Cristianesimo e Stato


La messianicità

La chiesa primitiva affrontò un problema, non nel riconoscimento della divinità di Cristo, ma della Sua umanità. C'erano troppi testimoni oculari dei miracoli e del potere di Gesù Cristo. Finché i testimoni furono vivi, sia Roma sia la Giudea preferirono stare zitti davanti a fatti che non avevano spiegazioni. Più avanti nel primo secolo, era la gioia dei testimoni della vita di Cristo ancora sopravissuti salutarsi l'un l'altro con gioia, dicendo: “Avete visto?”, “Abbiamo visto!”; “Avete udito?”, “Abbiamo udito!”; “Avete toccato?”, “Abbiamo toccato!”. Giovanni, nella sua prima lettera, comincia raccontando il suo privilegio di essere stato uno che vide, udì e toccò il Signore della Gloria:

Quel che era dal principio, quel che abbiamo udito, quel che abbiamo visto con i nostri occhi, quel che abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno toccato della parola della vita la vita è stata manifestata e noi l'abbiamo vista e ne rendiamo testimonianza, e vi annunziamo la vita eterna che era presso il Padre e che ci fu manifestata), quel che abbiamo visto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché voi pure siate in comunione con noi; e la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo. (I° Gv. 1.1-3)

Credere che il risorto Gesù è il Cristo o Messia e il vero Figlio di Dio non era il problema. Lo era credere che questa persona era anche uomo. Ne risultò che, un gruppo, il primo gruppo di eretici, se escludiamo i Giudaizzanti, insistette a voler ridurre l'umanità di Gesù ad un'illusione, un'apparenza assunta da Dio per un certo periodo. Questi erano i Docetisti, e la loro fede, in origine Gnostica, il Docetismo. La divinità di Gesù Cristo era la più facile da credersi per tutti nei primi anni.

Inoltre, Gesù era riconosciuto dalla chiesa come il Cristo, il Messia. A ciò si aggiunge il fatto che la maggior parte dei membri della chiesa primitiva erano Giudei, e che per loro “Cristo” non era il cognome di Gesù bensì il Suo titolo regale. Come minimo, i Giudei del tempo di Gesù credevano che il Messia darebbe stato un discendente reale della linea di Davide, dotato dallo Spirito di Dio del potere di stabilire un nuovo e più grande regno.. Il fondamento del suo trono sarebbe stata la giustizia nei termini della legge di Dio; il suo reame sarebbe stato mondiale, e sarebbe stato un regno sopra questo mondo (1). La chiesa primitiva prese questa fede e speranza e la espanse nei termini dell'insegnamento combinato di entrambi i Testamenti. Le profezie di Isaia erano testi particolarmente popolari usati per la predicazione. Versetti quali Isaia 2.1-4, che vedono tutte le nazioni governate da Gerusalemme, la vera chiesa, e la pace mondiale sotto il governo di Cristo. Isaia 9. 1 - 7 non solo profetizzava la nascita di Gesù Cristo ma lo dichiarava il Re dell'incremento, il cui regno non avrebbe avuto fine. La legge, gli scritti ed i profeti erano letti gioiosamente con le loro promesse di trionfo di Cristo. Comunque fosse la loro escatologia, la chiesa primitiva, fino ad Agostino ed al suo amillennialismo, vide solo letteralmente un trionfo da parte di Cristo sulle nazioni di questo mondo. Per la chiesa primitiva Gesù Cristo era letteralmente “Re dei re Signor dei signori” (Riv. 19.16). Per essi, questo mondo era molto seriamente un reame da conquistarsi per Cristo e da Cristo.

Questo presentò un problema nei rapporti con lo stato, Giudaico, Romano, Parto e ogni altro. Se Gesù Cristo è Re e Signore, Dio incarnato, e i credenti sono membri della Sua casa reale e del suo regno, quale posto c'è per una lealtà verso un altro stato? Infatti, che diritto ha qualsiasi altro stato perfino di esistere?

Non possiamo comprendere la risposta di Paolo in Romani 13.1ss. sganciata da questo problema. Un ostacolo molto serio alla comprensione delle lettere del Nuovo Testamento è l'incapacità di molti di pensare il loro contesto. Nessuno degli apostoli trattò con astrazioni; scrivevano in risposta a specifiche questioni e problemi. Le questioni trattate da Paolo in Romani 13 sono ovvie nel testo. Possiamo essere obbedienti a empi governatori o autorità ora che il Messia è venuto? Non disobbediamo a Cristo nostro Signore se obbediamo a questi empi governatori?. Quali sono i nostri obblighi verso questi governatori, se ce ne sono? In Israele ed in Giudea, le autorità erano state , se non altro di nome, ministri di Dio, nonostante la loro caparbietà. Altri governanti ed i Romani rappresentano il mondo del paganesimo e dell'idolatria. Non ara un compromesso pagare le tasse, obbedire le leggi civili ed i magistrati? Queste non erano domande di ribelli, ma le oneste richieste di credenti che volevano essere fedeli a Gesù Cristo, ed erano pronti a morire per Lui, la cui morte aveva dato loro salvezza nel tempo e nell'eternità.

La risposta di Paolo assume un significato più chiaro quando riconosciamo il suo contesto. Primo , Paolo richiede categoricamente la sottomissione ad ogni autorità superiore. Questo è un principio religioso richiesto da Dio che ha ordinato ogni tale autorità per i suoi scopi sovrani. Mentre l'obbedienza alle autorità umane è soggetta alla precedente autorità di Dio e nei termini della Sua parola, la sottomissione è la premessa generale, perché noi non siamo di noi stessi, siamo del Signore, ed Egli determina le regole della nostra vita attraverso la Sua parola-legge.

