzato di ottenere un nihil obstat [nulla osta] da amici delle varie confessioni. (L’altro dissidente oltre a lei era un Metodista che dice che io non detto nulla a proposito della giustificazione per fede)25

Tutto qui. Questa è la sola menzione della giustificazione per sola fede trovata fra tutte le voluminose quattro enciclopedie su Lewis.

La ricerca di una qualunque asserzione della dottrina della giustificazione attraverso la sua alquanto voluminosa produzione è un compito vano.

Se si cercano affermazioni di Lewis sulla salvezza, o la giustizia o la fede, se ne possono trovare svariate, nessuna però delle quali enuncia la giustificazione per sola fede. Ecco qualche stralcio da Lewis:

L’umanità, sostanzialmente, è già “salvata”. Noi individui dobbiamo appropriarci di questa salvezza. Ma la parte più ardua del compito – quella che non avremmo potuto assolvere da soli – è stata assolta per noi. Non siamo costretti a tentare di ascendere alla vita spirituale con le nostre sole forze: essa è già discesa nel genere umano. Se ci apriamo all’unico Uomo in cui essa fu pienamente presente, e che, pur essendo Dio, è anche realmente uomo, Egli la realizzerà in noi e per noi. Ricordate ciò che ho detto sul “buon contagio”. Uno della nostra specie “ha” questa nuova vita: se ci avviciniamo a Lui, la “prenderemo” da Lui.

Si può esprimere lo stesso concetto in modi diversi. Possiamo dire che Cristo è morto per i nostri peccati; che il Padre ci ha perdonati perché Cristo ha fatto in vece nostra ciò che avremmo dovuto fare noi; che siamo stati purificati dal sangue dell’Agnello; che Cristo ha sconfitto la morte. Sono tutte formulazioni veritiere. Se qualcuna di essere non vi attira, lasciatela da parte e andate avanti con quella che preferite. Ma in ogni caso, non mettetevi a litigare col prossimo perché usa una formula diversa dalla vostra26.

Ora, questi paragrafi sono un attacco al Cristianesimo, e non una sua difesa.

La prima affermazione è un rinnegamento della dottrina Biblica che Cristo è morto per certi individui, ai quali Egli si riferisce come il suo popolo, le sue pecore, i suoi amici, coloro che il Padre gli ha dato, e non per l’umanità in generale. Ognuno degli individui per cui Cristo è morto sarà inesorabilmente salvato, o Cristo è morto invano. Questa prima affermazione è una negazione dell’espiazione efficace, e un’asserzione di un’espiazione, se possiamo chiamarla così nella teologia di Lewis, che rende possibile ma non effettiva la salvezza di tutti senza eccezione.

Lewis è stato chiaro su cosa sia la salvezza: è un cambiamento soggettivo nel peccatore, che egli chiama “buon contagio”.

Inoltre, Lewis descrive l’opera di Cristo come quella “parte che non avremmo potuto assolvere”. Vero che lo descrive come quella “parte più ardua del compito”, ma con l’usare la parola “parte” (NdT nell’inglese la parola è bit, ovvero pezzo, frammento, una parte sì, ma non certo la più grande), Lewis minimizza l’opera di Cristo ed esalta l’opera del peccatore per giungere alla salvezza. E ancora Lewis usa la frase “se ci apriamo”, una metafora per chissà che cosa. Proprio quando la chiarezza è più necessaria, viene invece esaltata l’oscurità.

Tuttavia Lewis è chiaro su cosa sia la salvezza: è un cambiamento soggettivo nel peccatore, che egli chiama “un buon contagio”. Nella teologia di Lewis, un peccatore non è salvato tramite una rettitudine perfetta a lui esterna e imputata a suo conto, ma una infezione soggettiva, che egli chiama “nuova vita”. Gesù la compie “in noi e per noi”. Se ci “avviciniamo abbastanza” a lui, qualunque cosa questo voglia dire, prenderemo la nuova vita, proprio come si prende un’infezione.