Secondo , dobbiamo obbedire a motivo di coscienza (Rm. 13.5), cioè perché Dio lo richiede. Noi obbediamo empi governanti , non perché lo richiede lo stato, ma perché dio lo richiede. Noi siamo assoggettati perciò, non “per ira” o per paura della punizione, ma su fondamento religioso, vale a dire nei termini dell'esplicita parola di Dio.

Terzo , queste autorità sono chiamate ministri o diaconi di Dio, chiamati a servirlo come ministero di giustizia. Sono “ordinati da Dio” (Rm.13.1). Essi non sono quindi meno sotto Dio di quanto lo siamo noi. Resistere l'autorità legittima equivale a resistere all'ordinanza di Dio e a ricevere dannazione (Rm.13.2). Dobbiamo rendere a ciascuno “ciò che gli è dovuto” (Rm 13.7) e Paolo lo enuncia specificamente.

Quarto , è chiaro ciò che il ministero dei governanti deve essere, e cioè essere un timore per chi fa il male (Rm. 13.3). in questo modo, proprio come Dio per mezzo di Paolo espone il dovere dell'obbedienza per il sottoposto, egli espone anche il dovere dell'obbedienza per il governante, essere un terrore a chi fa il male. Lo stato ha il dovere di mantenere l'ordine, e il nome di quell'ordine è la giustizia. L'obbedienza è dunque richiesta da entrambi, dallo stato e dal popolo, obbedienza a Dio . Infatti quando degli stranieri, che non hanno ricevuto la legge da Mosè, adempiono per natura le cose richieste dalla legge, essi, che non hanno legge, adempiono in una certa misura la legge; essi dimostrano che quanto la legge comanda è scritto da Dio nel loro essere, (Rm. 2.14-15a). Così il non credere dei governanti non è in se fondamento per la disobbedienza civile, fintantoché lo stato è un timore per chi fa il male e il protettore dei giusti. Quando è ostile all'opera di Cristo e cerca di impedirla o di distruggerla, “dobbiamo obbedire a Dio piuttosto che agli uomini” (At. 5.29). Inoltre, quando lo stato diventa un timore alle opere buone, ha cessato di meritare la nostra obbedienza. Come ministro di Dio lo stato deve essere un vendicatore con ira contro colui che fa il male (Rm.13.4).

Quinto , da tutto ciò è chiaro che lo stato è stato posto da Dio su basi teologiche. Esattamente come l'uomo o la chiesa ha il dovere di servire e obbedire Dio. Lo stato non è esente dalla legge e dal giudizio di Dio più di qualsiasi altro uomo. Mentre un cristiano può essere sottoposto ad uno stato che non sia cristiano, deve riconoscere che Dio considera lo stato Suo ministro, non un'agenzia per il benessere dei governanti o del della popolazione. Se lo stato è ministro di Dio, allora deve riconoscere il Signore Cristo, il Messia, e, come tutte le altre cose, servirlo e obbedirlo.

La chiesa primitiva resistette i tentativi di Roma di dare la licenza e di controllare la chiesa nel nome della signoria di Cristo. Il Messia è signore su tutte le cose, incluso lo stato, ed è blasfemo per lo stato cercare di controllare il corpo di Cristo, la chiesa, la sua ambasciata sulla terra. Una cosa è per noi sottometterci riguardo alle nostre persone, proprietà e lavoro, completamente diverso per lo stato richiedere la sottomissione dalla chiesa. Non c'è una parola in tutto il Nuovo Testamento per avocarlo.

Come può Gesù essere il Messia, il governante del mondo, se lo stato governa e controlla la sua ambasciata? Il Messia è il giudice delle nazioni (Is. 2.4). Come può Egli in alcun senso essere loro sottoposto? Se Egli è Re sopra tutti i re e Signore su tutti i signori (Riv.19.16), come possono i sudditi comandare sul loro Signore Messia? Il fatto puro e semplice è che non era moralmente o teologicamente possibile per la chiesa primitiva giustificare una tale sottomissione, né è possibile ora.

Il nostro Signore riconobbe sia l'esistenza dello stato, sia il suo demonico desiderio per il potere separatamente da Lui (Lc. 22. 25-30). Cristo chiamò i suoi discepoli e destinò a loro un regno, il regno messianico di Dio (Lc.22. 29-30). Questo non era un reame da arrendere a Cesare. Infatti, egli chiamò il reame dello stato empio “podestà delle tenebre” (Lc.22. 53). Paolo richiama l'attenzione sull'empietà del governo civile al di fuori di Cristo (I Cor. 2. 8; 6. 1). Questo reame deve essere convertito e posto sotto Cristo, non Cristo sotto alcuna cosa dell'uomo. Che il Messia potesse essere sotto una qualsiasi potenza umana era nell'epoca apostolica impensabile. Il conflitto tra la chiesa di Cristo e cesare fu così inevitabile.

Note

(1) Per le dottrine Giudaiche, vedi Joseph Klausner: The Messianic Idea in Israel , New Yorl, Macmillan, 1955; Abba Hillel Silver: A History of Messianic Speculation in Israel, New York, Macmillan, 1927; Harold Lous Gisberg, David Flusser, “Messiah”, in Encyclopedia Judaica, Vol. II, p.1407f., Jerusalem, Israel, Keter 1971


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