Lewis, proprio come gli Ebrei dell’Antico Testamento, non comprendeva e perciò non poteva obbedire al comando di guardare da lontano al serpente di bronzo forgiato da Mosè per la loro salvezza dal veleno che infieriva nei loro corpi. Come poteva qualcosa al di fuori di loro salvarli dal veleno dentro di loro27? Eppure è precisamente quello che Cristo disse della sua opera: “E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così il Figliuol dell’uomo deve essere innalzato affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna.” (Giovanni 3:14-15).

Nel suo secondo paragrafo Lewis espone quel che dice sono svariate modalità di esprimere quel che aveva detto nel primo. Ci dice che sono “tutte formulazioni veritiere”. Quindi, con una mossa davvero clamorosa, ci suggerisce che possiamo accettarne o respingerne qualcuna o anche tutte, a seconda di cosa “ci attira”. Che razza di verità è mai questa, priva com’è di autorità? Sembra quindi che sia il nostro gusto o la nostra preferenza personale a essere il solo discrimine per accettare o respingere queste affermazioni che Lewis ci assicura sono “tutte veritiere”. Lewis non insiste per farci accettare tutte queste affermazioni veritiere. Possiamo prenderle o lasciarle, a seconda del nostro gusto. Proprio nel momento in cui è di vitale importanza insistere nel primato e nell’autorità della verità, Lewis scade invece nel soggettivismo e nel relativismo. Se qualcuno dissentisse da questa conclusione sostenendo che le espressioni usate da Lewis erano solo figure retoriche, e che pertanto uno può scegliere quella figura retorica che più gli aggrada, ne consegue allora che anche l’affermazione “Cristo è morto per i nostri peccati” è soltanto una figura retorica ed ecco che l’espiazione scompare.

Il motivo di Lewis per dire che queste espressioni non sono importanti è evidente dalla sua ultima frase. Egli ci comanda, e quindi non abbiamo scelta se prendere o lasciare, questo fiat: non litigare con chiunque usi una differente “formula”. Apparentemente le formule teologiche sono di gran lunga più flessibili delle formule chimiche, dato che possiamo usare qualunque formula teologica desideriamo senza cagionare danno alcuno a noi stessi. La cosa veramente importante, secondo Lewis, è di non bisticciare. Questo, ovviamente, non è Cristianesimo perché i Cristiani nella Bibbia stavano sempre a litigare con coloro che professavano essere devoti e Cristiani pure loro. È una cecità peculiare, quella che può leggere il Nuovo Testamento e non vedere i Cristiani come Paolo, Giacomo, Pietro e Giovanni, per non dire nulla di Cristo stesso, che affrontano e correggono quei Cristiani professanti dalle formule e azioni sbagliate. Lungi dall’incoraggiare la discussione e il dibattito teologico, Lewis lo proibisce, scrivendo:

Le nostre divergenze andrebbero discusse soltanto un presenza di chi già crede che esiste un unico Dio, e che Gesù Cristo è il Suo unico Figlio28.

Che stolto che è stato lo Spirito Santo, (parlo da stolto), ad aver inserito dibattiti e denunce in un libro che qualunque non credente potrebbe prendere in mano e mettersi a leggere!

E infine, assente dalla litania di formule teologiche di Lewis che ci salveranno, è Tutto l’Evangelo: la giustificazione per sola fede. Lewis neppure la menziona. Consideriamo ancora un’altra affermazione di Lewis:

Tra i Cristiani si è molto disputato se ciò che conduce alla meta cristiana siano le buone azioni o la fede in Cristo. Io non ho titoli per pronunciarmi su questa difficile questione, ma mi pare che sia un po’ come discutere su quale lama di un paio di forbici sia più necessaria. Un serio sforzo morale è la sola cosa che ti porterà al punto di gettare la spugna. La fede in Cristo è la cosa cosa che a quel punto ti salva dalla disperazione: e da questa fede non possono che scaturire buone azioni 29.

Secondo Lewis sia la fede in Cristo e le “buone azioni” sono necessarie per condurre un Cristiano alla meta. Ma l’Apostolo Paolo dice che questo non è Cristianesimo.

Secondo Lewis sia la fede in Cristo e le “buone azioni” sono necessarie per condurre un Cristiano “alla meta Cristiana”. Ma l’Apostolo Paolo dice che questo non è Cristianesimo, (“Siete voi così stolti? Avendo iniziato nello Spirito, siete voi ora resi perfetti per la carne?”)30, e chiunque insegni queste cose non giungerà “alla meta Cristiana”. Inoltre, Lewis sembra pensare che uno debba disperare prima che possa convertirsi, ma non è affatto così. L’Apostolo Paolo, per non dire di Giacomo, Giovanni e Andrea, non sembra si siano disperati prima di convertirsi. E né pure abbiamo evidenza della disperazione di altri apostoli prima della loro conversione. Infatti, è difficile trovare un qualunque credente nelle Scritture che abbia dovuto passare prima per la cosiddetta “notte buia dell’anima” di cui i mistici hanno sempre blaterato, prima di convertirsi. Giobbe può aver patito un’agonia simile, ma era già convertito. Al contrario, Giuda Iscariota disperò, però non si convertì. Qui Lewis sembra fare della propria esperienza personale prima della sua conversione, la norma per tutte le conversioni.

E sia chiaro che i cristiani quando dicono che la vita di Cristo è in loro, non intendono semplicemente qualcosa di mentale o morale. Quando dicono che essi “sono in Cristo” o che Cristo è “in loro”, questo non è soltanto un modo per dire che pensano a Cristo o che Lo imitano. Essi intendono dire che Cristo opera per loro tramite, che l’intera massa dei cristiani è l’organismo fisico mediante il quale Cristo agisce – che noi siamo le Sue dita e i Suoi muscoli, le cellule del Suo corpo. E questo forse spiega alcune cose. Spiega perché questa nuova vita si propaga non solo con atti puramente mentali come la fede, ma con atti corporei quali il battesimo e la comunione. Non è soltanto il propagarsi di un idea: somiglia piuttosto a un’evoluzione, a un fatto biologico o sovrabiologico… Per questo Egli usa cosa materiali come il pane e il vino per immettere in noi la nuova vita.31

Non farò commenti sugli errori metafisici che Lewis fa qui, mi concentrerò soltanto sulle sue ultime tre frasi. Primo, egli dice che la nuova vita si diffonde mediante atti corporali come il battesimo e la Santa Comunione. Qui Lewis zitto zitto abbandona il suo scopo prefissato di presentare il “Cristianesimo così com’è” e insegna una concezione dei sacramenti che non solo non è comune a tutte le denominazioni professanti Cristiane, ma è in diretta opposizione alle Scritture. Se degli atti corporali possono dare nuova vita, ovvero la salvezza, allora la fede Cristiana non è necessaria per la salvezza e la nuova vita. Lewis trae infatti questa inferenza nel paragrafo successivo, così scrivendo:

C’è un’altra cosa che un tempo mi sconcertava. Non è tremendamente ingiusto che questa nuova vita sia riservata alla gente che ha sentito parlare di Cristo e che ha potuto credere in Lui? Ma la verità è che Dio non ci ha detto quali siano i Suoi disegni riguardo all’altra gente. Noi sappiamo che nessuno può salvarsi se non per mezzo di Cristo: non sappiamo che soltanto chi Lo conosce possa essere salvato per Suo mezzo.32

La verità ovviamente è che Dio ci ha proprio detto quali siano i “disegni riguardo all’altra gente”, ovvero per quelli che non credono in Cristo. Cristo disse: “Chi crede in lui non è condannato, ma chi non crede è già condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio” (Giovanni 3:18). Il problema è che a Lewis semplicemente non piaceva questo “disegno”, e pertanto affermò erroneamente che “Dio non ci ha detto quali siano i suoi disegni riguardo all’altra gente”. Lewis rigettò il Dio delle Scritture che sovranamente decide chi andrà in Cielo e chi all’Inferno. Trovò una tale disposizione “tremendamente ingiusta”. La sua ultima frase, “non sappiamo che soltanto chi Lo conosce possa essere salvato per Suo mezzo” contraddice direttamente le dichiarazioni di Cristo in Giovanni 3:14-18, dato che Cristo ripetutamente dice che solo quelli che conoscono il Figlio possono essere salvati e quelli che non Lo conoscono sono condannati. Lewis negò che la fede Cristiana è necessaria per la salvezza.

Egli scrive:

“C’è gente che non accetta per intero la dottrina cristiana riguardo a Cristo, ma è attratta così fortemente verso di Lui da essere Sua in un senso molto più profondo di quanto essa stessa non comprenda. Ci sono adepti di altre religioni che vengono condotti dalla segreta influenza di Dio a concentrarsi su quelle parti del proprio credo che sono in accordo col cristianesimo, e che quindi appartengono a Cristo senza saperlo. Per esempio, un buddhista di buona volontà può essere portato a concentrarsi sempre più sulla dottrina buddhista della misericordia, e a lasciare in secondo piano (pur dicendo di credervi ancora) l’insegnamento buddhista su certi altri punti. Molti buoni pagani, ben prima della nascita di Cristo, erano probabilmente in questa situazione”33

e, rispecchiando Kierkegaard:

Penso che qualunque preghiera sinceramente elevata a un dio anche falso o a un imperfettamente concepito vero Dio, è accettata dal vero Dio e che Cristo salva molti che non pensano neppure di conoscerLo.34

È la sincerità, non la verità o la conoscenza quello che rende una preghiera salvifica secondo Lewis, e anche alcuni Buddhisti (“Buddhisti di buona volontà”) e Pagani (“buoni Pagani”) saranno salvati.

In queste affermazioni, Lewis stava semplicemente elaborando alcune delle implicazioni dell’universalismo inerente alle sue nozioni non Scritturali che Cristo è morto per l’umanità e che, in linea di principio, tutta l’umanità è già “salvata”, e che Dio manda “buoni sogni” a tutte le genti nella forma di mitologia.

Nonostante le sue pie parole intorno a Cristo come il vero Verbo di Dio, Lewis rigettò la concezione Biblica sia di Cristo sia della Bibbia. Infatti, egli affermò che tanto Cristo quanto le Scritture abbiano sbagliato. Lewis si riferiva a Marco 13:30, “In verità vi dico che questa generazione non passerà, prima che tutte queste cose siano avvenute”. Così continuò: “L’esibizione di un errore e la confessione di ignoranza [Marco 13:32] vanno di pari passo. Non c’è bisogno di dubitare che si ritrovino sulle labbra di Gesù stesso, che non gli furono semplicemente messe in bocca dal cronista… I fatti, quindi, sono questi: Gesù si professò [in un certo senso] ignorante, e poco dopo ha dimostrato di esserlo veramente35”.

Queste affermazioni dimostrano che Lewis non solo negava l’inerranza della Scrittura, ma perfino l’inerranza di Cristo stesso. Perché dunque affermò che Cristo è il “vero Verbo di Dio”? Qualunque cosa significasse per lui la frase “vero Verbo di Dio”, non intendeva di certo completamente vero o affidabile.

Il tempo non mi permette di discutere molte altre dottrine che Lewis credeva e insegnava, e che contraddicono la dottrina della giustificazione per sola fede, tuttavia un breve elenco è d’obbligo.

Lewis insegnava e credeva nel purgatorio (nonostante il fatto che l’Articolo 22 dei Trentanove Articoli della Chiesa d’Inghilterra descriva il purgatorio come “ripugnante al Verbo di Dio”), recitava preghiere per i defunti, credeva nella presenza reale del corpo e del sangue di Cristo nel pane e nel vino, un sacramento che in seguito giunse a chiamare “Messa”, praticava e insegnava la confessione auricolare, credeva nella salvezza mediante battesimo e nel libero arbitrio. Come abbiamo visto, egli rigettò tanto l’inerranza delle Scritture e la giustificazione per sola fede, quanto le dottrine della depravazione totale e della Sovranità di Dio.

Pertanto riformuliamo la domanda: Ma C. S. Lewis ci è andato in Cielo?

E la nostra risposta deve essere: no, se credeva nelle cose che ha scritto nei suoi libri e nelle sue lettere.

(c) 2004-2014, The Trinity Foundation

1 James Houston, Reminiscences of the Oxford Lewis,We Remember C. S. Lewis: Essays and Memoirs, David Graham, editor. Broadman and Holman, of the 2001, 136.

2NdT. Il libro è rimasto incompiuto e mai pubblicato a causa della prematura scomparsa di Robbins.

3 Questo potrebbe ora non esser più vero. Il 19 novembre 2003, i membri della ETS, violando la loro base dottrinale, votarono per mantenere come membri regolari uomini che negano l’inerranza delle Scritture.

4 “C. S. Lewis and God’s Surprises”, We Remember C.S. Lewis, 28

5 I salmi, Lindau, Torino, 2014, p. 59.

6 Letters of C. S. Lewis, W. H. Lewis, editor, 1993, 479-480.

7 Michael J. Christensen, C. S. Lewis on Scripture, 1979, 24.

8 Da https://it.wikipedia.org/wiki/James_Boswell Il suo nome è passato nella lingua inglese ad indicare un fedele compagno ed osservatore.

9 Riflessioni Cristiane, Gribaudi, Torino, 1997, p. 208.

10 I Salmi, 56

11 I Salmi, pp 51-54. Le sue reali parole sono “Tuttavia è certo che la fatale confusione tra essere nel giusto ed essere giusti si abbatte presto su di loro [i Salmisti]… in molti dei Salmi è presente una confusione ancora più fatale – quella tra il desiderio di giustizia e quello di vendetta.. Persino più diabolico [del Salmo 109] è nell’altrimenti bello Salmo 137… Ciò [Salmo 23:5] può non essere così diabolico quanto i passi citati in precedenza, ma la sua meschinità e la sua volgarità… sono difficilmente sopportabili.. Un modo di rapportarsi con questi Salmi terribili o (se si può osare dirlo) spregevoli, è semplicemente quello di lasciarli da parte.

12 I Salmi, pp. 145, 146

13 Letters of C. S. Lewis, 428.

14 Letters of C. S. Lewis, 428.

15Sorpreso dalla gioia, I primi anni della mia vita.Editoriale Jaca Book, Milano, 1980, p 259-260.

16Ibid. p. 261

17Ibid. p. 262.

18Ibid. p. 263.

19Ibid. p. 264-265

20Jeffrey D. Schultz and John G. Wets, Jr., editors, Zondervan, 1998.

21Colin Duriez, Crossway Books, 2000.

22Walter Hooper, HarperSanFrancisco, 1996.

23Compiled by Janine Goffar, Crossway Books, 1998.

24Bede Griffith, OSB è stato un monaco benedettino inglese del XX secolo, promotore del dialogo tra Induismo e Cristianesimo (fonte: wikipedia),

25Letters of C. S. Lewis, 1993, 364.

26Il Cristianesimo così com’è, Piccola Biblioteca Adelphi, Adelphi Edizioni, Milano, 1997, p. 222, 223

27Si veda Numeri 21

28Il Cristianesimo così com’è, pp 12, 13. Per Lewis il monoteismo e la deità di Cristo sembrano la definizione minimale di Cristianesimo.

29Il Cristianesimo così com’è, p. 186

30Galati 3:3

31Il Cristianesimo così com’è, p. 93

32Il Cristianesimo così com’è, pp. 93, 94

33Il Cristianesimo così com’è, p. 251

34Letters of C. S. Lewis, 428.

35“The World’s Last Night”, The World’s Last Night and Other Essays, 1960, 98-99. Notare che Lewis ha invertito la sequenza delle dichiarazioni di Cristo per poter sostenere il suo ragionamento.

Share
Share